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Questa maledetta notte dovrà pur finire!

04 Dic

questa maledetta notte
dovrà pur finire

Ci sono momenti di questa nostra notte in cui ti chiedi se potrà mai finire davvero.
Ci sono momenti di questa nostra notte in cui lo scoraggiamento ti assale e sei certo che non ci sia modo di sfuggire alla marea.
Ci sono momenti di questa nostra notte in cui sei sicuro che la marea ti coglierà, e non potrai fare nulla per fermarla o sfuggirle.

Eppure l’alba arriva e il sole rischiara sempre, ancora una volta, quei pochi fiori che aspettano con fiducia il nuovo caldo.

Credo ci siano piccoli fiori per cui è necessario lottare.
Credo che dobbiamo alzare la voce quando il nostro diritto al lavoro, al lavoro onesto e onorevole, è calpestato.
Credo che dobbiamo alzare la voce quando la scuola pubblica è considerata una “serie B” dell’istruzione e i suoi fondi sono indirizzati al sistema privato.
Credo che dobbiamo alzare la voce quando la libertà di esprimere la propria fede è impedita da scelte razziste, dettate da un’ignorante paura.
Credo che dobbiamo alzare la voce quando il nostro governo, afflitto da bullismo internazionale, consente azioni di guerra contro stati che non ci hanno attaccato, in violazione della Costituzione.
Credo che dobbiamo alzare la voce quando le leggi ci privano sempre più di diritti fondamentali, come la salute e l’accesso alla miglior sanità possibile.

Credo che dobbiamo alzare la voce ogni volta che un diritto, soprattutto un diritto di un altro che non siamo noi, è calpestato: perché quel fratello capirà il nostro gesto e si unirà a noi nell’alzare la voce quando altri diritti saranno dimenticati.

Credo che dobbiamo alzare la voce: non credo, invece, che dobbiamo tacere, rassegnarci, contenerci dietro un “è sempre stato così” o un “tanto non cambierà mai”.
Lo dobbiamo a un inglese nato due secoli fa, militare per professione e pedagogo per vocazione: sognava – lui sognava davvero, sognava forte, e guardate cos’ha fatto – che i cittadini potessero essere cresciuti fin da piccoli, educati a partecipare e a prendersi sulle spalle quel pezzettino di responsabilità che può stare nel loro zaino. Sognava che ciascuno di questi cittadini, cresciuti con un po’ di utopia nel cuore, lavorasse giorno per giorno a rendere le cose “un po’” migliori, per consegnare a suo figlio un mondo un po’ cambiato rispetto a quello che aveva ricevuto da suo padre.

Lo stesso lavoro è costruire una cattedrale: qualcuno la sogna e la immagina, lavora per trovare i fondi e passa la mano a chi la progetta. Quando i lavori sono avviati, ormai è il figlio dell’anziano architetto a condurli e, infine, quando ormai tutto è concluso e si celebra la prima messa sull’altare maggiore in marmo luccicante, a celebrarla sarà chiamato il nipote di uno di quei bambini che assistevano a occhi sgranati alla posa della prima pietra.
Noi non vedremo molti passi avanti nella nostra vita ma, se ci impegniamo, poseremo abbastanza mattoni da veder salire un po’ quel muro e poter riposare alla sua ombra, quando saremo vecchi. Così facendo, lasceremo ai nostri figli un muro a cui dare un tetto.

Per i miei rover e le mie scolte,
perché imparino che è giusto lottare
per costruire la cattedrale che vorremmo

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Pubblicato da su 4 dicembre 2011 in Diari, Sproloqui

 

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