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Lo spiraglio della partecipazione


Non credo che il successo del Movimento Cinque Stelle a Parma sia una vittoria dell’antipolitica, come non lo credo della sfiducia nei confronti degli attuali partiti. Penso, invece, che si tratti di uno spiraglio di vera politica, incarnata nell’impegno sano e genuino di alcuni cittadini e nella noia verso le arcaiche forme partitiche di altri.
Nascondersi dietro l’astensione, che invece dovrebbe essere un ulteriore sintomo su cui riflettere, non può che depistare la riflessione all’indomani del voto amministrativo italiano.

L’antipolitica, semmai, risiede proprio nell’astensione di chi crede, rassegnato, che la politica non abbia più niente da dire: significa, essenzialmente, che non si riesce a immaginare un modo diverso di fare politica. Io, che ho memoria di uno stile esteticamente diverso – la “Prima Repubblica” – e che vorrei vederne un altro ancora all’opera nell’Italia di domani, mi sento in dovere di spiegare a molti che la politica che abbiamo vissuto negli ultimi vent’anni, politica spesso non lo è stata.

Sicuramente il cancro berlusconiano è stato un elemento importante nella costituzione dell’attuale sistema e della sua crisi. Non mi riferisco, ovviamente, soltanto alla coalizione politica radunata attorno al “papi” e tenuta assieme, in assenza di idee e ideologie, dalla brama di potere: penso soprattutto alla mentalità commerciale, di basso livello, “caciarona” costruitasi a partire dalle sue reti televisive e oramai imperante il tutto il paese. Non è una questione di moralità, si faccia attenzione: ben prima di preoccuparsi delle ragazze seminude in Tv, bisogna interrogarsi sul motivo per cui sono lì. Le menti si sono decisamente addormentate e sono state così addomesticate a un livello di discussione e pensiero preoccupantemente basso: una sorta di terapia dei “piccoli passi”, vincente nell’assicurare al Nano il potere per un ventennio, distruttivo per il futuro del paese, considerando anche che dalla sinistra e da tutti gli altri è stato seguito sul medesimo campo d’azione. Proprio la sinistra, infatti, che avrebbe dovuto denunciare e contestare con forza quest’azione di svuotamento valoriale del fare politica, s’è ridotta ad agire con strumenti perlopiù analoghi, spettacolaristici, vuoti di contenuti.
Ho creduto nel progetto del Pd ma ne esco oggi fortemente deluso: già l’inserimento di Radicali – partito secondo in follia solo alla Lega Nord – nelle liste delle ultime politiche mi ha tenuto lontano dal crocettarli, l’attuale situazione mi tiene lontano dal considerare qualsiasi collaborazione, o quasi.

E così si è giunti a una crisi radicale senza che la grande maggioranza del paese se ne accorgesse, mentre una manciata di persone più lungimiranti attendevano speranzose questo momento; ovviamente non si tratta di un passaggio indolore, giacché coincide con un’epocale crisi economica. La scossa serviva e doveva essere catalizzata da grossi problemi, purtroppo, non ce ne saremmo mai accorti in altre condizioni.

Servono, allora, ricette per il domani: dovranno essere sperimentali, per forza. Chi si presenterà sostenendo di avere tutte le risposte e tutte le soluzioni sarà un mentitore. D’altra parte, dovremo fidarci di chi vorrà indicare una strada e invitarci a intraprenderla, per costruire le soluzioni assieme.
I referendum del 2011 ci hanno dimostrato, dopotutto, che la democrazia partecipata ha possibilità di rivelarsi vincente: coltiviamola. Come è indispensabile coltivare una nuova moralità politica, che dia speranze e garanzie a chi vota. Non possiamo permettere che la democrazia collassi sotto i colpi del facile populismo degli estremi, dopotutto, come rischia di accadere in Grecia.

Che partecipazione sia, allora: senza andare a rifiutare le ideologie, però, perché un disegno generale entro il quale orientarsi serve. Credo, anzi, che sia fondamentale. Lasciamo che prenda forma, quindi, e che possa aiutare gli italiani.
Dal canto mio qualche idea – rifiuto del liberismo, uguaglianza sociale reale, attenzione ai deboli, spinta sul welfare – ce l’ho e intendo gettarla nel grande calderone, aiutandola a emergere. Questa è l’ora di infilare i guanti e mettersi al lavoro.

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Pubblicato da su 21 maggio 2012 in Politica, Teoria

 

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Fine del libro, fine degli autori… ma anche no!


Girando un po’ la rete mi sono imbattuto in un interessante articolo di Giuseppe Granieri su La Stampa (on line). Tratta dell’evoluzione digitale del libro, prendendo spunto da una dichiarazione di Ewan Morrison che sostiene  La rivoluzione digitale, nel giro di 25 anni, ci porterà la fine dei libri stampati. Ma, ed è ancora più importante, gli ebook e la facilità di pubblicazione elettronica segneranno la fine dello scrittore di professione“. Una dichiarazione decisamente allarmante ma che Granieri minimizza e, anzi, contrasta.

Credo di condividere la lettura generale dell’articolista; sicuramente la nascita dell’editoria digitale comporterà un radicale cambiamento per l’editoria – e per l’utenza dell’editoria – paragonabile all’applicazione della stampa su vasta scala. La Rivoluzione del Libro, di Elizabeth L. Eisenstein, è un testo che illustra secondo me molto bene – pur esagerando l’importanza assoluta dell’evento nell’equilibrio complessivo della storia umana – il passaggio dal libro scritto al libro stampato; una vera rivoluzione che, indubbiamente, ha le sue rassomiglianze con ciò che sta accadendo oggi, almeno nella portata.
Più che sulla distruzione del mercato, credo sia opportuno quindi soffermarsi sulla sua trasformazione. L’editoria digitale sta già dimostrando una notevole spinta propulsiva, crescendo con la rapidità tipica dei fenomeni legati alla tecnologia contemporanea, e mette in luce limiti e vincoli del mercato “tradizionale” che prima non potevamo percepire. Abbattere tali vincoli, se da un lato causerà indubbi malesseri e malumori, dall’altro donerà una vitalità che non pensavamo realizzabile.

Il primo e più importante esempio che mi viene in mente è il “salto” di passaggi tra autore ed utente (utilizzatore?) finale del prodotto letterario. Se oggi questi passaggi assorbono costi – a fronte, ovviamente, di un servizio di qualche tipo – la loro riduzione non potrà che modificare prezzi & ricavi delle opere letterarie. Lungi dall’annunciare la morte della professione di scrittore, sono fiducioso per un suo sviluppo. Gli autori stessi potranno porre sul mercato le loro opere con maggior facilità – e minori costi; un esordiente potrà appoggiarsi a semplici programmi per il suo pc domestico che impaginino e formattino correttamente il testo; poi potrà caricare su un sito specializzato la sua opera, dotandola di un prezzo secondo lui competitivo; l’incasso, poi, sarà completamente suo e potrà sottrarvi le spese (per il pc,l per i programmi di scrittura, per l’hosting sul sito). Formati simili sono già in uso in questi anni e riscontrano notevole successo, tanto che anche autori più quotati possono iniziare ad avvalersene; non mi stupirebbe che la struttura editoriale si modificasse radicalmente e che ciascuno divenisse editore di sé stesso o che nascessero cooperative di autori (noti) che condividano un unico staff, da loro dipendente (le professioni collaterali sono molte e preziose, non si può certo pensare di pubblicare ad alto livello da soli).

Questa è solo un’ipotesi veloce ma delinea uno scenario secondo me estremamente interessante. Per niente drammatico e apocalittico ma stimolante, innovativo.
Non sono avverso al cambiamento in quanto tale, anzi; è evidente dallo studio della storia che  il cambiamento sia l’unico fattore “coerente” e costante all’interno dei fatti. Nulla è costante, semmai passiamo da uno stato stabile all’altro per transizioni infinitesime. Credo quindi che cambiare sia non solo giusto ma connaturato nell’evoluzione inarrestabile. Non crediate di avere a che fare con un positivista, però, convinto che ci sia una continua evoluzione, un progresso nell’accezione più ristretta del termine; non valuto Oggi migliore di Ieri e peggiore di Domani. Sono semplicemente diversi.
I cambiamenti in questi anni stanno assumendo velocità sempre più elevata, alcuni avvengono quasi come repentine rivoluzioni. I settori tecnologico e informatico – internet in particolare – spingono questo effetto oltre ogni limite che riusciamo a pensare; quel limite cade nel momento stesso in cui lo concepiamo. Assistiamo veramente a un’era del “cambiamento istantaneo” e abbiamo modo di provarlo ripensando al nostro passato; com’erano diversi gli anni ’80 e ’90 dal decennio che stiamo vivendo ora? non credo che, a memoria d’uomo, ci siano state trasformazioni più repentine e radicali in così brevi lassi di tempo

Abbiamo riflettuto su alti sistemi partendo dai libri; per chiudere, voglio dirvi che non vedo la morte del libro e dello scrittore come prossimi. Lo ribadisco perché penso, piuttosto, che assisteremo a una sua rinascita. Morirà, forse, il libro di carta, com’è morto il manoscritto (e ci vollero secoli, sappiatelo). La carta sarà soppiantata con tempi celeri, certo, perché oggi tutto è più veloce. Ma il libro resterà; non smetteremo di sognare sfogliando parole (digitali), non smetteremo di sospira sui racconti dei nostri romanzieri preferiti, non smetteremo di tremare leggendo Stephen King.
E ora torno a Turtledove, in edizione cartacea ma economica.

 
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Pubblicato da su 24 agosto 2011 in Libri, Sproloqui, Teoria

 

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