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Del nostro meglio: il lupettismo come guida della società

07 Nov

Dal titolo potrebbe sembrare che mi sia dedicato all’uso di droghe pesanti, non lo metto in dubbio. Vi chiedo, però, di non scappare alla sola lettura del titolo ma di fermarvi a leggere le righe che seguiranno, perché forse hanno qualcosa di importante da dire.

Il motto dei lupetti è “Del Nostro Meglio”: nel branco ciascuno contribuisce a suo modo, impegnandosi al massimo secondo le sue possibilità, e nessuno valuta il valore assoluto di ciò che si ottiene ma solo l’impegno genuino e reale dei fratellini, la loro capacità di mettersi in gioco dando il meglio di loro stessi. Lo scoutismo ne fa un punto d’onore  e uno strumento educativo di primo piano anche nei momenti successivi, quando si diventa scout e guide, rover e scolte, capi.
Lo spunto educativo, l'”impegno”, la “preda”, la “Partenza” sono sempre commisurate al ragazzo che agisce: non ci sono livelli di capacità assoluti a cui fare riferimento, solo l’impegno del ragazzo nel suo percorrere la pista. E’ questo il vero criterio di giudizio del suo operato, non il risultato materiale dell’azione.
Camminare su una pista tracciata a propria immagine significa non dare peso alcuno alle reali differenze di potenzialità: è rispettare la parabola dei talenti, a modo nostro, io credo. A chi ha molto chiederemo molto, a chi ha poco chiederemo poco. Quel che importa è come ce lo daranno, non in quale quantità o di quale qualità.
Questo dovrebbe aiutarci anche nel pensare il nostro agire nella società; si discute molto di capitalismo in questo periodo di crisi e maturo lentamente la convinzione che anche in campo sociale ed economico dovremmo affidarci in qualche modo al criterio del “nostro meglio“.
La società di eguali che hanno cercato di creare altre generazioni è al di là delle nostre possibilità: “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali di altri” penso racconti benissimo la parabola di queste posizioni. Ottime intuizioni, belle teorie… ma effettivamente slegate dalla realtà.
Volendo restare in qualche modo sul piano utopico ma provando ad ancorarlo a dati fattuali – alla realtà – la chiave del motto dei lupetti può aiutarci, in qualche modo. Se l’unità di misura della nostra società smettesse di essere il prodotto e il suo valore ma l’impegno relativo profuso, in ragione delle capacità del singolo? Dovremmo, io credo, cessare di ritenere il successo un valore assoluto, un concetto che fornisce, in base al risultato, il valore di una persona. Dobbiamo, in definitiva, accettare che siamo diversi e che da questa diversità si può costruire una società veramente migliore, oltre che una società più giusta. Penso che si possa porre termine all’attuale idea di uguaglianza, quella che ci dice che “siamo tutti uguali” ma basarci su un’idea di uguaglianza fraterna in cui a vincere sia “siamo egualmente importanti, nonostante le differenze”.
L’evoluzione delle “pari opportunità” è un esempio pratico molto diretto. Non ha senso pensare che uomo e donna siano uguali sotto ogni punto di vista e possano svolgere identici compiti – aiutandoci con i grandi numeri: mediamente, un maschio ha una forza muscolare maggiore; solo una femmina può partorire e allattare un bambino; le differenze di struttura fisica consentono una maggior facilità di esecuzione a un genere o a un altro; le capacità relazionali e psicologiche di uomini e donne sono profondamente diverse, nessuna deve prevalere sulle altre. Dobbiamo imparare a convivere e a valorizzare le differenze, impegnando a comprenderci, a venirci incontro, ad accettarci e a non giudicarci.
Il “nostro meglio” svolge un ruolo analogo nel concepire i rapporti sociali, tutti gli altri rapporti sociali. Dopotutto, credo che a stabilire il vero successo non debba essere cosa ottengo ma quanto mi impegno per ottenerla. Nel “quanto”, ovviamente, possiamo includere anche la seria analisi delle mie potenzialità e la scelta del campo d’azione a me più congeniale: non pretendo di essere pagato milioni di euro per i miei quadri o per le mie canzoni, viste le mie scarse qualità artistiche. Ma se scopro che scrivere è la cosa che mi viene meglio e mi dedico con la massima dedizione, il totale impegno, la completa perseveranza a questo… perché non devo essere massimamente premiato?

Non voglio fornire una ricetta finale di utopia neocomunista a cui aderire, sia chiaro. Mi interessa però sollevare una riflessione su un criterio di rapporto, impegno e “valutazione” a me molto caro e che ritengo estremamente importante, oltre che vincente. Puntare su ciò che sappiamo fare meglio e farlo al meglio delle proprie capacità.
Mi ritrovo innegabile sognatore in questi giorni, ma ho le mie buone ragioni.

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Pubblicato da su 7 novembre 2011 in Politica, Sproloqui

 

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