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Serendipity!


Finalmente: dopo mesi di attesa, ecco per voi – e solo per voi – il mio post sulla serendipity!

La serendipità è cercare un ago in un pagliaio e trovarci la figlia del contadino.
Julius Comroe Jr.

Partiamo da qui: serendipity! Si tratta del termine connesso alla scienza che per primo colpì la mia fantasia con tale potenza da rimanere impresso nel tempo e, ancora oggi, essere un chiaro riferimento nella mia lettura – quotidiana – dei fatti di scienza.
Serendipity. Evoca immagini di vera ricerca. Evoca quel processo di costante avventura che deve caratterizzare l’essere scienziati ricercatori.

Credo che la definizione di Comroe dica abbastanza sulla serendipity da non dover aggiungere nulla per definirla. Piuttosto, mi piace raccontare come e quando è entrata nella nostra storia e come l’ha cambiata.
Partiamo da lontano e dai viaggi: la “scoperta” dell’America di Colombo è un caso di serendipity. Colombo non cercava l’America, cercava le Indie (orientali); cercava una via, più veloce, sicura ed economicamente redditizia (era genovese, mai dimenticarlo) per il Catai e paesi circostanti. C’era da aggirare il blocco musulmano, d’altronde, e quella via occidentale poteva essere foriera di interessanti sviluppi economici e politici. Ci sono stati, gli sviluppi, ma di tutt’altro tipo rispetto a quelli che Colombo si aspettava.
Passiamo poi alla medicina: senza “casualità”, niente penicillina. Non da Fleming, almeno. La sua scoperta, dovuta a un provino non disinfettato a dovere, ha cambiato (e allungato) la vita di milioni di persone sul pianeta. Eppure deriva dal caso…
Anche la radiazione cosmica di fondo a microonde è stata scoperta cercando ben altro; e, per rimanere nell’astrofisica e nelle particelle elementari, la scoperta recentissima dell’eccessiva velocità dei neutrini deriva da misure pensate per tutt’altro. L’elenco comprende anche i raggi X, il web, il teflon, i neuroni specchio… ma penso possiate trovare un elenco ancor più completo in rete.
Interessante è per me, invece, l’aspetto filosofico di queste scoperte. Penso ci guidino su posizioni decisamente “anarchiche”, lontane dalla metodologia popperiana. Feyerabend nel pensare che non esiste un metodo scientifico ci guida fin qui: la scoperta causale – l’importanza delle scoperta casuali – si aggiunge ai già molti indizi dell’inesistenza di un metodo scientifico efficace. Un po’ per Popper mi dispiace, il suo sistema è così… rassicurante. Eppure dobbiamo constatare, dati alla mano, che la scienza reale non funziona così.
Credo che, tutto sommato, sia rincuorante: l’epistemologia funziona allo stesso modo della scienza. Teorie che sembrano convincere ma poi crollano davanti a  nuove verifiche. Eppure rimane il loro inestimabile contributo.

Tuttavia non è solo la casualità a guidare queste scoperte. Un caso rimane un caso, a una mente poco allenata, non pronta, inadatta. Può invece essere uno stimolo, uno spunto vincente per la mente giusta: solo un vero genio sa coltivare un risultato inatteso in un successo storico e non si può che premiare tale merito. Solo i più attenti sanno sfruttare fino in fondo le possibilità che offre loro il caso: sarà che possiamo chiamarlo “destino”?
E quindi, tanto vale chiudere con le parole di Shakespeare: “All things are ready if our minds be so”.

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Pubblicato da su 1 dicembre 2011 in Divulgazione scientifica, Sproloqui, Teoria

 

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Immagina… la scienza!


L’edizione 2011 del Festival della Scienza di Genova s’è chiusa con un bilancio tutto sommato positivo; scampata l’alluvione per una manciata di giorni, la kermesse genovese ha attratto come ogni anno migliaia di persone, coinvolgendole nel principale evento di divulgazione scientifica in Italia.
Attraversare una città che per dieci giorni si riempie di magliette bianche e asterischi rossi comporta ogni volta un effetto simile alla sospensione dalla realtà: quei giorni trascorrono in una dimensione temporale tutta loro, con ritmi, riti e codici linguistici propri di noi animatori, di chi si dedica a raccontare la scienza a un pubblico interessato, curioso, stupito da quanto la scienza in realtà sia così vicina a loro. Di quanto vicini siano gli scienziati, di ieri, di oggi, di domani. 

La prima parola di cui oggi vi parlo è, quindi, raccontare. Il Festival racconta ogni anno storie e scienze diverse, attraverso i suoi attori principali. La scienza, a suo modo, è un racconto e fa parte di quella grande narrazione che è l’umanità, la sua storia. Forse è per questo che i ragazzi guardano con occhi strabuzzati il nylon tra le mani di un giovane chimico, che scolaresche ascoltano premi Nobel spiegare complessi passaggi di meccanica quantistica, che bambini si affannano su un difficile problema matematico fatto di corde e bastoncini.
L’impressione di ogni anno è la stessa del primo: sfatata l’atmosfera magica con l’esperienza, magari, ma permane la meraviglia di quanto si possa fare – e si debba fare – per raccontare come la scienza non sia così lontana.

Immaginazione è il futuro che ci attende: il prossimo Festival avrà proprio questa parola chiave. Ho già qualche idea in canna, qualche colpo da riservare per un paio di laboratori. C’è molta immaginazione nella mia vita – anche nella parte non scientifica – e credo di poter tradurre alcune di queste passioni in ottimi stimoli per la divulgazione. Spunti, anzi, più che stimoli. La scienza, dopotutto, è composta spesso di idee immaginate, di progressi inimmaginabili, di sorprese nate da un’intuizione in più del genio del secolo.
Ci proverò, le idee non mancano e le possibilità si raccolgono soltanto lanciando i dadi…
Immaginerò nuovi laboratori, state pronti: e il prossimo anno spero di potervi raccontare direttamente dal Festival, direttamente dalla parte dei proponenti – di nuovo, ma questa volta per me stesso – cosa vuol dire mettersi ad allestire a mano il proprio piccolo, umile laboratorio.

Appuntamento alla call for proposal, allora: non mancate!

 
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Pubblicato da su 15 novembre 2011 in Divulgazione scientifica

 

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