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Archivio mensile:dicembre 2011

Ritorno all’ICI…


Ne ho già parlato in numerose occasioni (qui e qui, soprattutto), chi ha seguito il blog ormai conosce la mia posizione sull’argomento. Speravo fosse questione accantonata almeno per un po’ ma è tornata a galla con la finanziaria e con il solito tam-tam di menzogne su internet (Facebook docet).

Il problema che affronto oggi è diverso: più che la questione dell’ICI – avendo già dimostrato che la Chiesa paga, e paga come un banco, direi che posso fermarmi qui – credo sia di interesse analizzare il problema della comunicazione e dell’attacco laicista al mondo del no profit.
Eh si, tutto il no profit, ovviamente: perché se il sistema viene modificato e la Chiesa paga le tasse su ciò che ora non è tassato – chiese, oratori, ospedali, case d’accoglienza – a collassare non sarà la Chiesa ma il sistema del volontariato, quella cosa che bene o male manda avanti il wellfare nazionale in periodo di crisi. Perché, signori miei, quando una famiglia non arriva a fine mese, dov’è che va a chiedere un chilo di pasta, tre euro per il pane o un aiuto per l’affitto?
Il rischio del gioco di questi anticlericali è che si ritrovino in mezzo al casino che essi stessi promuovono: oh, certamente non il rischio che corrono i fautori generali di queste iniziative di disinformazione, ovviamente. A rischiare seriamente sono tutti quelli che ripetono su Facebook concetti demagogici senza informarsi un minimo sulla questione, senza andare a leggere i testi di legge, senza approfondire l’argomento: tra costoro sicuramente ci sarà qualcuno che, mi spiace per lui, perderà il lavoro, sarà in difficoltà o avrà bisogno di un sostegno economico/sociale. Non è un augurio, intendiamoci: è un’asserzione in forza della statistica!
Spero per questo signore – e per tutti i poveri d’Italia, sempre troppi – che nulla delle sue follie sia poi realizzata (e sinceramente Monti sarà anche un capitalista, ma non è scemo). Nel malaugurato caso che lo fossero, capirà sulla sua pelle quanto è facile parlare e smontare una reputazione senza avere prove, e quanto doloroso possa essere per molti un cieco assalto d’ira insensata come questo.

In questi mesi in cui mi sto dedicando a fare comunicazione – di nuovo ma in veste diversa – un po’ mi vergogno di appartenere a una certa categoria: preferisco ritenermi “più corretto” di certi aulici e superiori colleghi, servi però di interessi di parte e, in quanto tali, al livello dello stesso Minzolingua che tutti detestano (a ragione, eh!).
Credo che il vice-direttore di Avvenire abbia scritto con le sue parole tutto quanto si potesse scrivere sull’argomento:

Chi dice il contrario mente sapendo di menti­re. E chi riaccende ciclicamente la campagna di mistificazione sull’«Ici non pagata» non lo fa per caso, ma perché intende creare confusio­ne e, nella confusione, colpire e sfregiare un doppio bersaglio: la Chiesa e l’intero mondo del non profit. Non sopportano l’idea che ci sia un «altro modo» di usare strumenti e beni. Vor­rebbero riuscire a tassare anche la solidarietà, facendo passare l’idea che sia un business, un losco affare, una vergogna. E vogliono farlo nel momento in cui la crisi fa più
male ai poveri, ai deboli, agli emarginati, alle persone comun­que in difficoltà. Sono militanti del Partito ra­dicale
e politicanti male ispirati e peggio in­tenzionati. Battono e ribattono sullo stesso fal­so tasto, convinti che così una menzogna di­venti verità. E purtroppo trovano anche eco. Ma una menzogna è solo una menzogna. È questa la «vergogna dell’Ici

Chiaro, conciso, efficace. Bravo Tarquinio.
Mi limito a monitorare questo fenomeno di disinformazione, confidando che l’Italia migliori in materia e riesca a uscire dal tunnel in cui Craxi e Berlusconi l’hanno gettata, con l’abile collaborazione altrui. Come mi auguro che riesca a contenere in via definitiva le iniziative laicistiche – e non laiche: il linguaggio ha sempre peso e valore – i Radicali e i loro scioperi della fame ci hanno portato l’aborto, mi auguro non peggiorino ancora la la situazione.

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Pubblicato da su 7 dicembre 2011 in Politica, Religione, Sproloqui

 

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Questa maledetta notte dovrà pur finire!


questa maledetta notte
dovrà pur finire

Ci sono momenti di questa nostra notte in cui ti chiedi se potrà mai finire davvero.
Ci sono momenti di questa nostra notte in cui lo scoraggiamento ti assale e sei certo che non ci sia modo di sfuggire alla marea.
Ci sono momenti di questa nostra notte in cui sei sicuro che la marea ti coglierà, e non potrai fare nulla per fermarla o sfuggirle.

Eppure l’alba arriva e il sole rischiara sempre, ancora una volta, quei pochi fiori che aspettano con fiducia il nuovo caldo.

Credo ci siano piccoli fiori per cui è necessario lottare.
Credo che dobbiamo alzare la voce quando il nostro diritto al lavoro, al lavoro onesto e onorevole, è calpestato.
Credo che dobbiamo alzare la voce quando la scuola pubblica è considerata una “serie B” dell’istruzione e i suoi fondi sono indirizzati al sistema privato.
Credo che dobbiamo alzare la voce quando la libertà di esprimere la propria fede è impedita da scelte razziste, dettate da un’ignorante paura.
Credo che dobbiamo alzare la voce quando il nostro governo, afflitto da bullismo internazionale, consente azioni di guerra contro stati che non ci hanno attaccato, in violazione della Costituzione.
Credo che dobbiamo alzare la voce quando le leggi ci privano sempre più di diritti fondamentali, come la salute e l’accesso alla miglior sanità possibile.

Credo che dobbiamo alzare la voce ogni volta che un diritto, soprattutto un diritto di un altro che non siamo noi, è calpestato: perché quel fratello capirà il nostro gesto e si unirà a noi nell’alzare la voce quando altri diritti saranno dimenticati.

Credo che dobbiamo alzare la voce: non credo, invece, che dobbiamo tacere, rassegnarci, contenerci dietro un “è sempre stato così” o un “tanto non cambierà mai”.
Lo dobbiamo a un inglese nato due secoli fa, militare per professione e pedagogo per vocazione: sognava – lui sognava davvero, sognava forte, e guardate cos’ha fatto – che i cittadini potessero essere cresciuti fin da piccoli, educati a partecipare e a prendersi sulle spalle quel pezzettino di responsabilità che può stare nel loro zaino. Sognava che ciascuno di questi cittadini, cresciuti con un po’ di utopia nel cuore, lavorasse giorno per giorno a rendere le cose “un po’” migliori, per consegnare a suo figlio un mondo un po’ cambiato rispetto a quello che aveva ricevuto da suo padre.

Lo stesso lavoro è costruire una cattedrale: qualcuno la sogna e la immagina, lavora per trovare i fondi e passa la mano a chi la progetta. Quando i lavori sono avviati, ormai è il figlio dell’anziano architetto a condurli e, infine, quando ormai tutto è concluso e si celebra la prima messa sull’altare maggiore in marmo luccicante, a celebrarla sarà chiamato il nipote di uno di quei bambini che assistevano a occhi sgranati alla posa della prima pietra.
Noi non vedremo molti passi avanti nella nostra vita ma, se ci impegniamo, poseremo abbastanza mattoni da veder salire un po’ quel muro e poter riposare alla sua ombra, quando saremo vecchi. Così facendo, lasceremo ai nostri figli un muro a cui dare un tetto.

Per i miei rover e le mie scolte,
perché imparino che è giusto lottare
per costruire la cattedrale che vorremmo

 
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Pubblicato da su 4 dicembre 2011 in Diari, Sproloqui

 

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Il Concilio “pastorale” e la dottrina: il colpo inatteso dell’Opus Dei


Il Concilio Vaticano II, a un passo dal cinquantesimo anniversario della sua indizione, è ancora oggetto di discussione e di divisione all’interno della Chiesa. Più di Nicea, probabilmente, e più di molti altri, forse secondo solo al Concilio di Costantinopoli VII (eh si… il ritorno di Fozio e il Filioque, che sembra un film di Spielberg e invece è la grande causa di divisione tra cristiani cattolici e cristiani ortodossi…).
Un bel casino, insomma, questo Concilio Vaticano II, soprattutto per gli strascichi, le polemiche, le accuse di modernismo. Lo Spirito, attraverso il Concilio, ha portato un vento di profondo rinnovamento sulla Chiesa e, come ogni cambiamento, anche questo è stato profondamente avversato da frange più o meno conservatrici, più o meno ragionevoli, più o meno benedette dal buonsenso. Risparmio le mie tirate su sedevacantisti e stramberie del genere, preferisco soffermarmi sul conservatore della domenica, quel tipetto non necessariamente anziano che non vede il sacro nella celebrazione in lingua volgare, che trova sconveniente la celebrazione con il sacerdote rivolto verso il popolo o che proprio non vuol capire che laici e sacerdoti non sono disposti verticalmente, su una gerarchia di comando, ma rispondono solo a diversi Talenti dati loro dal Padre, rimanendo fratelli.
Insomma, materiale del passato…
Chi mi conosce sa cosa dico di buona parte del Concilio di Trento: se per alcuni è stato il coronamento di un percorso d’innalzamento progressivo, secondo me è poco più di un’azione politica di marketing. A Trento – e a Bologna e nelle altre città dove si tenne il concilio – i (pochi) padri conciliari, stretti tra due o più fuochi imperiali e papali, presero decisioni che segnarono indelebilmente l’età moderna, non solo della Chiesa. Da Trento è uscita la Tradizione, quella che ancora oggi alcuni osservano con religiosa pietas, dimenticandosi che la tradizione non deve essere venerata ma dev’essere uno strumento di venerazione. Confusione ce n’è anche tra chi crede di avere le idee chiare, decisamente. Questa tradizione, però, di tradizionale ha ben poco: più che altro è una latinizzazione della Chiesa, con qualche nuovo inserimento e qualche forzatura, necessaria a tenere compatta la Chiesa in un’ora estremamente difficile, quella della Riforma protestante. A ben vedere, quasi tutte le decisioni del Concilio di Trento furono prese tenendo bene a mente questo scopo: evitare il diffondersi della Riforma. Soddisfare le voci di riforma della Chiesa – senza la maiuscola: le critiche interne, giustissime, sulla corruzione, sullo stato vescovile, sulla pastorale – fu più un orpello, un accessorio: dove venne raggiunto, fu quasi coincidentale, a margine di scelte più importanti.

Ma sto perdendo il filo, non voglio scrivere di Trento, non oggi. Ne parleremo un’altra volta (promesso). Torniamo al Concilio Vaticano II, al quale tanto dobbiamo. Lo scritto a cui mi sono ispirato per questo post è questo: si tratta di un testo di Fernando Ocariz, vicario generale dell’Opus Dei. Il vicario scende con decisione in alcuni dettagli “scomodi” della teologia legata al Concilio e lo fa con toni che mai mi sarei atteso dall’Opus Dei; è quindi meritevole non solo di una lettura, bensì di una profonda meditazione, a mio avviso. Lo consiglio non solo per chi già si ritrova nei testi conciliari ma anche per chi sia a essi allergico (anche se mi domando come sia giunto fino a questo punto del post senza spedirmi a casa un gruppo di inquisitori).

Uno dei nodi mai del tutto risolti è quello della fedeltà alle posizioni del Concilio che, com’è noto agli addetti ai lavori (e ai maniaci come me) non ha offerto posizioni dottrinali o dogmatiche in alcuna delle sue Costituzioni. Ocariz chiarisce in pochissime righe la situazione della struttura di questo Concilio e le sue parole sono più incisive delle mie: “l’intenzione pastorale del Concilio non significa che esso non sia dottrinale”. La vocazione pastorale del Concilio, in pratica, non ne nega i contenuti dottrinali, tutt’altro: poiché la pastorale è parte della dottrina e questa è orientata alla Salvezza – come potrebbe essere altrimenti? – non possiamo scindere i piani e riferisci a uno solo di questi, perché il loro scopo ultimo e unico è sempre e soltanto la Salvezza.
I chiarimenti giungono anche in materia di obbedienza, perché ancora oggi si discute su quanto sia rigido l’obbligo di aderire a una professione pastorale non dogmatica. Ocariz è decisamente incisivo anche su questo argomento, soprattutto quando spiega che il Concilio Vaticano II è a tutti gli effetti “un insegnamento dato da Pastori che, nella successione apostolica, parlano con il «carisma della verità» (Dei verbum, n. 8), «rivestiti dell’autorità di Cristo» (Lumen gentium, n. 25), «alla luce dello Spirito Santo»”. Poche storie, pochi margini, nessun giro di parole: una condanna a morte per il cattoconservatore (se a me danno del cattocomunista, a torto, potrò coniare anch’io dei neologismi, giusto?) e per alcune strampalate teorie. Come supponevo da tempo, non si può gettare il bambino e tenere l’acqua sporca (Cit.!).
Ocariz specifica bene i vari “ranghi” dell’obbedienza e fa rientrare la gran massa delle dichiarazioni conciliari nell’ampia categoria che richiede “dai fedeli il grado di adesione denominato «ossequio religioso della volontà e dell’intelletto». Un assenso «religioso», quindi non fondato su motivazioni puramente razionali. Tale adesione non si configura come un atto di fede, quanto piuttosto di obbedienza, non semplicemente disciplinare, bensì radicata nella fiducia nell’assistenza divina al magistero, e perciò «nella logica e sotto la spinta dell’obbedienza della fede»”.
L’ultimo nodo serissimo del Concilio, quindi, è la continuità con i precedenti insegnamenti della Chiesa; sedevacantisti a parte, non sono pochi coloro che contestano al Concilio Vaticano II la creazione di mostruosità dottrinale, aggiungendo poi che altre e peggiori mostruosità si sono poi sviluppate sull’onda dello “spirito del Concilio”.  Il vicario dell’OD, pur ricordando che alcuni elementi sono ancora in discussione, ribadisce chiaramente che “di fronte alle novità in materie relative alla fede o alla morale non proposte con atto definitivo” è “dovuto l’ossequio religioso della volontà e dell’intelletto”. Altro colpo sacrissimo alla reazione. L’interpretazione vera del Concilio “deve affermare l’ermeneutica della riforma, del rinnovamento nella continuità”, quindi… anche quando queste sembrano giungere a conclusioni decisamente distanti da quanto affermato in precedenza. La chiave di volta della lettura è contenuta nella novità, “novità nel senso che esplicitano aspetti nuovi, fino a quel momento non ancora formulati dal magistero, ma che non contraddicono a livello dottrinale i documenti magisteriali precedenti”. Una posizione coraggiosa, che sarà sicuramente contestata ma che trovo precisa a circostanziata. D’altronde subito dopo si fa riferimento alla libertà di religione, una novità introdotta proprio dal Concilio, e si illustra chiaramente come la sua definizione sia frutto dei tempi, delle condizioni sociali e politiche nuove, situazioni con le quali la Chiesa non può che interagire, visto che, per definizione, essa è immersa nella storia, è storia essa stessa!

Credo che potrei intrattenermi per ore e ore a scrivere cosa penso del Concilio, soprattutto quando, testi conciliari alla mano, scopro prospettive mai attuate o lasciate storpie che, a mio parere, oggi sarebbero linfa vitale per la Chiesa. Abbiamo bisogno di essere operai nella vigna del Signore, non teologi distanti o incomprensibili eremiti che meditano seduti su un filo d’erba: la Chiesa – noi siamo la Chiesa – dobbiamo essere tra la gente a portare l’annuncio, non predicare dal pulpito. Sentir dire che don Ciotti è insignificante perché non fa il suo dovere di prete – che sarebbe avere una parrocchia ordinaria, dire messa, seguire i parrocchiani, etc – è quanto di più distruttivo possa esserci oggi per l’essenza stessa della Chiesa: Gesù non solo pregava nel Tempio ma annunciava e viveva tra prostitute e malfattori. I Vangeli ci riportano più predicazioni di Gesù a folle di poveri, disperati e ladri che orazioni teologiche tra gli scranni sacerdotali: non dovremmo forse seguire il suo esempio?

Si, ho finito: chiudo con un commento sul Concilio e su Ocariz, perché lo trovo azzeccato.” l Concilio nel suo insieme e i suoi insegnamenti non possono essere messi da parte, o fatti oggetto di critiche corrosive come se si trattasse soltanto di opinioni”. Sacrosanto. Ricordiamocelo.

 
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Pubblicato da su 3 dicembre 2011 in Religione, Sproloqui

 

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Serendipity!


Finalmente: dopo mesi di attesa, ecco per voi – e solo per voi – il mio post sulla serendipity!

La serendipità è cercare un ago in un pagliaio e trovarci la figlia del contadino.
Julius Comroe Jr.

Partiamo da qui: serendipity! Si tratta del termine connesso alla scienza che per primo colpì la mia fantasia con tale potenza da rimanere impresso nel tempo e, ancora oggi, essere un chiaro riferimento nella mia lettura – quotidiana – dei fatti di scienza.
Serendipity. Evoca immagini di vera ricerca. Evoca quel processo di costante avventura che deve caratterizzare l’essere scienziati ricercatori.

Credo che la definizione di Comroe dica abbastanza sulla serendipity da non dover aggiungere nulla per definirla. Piuttosto, mi piace raccontare come e quando è entrata nella nostra storia e come l’ha cambiata.
Partiamo da lontano e dai viaggi: la “scoperta” dell’America di Colombo è un caso di serendipity. Colombo non cercava l’America, cercava le Indie (orientali); cercava una via, più veloce, sicura ed economicamente redditizia (era genovese, mai dimenticarlo) per il Catai e paesi circostanti. C’era da aggirare il blocco musulmano, d’altronde, e quella via occidentale poteva essere foriera di interessanti sviluppi economici e politici. Ci sono stati, gli sviluppi, ma di tutt’altro tipo rispetto a quelli che Colombo si aspettava.
Passiamo poi alla medicina: senza “casualità”, niente penicillina. Non da Fleming, almeno. La sua scoperta, dovuta a un provino non disinfettato a dovere, ha cambiato (e allungato) la vita di milioni di persone sul pianeta. Eppure deriva dal caso…
Anche la radiazione cosmica di fondo a microonde è stata scoperta cercando ben altro; e, per rimanere nell’astrofisica e nelle particelle elementari, la scoperta recentissima dell’eccessiva velocità dei neutrini deriva da misure pensate per tutt’altro. L’elenco comprende anche i raggi X, il web, il teflon, i neuroni specchio… ma penso possiate trovare un elenco ancor più completo in rete.
Interessante è per me, invece, l’aspetto filosofico di queste scoperte. Penso ci guidino su posizioni decisamente “anarchiche”, lontane dalla metodologia popperiana. Feyerabend nel pensare che non esiste un metodo scientifico ci guida fin qui: la scoperta causale – l’importanza delle scoperta casuali – si aggiunge ai già molti indizi dell’inesistenza di un metodo scientifico efficace. Un po’ per Popper mi dispiace, il suo sistema è così… rassicurante. Eppure dobbiamo constatare, dati alla mano, che la scienza reale non funziona così.
Credo che, tutto sommato, sia rincuorante: l’epistemologia funziona allo stesso modo della scienza. Teorie che sembrano convincere ma poi crollano davanti a  nuove verifiche. Eppure rimane il loro inestimabile contributo.

Tuttavia non è solo la casualità a guidare queste scoperte. Un caso rimane un caso, a una mente poco allenata, non pronta, inadatta. Può invece essere uno stimolo, uno spunto vincente per la mente giusta: solo un vero genio sa coltivare un risultato inatteso in un successo storico e non si può che premiare tale merito. Solo i più attenti sanno sfruttare fino in fondo le possibilità che offre loro il caso: sarà che possiamo chiamarlo “destino”?
E quindi, tanto vale chiudere con le parole di Shakespeare: “All things are ready if our minds be so”.

 
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Pubblicato da su 1 dicembre 2011 in Divulgazione scientifica, Sproloqui, Teoria

 

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