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L’acquisto della coscienza


“Con il solo indennizzo per il lavoratore licenziato ingiustamente passerebbe  un messaggio assai negativo quello che con un po’ di denaro si ha la libertà di togliere illegittimamente il futuro alle persone”.
Sembrano parole di Landini. O della Camusso. Forse di Vendola o, magari, di un Bersani illuminato dall’alto. Invece a pronunciarle è stato Enzo Letizia, sindacalista dei funzionari di polizia, non certo il più marxista e rivoluzionario tra i sindacati italici.

La Cigl protesta, il PD si spacca, il PdL gioisce (strano: ogni volta che c’è da ledere i diritti dei deboli, il PdL è sempre favorevole!), le voci disinformate si moltiplicano.
Non voglio quindi unirmi all’orda di commentatori tecnici – peraltro non sono un giuslavorista: sono uno storico e cerco di limitarmi a riflettere sul nostro tempo con occhio critico ma attento ai diritti e ai deboli – che stanno delirando su pagine stampate e digitali. Piuttosto che scendere veramente nell’arena, mi limiterò a intaccare la (sovra)struttura generale della proposta montiana.

La prima cosa che mi colpisce – e mi sconvolge – è la monetizzazione di un diritto: è la strada al mercato umano, perché se iniziamo a barattare il lavoro, fonte della dignità umana, finiremo per barattare anche il resto. Già la salute è questione da ricchi…
Sancire che il lavoratore licenziato per arbitrio del datore di lavoro merita non il reintegro (quindi il suo posto di lavoro, legittimo) ma una paccata di soldi, significa svilire la vita umana fino a renderla mero oggetto di una compravendita.
Non ci sto, mi spiace: è la dimostrazione, l’ennesima, che il liberismo propugnatoci da Monti, dall’Europa, dagli Stati Uniti (e anche dalla Russia, tranquilli: niente utopie sovietizzanti in me…) è inadatto a soddisfare i basilari diritti umani, oggi come ieri. Un passo avanti rispetto a ciò che c’era prima, certo, ma un passo indietro rispetto a quello che la sensibilità attuale – e la Costituzione – ci chiede a gran voce. Ci impone.

Altro lato della questione: secondo me, un imprenditore che deve licenziare per “ridotta produttività” è un imprenditore che ha sbagliato da qualche parte. O prima assumendo troppo, o dopo non riuscendo a mantenere la quota di mercato che aveva conquistato e che gli consentiva quel numero di occupati (alternativamente, è stato poco efficiente nell’adattarsi alle mutate condizioni del mercato). Nell’ottica liberale – che io non approvo ma che tanto piace a questo governo – la colpa sua: e, secondo me, a pagare deve essere lui, non il lavoratore “di troppo”. Che vada a casa l’imprenditore, non l’operaio/impiegato.

Non dobbiamo adeguarci all’Europa, dobbiamo spezzare il sistema costruendone uno basato sulla solidarietà generale, sull’equità e sulla garanzia dei diritti fondamentali. Si, suona vagamente “old comunist style”, mi ci manca l’invettiva contro il capitalismo e quasi ci siamo. In realtà, anche se la lotta è simile, credo siano cambiati moltissimi termini di discussione e credo anche che, per quanto riguarda me, il marxismo c’entri poco. Non avrei apprezzato Popper, altrimenti.
Credo però che l’uguaglianza e la libertà debbano venire di pari passo e che la libertà di alcuni – imprenditori – non possa distruggere il futuro, e la libertà, di altri – i lavoratori.

Un po’ questa riforma mi fa sorridere perché dimostra come il liberismo non lo vogliano neppure i liberisti stessi. Se infatti accettassero appieno il loro credo, coglierebbero perfettamente le garanzie dei diritti dei dipendenti come strumento per dimostrare l’inadeguatezza dei colleghi che dovessero ricorrervi, costringendoli de facto a crollare. Non darebbero loro certo strumenti per proteggersi e mantenersi a galla: il liberismo è una gara a chi è più forte. Se neppure i liberali vogliono il liberismo, perché dovrei volerlo io che son cristiano?

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Pubblicato da su 21 marzo 2012 in Politica, Sproloqui, Teoria

 

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