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Idee democratiche del Senato

01 Set

Da una discussione su Facebook è emerso un interessante decalogo di linee guida dei senatori forgiato allo scopo di tenere la rotta nel presentare emendamenti all’imminente manovra finanziaria bis (sperando non ci sia una ter). Dico interessante perché nel marasma generato dalle proposte e controproposte del Governo questo documento è quasi un’isola di pacata serenità e, strano a dirsi, competenza.
Non è immune da errori, sia mai, ma presenta quantomeno l’intenzione attiva di non ledere gli interessi della grande maggioranza degli italiani, bensì di tutelarli, possibilmente colpendo chi da anni si arricchisce sulle spalle dei lavoratori.Vorrei farne un’analisi attenta e dettagliata, ma non credo sia questo il luogo per sviluppare certi temi. Semmai, se davvero volete discuterne, ditemelo e provvediamo…
Mi limito, quindi, a un gioco semplice e diretto: parliamo di SI e NO rilevanti, ovviamente premettendo un enorme secondo me!

Trovo buona parte delle proposte ampiamente condivisibili, più della manovra originale, quantomeno. In materia di evasione fiscale mi trovo ogni giorno più draconiano – fosse per me, l’avvocato che evade andrebbe espulso dall’ordine, permanentemente – e vedere che anche il PD sarebbe intenzionato a misure serve su questa materia rincuora; certo, il problema non è solo l’evasione ma anche l’eccessiva tassazione, ma credo che un adeguato regime di controllo (e di punizione) possa aiutare a recuperare imponenti cifre tali da ridurre la tassazione complessiva, soprattutto su chi meno ha. Sicuramente su questa via deve essere perseguito il sentiero dell’abolizione dei privilegi per i datori di lavoro che assumono a tempo determinato: uscire dal lavoro precario è fondamentale, quasi quanto l’eliminazione dell’evasione fiscale. Mi si dice che tassare il lavoro è insensato e che si dovrebbe tassare il patrimonio: posso concordare, in parte, ma si tratta solo di spostare il problema, come ben sappiamo. A mancare, in materia di evasione/elusione è più l’idea che quelle tasse ci tornino come servizi che altro. Non aiuta, ovviamente, la scadente qualità dei servizi stessi. Purtroppo le norme di questo genere e quelle sul falso in bilancio – o sulla giustizia – sono destinate ad arenarsi contro la strenua resistenza del PdL. Dal partito che detiene il record di leggi incostituzionali, tutte emesse per difendere gli interessi di una singola persona, un passo indietro è impensabile. Sarebbe come obbligarli a non essere più liberisti: già, vero, non lo sono… ma ogni tanto provano a fingere.
Mi piace moltissimo, al riguardo, la protezione dell’indipendenza delle parti sociali. Certo, alcune parti sociali di questi tempi hanno dimostrato che questa protezione – questa indipendenza – proprio non se la meritano; assistere a sindacati che si svendono a una maggioranza per fini che sono completamente opposti alle esigenze dei lavoratori è stato avvilente per chi è stato cresciuto da un sindacalista da lotta operaia, ancor più avvilente quando il peggior sindacato si dimostra essere proprio quello sostenuto /(in passato) da tutta la famiglia. Tuttavia trovo giusta l’idea e trovo essenziale metterla in pratica: la capacità di arginare il “ceto patrodale” (mi si perdoni l’improprio marxismo) è quantomai urgente e pressante, se vogliamo evitare la deriva liberista assoluta. Francamente faccio a meno di Reagan.

Non sono convinto dai passaggi sui taglia alla politica; non che li trovi sbagliati nella loro essenza o nei loro principi, ma la realizzazione mi lascia… interdetto.
Sinceramente credo che, più che ridurre la rappresentanza, sia opportuno ridurre i benefici di questa rappresentanza. Dimezzare i parlamentari è un’azione che trovo francamente stupida, perché gli italiani son sempre di più e devono essere debitamente rappresentati. Forse 630 + 315 sono troppi, ma 500+250 mi sembra un buon compromesso. Riducendo stipendi, diarie, benefit di varia origine e sconti al ristorante, magari. Riguardo gli enti locali, ho idee un po’ confuse sull’utilità delle provincie: non riesco a decidermi. Forse manterrei la mia idea originale: abolirle per quel che riguarda lo stato, lasciando alle regioni la libertà di organizzarsi al loro interno in provincie, se lo ritengono opportuno. Ovviamente a loro spese.
Le liberalizzazioni, poi, mi trovano francamente contrario. Quasi completamente. Non è privatizzando e liberalizzando i servizi che si fa il bene del cittadino. Semmai è garantendo una severa partecipazione e supervisione statale – con garanzie di rientro delle spese – nei servizi essenziali che si ottiene uno stato sociale completo e non limitato a certi settori d’intervento. Abbiamo visto le liberalizzazioni fin qui compiute in Italia dove ci hanno condotto: a costo di passare per stalinista, mi trovo contrario e, anzi, proporrei un maggior intervento statale. Non di soli tagli deve essere fatat una manovra ma anche di interventi mirati per ivnestire debitamente il denaro.

Ci sono poi alcune cose che secondo me mancano del tutto. Mancano alcuni tagli ad aree secondo me sopravvalutate – la difesa, per cominciare – e francamente rinunciabili. Una revisioni profonda del sistema di immigrazione, per esempio l’abolizione del disumano reato di immigrazione clandestina, aiuterebbe a tagliare spese di rimpatrio e di gestione dei flussi. Mandare a quel paese la Bossi-Fini ridurrebbe anche il tasso di delinquenza tra gli immigrati, fornendoci ulteriori risparmi. Ovviamente sono misure indirette, difficili da quantificare, ma forse più efficaci di tanti interventi diretti in materia economica. La lotta al lavoro nero – che potrei aver perso tra i passaggi, l’ora è tarda – è un’altra materia fondamentale, che si affianca alla lotta contro l’evasione. Se vogliamo uno stato più giusto, oltre che con i conti in ordine, non possiamo farne a meno. Son tutti capaci a far tornare i conti con una politica liberale…
Analogamente penso sia opportuno porre un tetto alle retribuzioni dei manager nelle società statali e partecipate, come vietare la presenza multipla in più CdA – a meno che uno non rinunci a tutti gli stipendi, tranne uno. La cumulatività di cariche milionarie davvero non ha alcun senso in questa situazione economica. Non è che dobbiamo proteggere gli imprenditori: dobbiamo esortarli a fare il loro dovere come tutti gli altri cittadini. Pagando le tasse. Poi andiamo a togliere fondi a Istruzione, Università e Ricerca (sarà che anche loro odiano la Gelimini o solo che non sa fare il suo lavoro?)… e pretendiamo che il paese funzioni!

Questa credo sia la chiave delle rotte che la sinistra deve proporre, oggi e domani: non una lettura economica della realtà e una meccanica ricerca di fondi/tagli, aderendo appieno al sistema economico internazionale. Dobbiamo lottare per un’economia che sia socialmente sostenibile e che non faccia ricadere i tagli sul wellfare state e le spese sui cittadini comuni. A tratti, sentendo qualche intervento dal PD, mi sembra di trovarmi in un incubo thatcheriano. Eppure l’ultima volta che ho controllato, il PD era a sinistra…
Poi passo per il comunista che non sono, ma dal mio angolino democristiano (cristiano-sociale?), queste mi sembrano le chiavi di volta dell’intervento veramente sociale che dobbiamo guidare. Non sono nemmeno un po’ liberista, mi spiace; credo che i lettori affezionati l’abbiano capito… e no, non sono neppure favorevole a discorsi come “se ho guadagnato tanto, merito di tenermeli”, perché probabilmente quel guadagnare tanto è stato ottenuto calpestando altre persone, meno fortunate o meno abili. E questo, nella misura in cui avviene nell’Occidente contemporaneo, non deve essere tollerato.

Prima di chiudere, vorrei sottolineare un passaggio che mi ha colpito veramente, non mi aspettavo di trovare qualcosa del genere in un vero documento politico. Ve lo cito: Soltanto un governo politico dell’area euro per lo sviluppo sostenibile e la gestione comune dei debiti sovrani, secondo le proposte elaborate dai partiti progressisti europei.
Può voler dire tutto e niente, questo è certo, ma l’idea che qualcuno pensi all’Europa come possibile via di uscita da questa pessima situazione globale è quantomeno rinfrancante. Mi sento meno solo nel cullare progetti – utopici – di reale integrazione dell’Unione. Forse, dopotutto, non sono l’unico a pensare che la nostra sola carta di uscita da un degrado incipiente per tutta l’UE sia una vera integrazione politica.

Penso che questo breve articolo dica molto poco; è soprattutto uno sfogo in questi giorni di difficoltà e tensione, apprensione per il futuro. Eppure… eppure bisognerebbe fare qualcosa! Stiamo assistendo perlopiù impotenti allo sfascio di un paese dovuto all’incapacità oggettiva dell’elité dirigente, il tutto ipnotizzati dallo sciopero dei calciatori o da efferati omicidi sapientemente posti in prima pagina per anni allo scopo di distrarci da ciò che avveniva nella realtà. Forse è l’ora di prendere il paese per le redini, prima che queste redini sfuggano del tutto e ci si ritrovi in mezzo alla steppa, appiedati. Ci mancano solo i khamort…

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Pubblicato da su 1 settembre 2011 in Politica, Sproloqui

 

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