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Exalted: road to Hell…

08 Dic

Dunque, Exalted.
Nel pieno della stagione di crisi del fantasy-che-piace-a-me, Exalted diventa un gioco ampiamente accettabile e francamente divertente.
Come dissi anni fa, i gusti cambiano… anche in materia di giochi. Cambiano senza stravolgersi, certo, quindi non mi troverete a tessere le lodi della Quarta Edizione di D&D; d’altronde non ho mai detto che Exalted fosse pessimo, solo che poteva essere perfezionabile e che alcune sue sfumature non erano di mio gusto.
Approfitto del giorno di festa per parlare un po’ di Exalted, di come lo vedo io, di come suona secondo gli altri. Di cosa toglierei o modificherei, oltretutto. Materiale ce n’è in abbondanza.

Il primo punto su cui trovo criticabile Exalted è l’atmosfera orientaleggiante da bimbominkiafilonipponico.
Credo che dagli anni ’80 subiamo eccessivamente il fascino della cultura orientale, osannandola e inserendola a forza nella nostra vita. Cartoni giapponesi, oggetti giapponesi, cibo giapponese (o cinese), massime orientali, fumetti (terrificanti!) giapponesi…
La permeabilità della culture è qualcosa che apprezzo e sponsorizzo in prima persona; la esterofilia ignorante no. Il 95% dei fautori di questa moda non ha capito una mazza della mentalità orientale – tant’è che i manga ce li propinano come prodotto infantile, perché da noi i cartoni sono per bambini, salvo tagliare le scene di sesso: indagare e scoprire che si tratta di filmografia per pubblico normalmente adulto richiedeva troppi neuroni – e si bea della conoscenza di dieci parole in giapponese, del cuscino da abbraccio dell’eroina dei manga, della tazza di Dragonball.
Exalted, in quanto americanata, è l’esatto approdo ruolistico di questo processo: estetica filo-orientale (a partire dai caratteri delle pagine) senza l’impegno della comprensione reale del modello sociale che sta alla base della cultura che si vuole imitare. Insomma, l’idea mi fa un certo ribrezzo… il che non aiuta il primo impatto. Se poi il setting si rivela ben poco orientale a leggerlo, ben curato e valido (tra i migliori), l’idea iniziale che se ne fa l’utente casuale che guarda la copertina e sfoglia le pagine è di un prodotto mangoso. Ho subito anch’io quest’effetto, mi ci sono volute settimane di lettura del manuale per riprendermi.
Nel campo, a dire il vero, preferisco allora Qin o Legend of the Five Rings: ampiamente orientali ma quantomeno informati. Se il primo ha un’affidabilità storica ammirevole, il secondo sta al Giappone come D&D sta al medioevo europeo… e va bene così, non pretende altro. Neppure ci prova a essere mangoso: e mi piace per quello.

Partiamo dal presupposto che ho interrotto la visione di 300 dopo mezz’ora perché mi stavo addormentando dalla noia. Dunque trovo eccessiva l’enfasi che viene suggerita dall’interpretazione corrente del gioco.
Non serve fare seimila giravolte per decapitare un nemico: basta un colpo netto, secco e preciso.
Non serve rimbalzare tra gli alberi per compiere un affondo: basta una corsa travolgente.
Trovo questi orpelli scenici decisamente noiosi e superflui: li uso – per questioni meccaniche che spiegherò dopo – ma non migliorano per niente la qualità della mia giocata. A dire il vero, a lungo andare la riducono! Eh si, perché a forza di doversi inventare scene “epiche”, si scade nel ridicolo o nel già visto. Allora la bellezza di un attacco ben descritto, particolarmente spettacolare, va a farsi benedire, perché tutti gli attacchi tendono a quello. Decade l’eccezionalità della scena.
Insomma, un “effetto supersayan”!.

Veniamo a una critica tecnica: trovo assurdo che la mia abilità di narratore influenzi l’abilità in combattimento del mio personaggio. Viola, a mio modo di vedere, l’assioma di base del mio personaggio: lui può cose assolutamente impossibili a me e non serve che io sappia farle.
Per chi non conosce Exalted, un rapido dettaglio: descrivendo l’azione del proprio personaggio, si possono ottenere dei dadi bonus da aggiungere alla pool originale.
Comprendo l’intenzione dello sviluppatore: conferendo un bonus, si esorta anche il giocatore più banale a evitare il classico “lo attacco” e a far fiorire la narrazione. Altra soluzione americana, devo ammettere: da un paese in cui l’evasione fiscale è bassa perché le pene sono alte, questo posso aspettarmelo. Ma prediligo anche qui la via scandinava: l’evasione è bassa perché i servizi elargiti con le tasse funzionano e, soprattutto, perché la popolazione è culturalmente educata a pagarle.
L’analogia è quindi diretta: un sistema che debba ricorrere a simili mezzucci per incrementare la qualità del gioco è un sistema (o un gioco) fatto male. Quantomeno in questo campo, la mia è una critica tassativa: sono un fan assolutista della differenza tra giocatore e personaggio. Posso essere il peggior oratore del mondo ma ho lo stesso diritto di Silvio Berlusconi di interpretare lo zenith più socievole del pianeta. E ho il diritto di tirare il suo stesso numero di dadi, perché il personaggio – giustamente – non sono io. E non è lui.
In fin dei conti, le acrobazie ingabbiano il gioco, costringendo sempre e comunque le persone al tavolo a forzare la descrizione, anche quando non è debitamente ispirata (non raccontiamoci che è possibile evitare, perché quei due dadi extra facilmente aggiungibili sono lì apposta!). Sarebbe meglio per il gioco e per la giocabilità che la descrizione non influenzasse l’azione di gioco: emergerebbe naturale quando ispirata, resterebbe un “lo colpisco con la spada, menando un fendente” quando meno ispirata, colorerebbe veramente il gioco con la sua straordinarietà eccezionale!

Ultima negatività: il sistema di combattimento è veramente macchinoso.
Non è un difetto assoluto, posso passarci sopra perché, a ben vedere, funziona. Sarebbe bello averlo più semplice (Scion in parte lo fa… ma Scion ha un paio di milioni di altri difetti, ben più gravi!), ma si sopravvive anche così. Lo trovo un ostacolo all’immediata fruizione del gioco ma non un danno permanente.
Certo, poter risolvere un combattimento importante in meno di due ore e mezza lo troverei incoraggiante, eh!

A valle di tutto questo, rimango della mia idea generale: meglio D&D (3.5). Molto meglio.
Tuttavia, in assenza di possibilità di giocarlo e nell’ottica che a D&D ho giocato per anni e cambiare un po’ fa solo bene, Exalted è un’ottima esperienza. Rimangono e permangono i suoi problemi – o i miei problemi con lui. Ma nell’equilibrio di un gioco di ruolo sono del tutto sopportabili, anche perché nulla è perfetto.
Oltretutto, unico vero motivo: giocando a Exalted mi diverto. Significa, a mio modo di vedere, che va bene così. Mi diverto anche quando gioco a D&D 4Ed, per la compagnia e per il casino, però. Al limite per la trama. Non per il gioco in sé. Exalted compie già quel “passo in più”: ha i suoi difetti, ma tutti i giochi hanno i loro difetti, anche Mage (lo ammetto a malincuore). Certo, si potessero eliminare alcune cose… soprattutto le acrobazie…

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1 Commento

Pubblicato da su 8 dicembre 2011 in Curiosità, Giochi di Ruolo

 

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Una risposta a “Exalted: road to Hell…

  1. Igor Ruffinengo

    8 dicembre 2011 at 20:16

    Ma sai, alla fine se nessuno ha voglia ogni volta di mettersi lì a narrare “il colpo della santa mazzata nel nome del padre”, l’effetto acrobazie si placa da solo. Se i giocatori non ne hanno voglia, lo faranno solo quando lo “sentono” davvero.
    Ho giocato diversi mesi a Exalted, e con un buon master, e molto raramente mi sono lanciato nella super descrizione per i due dadi bonus. (eh, già, proprio io!!!)
    Per assurdo, mi viene più naturale con la tua nemesi grigia, D&D 4ed.

     

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