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Scisma austriaco e crisi ecclesiastica

30 Nov

In Austria stanno producendo un vero e proprio “scisma dal basso”, un incendio che si espande dalle braci del caso Wagner (2009), esempio di pessima gestione ecclesiastica e di scarso buonsenso gerarchico. Schönborn si ritrova così a dover gestire una situazione veramente pericolosa, per lui e per la Chiesa, ma anche ricca di stimoli interessanti.

La storia affonda le radici, come dicevamo, nella nomina di Gerhard Wagner a Lienz, un vescovetto poco raccomandabile e dotato di idee quantomeno strambe (sue le seguenti definizioni: «satanica» la saga di Harry Potter, «castigo divino» l’uragano Katrina e «malati psichiatrici» i gay): con vescovi del genere, capisco anch’io perché la Chiesa perda credibilità. Se ci si aggiungono le accuse di pedofilia contro Groër, il predecessore di Schönborn, la situazione peggiora ulteriormente.
Vienna e l’Austria sono un tasto dolente per Roma già da un pezzo: oltre agli scandali sessuali che hanno toccato addirittura alcuni seminari, i sacerdoti austriaci rivendicano da tempo libertà che da Trento in poi non sono più ammesse nella Chiesa. Principalmente hanno destato critiche le convivenze di numerosi sacerdoti, spesso non punite dai vescovi finché non eccessivamente palesi. Le rivendicazioni non si limitano solo all’abolizione del celibato e, anzi, si fanno più corpose e teologiche, sospinte dal movimento “Noi siamo chiesa” di Hans-Peter Hurka, fronda iper-progressista dei cristiani austriaci.
Se a scendere in campo è la teologia e non “solo” la rivendicazione di diritti civili da parte dei sacerdoti e dei fedeli, penso si debba aumentare la concentrazione e dedicare un po’ di spazio anche a questo argomento. Analizziamo le richieste, riprese dalla versione inglese del sito web, e proviamo a porre un certo ordine, Letture, buonsenso e tradizione alla mano.

1 – Riforma liturgica.
2 – Non negare più la Comunione ai credenti di buona volontà (includendo divorziati e cristiani non cattolici).
3 – Evitare i preti che girovagano da una chiesa all’altra per celebrare, preferendo anche alla domenica una Liturgia della Parola nella propria comunità.
4 – L’uso della terminologia “Celebrazione Eucaristica senza Sacerdote” per la liturgia della Parola con distribuzione dell’Eucarestia.
5 – Ignorare il divieto di predicazione per i laici.
6 – Che ogni parrocchia abbia un parroco, uomo o donna, celibe o spostato… una nuova immagine del sacerdozio.
7 – Abolire il divieto di accesso al sacerdozio per coniugati e donne.

Trovo alcuni di questi spunti estremamente interessanti. Ci sono riferimenti teologici importanti su questi temi, riferimenti che non si possono trascurare nell’analizzare la questione.
Il fulcro della celebrazione eucaristica è la comunità, non il sacerdote: lo ribadisce anche il Catechismo della Chiesa cattolica, a più riprese. Il sacerdote presiede, non celebra l’eucarestia: la celebrazione è compito dell’assemblea. Infatti la preghiera sul “nostro servizio sacerdotale” è riferita non solo al sacerdote ma a tutti i battezzati presenti: in essi, tramite Cristo, risiede la missione e il carisma sacerdotale.
Sarà teologia spicciola ma è efficace e rispondente a verità.
Il celibato è un altro nodo delicato: non è affatto una regola teologica di discendenza divina. È, invece, una sana norma e una “via speciale” scelta dalla Chiesa latina. Ha i suoi perché, pratici e teologici, ma non è un obbligo insuperabile. Gli ortodossi non si pongono questo problema, così come non lo fanno i cristiani cattolici di rito orientale. Solo l’ordinazione vescovile è limitata a chi professa voto di celibato: una possibilità da prendere in considerazione.
Parlandone con alcuni sacerdoti , ho constato con tutti l’estrema difficoltà che avrebbero a gestire una famiglia e una parrocchia: credo sia un problema vero, tangibile. Tuttavia credo spetti a ciascuno decidere per sé, non alla Chiesa. La Chiesa deve imporre norme teologiche, ricchezze divine, non scelte materiali. Peraltro, non vedo perché non possano esserci sacerdoti impegnati sia sul lavoro sia nella Chiesa: sarebbero comunque più efficaci di molti sacerdoti d’oggi e un cambiamento del genere aprirebbe le porte a tutti coloro che non se la sentono di abbandonare la loro vocazione familiare.
Sulle donne sono un po’ più scettico: penso, però, che sia una questione di abitudine. Le Scritture, però, non sono affatto chiare e, se predicano il silenzio della donna nelle assemblee, poi elencano diaconesse, apostolesse e profetesse, perlomeno nel Nuovo Testamento. Una questione da prendere con delicatezza.
Credo, in fin dei conti, che a lungo termine anche questo tabù cadrà: nel breve termine, preferisco puntare sull’abolizione del celibato dei sacerdoti. Oh, non con questo papa… ovviamente. Uno meno tradizionalista, speriamo nel prossimo.
Vero è che i tradizionalisti puntano sul peso della Tradizione: “s’è sempre fatto così” certamente importanza, soprattutto quando si parla di una Chiesa che è incarnazione di Cristo. Ma davvero si è sempre fatto così? L’occhio dello storico tende a smontare i conservatori, almeno quelli che vorrebbero tornare alle versioni tridentine di messa e riti. A Trento, infatti, più che ristabilire e codificare tradizioni millenarie, i padri conciliari si dedicarono a un’opera politica di invenzione della tradizione. Quel che è uscito dal Concilio non è tanto un’opera volta a mettere ordine ribadendo un’unicità tradizionale, quanto il sacrificio delle tradizioni millenarie sull’altare della latinità, l’uniformare forze divergenti per evitare che accogliessero il messaggio della Riforma. Un gioco politico, non religioso: dal mio punto di vista, lo stupro di quanto la Chiesa aveva costruito nei millenni. Non a caso, il Concilio Vaticano II ha compiuto un’ampia opera di riscoperta delle tradizioni, come quella del diaconato permanente. Il lavoro, però, deve essere portato avanti.
Dopotutto, se la Tradizione che molti invocano è in realtà datata cinque secoli fa, quella che chiedono molti altri risale alle origini della Chiesa, quando i giochi politici erano ancora distanti. Non sarà allora forse il caso di fare ritorno a quelle tradizioni, piuttosto che quelle dettate dai giochi di potere dell’era moderna?

Perché tutto questo colpisce l’Austria? Perché lì da tempo risiedono i semi mai coltivati del Concilio. Andrebbero analizzati pubblicamente, non taciuti; la Chiesa dovrebbe parlarne, non far finta che questi stimoli non esistano. E per “Chiesa” intendo la Chiesa: la comunità dei credenti, non quattro prelati sganciati dalla realtà. Anche questa è una definizione da Catechismo, tranquilli: pari pari da quel che tiene assieme la Chiesa cattolica.

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3 commenti

Pubblicato da su 30 novembre 2011 in Sproloqui

 

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3 risposte a “Scisma austriaco e crisi ecclesiastica

  1. jackilnero

    30 novembre 2011 at 14:10

    Le idee strambe del “vescovetto” sono più diffuse forse di quanto si creda in seno alla Chiesa…

    http://vaticaninsider.lastampa.it/homepage/inchieste-ed-interviste/dettaglio-articolo/articolo/diavolo-devil-diablo-amorth-yoga-10271/

    non ho parole 😡

    Sul resto sarebbe bello che quei quattro pelati sganciati dalla realtà (cinque con Gerry Amorth balzato in testa alla classifica) si aprissero con spirito sincero a quei messaggi che dicono di portare, come suggerisci tu in alcuni spunti interessanti…
    Allora anche per gente come me sarebbe più facile rimettere piede in chiesa senza conati di sorta

     
  2. Andrea

    30 novembre 2011 at 18:46

    Padre Amorth è comprensibilmente un po’ lontano dalla realtà e abbastanza “fuori contesto”: a parte l’età, ha trascorso la vita a combattere il Maligno, letteralmente. Si preoccupa eccessivamente perché sa qual’è il Male che prova a concupire l’uomo, lo conosce bene. Nonostante sia il primo a dire che i 3/4 dei casi che gli sottopongono sono, in realtà, malati psichiatrici e non posseduti. Se solo quel 1/4 lo rende così “paranoico”, possiamo farci l’idea di ciò che si annida nell’oscurità…

     
  3. jackilnero

    1 dicembre 2011 at 08:13

    Non sono d’accordo con la frase finale … o meglio, è un’analisi perfettamente logica, sembra di vedere la figura dello scienziato-che-sa nei classici film catastrofici: lui vede il pericolo perchè lo conosce e quindi lo prendono per pazzo, fino a scoprire che aveva ragione.

    Il fatto è che qui “il male” viene identificato con altre dottrine diverse dalla Chiesa o fantasie che puo’ darsi anche si basino su culti pagani e mi suona più come atmosfera da Inquisizione dalla quale non ci si riesce proprio a staccare. E’ … è … semplicemente vergognoso! Va bene considerarsi depositari unici della Verità, ci puo’ stare, ma questi accostamenti semplicistici e sempliciotti non vorrei sentirli da un prete oltrettutto “importante”.

    Il diverso fa paura.
    Anche se considerando il trattamento riservato dalla SantaChiesa ai “diversi” di ogni tempo, forse dovrebbero aver paura loro.

     

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