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Uguaglianza?

02 Mag

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Questo è l’Articolo 3 della nostra Costituzione, uno dei testi più avanzati, moderni e affidabili del diritto costituzionale – soprattutto se paragonata a vetusti materiali come la Costituzione Statunitense, fine XVIII° sec.
Ho passato buona parte dell’anno scout con il mio noviziato a discutere di Articolo 3, di uguaglianza (disuguaglianza) e di come nella realtà questo articolo è disatteso.
Certo, potremmo scomodare il Nano e spiegare perché i suoi “lodi” (che lodi non erano) sono stati bocciati – chiedendoci con che coraggio uno come Angiolino Alfano si presenti ancora in parlamento dopo che la Corte Costituzionale gli ha riso in faccia, silurando due leggi che portano il suo nome proprio per violazione dell’Articolo 3 – ma credo che esempi molto più vicini a noi possano toccare maggiormente i nostri animi.

Abbiamo analizzato davvero a fondo la questione, chiedendo opinioni alle persone comuni e scendendo nel dettaglio con chi ne sa più di noi; abbiamo impugnato la Costituzione e la sua storia; abbiamo rivisto la nascita e la crescita dei diritti civili, i diritti all’uguaglianza. E, in fin di riga, oggi chiudo con questo post un lavoro di un anno e riflessioni di molti mesi.
La Costituzione italiana non è vecchia – checché ne dica il centro destra, in cerca solo di instabilità istituzionale e di eliminazione dei contrappesi: la nostra Costituzione è un gioiello programmatico da salvaguardare, preservare e applicare fino in fondo.
Smembriamo l’articolo 3, oggetto di questo weekend, che vi racconterò poi:i cittadini hanno pari dignità sociale! Non ci sono cittadini di serie A, cittadini di serie B e cittadini in Champions League immuni alla Costituzione: i cittadini italiani sono tutti ugualmente importanti, in quanto persone. All’indomani della guerra e dell’orrore fascista questa era una conquista decisiva. Allo stesso modo, sono uguali di fronte alla legge, nonostante le differenze “di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali“. Parole scritte, impresse nella Costituzione – la nostra carta fondante – e trasmesse alle generazioni future. Parole significative, che ci spiegano come i diritti non dipendano dall’essere maschio, musulmano, gay o francofono: è facile elencare categorie di uguaglianza, meno facile avere il coraggio estremo di porre quel “condizioni personali e sociali” così vasto da includere differenze che un domani si sarebbero create, differenze che all’alba della Repubblica non erano prevedibili. Mi piace immaginare che i Padri abbiano inserito questa voce anche pensando a questo: “Oggi noi non abbiamo idea di quali orrori sarà capace il futuro ma usciamo da quello fascista: affinché un giorno non ci sia più l’olio di ricino per chi non vota il partito, affinché domani non compaiano più le leggi razziali, affinché nel futuro tutti votino a prescindere da come sono, ecco: noi pensiamo che tutti i cittadini sono uguali a prescindere da qualsiasi folle criterio antidemocratico possa venire in mente a un aspirante dittatore“.

Fin qui credo si sia trattato di un’analisi del testo, quasi, sicuramente parziale e sicuramente poco originale. Forse un po’ sterile.
Quel che mi colpisce ogni volta che prendo in mano la Costituzione è il suo aspetto programmatico, particolarmente evidente nel secondo comma dell’Articolo 3.
Quel comma smette di dettare ampi principi, di definire i diritti ma formula un compito specifico per la Repubblica, un compito, quindi, che vincola tutti noi e al quale dobbiamo adempiere, anche lottare affinché si adempia. Il comma sancisce che spetta alla Repubblica – quindi anche a noi – far si che tutte quelle libertà elencate prima siano reali, si avverino e, anzi, ci impone di “rimuovere gli ostacoli” che ne impediscono la realizzazione.
Sono indeciso se ridere o piangere di fronte all’ultimo ventennio di politica italiana, se penso a questo passaggio.
La Gelmini vorrebbe dividere di nuovo la scuola in formazione professionale e preparazione liceale, come se un ragazzino di quattordici anni potesse decidere e come se la cultura fosse da riservarsi a un’élite, “tanto il meccanico non ha bisogno del latino”.
Le numerose riforme della sanità ci spingono verso una crescente privatizzazione, di modo che la sanità pubblica sia una sanità per i poveri, mentre la sanità privata garantirebbe cure di maggior qualità per chi può permetterselo.
Il precariato, l’instabilità contrattuale, i ricatti FIAT impediscono di fatto ai giovani l’indipendenza reale della loro vita rispetto al nucleo familiare di origine – o li obbligano a sforzi inumani per far quadrare i conti – ledendo la loro possibilità di partecipare all’organizzazione del paese. Un diritto che è anche un dovere che ma che la Repubblica boicotta sistematicamente.
Potremmo parlare anche delle misure approvate nel tempo che minano e impediscono lo sviluppo della persona umana: l’omicidio di stato dell’aborto, che colpisce creature indifese uccidendole prima ancora che possano esprimersi al riguardo è solo l’ennesima dittatura dei vincitori – se siamo qui è solo perché siamo vivi, quindi spetta a chi è vivo decidere di chi nascerà – e un monito che dobbiamo cancellare dal nostro futuro; la privatizzazione dell’acqua che strappa un bene comune al controllo della Repubblica, rendendola di fatto schiava delle intenzioni dei privati; la costante aggressione all’uguaglianza e alla libertà di tutti, per favorire uno solo; il “federalismo” (perché federalismo non è) che disattende l’uguaglianza di tutti, aggirando la perequazione, creando italiani regionali e non italiani nazionali”.
L’Articolo 3 e la sua applicazione programmatica non è un soggetto lontano e irraggiungibile, come la disuguaglianza non è un ricordo del passato o un articolo su fatti distanti da noi; la viviamo ogni giorno, magari la viviamo senza che possiamo accorgercene davvero. La viviamo, per restare qui a Savona, quando i maggiori partiti controllati dalle grandi lobby si accordano per una folle politica energetica sulle spalle della popolazione, ignorando e disattendendo ogni pronunciamento popolare della popolazione stessa.

L’uguaglianza di fatto in Italia è un sogno ancora lontano; giocando con i ragazzi ci siamo accorti di come sia difficile essere veramente uguali, dopotutto. Solo decidere di vestirci tutti allo stesso modo è stato complicato ed è costato sacrifici a tutti, e neppure ha raggiunto risultati ottimali. Accade che piccole differenze permangano sempre.
Qui dovremmo riflettere, in realtà, su cosa intendiamo per uguaglianza: dobbiamo, a mio parere, accettare di essere disuguali. Ci sono persone più alte, persone più grasse, persone maggiormente dotate in campo intellettuale, persone estremamente sensibili ai sentimenti altrui, persone di religioni diverse… e milioni di combinazioni per ogni fattore che possiamo immaginare.
Non c’è una normalità a cui adeguarsi… forse non è giusto che ci sia.
Il sunto dell’Articolo non è l’uguaglianza innanzi alla Legge, un valore che – disatteso dai soliti loschi figuri – dovremmo invece considerare scontato: è la pari dignità! Che io sia femmina, liberale, gay, ebreo, rom, catanese, geniale e senza una mano, il mio valore è esattamente lo stesso a quello di qualsiasi altro cittadino italiano, a prescindere da ciascuno degli elementi prima elencati. Io valgo per quel che sono e così ciascuno di voi, chiunque su questo pianeta, ha identico valore. Diverse potenzialità, certo, diverse condizioni locali ma identico valore agli occhi degli altri.
Questo è il principio che definisce l’Articolo 3: con questo principio, con quale diritto si fomentano distinzioni basate su popoli di natura fantasy e “nazioni” realistiche come Paperopoli? Con quale diritto si stabilisce che il denaro può comprare le cure mediche, l’accesso all’acqua? Con quale diritto la possibilità di farsi una famiglia, una vita propria deve dipende dal favore di un imprenditore? Con quale diritto questo imprenditore pretende di dettare legge sulla vita di chi dipende da lui, definendone l’accesso alla valuta?
Questo, nel nostro desiderio e nel nostro programma non dovrebbe più esistere: stiamo tornando indietro, le lotte del passato – le lotte vinte a caro prezzo – stanno venendo consumate da più direzioni con la connivenza di un governo menefreghista. Non sarà per una rivoluzione che imporremo il ripristino della giusta rotta, eppure è con la voce, con la protesta, con l’azione politica che possiamo restituire il paese alla direzione tracciata dai Padri Costituenti che, nella loro lungimiranza e nel sapiente equilibrio delle diverse vertenze, hanno donato ai loro Figli una pista sicura da percorrere. Una pista che oggi dobbiamo difendere e riaffermare perché non vada perduta.

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Pubblicato da su 2 maggio 2011 in Politica

 

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