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Cambio di Paradigma


Ho passato molto tempo in questi giorni a parlare con parecchie persone riguardo la crisi economica – o quella politica – che il nostro paese e tutto l’Occidente sta attraversando. Il mio stupore maggiore è provocato dall’ampio consenso che il nome di Mario Monti sta ricevendo da più parti, comprese quelle parti che, per struttura, storia, ideali, dovrebbero aborrire le soluzioni che plausibilmente applicherà alla nostra situazione.
Messi alle strette, coloro che si son sempre dimostrati contrari a certi atteggiamenti – al capitalismo, diciamolo senza timore – hanno ammesso che servono risposte certe, risposte apprezzabili dai mercati, risposte credibili, risposte rapide. Serpeggia un giusto timore della crisi e una meno giusta credenza di certificazione univoca delle risposte di Monti: tali risposte, infatti, hanno l’unico vantaggio di essere ampiamente coerenti con il sistema economico in cui la crisi è nata e si è sviluppata. Guardacaso quello stesso sistema che, sulla carta, la sinistra dovrebbe voler abbattere.
Non criminalizzo affatto chi ammette tale priorità: è nella natura umana compiere delle scelte basandosi sull’intenzione di sopravvivere con il minor danno. Penso che anch’io, nonostante le parole, agirei sui medesimi toni, se messo davvero davanti a scelte stringenti. Siamo umani.
A stupirmi è che tutte le giustificazioni che emergono per motivare tali scelte riconducano immancabilmente alla necessità di agire in accordo con il sistema: nessuno prende in considerazione la possibilità di scelte diverse. Con tale definizione, ovviamente, non intendo soluzioni anti-liberistiche nel nostro contesto: ovviamente fallirebbero. Intendo modificare completamente il contesto, rinunciare alle regole del gioco e sostituirle con un altro. Lo sforzo immaginativo non arriva (quasi) mai, neppure tra i più abili politici della nostra sinistra (razionale) più estrema, a concepire un cambio di paradigma.

Ritornare a Kuhn per illustrare un momento così delicato momento della nostra società può suonare avventato; per me che non sono un filosofo è senza dubbio rischioso. Della sua struttura delle rivoluzioni scientifiche voglio però mantenere l’impressione, la suggestione di fondo: l’impossibilità di pensare al nuovo paradigma fino a che ci si trova in quello vecchio. Farà sorridere molti spiegare che questa suggestione deriva più dalla lettura di Crichton (Ian Malcolm, uno dei protagonisti di Jurassic Park, spiega i paradigmi meglio di Kuhn!) che da quella diretta dell’epistemologo statunitense. Eppure da lì nasce la suggestione, confermata dagli studi – più seri – di questi ultimi anni.
Il principale ostacolo a una risoluzione “di sinistra” della crisi proviene proprio dall’incapacità della sinistra di proporre linee d’azione non capitalistiche. Non solo non liberali, nell’accezione di contrarie ai grandi monopoli, agli industriali, agli imprenditori, sotto il segno delle garanzie e delle sicurezze per operai, dipendenti e ceto medio; intendo come soluzioni non capitalistiche quelle proposte che, basandosi su criteri e crismi completamente difformi dalla struttura economica attualmente in vigore, possano incidere realmente aggirando i limiti dell’attuale mercato.
Non essendo uno studioso di economia o un esperto autodidatta dell’argomento, non ho proposte reali in campo economico: eppure, nell’ammettere questa mia ignoranza, ho la presunzione di ritenere che ci sia qualcuno capace di fornire risposte del genere e azioni pratiche da mettere in campo. Mi chiedo perché, in un momento di crisi così violenta, la sinistra non faccia avanzare tali proposte e, anzi, le tenga ben segregate. Il dubbio che mi rimane è che neppure la sinistra – quantomeno quella sinistra parlamentare e politicamente ragionevole – sappia emergere da questo confine paradigmatico e portarsi al di là del liberismo e del capitalismo. Forse le accuse di una sinistra ormai completamente piegata al sistema è vero: nessun leader ha alzato la voce su questi temi o, se lo ha fatto, s’è trattato di un sussurro.

Questo discorso rischia di farmi passare per un marxista intransigente rivoluzionario: ben lungi, resto un pacato omicino post-democristiano, fieramente cattolico e fieramente convinto che, anche alla luce del Vangelo, si debba costruire una società più giusta, be difforme da quella attuale, ampiamente eretta su soprusi e privilegi. Non credo nella rivoluzione, nella dittatura del proletariato e, a ben vedere, non credo nel marxismo come sistema. Ha sicuramente aspetti interessanti, come molte altre teorie, e bisogna saper filtrare questi passaggi validi prima di gettarsi nell’applicazione. Credo però che molti passi si possano fare per migliorare la nostra società. Vorrei non essere una voce minuscola e solitaria: essere minuscolo mi sta anche bene, essere solitario no.
Mi piacerebbe che tutti quegli economisti che sanno e possono proporre alternative al neoliberismo filobancario di Monti si facessero avanti, o fossero spinti avanti dalla classe politica: per dirla alla Kuhn, siamo in una fase di “economia speciale”, quando si possono contrapporre modelli economici (e sociali) differenti, affinché uno emerga e caratterizzi il prossimo paradigma. In questa situazione, abbiamo due scelte: farci avanti ora per impedire un nuovo paradigma capitalistico liberale, o rassegnarci e passare la mano ai nostri figli. Non credo che nessuno tra chi legge oggi queste righe avrà una seconda occasione per cambiare le cose. E se l’occasione non è questa crisi, davvero nulla è un’occasione.

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Pubblicato da su 12 novembre 2011 in Politica, Sproloqui

 

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Moggi & Monti


Monti sarà presto nominato Presidente del Consiglio dal buon Napolitano.
Moggi condannato per i fatti di Calciopoli 2006.

Il collegamento sottile è di pura contrapposizione: ammesso che Moggi sia colpevole dei reati a lui ascritti, in proporzione avrebbe dovuto essere nominato presidente della FIGC, se si fosse seguita la stessa filosofia adottata dal Presidente della Repubblica per la scelta del successore dello Psiconano.
Se vogliamo trovare delle colpe per l’attuale crisi, infatti, non possiamo che frugare nel sistema economico, tra le banche, tra i liberali, tra gli economisti. Monti è uno dei maggiori signori di questo sistema malato che viene chiamato “capitalismo” ma che, a tutti gli effetti, è una forma di schiavismo e sfruttamento del 95% della popolazione mondiale, a vantaggio di un’esigua minoranza di signori e padroni che sul capitalismo si arricchiscono e costruiscono le loro fortune. Nominare Monti alla guida di un governo incaricato di risolvere la situazione di crisi è analogo a mandare Moggi a presiedere la FIGC nel bel mezzo di Calciopoli. Altro che lupo a guardia del pollaio.

Non è che Monti mi sia antipatico a prescindere, anzi: lo ritengo eccellente nel suo campo, probabilmente è anche una brava persona. A essere indigeribile è la politica economica che prevedibilmente proporrà al parlamento e propinerà a noi poveri mortali. Trovo che questo, più che risolvere i problemi veri e propri, trascinerà oltre la crisi i soliti difetti di un sistema che, ormai, è inadatto a gestire un pianeta. Quantomeno senza portarlo sull’orlo di un conflitto veramente globale e decisamente pericoloso. Il liberismo – il liberismo che ci propinano oggi, quantomeno – è la risposta sbagliata, è la risposta peggiore che si possa trovare alle necessità di equità e uguaglianza che tanti avvertono.
Vedremo e valuteremo una volta che sarà davvero al governo – se ci sarà. Ma non mi aspetto veramente nulla di buono da un governo tecnico a guida liberale: per un paese che ha bisogno di prelevare da imprese e, soprattutto, imprenditori, per garantire un wellfare e un futuro agli strati sociali più deboli, un paese che chiede una profonda revisione del mercato del lavoro che dia maggiori garanzie ai lavoratori e maggiori rischi a chi già è pieno di soli, un paese che necessita di un refit assoluto del sistema formativo, dell’istruzione, della ricerca… non è il liberismo la risposta adatta.
Le riforme che intendono farci subire non sono affatto l’unica via di uscita da questa crisi: sono l’unico sistema, semmai, che l’attuale struttura economica mondiale può tollerare per preservarsi. Ma questo sistema economico si è condotto sull’orlo dell’autodistruzione, forse oltre, e ora intende farci pagare i suoi errori per restare a galla.

A sentire Servizio Pubblico di questa sera i miei dubbi si confermano: non sono il solo a vedere un enorme problema per tutti noi con un governo Monti. Sinceramente il debito pubblico è solo un sintomo da curare, non il vero problema. La malattia è la disuguaglianza sociale, l’impossibilità di una società realmente aperta e libera per tutti.
Mi sto trasformando in un liberista alla Popper: credo anch’io, realtà alla mano, che una società libera si raggiunga solo lasciando all’individuo il compito di impegnarsi e alla società/lo stato il compito di impedire che l’impegno di uno ostruisca o danneggi un altro, anche indirettamente, anche con l’inazione. Lo stato, quindi, porta equilibrio ed uguaglianza con il suo lavoro.
Speriamo. Preghiamo. Preghiamo perché, purtroppo, non possiamo fare altro. E questa è democrazia…

Come ha appena detto Travaglio: “continuiamo ad affidare la soluzione dei problemi a quelli che li hanno creati?”.

 
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Pubblicato da su 10 novembre 2011 in Politica

 

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Del nostro meglio: il lupettismo come guida della società


Dal titolo potrebbe sembrare che mi sia dedicato all’uso di droghe pesanti, non lo metto in dubbio. Vi chiedo, però, di non scappare alla sola lettura del titolo ma di fermarvi a leggere le righe che seguiranno, perché forse hanno qualcosa di importante da dire.

Il motto dei lupetti è “Del Nostro Meglio”: nel branco ciascuno contribuisce a suo modo, impegnandosi al massimo secondo le sue possibilità, e nessuno valuta il valore assoluto di ciò che si ottiene ma solo l’impegno genuino e reale dei fratellini, la loro capacità di mettersi in gioco dando il meglio di loro stessi. Lo scoutismo ne fa un punto d’onore  e uno strumento educativo di primo piano anche nei momenti successivi, quando si diventa scout e guide, rover e scolte, capi.
Lo spunto educativo, l'”impegno”, la “preda”, la “Partenza” sono sempre commisurate al ragazzo che agisce: non ci sono livelli di capacità assoluti a cui fare riferimento, solo l’impegno del ragazzo nel suo percorrere la pista. E’ questo il vero criterio di giudizio del suo operato, non il risultato materiale dell’azione.
Camminare su una pista tracciata a propria immagine significa non dare peso alcuno alle reali differenze di potenzialità: è rispettare la parabola dei talenti, a modo nostro, io credo. A chi ha molto chiederemo molto, a chi ha poco chiederemo poco. Quel che importa è come ce lo daranno, non in quale quantità o di quale qualità.
Questo dovrebbe aiutarci anche nel pensare il nostro agire nella società; si discute molto di capitalismo in questo periodo di crisi e maturo lentamente la convinzione che anche in campo sociale ed economico dovremmo affidarci in qualche modo al criterio del “nostro meglio“.
La società di eguali che hanno cercato di creare altre generazioni è al di là delle nostre possibilità: “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali di altri” penso racconti benissimo la parabola di queste posizioni. Ottime intuizioni, belle teorie… ma effettivamente slegate dalla realtà.
Volendo restare in qualche modo sul piano utopico ma provando ad ancorarlo a dati fattuali – alla realtà – la chiave del motto dei lupetti può aiutarci, in qualche modo. Se l’unità di misura della nostra società smettesse di essere il prodotto e il suo valore ma l’impegno relativo profuso, in ragione delle capacità del singolo? Dovremmo, io credo, cessare di ritenere il successo un valore assoluto, un concetto che fornisce, in base al risultato, il valore di una persona. Dobbiamo, in definitiva, accettare che siamo diversi e che da questa diversità si può costruire una società veramente migliore, oltre che una società più giusta. Penso che si possa porre termine all’attuale idea di uguaglianza, quella che ci dice che “siamo tutti uguali” ma basarci su un’idea di uguaglianza fraterna in cui a vincere sia “siamo egualmente importanti, nonostante le differenze”.
L’evoluzione delle “pari opportunità” è un esempio pratico molto diretto. Non ha senso pensare che uomo e donna siano uguali sotto ogni punto di vista e possano svolgere identici compiti – aiutandoci con i grandi numeri: mediamente, un maschio ha una forza muscolare maggiore; solo una femmina può partorire e allattare un bambino; le differenze di struttura fisica consentono una maggior facilità di esecuzione a un genere o a un altro; le capacità relazionali e psicologiche di uomini e donne sono profondamente diverse, nessuna deve prevalere sulle altre. Dobbiamo imparare a convivere e a valorizzare le differenze, impegnando a comprenderci, a venirci incontro, ad accettarci e a non giudicarci.
Il “nostro meglio” svolge un ruolo analogo nel concepire i rapporti sociali, tutti gli altri rapporti sociali. Dopotutto, credo che a stabilire il vero successo non debba essere cosa ottengo ma quanto mi impegno per ottenerla. Nel “quanto”, ovviamente, possiamo includere anche la seria analisi delle mie potenzialità e la scelta del campo d’azione a me più congeniale: non pretendo di essere pagato milioni di euro per i miei quadri o per le mie canzoni, viste le mie scarse qualità artistiche. Ma se scopro che scrivere è la cosa che mi viene meglio e mi dedico con la massima dedizione, il totale impegno, la completa perseveranza a questo… perché non devo essere massimamente premiato?

Non voglio fornire una ricetta finale di utopia neocomunista a cui aderire, sia chiaro. Mi interessa però sollevare una riflessione su un criterio di rapporto, impegno e “valutazione” a me molto caro e che ritengo estremamente importante, oltre che vincente. Puntare su ciò che sappiamo fare meglio e farlo al meglio delle proprie capacità.
Mi ritrovo innegabile sognatore in questi giorni, ma ho le mie buone ragioni.

 
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Pubblicato da su 7 novembre 2011 in Politica, Sproloqui

 

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La sinistra deve essere anticristiana?


Sono giorni difficili per chi, a sinistra, pensava di essere cristiano – o, forse, per chi, cristiano, pensava di essere di sinistra.
Il dibattito circa fantomatiche inique esenzioni fiscali del “Vaticano” hanno caratterizzato una dura fase di contestazione della manovra finanziaria del Governo B., mettendo in mostra un repertorio di faciloneria, approssimazione e disinformazione che non mi aspettavo dalle correnti politiche che sostengo con atti, parole e voti.
La Questua di Repubblica, in quanto a disinformazione, penso sia seconda solo al terzetto Il Giornale/Libero/Minzolingua; sentire voci che rispettavo sparare dati inesatti a tutto spiano, spacciandoli per realtà, e vedere molta gente abboccare al tranello anticlericale ha generato un misto di scoramento e irritazione che ha avuto i suoi strascichi e continuerà ad averli in futuro.

Mi sono seriamente chiesto se l’anticristianesimo/anticlericalesimo sia una parte del codice genetico della sinistra di cui la sinistra stessa, per definizione, non possa fare a meno.
Credevo di no, da buon cattocomunista (appellativo che, come insulto, con me non attacca) ma corro il rischio di dovermi ricredere. Dati e parole alla mano, sembra proprio che la base elettorale della sinistra odi più chi aiuta i deboli (la Chiesa) rispetto a chi li affossa e li sfrutta (B. & C.).
Non sono valutazioni mie, in verità: è quello che ho raccolto discutendone qui e là su internet o con gli amici. Tutti disposti ad abbattere lo Psiconano, tutti dell’idea che lo stato sociale sia fondamentale, che l’Italia debba essere luogo per immigrati e via dicendo… e tutti pronto ad andare contro la più grande entità generatrice di “Wellfare” che abbiamo in Italia (ma anche in Europa o sul pianeta, suvvia). Affossare la Chiesa è diventato un principio valido di per sé, e pace se nel farlo – modificando la legge – si distrugge tutto il volontariato italiano. Eh si, perché i fatti, acclarati per me dalla lettura di leggi & decreti attuativi mai nominati dai detrattori, sono due:
La Chiesa già paga le tasse normalmente su tutti gli enti o le attività a carattere commerciale. Dove non lo fa è evasione fiscale e ci mancherebbe che non la andassero a punire. Ovviamente capita anche che i comuni si dimentichino… e lì scatta anche la collusione delle amministrazioni.-
Non si possono togliere le esenzioni alla Chiesa senza toglierle a tutto il no profit. Questo perché la legge parla genericamente di varie categorie di attività (tra cui l’istruzione privata… già, le scuole private non pagano l’ICI, tutte le scuole private… ma anche le COOP), quindi l’abrogazione sarebbe integrale. Peraltro, modificare la legge per escludere solo le attività ecclesiastiche sarebbe… come dire… incostituzionale! (Articolo 20).

Questo fatto è però un esempio soltanto, quello più recente da cui nasce la mia riflessione. Riflessione che parte da lontano, dalla formazione di una personale coscienza e volontà politica.
Mi sento apertamente di sinistra: in campo sociale penso di essere così a sinistra che i marxisti duri e puri avrebbero da prendere appunti quando parlo.
Approvo in toto lo stato sociale: per me la sanità dovrebbe essere solo gratuita e pubblica. Niente studi privati, niente cliniche. Esclusivamente statale: la salute è un bene troppo grande perché possa essere oggetto di logiche di mercato. Analogo discorso per le industrie farmaceutiche, ovviamente: nessuno dovrebbe sborsare un euro per essere curato.
Credo che gli evasori debbano essere puniti seriamente: un avvocato, un medico, un notaio che evade deve essere espulso dall’ordine. Stop. Un commerciante o un imprenditore che evade deve essere privato della sua attività, che verrà rivenduta all’asta. Stop. Un evasore, oltre alla multa, dovrebbe essere indirizzato a lavori di pubblica utilità (strade da asfaltare e così via) per ripagare la collettività di quello che le ha negato per anni.
Credo che le differenze di reddito/salariali/di classe debbano essere cancellate (su quelle di classe bisognerebbe aprire un altro topic perché non sono sicuro che queste classi esistano) dovrebbero essere minimizzate: non ha senso che un operaio guadagni mille euro e un dirigente un milione. Differenze minime e via così. In questo sono ampiamente contrario a ogni arricchimento basato sullo sfruttamento del lavoro (fisico o intellettuale che sia) altrui.
Sembrerebbero ordinarie posizioni d’estrema sinistra, di quella sinistra d’altri tempi… ma a cercarne le fonti, non le si trova in Marx, Lenin o Stalin.
Ho sviluppato queste idee su ben altre basi, che ho l’onore di riportarvi qui sotto:

Atti degli Apostoli, 2,42-48
Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane  e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.

Atti degli Apostoli, 4,32-37
La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune. Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande simpatia. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno.
Così Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Bàrnaba, che significa “figlio dell’esortazione”, un levita originario di Cipro, che era padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò l’importo deponendolo ai piedi degli apostoli.

Si, avete a che fare con un cristiano d’altri tempi, non c’è dubbio. E questo, in politica, comporta non pochi problemi.

L’essere di sinistra in quanto cristiano vuol dire, secondo me, semplicemente ritrovare la politica sociale della sinistra più idonea all’ideale di società (utopica, ahimè) che perseguo. Insomma, un’unione di intenti che ha radici in parte comuni.
Questo comporta problemi non da poco quando si scende in campo etico, perché lì le posizioni si radicalizzano su distanze a volte insormontabili.
Non faccio mistero di essere radicalmente antiabortista: ritengo l’aborto un omicidio al pari di prendere un fucile e sparare a una persona per strade. Peggio ancora, è l’omicidio ordito dalla madre stessa dell’assassinato, quindi ancora più spregevole. Comprendo razionalmente le motivazioni che, talvolta, spingono una donna a questa scelta, ma sono convinto che si tratti di una questione di educazione sociale più che di problemi pratici. Se la società proponesse fortemente serie alternative all’aborto ed educasse le giovani generazioni a queste alternative (l’abbandono del bambino e la sua assegnazione ad altra famiglia in primis), al fianco di una dovuta educazione alla responsabilità sessuale (se ti senti abbastanza grande da andare a letto con il tuo fidanzato, sappi che sei anche abbastanza grande da poter gestire la maternità che potrebbe conseguirne), penso che l’aborto diventerebbe uno strumento sorpassato, vetusto e barbaro quanto la tortura.
Sono anche contrario all’eutanasia, ma per quanto riguarda me. Penso che la vita sia un dono che non tocca a noi interrompere. D’altronde, in pieno accordo con la Chiesa, sono dell’idea che ciascuno abbia diritto di errare un po’ come gli pare. Nessuno ci obbliga a essere cristiani… quindi, con le dovute cautele, l’eutanasia dovrebbe essere una scelta autonoma del malato. Una scelta certa e sicura, però, non vaga e raggiunta per persone incapaci di comunicare attraverso vaghi ricordi di improbabili discussioni di anni addietro. Fogli scritti, firmati e testimoniati circa le proprie volontà sul proprio corpo. E, in caso di dubbi, massimo sforzo al mantenimento in vita. Non per niente, la Conferenza Episcopale Spagnola la pensa come me: in Italia, causa presenza del pastore tedesco, abbiamo un po’ di problemi a leggere le Scritture in ottica contemporanea.
In materia di referendum sulle staminali (termine veramente improprio), mi rifiutai di votare, con buona pace del PD e del suo impegno per il si. Erano quattro quesiti posti male, gestiti peggio, talvolta folli. Il problema è che su quella materia non si può far decidere a un referendum: c’è gente lautamente pagata in parlamento perché deliberi, con il sostegno e la consulenza di esperti… ebbene, che lo faccia! E io ringrazio il cielo di avere una cultura scientifica abbastanza valida da capire tutti e quattro i quesiti, comprese le conseguenze… l’italiano medio penso che non abbia afferrato nulla di quei referendum. Oltretutto un referendum è semplicemente abrogativo ed eliminare quelle norme – alcune delle quali decisamente antiquate – non avrebbe causato un vantaggio ma avrebbe semplicemente generato il far west legislativo. La conseguenza, dati alla mano, sarebbe stata l’eugenetica. permettetemi di condannare la selezione artificiale della razza umana…

Potrei intrattenervi decisamente a lungo con altri esempi, ma credo sia opportuno giungere al traguardo.
Essere cristiano di questi tempi mette in difficoltà l’essere di sinistra, almeno in me. Ci sono troppi spigoli che, anziché essere smussati dal tempo, si acuiscono e fanno male. Non fosse per questi, mi sarei già dedicato alla politica attiva da tempo, ma la difficoltà principale è trovare un partito in cui agire seriamente, senza sentirsi castrato o fuori luogo.
Evirando dal discorso ogni riferimento al centrodestra berlusconiano, la scelta è comunque difficile, perché l’UDC ha una politica sociale francamente troppo liberale – e, nonostante Popper, sono fieramente anti-liberale e anti-capitalista – mentre il PD ha la capacità di spiazzarmi ogni volta con azioni folli, come candidare dei radicali nelle sue liste, gente veramente priva di buonsenso (cristianamente parlando). L’IdV, detta in tutta sincerità da uno che più volte l’ha votata, mi suona come un partito a termine: pensionato il Nano, questi scompaiono. SEL promette bene ma è anche vittima di quei rigurgiti anticlericali che colpiscono già troppo il PD, figuriamoci i post-comunisti duri e puri. E’ veramente dura, lo so…

Abbiamo debordato dal tema principale: la sinistra deve essere anticristiana?
Vi ho esposto il mio cammino ideale: penso che, sulla base di questo, non debba esserlo. Credo, fatti di front agli occhi,l che voglia esserlo. Penso anche che una certa chiesa (la minuscola è voluta) – vedi Fisichella e le sue contestualizzazioni; vedi Ruini, vedi Bagnasco disposto a vendersi per qualche euro – faccia di tutto per riuscire indigesta a quegli elettori che, Vangeli alla mano, condividono in realtà la visione del cristianesimo. Penso, tutto sommato, che un cristiano non possa votare nulla che sia più a destra dell’UDC, perché l’equa ripartizione delle ricchezze non è un dettaglio insignificante del credo cristiano. Credo anche che le difficoltà nel votare qualcosa più a sinistra del PD siano dovute soprattutto a scontri tra posizioni cristallizzate, perché se qualcuno di SEL leggesse gli Atti come li ho citati io e se qualcuno della Chiesa si occupasse veramente di persone come chiedeva Francesco otto secoli fa… beh, la strada si farebbe più semplice per tutti.
Credo anche che la sinistra voglia essere anticristiana: è comodo, perché consente di non perdere un certo bacino di voti fatto da intransigenti che poco sanno ragionare con la loro testa. E’ facile, perché non mette in discussione meccanismi oliati. E’ lineare, perché non deve mettersi in discussione e, quindi, non rischia di perdersi per strada. Ma rimanendo sempre uguale a se stessa, rischia di svanire nel dimenticatoio, nell’anacronismo (suvvia, elogiare ancora Lenin & Stalin… non si dimostra di essere migliori dei fascisti, cribbio!).

Questo per concludere, oggi: penso che il cristianesimo possa essere la più grande risorsa per la società futura e sono certo che il cristianesimo non possa esistere senza Chiesa, per definizione. Credo ciecamente in questi ideali di cui ho parlato e prego ogni giorno perché la Chiesa si desti da questo letargo di potere secolare e si dedichi veramente a cambiare la società. Sono fiducioso, lo ammetto.
Credo anche che, in politica, la sinistra sia la scelta migliore; ma perché diventi una scelta buona, è necessario che abbandoni certe posizioni ormai datate e impari a lottare con tutte le forze democratiche che remano nella medesima direzione. Compresi noi cristiani.
A costo di rifondare la DC – di stampo Moro, intendiamoci – quel giorno voglio esserci. Non a guardare ma a fare. E credo che mi toccherà rimboccarmi le maniche fin d’ora…

 
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Pubblicato da su 7 settembre 2011 in Politica, Sproloqui, Teoria

 

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Esenzioni & Documentazione


Grazie a un interessante post sul blog Il Quinto Postulato (ah ‘sti matematici… ma avercelo io il seguito che hanno loro!), che trattava come accade spesso in questi giorni di Chiesa & Esenzioni, è nata una serie di commenti incrociati che hanno condotto a evidenziare una carenza nella presentazione delle fonti sul mio blog!
Sia mai! Bloch e Casarino inorridirebbero.. a ragione! Può capitare di non citare correttamente le fonti ma uno storico deve lavorare per essere il più accurato possibile. Non l’ho fatto e mi scuso con il lettore casuale. Le scuse, tuttavia, servono a poco se non sono seguite da una riparazione: vi dedico, quindi, un post che mette in luce le fonti fin qui utilizzate o consultate dal sottoscritto – troverete molto più di quel che ho scritto io, ovviamente – in modo che possiate farvi un’idea indipendente sull’argomento che trattiamo. Ringraziate come faccio gli amici matematici: senza di loro, probabilmente, avrei taciuto questo passaggio metodologico.

Prima di elencarle, un breve prologo metodologico. tendo a fidarmi dei giornalisti, ma lo faccio con l’oculatezza dello storico alle prese con fonti ovviamente di parte. Mi auguro che, per buonsenso più che per probità, un giornalista non mente: semmai, non dice. Pubblicare falsità è un rischio troppo grosso, mentre non pubblicare tutto è solo moralmente discutibile… e altrettanto fuorviante, certo.
Perché questa specifica? Perché capita che le fonti non concordino. Benedette fonti… tuttavia, l’analisi metodologica ci consente di scoprire che quasi mai le affermazioni dirette sono in aperto contrasto e, più che altro, le divergenze sono sul detto/non detto. A rinforzare la teoria di sopra, ecco.
Rimangono fuori dal discorso le fonti “istituzionali”: i documenti ufficiali li prendo per buoni, perché a mentire su quelli… beh, se accadesse, il problema non sarebbe più la veridicità della fonte ma la sensatezza di tutta l’istituzione a monte. Il che non vuol dire, ovviamente, che non abbia fatto verifiche altrove – le fonti orali, però, restano sotto segreto. Citare persone senza il loro consenso non è nel mio stile. Le ho scelte per fiducia personale – comprovata negli anni – e, su di loro, dovrete fidarvi di me.

Veniamo ai dati:
Trasparenza dell’impiego dei fondi dell’8×1000 da parte della Chiesa cattolica italiana: I dati si trovano principalmente sul sito dedicato: www.8xmille.it. A questo link si trova il documento ufficiale con cui, come prevede la legge, l’ente beneficiario rendiconta i fondi e il loro uso.
Legge & esenzioni ICI: Il testo di riferimento è il D. Lgs. 30 dicembre 1992, n. 504, successivamente modificato in così tanti passaggi che neppure ve lo linko. Molto interessante, secondo me, è la circolare ministeriale del 2009 che spiega come applicare le ultime modifiche e chiarisce a caratteri cubitali che l’immobile esente deve essere destinato interamente all’attività non esclusivamente commerciale. Su quell’esclusivamente, già presente nel testo della legge, s’erano accese le fantasie più sfrenate dei laicisti, disposti a sostenere che bastasse inserire una cappella in un albergo (sic! per ricevere l’esenzione. Leggendo questa circolare, invece, si capisce che non è così. Occhio alle parole: parla di “attività non commerciale”: quel che conta, quindi, è l’attività prevalente! Poiché in un albergo con cappella l’attività prevalente è palesemente l’albergo (a meno che la “cappella” non sia S. Pietro…), l’esenzione della cappelle non conta.
A dirlo con paroloni altisonanti sono è Legge del 4 agosto 2006 n.° 248 che converte in legge il decreto del 2 dicembre 2005 n.° 248; il tutto dovuto a un’interpretazione della Cassazione che rischiava di estendere la definizione di commerciale a tutti quegli enti che chiedono una partecipazione economica alle spese… tipo i bar ARCI o le mense Caritas, per intenderci. Ovvio che servisse chiarire queste esenzioni.
Due testi fondamenti e contrapposti: La Questua (da Repubblica) e La Vera questua (da Avvenire). Il confronto di dati & fonti è impietoso. Leggerli entrambi con dati a fronte può dare soddisfazioni non da poco.

Da un bel giro di informazione, quindi, si evincono due elementi fondamentali:
– Buona parte degli organi d’informazione – di sinistra, perlopiù, e la cosa mi urta molto perché quella sinistra io vorrei votarla per abbattere lo Psiconano – ci dipingono le esenzioni in modo divegrente dalla realtà. Perlopiù si tacciono informazioni, come il fatto che la legge che istituisce le esenzioni non parla mai di Chiesa cattolica e che se si abolissero quelle esenzioni crollerebbe il volontariato italiano, con danni ben peggiori delle “mancante entrate”.
– Esiste indubbiamente una quota di evasione fiscale all’interno della Chiesa: quella quopta di evasione va combattuta come tale, non togliendo i privilegi che tali devono restare. Ma, probabilmente, l’evasione è connessa a una quota di corruzione che impedisce alle amministrazioni locali di fare chiarezza, perché non conviene loro.

Spero di essere stato esauriente: restano molti documenti non citati e molte fonti silenti, ovviamente. Credo, però, che partendo da questi si possa ricostruire adeguatamente un quadro generale che aiuti un eventuale interessato a fare chiarezza.

 
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Pubblicato da su 1 settembre 2011 in Politica, Sproloqui

 

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Idee democratiche del Senato


Da una discussione su Facebook è emerso un interessante decalogo di linee guida dei senatori forgiato allo scopo di tenere la rotta nel presentare emendamenti all’imminente manovra finanziaria bis (sperando non ci sia una ter). Dico interessante perché nel marasma generato dalle proposte e controproposte del Governo questo documento è quasi un’isola di pacata serenità e, strano a dirsi, competenza.
Non è immune da errori, sia mai, ma presenta quantomeno l’intenzione attiva di non ledere gli interessi della grande maggioranza degli italiani, bensì di tutelarli, possibilmente colpendo chi da anni si arricchisce sulle spalle dei lavoratori.Vorrei farne un’analisi attenta e dettagliata, ma non credo sia questo il luogo per sviluppare certi temi. Semmai, se davvero volete discuterne, ditemelo e provvediamo…
Mi limito, quindi, a un gioco semplice e diretto: parliamo di SI e NO rilevanti, ovviamente premettendo un enorme secondo me!

Trovo buona parte delle proposte ampiamente condivisibili, più della manovra originale, quantomeno. In materia di evasione fiscale mi trovo ogni giorno più draconiano – fosse per me, l’avvocato che evade andrebbe espulso dall’ordine, permanentemente – e vedere che anche il PD sarebbe intenzionato a misure serve su questa materia rincuora; certo, il problema non è solo l’evasione ma anche l’eccessiva tassazione, ma credo che un adeguato regime di controllo (e di punizione) possa aiutare a recuperare imponenti cifre tali da ridurre la tassazione complessiva, soprattutto su chi meno ha. Sicuramente su questa via deve essere perseguito il sentiero dell’abolizione dei privilegi per i datori di lavoro che assumono a tempo determinato: uscire dal lavoro precario è fondamentale, quasi quanto l’eliminazione dell’evasione fiscale. Mi si dice che tassare il lavoro è insensato e che si dovrebbe tassare il patrimonio: posso concordare, in parte, ma si tratta solo di spostare il problema, come ben sappiamo. A mancare, in materia di evasione/elusione è più l’idea che quelle tasse ci tornino come servizi che altro. Non aiuta, ovviamente, la scadente qualità dei servizi stessi. Purtroppo le norme di questo genere e quelle sul falso in bilancio – o sulla giustizia – sono destinate ad arenarsi contro la strenua resistenza del PdL. Dal partito che detiene il record di leggi incostituzionali, tutte emesse per difendere gli interessi di una singola persona, un passo indietro è impensabile. Sarebbe come obbligarli a non essere più liberisti: già, vero, non lo sono… ma ogni tanto provano a fingere.
Mi piace moltissimo, al riguardo, la protezione dell’indipendenza delle parti sociali. Certo, alcune parti sociali di questi tempi hanno dimostrato che questa protezione – questa indipendenza – proprio non se la meritano; assistere a sindacati che si svendono a una maggioranza per fini che sono completamente opposti alle esigenze dei lavoratori è stato avvilente per chi è stato cresciuto da un sindacalista da lotta operaia, ancor più avvilente quando il peggior sindacato si dimostra essere proprio quello sostenuto /(in passato) da tutta la famiglia. Tuttavia trovo giusta l’idea e trovo essenziale metterla in pratica: la capacità di arginare il “ceto patrodale” (mi si perdoni l’improprio marxismo) è quantomai urgente e pressante, se vogliamo evitare la deriva liberista assoluta. Francamente faccio a meno di Reagan.

Non sono convinto dai passaggi sui taglia alla politica; non che li trovi sbagliati nella loro essenza o nei loro principi, ma la realizzazione mi lascia… interdetto.
Sinceramente credo che, più che ridurre la rappresentanza, sia opportuno ridurre i benefici di questa rappresentanza. Dimezzare i parlamentari è un’azione che trovo francamente stupida, perché gli italiani son sempre di più e devono essere debitamente rappresentati. Forse 630 + 315 sono troppi, ma 500+250 mi sembra un buon compromesso. Riducendo stipendi, diarie, benefit di varia origine e sconti al ristorante, magari. Riguardo gli enti locali, ho idee un po’ confuse sull’utilità delle provincie: non riesco a decidermi. Forse manterrei la mia idea originale: abolirle per quel che riguarda lo stato, lasciando alle regioni la libertà di organizzarsi al loro interno in provincie, se lo ritengono opportuno. Ovviamente a loro spese.
Le liberalizzazioni, poi, mi trovano francamente contrario. Quasi completamente. Non è privatizzando e liberalizzando i servizi che si fa il bene del cittadino. Semmai è garantendo una severa partecipazione e supervisione statale – con garanzie di rientro delle spese – nei servizi essenziali che si ottiene uno stato sociale completo e non limitato a certi settori d’intervento. Abbiamo visto le liberalizzazioni fin qui compiute in Italia dove ci hanno condotto: a costo di passare per stalinista, mi trovo contrario e, anzi, proporrei un maggior intervento statale. Non di soli tagli deve essere fatat una manovra ma anche di interventi mirati per ivnestire debitamente il denaro.

Ci sono poi alcune cose che secondo me mancano del tutto. Mancano alcuni tagli ad aree secondo me sopravvalutate – la difesa, per cominciare – e francamente rinunciabili. Una revisioni profonda del sistema di immigrazione, per esempio l’abolizione del disumano reato di immigrazione clandestina, aiuterebbe a tagliare spese di rimpatrio e di gestione dei flussi. Mandare a quel paese la Bossi-Fini ridurrebbe anche il tasso di delinquenza tra gli immigrati, fornendoci ulteriori risparmi. Ovviamente sono misure indirette, difficili da quantificare, ma forse più efficaci di tanti interventi diretti in materia economica. La lotta al lavoro nero – che potrei aver perso tra i passaggi, l’ora è tarda – è un’altra materia fondamentale, che si affianca alla lotta contro l’evasione. Se vogliamo uno stato più giusto, oltre che con i conti in ordine, non possiamo farne a meno. Son tutti capaci a far tornare i conti con una politica liberale…
Analogamente penso sia opportuno porre un tetto alle retribuzioni dei manager nelle società statali e partecipate, come vietare la presenza multipla in più CdA – a meno che uno non rinunci a tutti gli stipendi, tranne uno. La cumulatività di cariche milionarie davvero non ha alcun senso in questa situazione economica. Non è che dobbiamo proteggere gli imprenditori: dobbiamo esortarli a fare il loro dovere come tutti gli altri cittadini. Pagando le tasse. Poi andiamo a togliere fondi a Istruzione, Università e Ricerca (sarà che anche loro odiano la Gelimini o solo che non sa fare il suo lavoro?)… e pretendiamo che il paese funzioni!

Questa credo sia la chiave delle rotte che la sinistra deve proporre, oggi e domani: non una lettura economica della realtà e una meccanica ricerca di fondi/tagli, aderendo appieno al sistema economico internazionale. Dobbiamo lottare per un’economia che sia socialmente sostenibile e che non faccia ricadere i tagli sul wellfare state e le spese sui cittadini comuni. A tratti, sentendo qualche intervento dal PD, mi sembra di trovarmi in un incubo thatcheriano. Eppure l’ultima volta che ho controllato, il PD era a sinistra…
Poi passo per il comunista che non sono, ma dal mio angolino democristiano (cristiano-sociale?), queste mi sembrano le chiavi di volta dell’intervento veramente sociale che dobbiamo guidare. Non sono nemmeno un po’ liberista, mi spiace; credo che i lettori affezionati l’abbiano capito… e no, non sono neppure favorevole a discorsi come “se ho guadagnato tanto, merito di tenermeli”, perché probabilmente quel guadagnare tanto è stato ottenuto calpestando altre persone, meno fortunate o meno abili. E questo, nella misura in cui avviene nell’Occidente contemporaneo, non deve essere tollerato.

Prima di chiudere, vorrei sottolineare un passaggio che mi ha colpito veramente, non mi aspettavo di trovare qualcosa del genere in un vero documento politico. Ve lo cito: Soltanto un governo politico dell’area euro per lo sviluppo sostenibile e la gestione comune dei debiti sovrani, secondo le proposte elaborate dai partiti progressisti europei.
Può voler dire tutto e niente, questo è certo, ma l’idea che qualcuno pensi all’Europa come possibile via di uscita da questa pessima situazione globale è quantomeno rinfrancante. Mi sento meno solo nel cullare progetti – utopici – di reale integrazione dell’Unione. Forse, dopotutto, non sono l’unico a pensare che la nostra sola carta di uscita da un degrado incipiente per tutta l’UE sia una vera integrazione politica.

Penso che questo breve articolo dica molto poco; è soprattutto uno sfogo in questi giorni di difficoltà e tensione, apprensione per il futuro. Eppure… eppure bisognerebbe fare qualcosa! Stiamo assistendo perlopiù impotenti allo sfascio di un paese dovuto all’incapacità oggettiva dell’elité dirigente, il tutto ipnotizzati dallo sciopero dei calciatori o da efferati omicidi sapientemente posti in prima pagina per anni allo scopo di distrarci da ciò che avveniva nella realtà. Forse è l’ora di prendere il paese per le redini, prima che queste redini sfuggano del tutto e ci si ritrovi in mezzo alla steppa, appiedati. Ci mancano solo i khamort…

 
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Pubblicato da su 1 settembre 2011 in Politica, Sproloqui

 

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Diamanti galattici!


La notizia è risuonata in questi giorni sul web ma qualcosa di simile era già datato 2004. Un corpo celeste, distante migliaia di anni luce, è perlopiù composto da carbonio cristallino purissimo.
Diamante.
Le enormi trasformazioni fisico-chimiche che avvengono nello spazio spesso giocano scherzi di questo tipo e accendono la fantasia di noi terricoli. D’altronde i diamanti si generano anche sulla Terra in condizioni estreme; per dare quel tipo di regolarità al carbonio – che preferirebbe ordinarsi per piani, sotto forma di grafite – servono pressioni notevoli e non meraviglia che proprio nello spazio, dove le condizioni più estreme rispetto al nostro habitat sono frequenti, si possano trovare “sorprese” come questa.

Sicuramente la scoperta non cambierà il mercato mondiale del diamante; raggiungere quel che resta della stella e che orbita attorno a una pulsar è impensabile e, anche fosse possibile, avrebbe un costo proibitivo (e tempi abbastanza lunghi). Ci aiuta, però a riflettere sulla nostra economia e su come si tratti di un sistema del tutto convenzionale. Come ogni convenzione, al variare delle condizioni iniziali mette in luce tutta la sua debolezza.
Se il diamante fosse meno raro, avrebbe indubbiamente meno valore: è una constatazione banale. Eppure siamo abituati a considerare gli oggetti preziosi, preziosi di per se stessi. Ricordarsi che non è affatto così – se domani scoprissi che sotto casa mia c’è un pozzo dove si trovano miliardi di tonnellate di diamanti purissimi, il loro valore sul mercato crollerebbe e io sarei ricco comunque – ci stimola a riflettere non sulla stabilità della nostra economia quanto sul buonsenso che vi si trova alla base.

Chiudiamo parlando ancora un po’ di scienza: la teoria per cui le stelle potrebbero avere, in alcuni casi, un “cuore” di diamante è datata anni ’60. Ha un suo senso: il carbonio è prodotto elle fasi più avanzate della vita dei corpi celesti, quando si fondono elementi ben più pesanti del classico idrogeno. Sono fasi di compressione per le stelle, quindi le forti pressioni non mancano. Pensare che gli elementi più pesanti scendano verso il centro della stella non è impensabile… sono dubbi e sistemi che gli astrofisici ci chiariranno a loro tempo. Questa, d’altronde, è una stella di natura ben diversa; buona parte degli elementi più leggeri le sono stati strappati dalla sua vicina, il carbonio è tutto quello che le è rimasto. Per farsi veramente bella, allora, ha rinunciato ala scura e fragile grafite per splendere di luce – riflessa – diventando diamante. Uno scambio che l’ha resa per noi celebre e ammirevole.

 
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Pubblicato da su 29 agosto 2011 in Curiosità, Divulgazione scientifica

 

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