RSS

Archivi categoria: Religione

Se la Chiesa gioca alla politica…


Ho trovato interessante un’intervista al noto teologo modernista Küng, pubblicata su Repubblica il 28 maggio. Senza addentrarmi nello spesso teologico delle posizione di Hans Küng, alcune delle quali trovo eccessive anche io, la sua lettura della situazione attuale del Vaticano è a mio parere illuminante. 

Il Vaticano letto come “corte medievale” (anche se non so quanto Kung sappia delle corti medievali… quella che ha descritto sembra più una corte rinascimentale, a dire il vero) e, soprattutto, un papa troppo preso dalla teologia e troppo poco dalla gestione della Chiesa.
Non sono esperto degli ambienti di Curia ma la critica per BXVI sicuramente di dedicarsi troppo al pensiero religioso e troppo poco alla gestione materiale del Vaticano è purtroppo vera. Certo, un papa è soprattutto un pastore e deve essere un abile teologo: però non può mai dimenticarsi che deve anche amministrare l’immensa struttura della quale è capo: ci sono responsabilità che, pur se delegate, comunque ricadono sulla sua testa e influenzano l’idea che la il mondo ha della Chiesa cattolica. 

Credo faccia parte delle caratteristiche del pastore l’essere equilibrato nello stabilire tempi e priorità. Il governo della Chiesa terrena, che viene sicuramente dopo la guida pastorale delle anime, deve avere comunque uno spazio, anche visibile dall’esterno.
E questo deve essere un comportamento non solo del pontefice ma anche della sua curia – quindi dei cardinali. Non si può pensare che a gestire la politica – economica, relazionale, etc – del Vaticano e della Santa Sede siano cardinali che sacrificano a questo la guida delle anime. Serve, a mio avviso, una ristrutturazione sistematica dell’insieme.

Kung concorda con me e indica una via: non l’avevo pensata ma sembra poter funzionare. “Quanto fu chiesto al Cremlino lo si può chiedere anche al Vaticano: primo la glasnost, cioè trasparenza, il Vaticano dovrebbe preoccuparsi per primo della Trasparenza degli affari finanziari davanti all´opinione pubblica. E secondo la perestrojka, ricostruzione, ristrutturazione: il Vaticano dovrebbe ristrutturare le sue finanze e riorientare i fini della sua politica finanziaria“.
Si tratta di una proposta forte, un profondo cambiamento nell’atteggiamento stesso della Chiesa istituzionale verso l’esterno. Forte ma necessario, in tempi brevi. Forse non Ratzinger, ma il suo successore sicuramente dovrà scegliere tra mantenere una Chiesa immobile nel tempo e vederla svuotarsi, perdendo così incisività nella sua missione Apostolica, oppure cambiarla mantenendone salde le origini e i principi, ma rinnovandone l’aspetto e il funzionamento umano.
Non credo si tratti solo di religione: è una questione profonda di assestamento della realtà umana e mortale della Chiesa che deve saper parlare all’umanità a lei contemporanea. Arroccarsi su idee antiche non può che renderla aliena dal tempo e incapace di svolgere il suo compito. Gesù Cristo parlava in aramaico, non in ebraico antico. Oggi noi dobbiamo usare l’italiano e non l’aramaico o il nostro annuncio si sperderà nel vento.

Una riflessione, finale, su quanto sta accadendo: si ode fin qui lo stridere dei cardinali in preparazione al Conclave. Queste scandali a ripetizione suonano davvero come manovre di avvicinamento alla prossima elezione papale. Benedetto XVI ha 85 anni, inevitabile che il tempo passi e si affronti un tema tanto complesso quanto importante. Però queste manovre dovrebbero essere compiute in spirito di collaborazione fraterna, non seguendo profili di successione politica. Noi cristiani preferiremmo e ringrazieremmo.

 

Annunci
 
Lascia un commento

Pubblicato da su 31 Mag 2012 in Politica, Religione

 

Tag: , , , , , , , , , ,

Bioetica e costruzione della comunicazione


Questa notizia, abbinata alla recente sentenza della Corte Costituzionale (che non sentenzia affatto, ma rinvia), ha sollevato nella mia testa una riflessione sull’attuale situazione della bioetica e delle posizioni che attraversano il mondo cattolico di oggi.

Credo sia palese che la coscienza etica in campo biologico dei cattolici soffra una certa discrasia e frammentarietà. Potremmo quasi ritenere, a un primo sguardo, che ci sia una profonda scissione tra un sentire comune del popolo laico che compone la Chiesa cattolica da una parte, la struttura istituzionale-episcopale dall’altro. Ciascuna delle due sezioni sembrerebbe rappresentata da degni alfieri più o meno a ogni livello, però, mischiando le carte di una situazione altrimenti molto lineare.
La distribuzione reale delle forze in campo penso sia molto diversa. Tuttavia sussiste un fondato timore che buona parte degli attori e degli opinionisti riguardo questi argomenti parlino senza aver verificato fino in fondo la situazione pratica e le posizioni teologiche.

Incontrare un cattolico pro-aborto non sembra più strano: fatico a credere che una persona pro-aborto possa essere cattolico, un po’ come fatico a credere che lo sia un leghista.
D’altro canto discutere di aborto e dimostrarsi contrari conduce inevitabilmente a farsi coprire di insulti, senza possibilità di concentrare il discorso non tanto sulla decisione morale quanto su quello scientifico ed etico/epistemologico. Ci si trova così di fronte a un discorso perlopiù viziato da un cumulo di ignoranza, nella quale è spesso coinvolta anche la comunità scientifica che, invece, dovrebbe dimostrare una maggior competenza in certe materie.
Purtroppo agli scienziati non vengono mai insegnate due cose importantissime: la comunicazione e l’epistemologia!

Non serve concorrere al Nobel per comprendere a grandi linee il pensiero di Karl Popper, soprattutto se per lavoro lo si applica incoscientemente ogni giorno (tralasciamo Feyerabend per qualche riga, per favore). Serve, invece, trascorrere una manciata di ore a studiare come funziona il proprio mestiere. Se accadesse questo, avremmo sicuramente medici non meno abili tecnicamente e indubbiamente più competenti ideologicamente. sarebbe un guadagno su tutta la linea.
Popper ci dimostra come le leggi scientifiche non abbiano nulla di sicuro e definitivo: la nostra conoscenza scientifica è ipotetica e in attesa di falsificazione. Non sappiamo, si badi bene, quale parte sarà falsificata e in quale misura, non c’è modo di prevederlo. Però dobbiamo essere coscienti che non c’è nulla di certo.
L’attuale posizione pro-aborto si basa essenzialmente su una serie di evidenze scientifiche – alcune delle quali, peraltro, altamente discutibili e spesso dibattute anche tra veri esperti – che suggeriscono il noto termine del terzo mese – dodicesima settimana per l’applicazione dell’interruzione volontaria di gravidanza. Significa, a esser brevi, che affidiamo la scelta riguardo la vita e la morte di una forma di vita a una teoria scientifica, come tale non dimostrabile.
Qui credo dovrebbe entrare in campo più che altro il buonsenso, non certo l’esser cristiani, ma a voler tener in conto solo il secondo fattore, davvero stento come si possa lasciare la vita altrui in mano a una struttura teorica così debole, fragile e incerta.

Si può ora tornare al tema principale del post: la formazione attuale dei cattolici. Credo non sia rilevante basarsi solo sulla dottrina corrente della Chiesa: penso essenzialmente che sia inutile dire ai fedeli “si deve fare così perché l’ha deciso il Papa/la Chiesa”. Non si fa altro che esasperare il distacco già grave tra la struttura ecclesiastica istituzionale e il popolo di Dio che cammina su questa Terra. Non ne abbiamo davvero bisogno. Deve invece essere compito di ogni pastore e di ogni laico che se la sente il proporre riflessione e spiegazioni, l’indagare i motivi di queste posizioni. Analogamente agli scienziati, i preti dovrebbero studiare comunicazione… e mettere in pratica gli insegnamenti.
La situazione americana, che vede essenzialmente un profondo divario fra il sentire cattolico comune e le posizioni di un’élite, dipende in gran parte da questo difetto di comunicazione, amplificato ancor più verso l’esterno.

Ci troviamo, così, a vederci etichettati come retrogradi, quando invece la sensibilità cattolica si trova su questi temi molto oltre le barbarie dell’attuale comune posizione capitalistica. A dimostrarlo sta secondo me il fatto che non serve essere cattolici per apprezzare i passaggi logici che ho esposto prima sul tema dell’aborto: lo testimonia anche l’assenza di qualsiasi considerazione dottrinale o religiosa (tipo “la vita è un dono del Padre”, etc) dai sillogismi. Semplicemente non penso ce ne sia davvero bisogno. 

Cambia il tono quando parliamo di scelte strettamente personali, come l’eutanasia: con la Dignitatis Humanae è ampiamente riconosciuta una profonda libertà religiosa. Nessuno può essere oggetto di coercizione nell’aderire a una religione, quindi a seguirne i dogmi e le “usanze”, o a condividerne le opinioni etiche.
Credo che la scelta nell’accostarsi all’eutanasia sia all’interno di questa libertà di religione e di coscienza: è giusto che ciascuno possa scegliere come gestire la sua esistenza, nel rispetto della legge e della vita altrui. L’impedimento nel caso dell’eutanasia è veramente etico e profondamente legato alla natura religiosa della propria etica: perché, quindi, un cristiano dovrebbe imporre la propria opinione a un ateo?
L’aborto non rientra in questo discorso: la decisione del singolo – la madre – influenza direttamente non solo la sua esistenza ma anche quella di un soggetto diverso, non interpellato e privato di un diritto fondamentale.

Chiudo un lunghissimo post con una circolarità: serve una riduzione di questa frammentazione cattolica. Non fine a se stessa, per obbedienza romana, come piacerebbe ad alcuni: motivata, spiegata, illustrata ai fedeli, discussa dai pastori assieme al gregge. Sarebbe l’unico modo per rinsaldare questa Chiesa che rischia di essere sempre più traballante e meno certezza di riferimento nella costruzione delle nostre vite.
Mai come oggi ne abbiamo bisogno.

 
 

Tag: , , , , , , , , , , , , ,

Di Enzo Bianchi e della Tradizione


Per una volta riporto un articolo, breve e incisivo, che secondo me merita di essere ben analizzato. E che approvo.
Questo.
Non ho l’onore di conoscere Massimo Faggioli ma apprezzo la sua analisi della questione; dopo mesi passati a leggere deliri on line di soggetti che maledicono Enzo Bianchi, plausibilmente ritenendosi “più cattolici” del priore di Bose, incontrare qualcuno che apprezza il percorso del barbuto quasi-eremita torinese contribuisce a risanare un bell’equilibrio.
Intendiamoci, nessuno è perfetto, tantomeno Bianchi. Avrei da ridire sull’elitarietà di Bose, cresciuta negli ultimi anni di pari passo al prezzo del soggiorno monastico per noi poveri laici affamati di parole di salvezza e riflessioni evangeliche. Se avessi letto tutti i suoi libri, troverei senz’altro passaggi sui quali non concorderei. Ribadiamolo: nessuno è perfetto.
Apprezzo, però, lo sforzo ecumenico di Bianchi e della comunità di Bose, lo spirito profondamente evangelico con il quale affrontano la vita e la comunione, l’essere cristiani e il risalire alla fonte tradizionale senza, per questo, essere conservatori e tradizionalisti. Apprezzo l’idea di cavalcare l’onda d’urto del Concilio Vaticano II, nel tentativo di non farla infrangere contro muraglioni di ignoranza e conservazione fine a se stessa.

Qui dovremmo introdurre una profonda riflessione sulla Chiesa e sul suo futuro. Molti tradizionalisti hanno una visione distorta della Tradizione e ripropongono decisioni vetuste al solo scopo di riproporle, fini a se stesse, senza riflettere sul significato che possedevano quando sono state prese, sulla rottura che comportavano all’epoca, sulla sparizione dei moventi che le hanno prodotte.
Prendiamo la scelta del latino: fu meramente pragmatica e razionale, non certo sacrale o tradizionalista. Nessun testo sacro è stato scritto originalmente in latino, Gesù di certo non parlava latino. Lo parlava, però, l’Impero, in particolare a occidente. Era, quella, una lingua comune, comprensibile a buona parte della popolazione, anche quella meno erudita, quantomeno nei fondamenti. Mentre nascevano le lingue romanze – il volgare – il latino rimaneva la lingua dei dotti ma aveva sufficienti connessioni con il parlato per consentire una comprensione generica a una parte della popolazione non trascurabile. Di contro, celebrare oggi in latino significherebbe escludere dalla comprensione liturgica una amplissima parte della popolazione: e in Italia ancora andrebbe bene, visto che studiamo latino nei licei… (non che il latino del liceo consenta di comprendere appieno le sfumature del testo liturgico, eh!).
A ben vedere, se volessimo seguire questo percorso tradizionale, oggi dovremmo celebrare in inglese, vera lingua comune di tutto l’occidente (cristiano). Si spera, dopotutto, che la percentuale di italiani che comprendono l’inglese cresca con gli anni; non sarebbe un’idea malsana.

L’esempio linguistico può essere riprodotto su moltissimi temi di disquisizione tra conservatori e “modernisti”. Buona parte dei refrattari, infatti, si culla nell’ignoranza delle motivazioni storiche, politiche e contingenti delle scelte conciliari – siamo pur sempre una fede modellata dalle esigenze terrene di un imperatore pagano – e si rifiuta di ammettere che ciò che loro chiamano “Tradizione”in realtà ha sovrascritto usanze precedenti, spesso millenarie, senza alcun motivo teologico ma solo per meglio adattarsi alla riformata struttura che la Chiesa si stava dando a Trento.
Io non ritengo scandalose le decisioni conciliari di Trento, sono frutto del loro tempo e, in qualche modo, lo Spirito ha messo la mano anche lì, non ne dubito. Altrettanto dovrebbe accadere con i conservatori odierni: sono certo che, come a molti non piacquero alcune innovazioni tridentine, così non piacciano a loro alcune innovazioni vaticane. Eppure tutto fa parte dell’evoluzione della Chiesa, inevitabile se vuole rimanere “nel mondo”. Peraltro, molte opzioni non sono novità ma reminiscenze del passato, un passato obliterato dallo sforzo unificatore del Concilio Tridentino. Quell’unità univoca, che aveva un preciso scopo nella realtà storica del XVI° secolo, oggi ha perso il primato, a favore di una maggior aderenza alle esigenze puntuali dei fedeli, mantenendo salda la cattolicità della Chiesa pur nelle diversità, esteriori, dei dettagli.
Lo scopo della Chiesa non è conservarsi immobile nel tempo: fosse così, avremmo già perso la partita ancor prima di iniziarla (e Trento non ha certo conservato!). Semmai lo scopo della Chiesa – che è la comunità dei fedeli, universale e locale – è quello di annunciare il Vangelo: per farlo, deve essere pienamente dentro alla realtà a lei contemporanea o non avrà di che parlare alle donne e agli uomini che incontra.

Credo che Bianchi esegua propriamente questo compito: presente sui giornali e in TV, sa annunciare la Parola con l’efficacia di un predicatore medievale, adattando però il suo agire ai mezzi che il suo tempo gli offre.
Non è un monaco privo di difetti ma di certo è una pietra importante per la Chiesa del futuro. Mi auguro.
Una Chiesa composta da pietre radicalmente diverse da quella di Bianchi rischierebbe di essere una Chiesa traditrice del messaggio originale di Cristo: non certo uno che è venuto a mantenere l’ordine precostituito ma, semmai, a ricordarci che ne deve venire uno nuovo.
E io ci credo.

 
1 Commento

Pubblicato da su 13 aprile 2012 in Religione, Sproloqui

 

Tag: , , , , , , , , , , , , , , ,

Non abbiate paura!


Credo sia la parola-chiave di questa Pasqua: lo penso fin da sabato sera, quando quel brano è stato letto durante la veglia e continuo a pensarlo adesso, mentre scrivo. Ci son voluti due giorni per trovare il tempo di mettermi alla tastiera, credo ne sia valsa la pena.

Le parole dell’angelo che accoglie le donne al Sepolcro sono, io credo, un monito e un invito per tutti noi cristiani del XXI secolo. Non possiamo nascondere né nasconderci che è difficile essere cristiani in questo mondo così ampiamente secolarizzato: forse non è mai stato facile essere cristiani, diciamocelo, ma oggi… oggi suona strano alle orecchie di tutti. Credere in Gesù e nel suo Vangelo è fuori da ogni canone: ancor peggio, è fuori moda.

Così le parole dell’angelo parlano anche a noi: così è la Scrittura, sempre contemporanea, sempre odierna, sempre rivolta a chi la ascolta. Forse non lo sarà nella sua versione letterale, certo, ma sa parlare all’umanità in ogni tempo e in ogni luogo con la medesima forza. Sempre ci interroga.

Il messaggio di questa Pasqua, allora, suona come un sostegno a tutti quei cristiani che vivono sotto la costante persecuzione: noi, in Italia, siamo ampiamente fortunati, non rischiamo di perdere la vita per camminare sotto una Croce. Altrove sì: e l’angelo, oggi, si rivolge soprattutto a loro, parla con voce di sostegno per chi è perseguitato per causa Sua.

Parla anche a noi, donne e uomini di un paese occidentale fortemente secolarizzato, ci invita a non rinnegare Cristo – eh si che anche Pietro cadde, di fronte a questo – il nostro credo e ad annunciarlo con forza per il mondo. Ci invita a vivere nel mondo, si, ma secondo Cristo.
Perché il cristiano non può separarsi dal mondo: “siate nel mondo ma non del mondo”. L’ascetismo avrà senza dubbio uno spazio importante nella spiritualità cristiana, ma l’essere attivi – checché ne dica qualsiasi tradizione – è Parola. Dobbiamo annunciare e rimboccarci le maniche: senza turbarci del domani, certo, senza sopravvalutare le questioni “mortali”, ben attenti a che il nostro cammino sia verso la Salvezza. Occhi al cielo, non al terreno: ma attenzione alla pista che percorriamo.

Andiamo, allora, senza timore: ricordiamo chi siamo, non rinneghiamolo. E, soprattutto, niente timore: c’è chi ci accompagna. E pace se la moda non è dalla nostra parte.

 

 
1 Commento

Pubblicato da su 9 aprile 2012 in Diari, Religione

 

Tag: , , , , , , , ,

Bertone si prepara il Conclave?


Il Concistoro annunciato ieri da paparatzinger ha reso nota l’elevazione a cardinale di ben ventidue porporati, diciotto dei quali saranno anche cardinali elettori, ovvero sono under 80 che entreranno in un’eventuale conclave. Si tratta di un’immissione imponente di berrette rosse e un rinforzo dei ranghi del conclave che, se fosse convocato a fine febbraio, vedrebbe partecipi 124 cardinali, quattro in più del consentito. Ben sette dei diciotto nuovi elettori sono italiani e nell’elenco l’ampia maggioranza va ai membri della curia romana, quasi Benedetto abbia voluto premiare chi più l’ha assistito nel governo della Chiesa in questi anni di pontificato.

Questa la notizia, secca e fredda. Ci sono considerazioni da fare.
A parte che un cardinale lo conosco, ho pure pranzato con lui… quando era vescovo di Savona (Calcagno).
L’elenco mi sembra una vittoria della linea bertoniana, quasi un successo personale del segretario di stato, già arcivescovo di Genova, estremamente criticato da molti settori CEI e dato in calo di popolarità negli scorsi mesi, soprattutto per via di alcune assegnazioni (Torino) di soggetti differenti da quelli suggeriti da lui. Invece questo concistoro suona come una vera vittoria del settantasettenne porporato. Il segretario di stato è un po’ anziano per aspirare al papato – ha già settantasette anni, difficile una sua elezione anche in un conclave in corso d’anno – ma con i soggetti che saranno inseriti a metà febbraio tra gli elettori è possibile una sua amplissima influenza sull’esito delle votazioni. Se Scola è dato come grande favorito – ma Dio ci scampi da un tizio come lui, legato al PdL abbastanza da giustificare gli eccessi dei politici attaccando i “moralizzatori” – Schönborn potrebbe non aver perso del tutto le possibilità di concorrere, anche se lo “scisma austriaco” (consiglio il mio post al riguardo) ha sicuramente indebolito la posizione.
Questi giochi di preveggenza e posizionamento sono tipici di ogni fase della Chiesa; papa giovane o vecchio che sia, la composizione del concistoro e del possibile conclave sono per forza di cosa oggetto di interessante discussione per gli osservatori, oltre che di serrate trattative tra le berrette stesse.

A me sembra abbastanza evidente come Ratzinger stia predisponendo le carte per il prossimo conclave; mi stupirebbe il contrario, considerando l’età decisamente avanzata del pontefice, la sua salute non ottimale – si sa che soffre di cuore, il che lo rende un po’ una bomba a orologeria – e la fatica che pesa sul pastore romano.
Le esclusioni di Nosiglia (neo arcivescovo di Torino) e di Fisichella (forse paga la “contestualizzazione” delle bestemmie berlusconiane?) suonano come un segnale importante, anche perché non è scontata la convocazione di un ulteriore concistoro presieduto da Benedetto XVI.
Due, quindi, gli elementi chiave: la netta preferenza di nomine “bertoniane” e l’ampio spazio riservato alla curia pontificia. Interpretare questi segnali è questione difficile, perché si mischiano elementi religiosi a elementi di politica religiosa, due campi ben distinti della Chiesa. Se proprio si vuole dare un significato, sembra che Benedetto XVI stia predisponendo dei ranghi molto nutriti di elettori: questo non significa che la successione sia vicina, mi auguro per lui di noi, ma che senza dubbio ci sta già pensando. Da buon monarca, quindi, prepara il terreno per una transizione facile…

Strano il silenzio dei media, forse disinteressati alle vicende papali: mi aspettavo più clamore per questo profluvio di cardinali, soprattutto perché adesso quelli nominati da Ratzinger sono più di quelli nominati da Giovanni Paolo II. Comunque sia, serviranno mesi, forse anni, per verificare i nuovi assetti; e, nel frattempo, un ligure si aggiunge al Sacro Collegio.
Staremo a vedere.

 
1 Commento

Pubblicato da su 7 gennaio 2012 in Religione

 

Tag: , , , , , , , ,

Ritorno all’ICI…


Ne ho già parlato in numerose occasioni (qui e qui, soprattutto), chi ha seguito il blog ormai conosce la mia posizione sull’argomento. Speravo fosse questione accantonata almeno per un po’ ma è tornata a galla con la finanziaria e con il solito tam-tam di menzogne su internet (Facebook docet).

Il problema che affronto oggi è diverso: più che la questione dell’ICI – avendo già dimostrato che la Chiesa paga, e paga come un banco, direi che posso fermarmi qui – credo sia di interesse analizzare il problema della comunicazione e dell’attacco laicista al mondo del no profit.
Eh si, tutto il no profit, ovviamente: perché se il sistema viene modificato e la Chiesa paga le tasse su ciò che ora non è tassato – chiese, oratori, ospedali, case d’accoglienza – a collassare non sarà la Chiesa ma il sistema del volontariato, quella cosa che bene o male manda avanti il wellfare nazionale in periodo di crisi. Perché, signori miei, quando una famiglia non arriva a fine mese, dov’è che va a chiedere un chilo di pasta, tre euro per il pane o un aiuto per l’affitto?
Il rischio del gioco di questi anticlericali è che si ritrovino in mezzo al casino che essi stessi promuovono: oh, certamente non il rischio che corrono i fautori generali di queste iniziative di disinformazione, ovviamente. A rischiare seriamente sono tutti quelli che ripetono su Facebook concetti demagogici senza informarsi un minimo sulla questione, senza andare a leggere i testi di legge, senza approfondire l’argomento: tra costoro sicuramente ci sarà qualcuno che, mi spiace per lui, perderà il lavoro, sarà in difficoltà o avrà bisogno di un sostegno economico/sociale. Non è un augurio, intendiamoci: è un’asserzione in forza della statistica!
Spero per questo signore – e per tutti i poveri d’Italia, sempre troppi – che nulla delle sue follie sia poi realizzata (e sinceramente Monti sarà anche un capitalista, ma non è scemo). Nel malaugurato caso che lo fossero, capirà sulla sua pelle quanto è facile parlare e smontare una reputazione senza avere prove, e quanto doloroso possa essere per molti un cieco assalto d’ira insensata come questo.

In questi mesi in cui mi sto dedicando a fare comunicazione – di nuovo ma in veste diversa – un po’ mi vergogno di appartenere a una certa categoria: preferisco ritenermi “più corretto” di certi aulici e superiori colleghi, servi però di interessi di parte e, in quanto tali, al livello dello stesso Minzolingua che tutti detestano (a ragione, eh!).
Credo che il vice-direttore di Avvenire abbia scritto con le sue parole tutto quanto si potesse scrivere sull’argomento:

Chi dice il contrario mente sapendo di menti­re. E chi riaccende ciclicamente la campagna di mistificazione sull’«Ici non pagata» non lo fa per caso, ma perché intende creare confusio­ne e, nella confusione, colpire e sfregiare un doppio bersaglio: la Chiesa e l’intero mondo del non profit. Non sopportano l’idea che ci sia un «altro modo» di usare strumenti e beni. Vor­rebbero riuscire a tassare anche la solidarietà, facendo passare l’idea che sia un business, un losco affare, una vergogna. E vogliono farlo nel momento in cui la crisi fa più
male ai poveri, ai deboli, agli emarginati, alle persone comun­que in difficoltà. Sono militanti del Partito ra­dicale
e politicanti male ispirati e peggio in­tenzionati. Battono e ribattono sullo stesso fal­so tasto, convinti che così una menzogna di­venti verità. E purtroppo trovano anche eco. Ma una menzogna è solo una menzogna. È questa la «vergogna dell’Ici

Chiaro, conciso, efficace. Bravo Tarquinio.
Mi limito a monitorare questo fenomeno di disinformazione, confidando che l’Italia migliori in materia e riesca a uscire dal tunnel in cui Craxi e Berlusconi l’hanno gettata, con l’abile collaborazione altrui. Come mi auguro che riesca a contenere in via definitiva le iniziative laicistiche – e non laiche: il linguaggio ha sempre peso e valore – i Radicali e i loro scioperi della fame ci hanno portato l’aborto, mi auguro non peggiorino ancora la la situazione.

 
6 commenti

Pubblicato da su 7 dicembre 2011 in Politica, Religione, Sproloqui

 

Tag: , , , , , , ,

Il Concilio “pastorale” e la dottrina: il colpo inatteso dell’Opus Dei


Il Concilio Vaticano II, a un passo dal cinquantesimo anniversario della sua indizione, è ancora oggetto di discussione e di divisione all’interno della Chiesa. Più di Nicea, probabilmente, e più di molti altri, forse secondo solo al Concilio di Costantinopoli VII (eh si… il ritorno di Fozio e il Filioque, che sembra un film di Spielberg e invece è la grande causa di divisione tra cristiani cattolici e cristiani ortodossi…).
Un bel casino, insomma, questo Concilio Vaticano II, soprattutto per gli strascichi, le polemiche, le accuse di modernismo. Lo Spirito, attraverso il Concilio, ha portato un vento di profondo rinnovamento sulla Chiesa e, come ogni cambiamento, anche questo è stato profondamente avversato da frange più o meno conservatrici, più o meno ragionevoli, più o meno benedette dal buonsenso. Risparmio le mie tirate su sedevacantisti e stramberie del genere, preferisco soffermarmi sul conservatore della domenica, quel tipetto non necessariamente anziano che non vede il sacro nella celebrazione in lingua volgare, che trova sconveniente la celebrazione con il sacerdote rivolto verso il popolo o che proprio non vuol capire che laici e sacerdoti non sono disposti verticalmente, su una gerarchia di comando, ma rispondono solo a diversi Talenti dati loro dal Padre, rimanendo fratelli.
Insomma, materiale del passato…
Chi mi conosce sa cosa dico di buona parte del Concilio di Trento: se per alcuni è stato il coronamento di un percorso d’innalzamento progressivo, secondo me è poco più di un’azione politica di marketing. A Trento – e a Bologna e nelle altre città dove si tenne il concilio – i (pochi) padri conciliari, stretti tra due o più fuochi imperiali e papali, presero decisioni che segnarono indelebilmente l’età moderna, non solo della Chiesa. Da Trento è uscita la Tradizione, quella che ancora oggi alcuni osservano con religiosa pietas, dimenticandosi che la tradizione non deve essere venerata ma dev’essere uno strumento di venerazione. Confusione ce n’è anche tra chi crede di avere le idee chiare, decisamente. Questa tradizione, però, di tradizionale ha ben poco: più che altro è una latinizzazione della Chiesa, con qualche nuovo inserimento e qualche forzatura, necessaria a tenere compatta la Chiesa in un’ora estremamente difficile, quella della Riforma protestante. A ben vedere, quasi tutte le decisioni del Concilio di Trento furono prese tenendo bene a mente questo scopo: evitare il diffondersi della Riforma. Soddisfare le voci di riforma della Chiesa – senza la maiuscola: le critiche interne, giustissime, sulla corruzione, sullo stato vescovile, sulla pastorale – fu più un orpello, un accessorio: dove venne raggiunto, fu quasi coincidentale, a margine di scelte più importanti.

Ma sto perdendo il filo, non voglio scrivere di Trento, non oggi. Ne parleremo un’altra volta (promesso). Torniamo al Concilio Vaticano II, al quale tanto dobbiamo. Lo scritto a cui mi sono ispirato per questo post è questo: si tratta di un testo di Fernando Ocariz, vicario generale dell’Opus Dei. Il vicario scende con decisione in alcuni dettagli “scomodi” della teologia legata al Concilio e lo fa con toni che mai mi sarei atteso dall’Opus Dei; è quindi meritevole non solo di una lettura, bensì di una profonda meditazione, a mio avviso. Lo consiglio non solo per chi già si ritrova nei testi conciliari ma anche per chi sia a essi allergico (anche se mi domando come sia giunto fino a questo punto del post senza spedirmi a casa un gruppo di inquisitori).

Uno dei nodi mai del tutto risolti è quello della fedeltà alle posizioni del Concilio che, com’è noto agli addetti ai lavori (e ai maniaci come me) non ha offerto posizioni dottrinali o dogmatiche in alcuna delle sue Costituzioni. Ocariz chiarisce in pochissime righe la situazione della struttura di questo Concilio e le sue parole sono più incisive delle mie: “l’intenzione pastorale del Concilio non significa che esso non sia dottrinale”. La vocazione pastorale del Concilio, in pratica, non ne nega i contenuti dottrinali, tutt’altro: poiché la pastorale è parte della dottrina e questa è orientata alla Salvezza – come potrebbe essere altrimenti? – non possiamo scindere i piani e riferisci a uno solo di questi, perché il loro scopo ultimo e unico è sempre e soltanto la Salvezza.
I chiarimenti giungono anche in materia di obbedienza, perché ancora oggi si discute su quanto sia rigido l’obbligo di aderire a una professione pastorale non dogmatica. Ocariz è decisamente incisivo anche su questo argomento, soprattutto quando spiega che il Concilio Vaticano II è a tutti gli effetti “un insegnamento dato da Pastori che, nella successione apostolica, parlano con il «carisma della verità» (Dei verbum, n. 8), «rivestiti dell’autorità di Cristo» (Lumen gentium, n. 25), «alla luce dello Spirito Santo»”. Poche storie, pochi margini, nessun giro di parole: una condanna a morte per il cattoconservatore (se a me danno del cattocomunista, a torto, potrò coniare anch’io dei neologismi, giusto?) e per alcune strampalate teorie. Come supponevo da tempo, non si può gettare il bambino e tenere l’acqua sporca (Cit.!).
Ocariz specifica bene i vari “ranghi” dell’obbedienza e fa rientrare la gran massa delle dichiarazioni conciliari nell’ampia categoria che richiede “dai fedeli il grado di adesione denominato «ossequio religioso della volontà e dell’intelletto». Un assenso «religioso», quindi non fondato su motivazioni puramente razionali. Tale adesione non si configura come un atto di fede, quanto piuttosto di obbedienza, non semplicemente disciplinare, bensì radicata nella fiducia nell’assistenza divina al magistero, e perciò «nella logica e sotto la spinta dell’obbedienza della fede»”.
L’ultimo nodo serissimo del Concilio, quindi, è la continuità con i precedenti insegnamenti della Chiesa; sedevacantisti a parte, non sono pochi coloro che contestano al Concilio Vaticano II la creazione di mostruosità dottrinale, aggiungendo poi che altre e peggiori mostruosità si sono poi sviluppate sull’onda dello “spirito del Concilio”.  Il vicario dell’OD, pur ricordando che alcuni elementi sono ancora in discussione, ribadisce chiaramente che “di fronte alle novità in materie relative alla fede o alla morale non proposte con atto definitivo” è “dovuto l’ossequio religioso della volontà e dell’intelletto”. Altro colpo sacrissimo alla reazione. L’interpretazione vera del Concilio “deve affermare l’ermeneutica della riforma, del rinnovamento nella continuità”, quindi… anche quando queste sembrano giungere a conclusioni decisamente distanti da quanto affermato in precedenza. La chiave di volta della lettura è contenuta nella novità, “novità nel senso che esplicitano aspetti nuovi, fino a quel momento non ancora formulati dal magistero, ma che non contraddicono a livello dottrinale i documenti magisteriali precedenti”. Una posizione coraggiosa, che sarà sicuramente contestata ma che trovo precisa a circostanziata. D’altronde subito dopo si fa riferimento alla libertà di religione, una novità introdotta proprio dal Concilio, e si illustra chiaramente come la sua definizione sia frutto dei tempi, delle condizioni sociali e politiche nuove, situazioni con le quali la Chiesa non può che interagire, visto che, per definizione, essa è immersa nella storia, è storia essa stessa!

Credo che potrei intrattenermi per ore e ore a scrivere cosa penso del Concilio, soprattutto quando, testi conciliari alla mano, scopro prospettive mai attuate o lasciate storpie che, a mio parere, oggi sarebbero linfa vitale per la Chiesa. Abbiamo bisogno di essere operai nella vigna del Signore, non teologi distanti o incomprensibili eremiti che meditano seduti su un filo d’erba: la Chiesa – noi siamo la Chiesa – dobbiamo essere tra la gente a portare l’annuncio, non predicare dal pulpito. Sentir dire che don Ciotti è insignificante perché non fa il suo dovere di prete – che sarebbe avere una parrocchia ordinaria, dire messa, seguire i parrocchiani, etc – è quanto di più distruttivo possa esserci oggi per l’essenza stessa della Chiesa: Gesù non solo pregava nel Tempio ma annunciava e viveva tra prostitute e malfattori. I Vangeli ci riportano più predicazioni di Gesù a folle di poveri, disperati e ladri che orazioni teologiche tra gli scranni sacerdotali: non dovremmo forse seguire il suo esempio?

Si, ho finito: chiudo con un commento sul Concilio e su Ocariz, perché lo trovo azzeccato.” l Concilio nel suo insieme e i suoi insegnamenti non possono essere messi da parte, o fatti oggetto di critiche corrosive come se si trattasse soltanto di opinioni”. Sacrosanto. Ricordiamocelo.

 
1 Commento

Pubblicato da su 3 dicembre 2011 in Religione, Sproloqui

 

Tag: , , , ,