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Dal Concilio alla Chiesa


Una mattina il cardinale Ottaviani si svegliò tardi. Chiamò un taxi: “Portami in fretta al Concilio”. Salito in auto, si riaddormentò.Quando finalmente si destò scoprì con suo grande stupore di trovarsi in aperta campagna. “Ma dove mi porti?”. Il taxista: “Al Concilio di Trento. Dove se no?”

Incontrare monsignor Bettazzi, un frammento della storia conciliare, possiede un fascino difficile da descrivere. E poi le occasioni di sentir parlare padri conciliari si fa sempre più rara, ancor meno se vogliamo voci che di quel Concilio hanno abbracciato appieno la portata innovatrice.
La rivoluzione copernicana della Gaudium et spesnon l’umanità per la Chiesa, ma la Chiesa per l’umanità – e quella della Lumen gentiumnon i fedeli per la gerarchia, ma la gerarchia per i fedeli – stentano ad affermarsi. L’ha detto chiaramente Bettazzi, raccontando ai savonesi il suo pensiero sul Concilio. E possiamo riassumerlo così: alcuni si sono ancorati alla Tradizione, dimenticando però che la Tradizione non è non cambiare nulla del passato

La Gaudium et spes, che evoca le possibilità e le speranze per il futuro, invita tutti i cristiani a essere cittadini migliori. Chi si fa corrompere o chi corrompe è lontano dall’essere cristiano quanto chi abortisce: questo perché l’elemento centrale, l’attuazione del comandamento di amore fraterno, del cristianesimo è la solidarietà. Solidarietà verso il debole, quindi verso la vita che nasce; solidarietà verso il prossimo, quindi verso l’intera società. Verso gli altri.

Dobbiamo recuperare molto dello spirito del Concilio, facendoci guidare dallo Spirito. La “pastoralità” non è autorizzazione a non concordare: scopo del Concilio è spiegare come la dogmatica deve essere applicata nella vita quotidiana della Chiesa e del cristiano. In quest’ottica, il Concilio non può essere un “forse” ma deve avere tutta la forza del vincolo di adesione – pur critica – alla Chiesa.
Male che l’opera del Concilio sia stata rallentata e, in certi casi, fermata. Male che molte intuizioni – come il Patto delle Catacombe – siano rimaste parole o carta. Oggi la Chiesa è chiamata a testimoniare con l’azione, non a predicare con le parole. Necessitiamo più che mai di una Chiesa povera, umile, imitazione di Cristo. Che era Re, certo – non possiamo dimenticarlo oggi – ma era una Re che si è svelato nel momento di salire sulla croce, quando s’è fatto servo dell’umanità intera. Non certo un Re di ori, diamanti e conti svizzeri; non un Re di nobiltà di sangue e di porporati. Un Re nato da falegnami, circondato da pastori, predicatore fra pescatori.
Quella è la dignità della Chiesa che le parole di monsignr Bettazzi hanno richiamato nella mia mente e nel mio cuore.

La chiamata che da questo Concilio arriva direttamente a noi laici segue questo filone di pensieri. Dobbiamo essere noi a prendere impegno in prima persone all’interno della Chiesa.
Credo che la Sacrosanctum concilium indichi una via da seguire. La costituzione conciliare chiarisce un punto che era un po’ stato trascurato con il passare del tempo – ma che è sempre stato chiaro nella teoria e nella teologia: l’eucarestia la celebra l’assemblea, il presbitero presiede “soltanto”.
Credo che sia lo spirito giusto con cui affrontare il futuro della Chiesa. Non più una Chiesa fatta di gerarchia e di consacrati, usufruibile dal fedele, ma una chiesa di popolo, dove il laico opera attivamente, nell’arricchimento reciproco delle vocazioni di ciascuno. C’è posto per tutti, c’è un ruolo per tutti.
E così anche nei vertici: non un Sinodo modellato dalla Curia ma un Sinodo che, guidato dal papa, sia traino per la Chiesa, con una Curia che si faccia carico dell’attuazione, con spirito di servizio.

In definitiva c’è bisogno che ci rimbocchiamo le maniche. Se ci teniamo alla Chiesa, tocca a noi sporcarci le mani: testimonianza, annuncio, accoglienza non possono gravare solo sulle spalle dei presbiteri e dell’episcopato. Tocca al laicato, ora, agire in prima persona. Ovunque.
Dobbiamo riformarla dal basso questa Chiesa, portare le istanze fino a vertice, far sentire tutta la distanza che c’è tra il popolo di Dio e molti prelati che hanno perso la bussola e si sono allontanati dal loro gregge. “Siamo qui, guidateci verso Cristo”, dobbiamo dire ai nostri pastori.

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Pubblicato da su 25 novembre 2012 in Il Concilio, Religione

 

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Se la Chiesa gioca alla politica…


Ho trovato interessante un’intervista al noto teologo modernista Küng, pubblicata su Repubblica il 28 maggio. Senza addentrarmi nello spesso teologico delle posizione di Hans Küng, alcune delle quali trovo eccessive anche io, la sua lettura della situazione attuale del Vaticano è a mio parere illuminante. 

Il Vaticano letto come “corte medievale” (anche se non so quanto Kung sappia delle corti medievali… quella che ha descritto sembra più una corte rinascimentale, a dire il vero) e, soprattutto, un papa troppo preso dalla teologia e troppo poco dalla gestione della Chiesa.
Non sono esperto degli ambienti di Curia ma la critica per BXVI sicuramente di dedicarsi troppo al pensiero religioso e troppo poco alla gestione materiale del Vaticano è purtroppo vera. Certo, un papa è soprattutto un pastore e deve essere un abile teologo: però non può mai dimenticarsi che deve anche amministrare l’immensa struttura della quale è capo: ci sono responsabilità che, pur se delegate, comunque ricadono sulla sua testa e influenzano l’idea che la il mondo ha della Chiesa cattolica. 

Credo faccia parte delle caratteristiche del pastore l’essere equilibrato nello stabilire tempi e priorità. Il governo della Chiesa terrena, che viene sicuramente dopo la guida pastorale delle anime, deve avere comunque uno spazio, anche visibile dall’esterno.
E questo deve essere un comportamento non solo del pontefice ma anche della sua curia – quindi dei cardinali. Non si può pensare che a gestire la politica – economica, relazionale, etc – del Vaticano e della Santa Sede siano cardinali che sacrificano a questo la guida delle anime. Serve, a mio avviso, una ristrutturazione sistematica dell’insieme.

Kung concorda con me e indica una via: non l’avevo pensata ma sembra poter funzionare. “Quanto fu chiesto al Cremlino lo si può chiedere anche al Vaticano: primo la glasnost, cioè trasparenza, il Vaticano dovrebbe preoccuparsi per primo della Trasparenza degli affari finanziari davanti all´opinione pubblica. E secondo la perestrojka, ricostruzione, ristrutturazione: il Vaticano dovrebbe ristrutturare le sue finanze e riorientare i fini della sua politica finanziaria“.
Si tratta di una proposta forte, un profondo cambiamento nell’atteggiamento stesso della Chiesa istituzionale verso l’esterno. Forte ma necessario, in tempi brevi. Forse non Ratzinger, ma il suo successore sicuramente dovrà scegliere tra mantenere una Chiesa immobile nel tempo e vederla svuotarsi, perdendo così incisività nella sua missione Apostolica, oppure cambiarla mantenendone salde le origini e i principi, ma rinnovandone l’aspetto e il funzionamento umano.
Non credo si tratti solo di religione: è una questione profonda di assestamento della realtà umana e mortale della Chiesa che deve saper parlare all’umanità a lei contemporanea. Arroccarsi su idee antiche non può che renderla aliena dal tempo e incapace di svolgere il suo compito. Gesù Cristo parlava in aramaico, non in ebraico antico. Oggi noi dobbiamo usare l’italiano e non l’aramaico o il nostro annuncio si sperderà nel vento.

Una riflessione, finale, su quanto sta accadendo: si ode fin qui lo stridere dei cardinali in preparazione al Conclave. Queste scandali a ripetizione suonano davvero come manovre di avvicinamento alla prossima elezione papale. Benedetto XVI ha 85 anni, inevitabile che il tempo passi e si affronti un tema tanto complesso quanto importante. Però queste manovre dovrebbero essere compiute in spirito di collaborazione fraterna, non seguendo profili di successione politica. Noi cristiani preferiremmo e ringrazieremmo.

 

 
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Pubblicato da su 31 Mag 2012 in Politica, Religione

 

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