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Bipolarismo e legge elettorale

03 Giu

Grazie a Facebook mi sono imbattuto in questo blog: a quanto pare non sono l’unico nell’ambiente GdR a occuparsi di politica. E questo mi ha dato spunto per finire, dopo averlo ritoccato affinché si adattasse all’occasione, un post che meditavo da un po’.

Da tempo rifletto sulla nostra attuale legge elettorale e devo ammettere a malincuore che non vedo soluzioni particolarmente brillanti. L’articolo che vi ho linkato propone un mantenimento della rotta su una linea bipolare, come quella che stiamo vivendo dalla “discesa in campo” a oggi; le motivazioni addotte sono notevoli e ben salde, tutte pensate e riflettute nell’ambito della democrazia, che tanto soffre in Italia di questi tempi.
Trovo la riflessione accurata – come, ovviamente, accuratissimo il documento linkato – ma non posso concordare sulle conclusioni. Non credo che il bipolarismo sia una soluzione valida per l’Italia.

In primo luogo, non vedo la superiorità del bipolarismo che, anzi, ha la tendenza a creare forze politiche molto simili tra loro, appiattendo le differenze. Come il teorema dei gelatai ben ci dice, se le forze politiche son solo due esse tendono ad avvicinarsi, per contendersi i veri voti decisivi: quelli di mezzo. Negli USA questo accade: Democratici e Repubblicani presentano politiche molto simili, pur con divergenze di valore, e si contendono di volta in volta la vittoria. D’altronde gli USA non possono essere esempio funzionale per l’Italia perché posseggono una storia completamente diversa, basti pensare al peso che ancora oggi hanno in Italia fenomeni politici quali il comunismo e il fascismo, completamente estranei alla democrazia americana. Inoltre questo meccanismo tende ad emarginare fuori dal controllo politico forze vitali e anche proporzionalmente rilevanti ma non in grado di – o intenzionate ad –  apparentarsi con altre forze. Ci si ritroverebbe in condizione di esiliare alcune voci autorevoli al di fuori delle aule parlamentari a causa non della loro reale ininfluenza ma per una strategia di appiattimento del dibattito politico.
D’altra parte un bipolarismo “di coalizioni”, con partiti minori che hanno rappresentanza grazie al successo di gruppo, comporta la ricca instabilità dei governi della sinistra di questo inizio di secolo. Insomma, non risolve affatto i problemi del paese perché affida un sistema tecnicamente bipolare nelle mani di una costellazione di piccole formazioni che “tengono per le palle” i partiti maggiori.

Da questo, ritengo che l’Italia non sia posto per il bipolarismo. Dopotutto non credo neppure che l’assetto istituzionale del paese sia impostato per il bipolarismo e, francamente, non vedo motivo di andare a modificare equilibri istituzionali – contrappesi, soprattutto – ora ben bilanciati e già messi alla prova in questi anni difficili; se l’Italia ha ancora speranza di rimanere una democrazia e non una dittatura mediatica è merito dei Padri Costituenti che ci diedero un testo memore e figlio dell’esperienza fascista.
In quest’ottica, condivido appieno le critiche al Porcellum di Calderoli: non spetta al popolo esprimersi circa il Presidente del Consiglio dei Ministri! Non per cattiveria o scarso spirito di democrazia, intendiamoci; tutt’altro. Credo che il popolo sovrano abbia diritto a esprimersi riguardo le più alte funzioni dello stato.
Appunto.
L’Italia è una repubblica parlamentare e il sistema elettorale deve sostenere questo dettame costituzionale; giusto è che il popolo si esprima circa la rappresentanza parlamentare. La guida del governo – che al parlamento sottostà – è situazione di altro genere e, nel mio modo di vedere, secondaria rispetto al realizzarsi della sovranità popolare nell’elezione del Parlamento. Colui che guida l’esecutivo sarà scelto dopo, in base all’esito delle elezioni e a come le forze parlamentari così elette riusciranno ad accordarsi.
Non trovo affatto sminuente che tali accordi avvengano dopo le elezioni, finché tali accordi sono compiuti nell’ottica del programma che il popolo ha votato; mi affido, al riguardo, alla capacità dell’elettore di non votare nuovamente una formazione politica che cambia idea dopo le elezioni per convenienza e non per ideale. Certo, l’esperienza berlusconiana mi suggerisce che sopravvaluto la maturità democratica degli italiani… ma voglio crederci. la democrazia, in fondo, si basa proprio su questo sottile gioco tra elettore ed eletto: io mi fido di te ma se mi tradisci e mi hai mentito, la prossima volta perdi il posto.

Apprezzo ovviamente i sistemi bipolari e sono attratto dall’uninominale, anche se lo bilancerei un po’ con il sistema del doppio turno, in modo che il ballottaggio stemperi l’assestamento strettamente bipolare, consentendo successi quantomeno in circoscrizioni non minoritarie l’emergere di forze terze (o quarte) rispetto ai due protagonisti principali.
Forse, come spesso accade in Italia, l’ideale può essere una via di mezzo; un sistema che consenta rappresentanza anche a partiti medio piccoli (mesi fa si parlava di diritto di tribuna), una buona assegnazione per via maggioritaria a doppio turno di seggi e un mantenimento di quote puramente proporzionali, semmai con soglia di sbarramento.
Non è una proposta precisa, ci mancherebbe: me ne mancano le competenze tecniche. Eppure non mi dispiacerebbe e sarebbe anche in linea con gli esiti referendari in materia.

In definitiva, all’idea del bipolarismo come unica via percorribile, ribatto con la proposizione di un proporzionale che garantisca rappresentanza, “sporcato” da un maggioritario uninominale che garantisca una maggior stabilità delle formazioni governative e la crescita di due/tre partiti di maggior peso, capaci di calamitare le attenzioni degli elettori sui loro candidati nel secondo turno, senza monopolizzare la discussione politica a ogni livello, appiattendola.
Comunque sia, anima della democrazia è il confronto, il dialogo e il dibattito. ascoltandosi a vicenda chissà che, prima o poi, l’idea buona davvero non venga fuori.

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Pubblicato da su 3 giugno 2011 in Politica

 

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