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Esenzioni & Documentazione

01 Set

Grazie a un interessante post sul blog Il Quinto Postulato (ah ‘sti matematici… ma avercelo io il seguito che hanno loro!), che trattava come accade spesso in questi giorni di Chiesa & Esenzioni, è nata una serie di commenti incrociati che hanno condotto a evidenziare una carenza nella presentazione delle fonti sul mio blog!
Sia mai! Bloch e Casarino inorridirebbero.. a ragione! Può capitare di non citare correttamente le fonti ma uno storico deve lavorare per essere il più accurato possibile. Non l’ho fatto e mi scuso con il lettore casuale. Le scuse, tuttavia, servono a poco se non sono seguite da una riparazione: vi dedico, quindi, un post che mette in luce le fonti fin qui utilizzate o consultate dal sottoscritto – troverete molto più di quel che ho scritto io, ovviamente – in modo che possiate farvi un’idea indipendente sull’argomento che trattiamo. Ringraziate come faccio gli amici matematici: senza di loro, probabilmente, avrei taciuto questo passaggio metodologico.

Prima di elencarle, un breve prologo metodologico. tendo a fidarmi dei giornalisti, ma lo faccio con l’oculatezza dello storico alle prese con fonti ovviamente di parte. Mi auguro che, per buonsenso più che per probità, un giornalista non mente: semmai, non dice. Pubblicare falsità è un rischio troppo grosso, mentre non pubblicare tutto è solo moralmente discutibile… e altrettanto fuorviante, certo.
Perché questa specifica? Perché capita che le fonti non concordino. Benedette fonti… tuttavia, l’analisi metodologica ci consente di scoprire che quasi mai le affermazioni dirette sono in aperto contrasto e, più che altro, le divergenze sono sul detto/non detto. A rinforzare la teoria di sopra, ecco.
Rimangono fuori dal discorso le fonti “istituzionali”: i documenti ufficiali li prendo per buoni, perché a mentire su quelli… beh, se accadesse, il problema non sarebbe più la veridicità della fonte ma la sensatezza di tutta l’istituzione a monte. Il che non vuol dire, ovviamente, che non abbia fatto verifiche altrove – le fonti orali, però, restano sotto segreto. Citare persone senza il loro consenso non è nel mio stile. Le ho scelte per fiducia personale – comprovata negli anni – e, su di loro, dovrete fidarvi di me.

Veniamo ai dati:
Trasparenza dell’impiego dei fondi dell’8×1000 da parte della Chiesa cattolica italiana: I dati si trovano principalmente sul sito dedicato: www.8xmille.it. A questo link si trova il documento ufficiale con cui, come prevede la legge, l’ente beneficiario rendiconta i fondi e il loro uso.
Legge & esenzioni ICI: Il testo di riferimento è il D. Lgs. 30 dicembre 1992, n. 504, successivamente modificato in così tanti passaggi che neppure ve lo linko. Molto interessante, secondo me, è la circolare ministeriale del 2009 che spiega come applicare le ultime modifiche e chiarisce a caratteri cubitali che l’immobile esente deve essere destinato interamente all’attività non esclusivamente commerciale. Su quell’esclusivamente, già presente nel testo della legge, s’erano accese le fantasie più sfrenate dei laicisti, disposti a sostenere che bastasse inserire una cappella in un albergo (sic! per ricevere l’esenzione. Leggendo questa circolare, invece, si capisce che non è così. Occhio alle parole: parla di “attività non commerciale”: quel che conta, quindi, è l’attività prevalente! Poiché in un albergo con cappella l’attività prevalente è palesemente l’albergo (a meno che la “cappella” non sia S. Pietro…), l’esenzione della cappelle non conta.
A dirlo con paroloni altisonanti sono è Legge del 4 agosto 2006 n.° 248 che converte in legge il decreto del 2 dicembre 2005 n.° 248; il tutto dovuto a un’interpretazione della Cassazione che rischiava di estendere la definizione di commerciale a tutti quegli enti che chiedono una partecipazione economica alle spese… tipo i bar ARCI o le mense Caritas, per intenderci. Ovvio che servisse chiarire queste esenzioni.
Due testi fondamenti e contrapposti: La Questua (da Repubblica) e La Vera questua (da Avvenire). Il confronto di dati & fonti è impietoso. Leggerli entrambi con dati a fronte può dare soddisfazioni non da poco.

Da un bel giro di informazione, quindi, si evincono due elementi fondamentali:
– Buona parte degli organi d’informazione – di sinistra, perlopiù, e la cosa mi urta molto perché quella sinistra io vorrei votarla per abbattere lo Psiconano – ci dipingono le esenzioni in modo divegrente dalla realtà. Perlopiù si tacciono informazioni, come il fatto che la legge che istituisce le esenzioni non parla mai di Chiesa cattolica e che se si abolissero quelle esenzioni crollerebbe il volontariato italiano, con danni ben peggiori delle “mancante entrate”.
– Esiste indubbiamente una quota di evasione fiscale all’interno della Chiesa: quella quopta di evasione va combattuta come tale, non togliendo i privilegi che tali devono restare. Ma, probabilmente, l’evasione è connessa a una quota di corruzione che impedisce alle amministrazioni locali di fare chiarezza, perché non conviene loro.

Spero di essere stato esauriente: restano molti documenti non citati e molte fonti silenti, ovviamente. Credo, però, che partendo da questi si possa ricostruire adeguatamente un quadro generale che aiuti un eventuale interessato a fare chiarezza.

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1 Commento

Pubblicato da su 1 settembre 2011 in Politica, Sproloqui

 

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Una risposta a “Esenzioni & Documentazione

  1. ΔΙΩRAMA

    11 settembre 2011 at 12:06

    Ciao Andrea, come va? Scusami se ti commento sempre i soliti post, sembro monotematico.
    (anch’io gioco ai GdR, per esempio)
    Posterò poco alla volta, sono sotto esami e mi ci dedico non poco.

    8×1000: non ho mai visto nessuno criticare la trasparenza dell’impiego dei fondi da parte della CEI. C’è tutto scritto, infatti, come da accordi di Villa Madama e leggi per regolamentarli nello specifico (come quella a cui fa riferimento il pdf).
    Sono però schifato dal meccanismo (e altre piccolezze a riguardo) e ho dubbi sull’opportunità dello Stato di inserirsi nella spartizione di fondi agli enti religiosi (qualsiasi).
    L’ideale sarebbe che i cittadini privati facessero le donazioni che più ritengono opportune senza coinvolgere lo Stato. Come per tutte le donazioni, poi, avranno certamente le agevolazioni che solitamente si accordano.
    Un po’ meno ideale, ma meglio del sistema attuale è quello tedesco, in cui lo Stato tassa una percentuale in più (mi pare oscillasse tra l’8 e il 10% del reddito o qualcosa di equivalente) il cittadino per finanziare il culto a cui appartiene. Se non appartieni a nessun culto va da sé che non sei tassato.

    ICI
    Requisito soggettivo
    C’è poco da contestare, forse una piccolezza: posso creare ad hoc un ente ecclesiastico e farmelo riconoscere con un’intesa. Sappiamo tutti però che è difficilissimo riuscire riuscire ad “intendersi” con lo Stato, visto per esempio che perfino i mussulmani non ci sono riusciti. [infatti tra le cose squallide dell’8×1000: solo culti con cui lo Stato ha intese o concordati]

    Requisito oggettivo
    È piacevolmente e onestamente più complicato di prima.
    È interessante notare come si tenti di interpretare il “non esclusivamente commerciale” con un parere del CdS del ’96 e della Corte di Cassazione del 20/5/2005 quando il DL è del 30/9/2005, antecedente. Nel frattempo, però, è stato cambiato anche il DL 30/9/2005 con il DL 4/7/2006, che sostituisce il precedente e che la circolare tace. Questo artl 39 è stato abrogato? Non mi risulta… Puoi fare ricerche te che sei più informato?
    Dovrebbe comunque ri-esprimersi qualcun altro, non è sufficiente una circolare ministeriale visto che la pubblica amministrazione può in linea di massima disattendere quanto scritto.
    A mio parere ha fatto bene Almunia a riaprire ancora (quindi questa è la 3° volta) la procedura di infrazione, c’è tanta e troppa confusione. Mi dà fastidio* che facciano approfondire la questione a noi cittadini qualunque e non lo facciano loro.

    * Radicali in primis, di cui non condivido l’emendamento che hanno proposto alla manovra: torneremmo – ma non ne sono sicuro e devo verificare – a prima della Cassazione non perché essa volle trasformare tutti gli enti associativi in commerciali, ma perché chiedere una partecipazione alle spese – come fece notare Ciamei, che radicale non è – è comunque attività commerciale.

     

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