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La Consulta della speranza


Linko l’articolo “tecnico” dell’ANSA riguardo il rinvio alla Corte Costituzione della legge 194/1978 sull’Interruzione Volontaria di Gravidanza. Penso sia abbastanza neutrale da permettere di utilizzarlo come punto di partenza.

Un giudice di Spoleto, al quale s’è rivolta una minorenne per poter ottenere l’interruzione di gravidanza senza consultare i genitori – scelta prevista dalla legge – ha sollevato un incidente di costituzionalità chiedendo appunto il parere della CC. Secondo il giudice, la legge, nello specifico l’articolo 4, violerebbe non solo quanto indicato dalla Corte europea per i diritti dell’uomo, letti in luce di tutela assoluta della vita umana, anche embrionale, ma anche numerosi principi fondanti della nostra Costituzione, a partire dall’Articolo 2.

Premesso che nutro pochissime speranze riguardo una sentenza intelligente sull’argomento, credo sia opportuno utilizzare questo spunto per mantenere alta la riflessione di civiltà riguardo l’interruzione volontaria di gravidanza. Se nel corso degli anni c’è stata un potente campagna mediatica, spesso indiretta e infida, che ha presenta l’aborto come un “diritto della donna” e l’embrione/feto come una non-persona, fino a ottenere il riconoscimento di queste posizioni in dispositivi legislativi barbari e inadatti a una società basata sui diritti umani, penso sia possibile sostenere oggi un cammino di sensibilizzazione inverso o, quantomeno, tentarci. Sono fiducioso che sul lungo termine l’estensione dei diritti umani a tutti gli esseri umani e non solo ad alcuni privilegiati sia inevitabile; purtroppo ogni giorno di ritardo su questa strada comporta il massacro di migliaia di persone, i cui diritti sono violati o, peggio ancora negati. Pur sorgendo dall’aborto, ovviamente, l’argomentazione è ampiamente estesa a una ben più ampia serie di persone e neppure limitata alle sole questioni di bioetica (basti pensare alla mancata efficienza rieducativa del sistema carcerario).

Credo quindi che chi desidera una società migliore e più avanzata, soprattutto più rispettosa dei diritti umani dei singoli di fronte ai bisogni di una società spersonalizzata, non possa che voler lottare contro l’aborto. Questo dovrebbe unire un po’ tutte le diverse correnti, sia chi presuppone la centralità del singolo (quei liberali così allergici a una società veramente giusta), sia chi pensa a una maggior integrazione fra soggetti paritari e senza disparità (chi, per ora, si rifà alle correnti socialdemocratiche, per esempio).
Dopotutto, la decisione di chi è soggetto di un diritto o meno è solo questione di accordo convenzionale: siamo noi, attraverso le leggi, a stabilirlo. E siamo noi a stabilire cosa sia un essere umano dotato di pieni diritti. Non possiamo nasconderci a questa responsabilità.

L’interruzione volontaria di gravidanza mette a confronto i diritti di due (perlomeno due, certe volte di più) soggetti, entrambi umani, entrambi vivi: la donna e l’embrione. L’attuale impianto legislativo prevarica il diritto alla vita del secondo rispetto al diritto di scelta della prima.
Premetto che se c’è un embrione è ovviamente frutto di una decisione della donna (non sola: e infatti sono pieno sostenitore della corresponsabilità paterna e della divisione della colpa nei casi di aborto, ci mancherebbe): difficile che un embrione si impianti da solo. E’ successo una volta, e anche quella volta prima s’è chiesto permesso; e possiamo escludere tutti i casi di violenza in cui nessuno, veramente nessuno, biasima definitivamente la donna per la scelta di interrompere la gravidanza.
Tutto diventa allora una questione di responsabilità: principalmente diventa responsabilità della coppia che decide di avere rapporti sessuali, i quali palesemente possono condurre a una gravidanza. Credo sia un dovere di ogni coppia, anche provvisoria, assumersi la responsabilità di quel che compie: la responsabilità, quindi, delle conseguenze a cui le sue azioni giungono.

Immagino possa essere una posizione e una situazione molto difficile e dolorosa: d’altronde assumersi delle responsabilità è sempre difficile, più difficile che tirarsi indietro a scaricare le conseguenze su qualcun altro.
Questo trovo inaccettabile dell’aborto: il lavarsi le mani delle proprie scelte e risolvere una situazione non prevista (per ignoranza, malafede, disattenzione, disaffezione) lasciando che a pagarne il prezzo sia un terzo soggetto, solo spettatore impotente di quanto accade. Come rifarsi sui più piccoli e sui più deboli, una tendenza che la nostra società non ha mai superato del tutto.

Questo discorso, io penso, va ben oltre la definizione dei diritti della donna, soprattutto perché penso che la corresponsabilità degli elementi della coppia sia fondamentale nella gestione del rapporto. Soprattutto la corresponsabilità in materia di conseguenze delle scelte delle coppie: è triste che gli uomini scarichino la responsabilità della scelta solo sulla donna. Trovo giusto l’enorme importanza a lei affidata, visto che l’embrione cresce e si sviluppa nel suo corpo, ma un sistema del genere mi suona terribilmente maschilista e misogino: ancor più che alle donne, credo che l’aborto sia colpa del menefreghismo maschile, denso di atteggiamenti che, a piacere sessuale finito, delegano le responsabilità post-coito alla donna. Noi, nel frattempo, fumiamo una sigaretta.

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Pubblicato da su 8 giugno 2012 in Politica, Teoria

 

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Ora aspettiamo la Consulta


Mercoledì sapremo come andrà a finire la nuova puntata della storia del referendum sulla legge elettorale.
Dopo la conta della Cassazione, era giunta la comunicazione: il mezzo milione per ciascun quesito è stato raggiunto e superato. Conclusa quell’operazione, hanno smesso di contare: per sapere quante firme sono state raccolte, almeno per avere una stima, sarà necessario attendere ancora un po’, fino a quando la Cassazione non avrà comunicato anche il tasso di “bocciatura” dei promotori, cioè la percentuale di firme non valide. Fatto quello, basterà una semplice proporzione.
Interessante che a contendersi il record in firme siano due referendum sulla legge elettorale, distanti quasi vent’anni: quello del 1993 – ancora non votavo – e quello che potrebbe tenersi nel 2012. Affascinante davvero: forse il popolo vuole avere qualche voce in più nella gestione di molte cose, invece di sopportare decisioni altrui. Peggio, di sopportare decisioni prese da chi dovrebbe rappresentarlo ma, causa legge elettorale fatta da un leghista, non può neppure scegliere. La legge elettorale ideale nell’era del Nano, l’era delle menzogne, l’era del finto presidenzialismo in una repubblica parlamentare.

Non è un caso che l’Italia sia una repubblica parlamentare; l’assetto istituzionale emerse dalla costituente e fu il frutto del Ventennio fascista. Meno poteri in mano alle singole persone, più poteri agli organi rappresentativi e collegiali: una lezione che dovrebbero imparare tutti. In fin dei conti, unificare poteri in una singola persona è alquanto stupido, meglio dilazionarli su organi plurimi, oltre che dividere i poteri, classicamente, su organi distanti.
Mi piace, senza dubbio, la corresponsabilità dei parlamentari molto più del direttivismo univoco del presidente.

I discorsi dei prossimi giorni saranno senza dubbio incentrati su cosa deciderà la consulta mercoledì; l’11 gennaio sembra essere una data spartiacque non solo per il referendum ma per buona parte dei partiti. Di conseguenza per il governo Monti.
L’approvazione del referendum, infatti, potrebbe far precipitare velocemente la situazione verso nuove elezioni – con vecchia legge. Il motivo principale risiede nella volontà di alcuni leader politici: ci sono partiti partiti – PdL e PD in primis – non gradiscono il ripristino del mattarellum; il Nano, in particolare, detesta tutto ciò limita il suo controllo sulla vita del paese. Una legge elettorale che introduca – sia mai – le preferenze popolari rischierebbe di impedirgli di far pagare a noi lo stipendio dei suoi avvocati, lacché, escort e simili. Non che le segreterie di altri partiti siano di idee molto difformi, purtroppo.
Le strade per bloccare il referendum – a parte creare una nuova legge elettorale, ma se non andasse nella direzione dei quesiti sarebbe una vigliaccata talmente grave che dubito passerebbe – sono due e passano entrambe per lo scioglimento delle Camere:
la più veloce consiste nello scioglierle al più presto, in modo che si voti subito (marzo?) senza neppure che la macchina referendaria passi
la più lenta, che darebbe tempo a Monti di stabilizzare ancora un po’ il paese, forse nostro malgrado, consiste nell’attendere e, poco prima del referendum, sciogliere le camere, bloccando de facto la consultazione popolare. Un referendum, infatti, non può tenersi nello stesso anno dello scioglimento delle camere… un bell’inghippo, anche se le elezioni fossero fissate in data successiva al referendum.

C’è poi da valutare la vacatio legis, ovvero la risposta alla domanda: con quale legge si voterebbe se nel referendum vincesse il si? Sarebbe automaticamente ripristinato il Mattarellum o ci troveremmo in assenza di una norma che diriga la questione?
Nel caso non fosse dato per scontato il ripristino della legge che abolisce il Mattarellum – nota come Porcellum, quale fantasia – la Corte Costituzionale darebbe sicuramente parere negativo: s’è sempre espressa contro la vacatio legis, non a torto, e in materia elettorale sarebbe estremamente inopportuno non avere sempre una legge pronta all’uso.

Lascerò per un prossimo post la mia valutazione su come dovrebbe essere un sistema elettorale saggio per l’Italia, rappresentativo, democratico, parlamentare.
Per questa domenica, invece, accontentatevi del post di attesa della decisione della Consulta: mercoledì sapremo, mercoledì scriverò ancora. Però un consiglio: pregate le vostre divinità che ci liberino del porcellum perché un paese civile non può andare a votare con un sistema senza preferenze, a liste bloccate, con premio di maggioranza e con indicazioni incostituzionali su cariche non elettive.
Ci deve essere un limite allo schifo.

 
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Pubblicato da su 8 gennaio 2012 in Politica, Sproloqui

 

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