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Referendum al via!


Oggi ho firmato 2600 schede, tra i quattro referendum su cui domani tutti noi ci esprimeremo. Il mio dovere di scrutatore è così compiuto.
In osservanza del silenzio elettorale, oggi nessun commento sul merito dei referendum: niente dibattiti fra “si” e no”. Potete facilmente immaginare come la pensi ma questo è un altro discorso.
Il post di oggi è un po’ un diario e un po’ un promemoria.

Trovo l’essere membro del seggio un servizio alla nazione; non sono militarista, non sono eccessivamente patriottico, non sono un fedelissimo dell’Italia (sono perlopiù europeista, infatti) ma credo che sia dovere di ogni buon cittadino collaborare attivamente con la società in cui vive, secondo le proprie capacità e facendo del proprio meglio. Per me significa (anche) fare lo scrutatore, quando sono chiamato.
E’ un’esperienza interessante, sia perché mette a contatto con quel mondo burocratico che è la democrazia/repubblica, sia perché rende partecipi dell’evoluzione della nazione.
A me piace e sono contento di rifarlo. Questo è quanto.

Trovo anche che i referendum siano uno straordinario strumento di espressione popolare. Immancabile.
Usiamolo, quindi. Votando si, no o bianca, ma usiamolo. Facciamo sentire la nostra voce, qualsiasi essa sia.
Al riguardo, brevissimo appunto sul voto: i seggi saranno aperti domenica dalle 08.00 alle 22.00 e lunedì dalle 07.00 alle 15.00.

Con questo vi saluto e vi auguro buon weekend; penso che torneremo a sentirci lunedì sera o martedì. Prima ho da fare al mio seggio.
Buon weekend a tutti!

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Pubblicato da su 11 giugno 2011 in Diari, Politica, Sproloqui

 

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TV democratica: il canone è mio ma (per fortuna) non decido io.


Santoro non mi è troppo simpatico; lo trovo spesso eccessivo e francamente troppo invadente verso chi non la pensa come lui. Tende troppo spesso a interrompere, più che a condurre.
Resta il fatto – dato di fatto non discutibile – che faccia veramente bene il suo mestiere e che il pubblico lo apprezzi. Gli ascolti sono matematica e, come si sa, è difficile che la matematica menta.
L’ultima puntata di Annozero ha avuto un seguito decisamente importante e ascolti che fanno svanire ogni altro programma d’informazione politica (talk show che dir si voglia): si parla di oltre il 33% di share e di circa 8 milioni di punta massima… numeri che dovrebbero far pensare.
La Rai può davvero liberarsi di Santoro, economicamente parlando, o ha ragione Bersani nel fare il paragone calcistico con la gestione-Garrone della Sampdoria? Credo che al riguardo i numeri dicano tutto.

Eppure i numeri non sono tutto: nel campo dell’informazione – ma non solo – l’etica ha una priorità sul guadagno. Vorrei fosse davvero così e lo fosse per tutti in ogni campo.
Ieri sera Castelli ha detto che Travaglio è di parte e fazioso. Premesso che non trovo Travaglio fazioso bensì di parte, cioè ha una posizione chiara, limpida, mai nascosta e sempre predicata, comunque educata e mai vile o subdola, il che non può che essere bene per uno che fa l’opinionista politico; secondo Castelli questo dovrebbe escluderlo dalla Rai in ragione del canone che tutti i cittadini italiani in possesso di sistemi di ricezione dovrebbero pagare.Infatti, poiché è di parte e quindi non corrisponde ai gusti di tutti gli utenti del servizio, dovrebbe andarsene.
Io spero che Castelli dicesse questa cosa sapendo che si tratta di un ragionamento privo di sensi; forse ripongo troppa fiducia nell’intelligenza di una persona che appartiene a un partito che crede nell’esistenza di nazioni fantasy (Cfr. Padania) ma oggi voglio essere quantomeno buono con lui.
Il (falso) sillogismo di Castelli è il seguente:

1) Travaglio è di parte, ovvero incarna posizioni parziali
2) La Rai è un servizio pubblico, quindi di tutti

–> Travaglio non può far parte di un servizio pubblico perché non può piacere a tutti, in quanto di parte.

Ora, il sillogismo ha una sua coerenza interna anche se manca di eleganza e di efficacia. Possiamo smontarlo per assurdo… o, quantomeno, ridurlo a un sillogismo formalmente corretto ma privo di vera valenza perché porta a conclusioni paradossali o sgradite al suo stesso autore.
Direi che da questo pensiero, infatti, discendono due possibili conclusioni (una delle quali disponibile in due versioni):
a,1) (versione Hard) La Rai, in quanto servizio pubblico, deve offrire solo prodotti che piacciano a tutti: un qualsiasi prodotto che non sia gradito anche a un solo utente deve essere rimosso dalla Rai proprio in virtù della natura pubblica della Rai. Ciao ciao X-factor, ma voglio vederlo un programma che piaccia a tutti e che non trovi un solo detrattore…
a,2) (versione soft) Come sopra, ma limitato alla sola informazione d’opinione, soprattutto politica. Minzolini, Vespa, Ferrara e Sgarbi quand’è che levano le tende dalla TV pubblica?
b) La Rai è un servizio pubblico: non potendo ogni frammento di questo servizio accontentare tutti, è importante che la programmazione sia estremamente varia, per quanto sempre professionale.

Direi che le prime due opzioni ridurrebbero la TV pubblica al nulla o a una noia mortale; insomma, niente che sia anche lontanamente capace di compiere il suo dovere di servizio pubblico.

Io credo che in un servizio pubblico non solo ci sia spazio per voci di parte ma anche che queste voci siano essenziali per la fruibilità di tale servizio. L’Italia non è un paese compatto, ciascuno la pensa a modo suo e questo dovrebbe essere per noi una grande forza; è dal confronto di idee diverse che si origina la crescita. Inoltre proprio ascoltando pareri differenti e contrastanti è possibile originarsi un’idea propria e indipendente, nata dalla critica dei dati e delle idee altrui. Insomma, un bel lavoro di metodo direbbe Bloch (o Popper).
Per questo non vedo che male ci sia nell’avere in Rai Travaglio, Santoro o Vespa: già potrei criticare di più Minzolini, non perché ha idee particolari ma per l’uso criminoso che fa della sua posizione. Un telegiornale dovrebbe fornire notizie: l’esistenza di un referendum, che si sia per il No o per il Si, non è notizia da nascondere per fare un favore al capo. Un conto è la posizione politica, un conto il servilismo, un altro il raggiro all’utenza. Etica professionale credo si chiami.
Torniamo però al tema principale: la Rai è un servizio pubblico e deve dare strumenti equi, quindi plurali. Questo non può portare però a programmi di informazione asettica; in primo luogo perché è impossibile comunicare senza trasmettere qualcosa in più della singola informazione, in secondo luogo perché farlo significherebbe appiattire l’offerta, annullare lo spirito critico.
L’opinione altrui è fondamentale nella formazione dell’opinione propria: fondamentale è non essere proni nella ricezione di tale opinione, anzi, criticarla e ascoltare opinioni diversificate. Ma è compito della Rai lasciare spazio a tutte queste opinioni diversificate. Proprio perché Pubblica.
Proprio perché la pago anch’io, deve esprimere palinsesti tali che tutti possano trovare al loro interno qualcosa che li stimoli, li soddisfi e faccia loro sentire la Rai come qualcosa di nazionale, pubblico.
Santoro fa questo per me; per Castelli, forse, lo fa Vespa. Per qualcun altro lo fa NCIS, X-Factor o Minzolini.
Non vedo il problema. Davvero.

Credo, in effetti, non ci sia alcun problema e sia solo un pretesto da parte del centro destra di liberarsi di personaggi scomodi: Fazio, Travaglio, Santoro, la Dandini, Saviano, la Gabanelli. Gente che fa audience ma anche non prona ai desideri del Leader Maximo di Hardcore, gente che pensa, gente che – destra, sinistra e centro, li si trova tutti – ha diritto e, anzi, dovere di parlare. Ancor più nel servizio pubblico: un privato non è tenuto alla massima pluralità, il servizio pubblico si.
In Italia, tuttavia, sappiamo come va a finire. Biagi, uno dei migliori giornalisti della storia della Rai, è stato accantonato perché non piaceva a Berlusconi. Questo lo ritengo non solo sbagliato ma decisamente vergognoso e disgustoso: provo disgusto per una struttura pubblica che si adegua a provvedimenti del genere, vere e proprie epurazioni politiche. Fortunatamente la presenza di La7 ha cambiato le carte in tavola: Santoro forse non farà 8 milioni di spettatori su La7 ma ne facesse anche solo 5 sarebbe un vero tracollo per la Rai, un aggravarsi di un deficit che tocca tutti noi proprio perché la Rai è di tutti. Non voglio che i miei soldi siano buttati per sostenere programmi che non hanno spettatori, soprattutto se l’azienda (pubblica) sperpera le sue risorse lasciando andare i veri cavalli di razza, coloro che a questo deficit possono porre rimedio. Santoro ieri sera ha detto che i programmi invendibili li paga tutti Annozero: ha ragione. Annozero costa, tutto compreso, molto meno di quanto incassa in pubblicità, per non parlare dell’immagine. Un vero affare per chiunque possa permettersi – o abbia la fortuna – di mandarlo in onda.
Che ci si faccia un pensiero… e che riflettano coloro che chiedono l’epurazione ma sono pronti a trattenere Vespa & Minzolini. O fuori tutti, e TV di stato morta, o dentro tutti, e viva il pluralismo.


A chiudere, vorrei ricordare che il comportamento di Castelli e Brunetta, che praticamente hanno incitato all’evasione fiscale, è qualcosa di assurdo e degno di una repubblica delle banane. Si tratta di un ministro e un vice ministro attualmente in carica; in paesi civili – veramente civili – dichiarazioni del genere comportano dimissioni, denunce e ostracismo. In Italia comportano il plauso del loro leader nonché Presidente del Consiglio. Una farsa di democrazia, una democrazia farsa.
Poi non venite a dirmi che non ve l’avevo detto.

 
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Pubblicato da su 10 giugno 2011 in Politica, Sproloqui

 

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10 giugno 1924: morte di un eroe


Ottantasette anni son passati e siamo ancora qui a ricordare il martirio di un politico che ha donato la sua vita all’Italia, massacrato dalla violenza di un regime che non possiamo e non dobbiamo dimenticare.
Non credo di voler dire molto, al riguardo: in effetti, c’è poco da dire senza ricadere negli schemi già visti, da una parte o dall’altra.
Matteotti è stato un eroe a prescindere dal pensiero politico e a prescindere dalla sua morte: è stato un eroe perché s’è apertamente schierato contro il regime vincitore, quel regime che aveva già dimostrato una spiccata predisposizione per la violenza e per il disprezzo del rivale politico. Quello stesso regime che, giunto al potere con la violenza, con la violenza si era garantito il consenso elettorale.
Oggi ci può ancora dire qualcosa questa parabola: non credo ci troviamo in identiche ambasce per la nostra democrazia ma il pericolo è vivo non tanto per la pericolosità dei politicanti – ce lo vedete Vendola dittatore o lo Psiconano a piazza Venezia? – quanto per il disinteresse e la disaffezione degli italiani.
Il problema politico, nella sua più ampia accezione, tende a scivolarci addosso; il voto è gesto superficiale, mai approfondito, mai critico. Da questo dobbiamo difenderci e questo è il vero pericolo del berlusconismo: l’anestesia delle coscienze, il sonno della mente. Un sonno forse rinfrancante, forse portatore d’oblio: ma al risveglio cosa troveremo della nostra Italia?

Matteotti ci lascia questo messaggio, assieme agli altri Padri della nostra patria: vigilate e lottate, impegnatevi. Che siate di destra o di sinistra, liberali o socialisti, democristiani o grillini: non smettete di criticare, non smettete di indagare, non smettete di capire. Soprattutto, non smettete di pensare. Ne va della vostra libertà!

Alcune sue parole per finire questo post; forse è utile ricordarlo non solo per la sua morte ma per i motivi che spinsero il regime a ucciderlo. Le sue parole era una condanna alla conduzione politica del tragico governo fascista: oggi suonano come un monito che non dobbiamo dimenticare. Mai come oggi, in quest’Italia in cui la democrazia è appesa a un filo, ricordare dove può giungere l’orrore della dittatura è fondamentale e centrale nella lotta costante per il mantenimento della libertà.
Innanzitutto è necessario prendere, rispetto alla Dittatura fascista, un atteggiamento diverso da quello tenuto fino qui; la nostra resistenza al regime dell’arbitrio dev’essere più attiva, non bisogna cedere su nessun punto, non abbandonare nessuna posizione senza le più decise, le più alte proteste. Tutti i diritti cittadini devono essere rivendicati; lo stesso codice riconosce la legittima difesa. Nessuno può lusingarsi che il fascismo dominante deponga le armi e restituisca spontaneamente all’Italia un regime di legalità e libertà, (…) Perciò un Partito di classe e di netta opposizione non può accogliere che quelli i quali siano decisi a una resistenza senza limite, con disciplina ferma, tutta diretta ad un fine, la libertà del popolo italiano.

 
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Pubblicato da su 10 giugno 2011 in Politica

 

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Vittime si, ma solo di parte


Da queste parti è emerso un ampio e sterile dibattito circa le vittime della Guerra di Liberazione e dell’immediato dopoguerra, scatenato da un’iniziativa revisionista (per davvero revisionista) della Consulta Provinciale che, per un concorso a tema storico, ha inserito tra i possibili argomento quello dell’omicidio di una ragazzina savonese da parte dei “partigiani” locali. Le fonti indicate nel bando per approfondire l’argomento sono neutrali e valide quanto un parere del Nano sul giornalismo di Santoro.

Discutendone un po’ in giro, ho constato che manca completamente l’interesse verso le persone che in quei tempi veramente tristi e difficili hanno perso la vita. A nessuno di coloro che affrontano la situazione in pubblico pare interessare veramente la tragedia di una vita spezzata: tutti sono intenzionati a veicolare un messaggio politico, a trarre vantaggio per il loro partito/fazione, a ribadire la violenza della parte “avversa”. Come se la guerra, la Liberazione, il dopoguerra fossero questioni ancora d’oggi e non un passato da studiare, tenere a memoria, non dimenticare e… mai imitare!
Ci si ritrova così ad assistere a buffe manifestazioni di parte: le vittime sono elencate sempre per appartenenza: trovare un elenco degli eccidi e della violenza di quegli anni è pressoché impossibile perché nessuno si preoccupa di presentare tutte le vittime sullo stesso piano. E’ possibile leggere completi elenchi delle barbarie naziste o accorati memoriali delle stragi partigiane, ovviamente, ma nessuno tratta organicamente la violenza locale nel suo complesso e, soprattutto, pochissimi lo fanno con ottica di analisi storica. Le fonti citate – in realtà citate quasi mai! – sono di parte, inaffidabili o inconsistenti; nonostante accorate dichiarazioni di neutralità, colui o colei che scrive appare palesemente di parte, interessato a commemorare solo una parte dei defunti e, soprattutto, chiaramente mosso dall’intenzione di strumentalizzare tale violenza a scopi politici.
Insomma, ho letto cose incredibili. Dai leghisti che si rifanno ai valori cristiani nel ricordare le vittime (o sei leghista, o sei cristiano: delle due, l’una) allo “storico partigiano” che giustifica ogni singolo omicidio “rosso” (il suono delle unghie sul vetro era insopportabile), la collezione è abbastanza completa da poterne fare trattati socio-politici. In realtà, non avessi già depositato il titolo della tesi, farei un pensiero sull’argomento del metodo della ricerca storica post-bellica. Me lo terrò per le prossime occasioni.

La trattazione storica dei fatti, peraltro, lascia abbastanza a desiderare. Ad esempio, nel ricordare Giuseppina Ghersi – che subì un trattamento veramente condannabile – ci si dimentica sistematicamente di ricordare che era una delatrice e che fece uccidere 13 partigiani con le sue soffiate. Dei partigiani si dimentica spesso la brutalità verso la popolazione, soprattutto quando non li sosteneva ed era quindi considerata a prescindere fascista e si tende a rimuovere il buon numero di imbucati che, subito dopo il 25 aprile, senza aver mai partecipato a nessuna operazione partigiana, si fregiarono del titolo solo per condurre vendette personali, o economiche, verso nemici mirati.
Ancor peggio, nessuno si occupa di presentare tali vittime nella complessità dei fatti della guerra e, ancor più, del dopoguerra. Se da una parte si trovava appoggio al regime, indifferenza, paura dei “rossi” (come se i partigiani fossero stati tutti comunisti bolscevichi…), dall’altra c’era una lotta per l’affermazione della libertà e della democrazia, soprattutto l’intenzione di ribellarsi a un regime che da vent’anni schiacciava l’Italia nella povertà e nella violenza, fisica e psicologica. E nessuno ricorda – argomento di attualità – che le bande partigiane (quelle vere, intendo) erano belligeranti riconosciuti e regolari, i repubblichini di Salò no, perché i primi rappresentavano, attraverso le connessioni CLN-Governo, l’Italia, i secondi una repubblica irregolare sotto controllo straniero e, secondo il diritto internazionale, inesistente.
Questo non ne giustifica le successive vendette, umanamente, ma dare un contesto storico permette di capire molto meglio la situazione. E uno storico, soprattutto, evita di fornire giudizi morali.

Al di là dello storico, le vittime sono perlopiù tutte uguali; certo, alcuni “partigiani” erano persone spregevoli che approfittarono della posizione di vincitori, nel mio quartiere – pur rosso – questa memoria è rimasta. D’altra parte, molti gerarchi anche di piccola lega s’erano arricchiti durante il regime calpestando famiglie altrui – ricordate l’olio di ricino – e, pur non accettando personalmente l’uso della violenza, si son ritrovati nel dopoguerra a raccogliere quel che avevano seminato. L’errore sta nel riportare ad oggi tale dibattito: nella nostra dimensione temporale non ha alcun significato perché, reduci a parte, non abbiamo vissuto quel tratto storico e manchiamo quindi degli strumenti oggettivi per comprendere i meccanismi psicologici e sociali che condussero a certi comportamenti.
Credo che sia fondamentale mantenere vivo il ricordo della Resistenza come ampio movimento – trasversale a quelli che saranno poi i partiti democratici della Costituente e della Repubblica – che affiancò le operazioni militari alleate di riconquista dell’Italia: per noi fu veramente una liberazione da una dittatura folle e inumana.
D’altra parte, questo non deve coprire le ingiustizie e i soprusi dei vincitori sui vinti; anzi, ancor di più vanno condannate perché, se si fosse superata una certa soglia, avrebbero potuto giungere anche a far concludere che i “liberatori” non sono stati migliori deifascisti, esattamente come accadde nel regime iugoslavo di Tito. Se ti proponi come fautore di una politica autoritaria, ci si aspetta un comportamento violento e disumano: se ti presenti come difensore della libertà e restauratore della democrazia, non si ammettono deroghe.

Infine, le vittime, che meriterebbero il primo posto, al di là del loro colore. Certo, c’era una guerra: si soffre per ogni vita spezzata ma, da storico, è necessario ammettere che c’era un tasso fisiologico di decessi. Da essere umano, inoltre, mi trovo seriamente in difficoltà a compiangere – al di là della pietà cristiana dovuta a tutti, anche a Stalin o Hitler – persone che collaborarono con il regime fascista, arrivando anche a denunciare persone care e vicine, persone che usarono il regime o le brigate partigiane come strumento di potere personale e di sopruso sui loro rivali personali. I secondi li trovo meno giustificati dei primi, a dirla tutta, anche se comprendo l’odio contenuto per vent’anni ed esploso dopo il successo democratico.
Resta una pletora di persone uccise e prive di colore, che giacciono sullo sfondo e che sono ricordate solo come strumento politico. Loro le vere vittime degli eccessi, da una parte e dall’altra. Loro, veramente, andrebbero ricordati al di sopra delle atrocità: certo, alcuni furono briganti e altri tristi collaborazionisti, ma rappresentano quella comune e varia umanità di cui tutti facciamo parte e che ci ricorda che, forse, in quel momento, anche noi avremmo dovuto schierarci, decidere da che parte stare, pur rimanendo perlopiù in una situazione di normalità. Non mi piace, in definitiva, la loro commemorazione strumentale o la commemorazione “parziale”: o meglio, non la trovo sempre e comunque corretta nei loro confronti. C’è modo e modo di discutere di certi temi…
La memoria dei defunti, per essere sincera, non deve avere partigianerie di sorta. Continuare a sentir parlare di vittime “fasciste” o “partigiane” ne svilisce il ricordo e il sacrificio. Un conto è trattare storicamente, scientificamente, le stragi e gli eccidi – e lì la suddivisione ha forza di definizione storica – un conto è voler ricordare delle vite spezzate. Queste vite, parte della storia, non hanno granché colore politico, se non quello del sangue.

 
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Pubblicato da su 2 giugno 2011 in Politica, Teoria

 

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AIA, Palestra di legalità


Quello che potete leggere di seguito è un articolo che ho scritto per Homo Nero, la rivista periodica della sezione AIA di Savona. Ebbene, oltre che scout, appassionato di storia, filosofia e politica sono pure un arbitro di calcio.
Mi son trovato a rimuginare il contenuto dell’articolo per un po’ di tempo, forse un mese, nell’attesa di scriverlo; i concetti erano lì, da afferrare e rendere con parole chiare. Spero che l’esercizio da articolista abbia raggiunto il suo scopo e trasmetta l’urgenza dell’emergenza democratica del paese, rappresentata attraverso lo sguardo del campo da calcio: credo che prelevare questa sezione della società e analizzarla, come con una sezione di organo per le analisi al microscopio, possa rivelare moltissimo dello status dell’intero organismo, la nostra povera Italia. Buona lettura.

Le difficoltà istituzionali che il nostro paese sta vivendo in questo periodo sono l’esito di un processo a lungo termine di complessa individuazione, quantomeno per noi che viviamo al suo interno e che ne siamo protagonisti, ma che può essere ricondotto a una difficoltà nell’accettare la legalità come parte integrante della società odierna. È ancor più evidente la fatica individuale – dei singoli – a vivere la legalità come valore personale della vita concreta e quotidiana. Ricevere una raccomandazione è “cosa quotidiana”; farsi stralciare da un amico vigile una multa è un “normale favore”; ritoccare la dichiarazione dei redditi è “qualcosa che fanno tutti”; aggirare una lista d’attesa per una visita ospedaliera “una furbizia”.

Contestare l’arbitro o simulare un fallo da rigore “un’astuzia di esperienza”.

Credo che noi arbitri di calcio viviamo un ruolo di privilegio e di responsabilità. Privilegiati perché siamo sentinelle sulla soglia della società: a contatto con i giovani, immersi in un ambiente di competizione aperta che favorisce il confronto sano e sincero, possiamo studiare e individuare per tempo fenomeni che coinvolgono, appunto, le generazioni più giovani, vivendole sulla nostra pelle. Responsabilità perché assumiamo un ruolo di garanzia e ufficialità, di simbolo dell’autorità ed esempio: l’arbitro in campo deve essere maestro e guida, soprattutto rappresenta una norma super partes che deve calarsi, attraverso il nostro operato, nella realtà della partita.

Giudici, notai e sentinelle.

Qui è possibile inserire una riflessione più mirata frutto degli anni trascorsi sui campi, delle discussioni con i colleghi e delle notizie sportive che da tutto il paese giungono all’orecchio attento. I problemi non compaiono all’improvviso ma sono annunciati per tempo, molte le spie che possono segnalarli; queste, spesso, sono voci di chi grida nel deserto e non vengono accolte, registrate o individuate. Per questo vorrei soffermarmi su questi passaggi che noi arbitri abbiamo vissuto negli ultimi anni. Sia chiaro fin da subito che non si tratta mai di cause univoche: il calcio è una delle realtà – una realtà minore – della nostra società. Eppure sappiamo già che lo sport sa essere specchio di situazioni più complesse e non possiamo negargli attenzione, soprattutto non possiamo noi che del calcio facciamo scelta ben al di là del fischietto. Arbitri, dopotutto, lo siamo fuori e dentro il campo, arbitri lo siamo nelle scelte di ogni giorno.

Credo che ciascun collega conosca perfettamente le esperienze che andrò a descrivere; parliamo di legalità e di rispetto delle regole. Non penso che giocare secondo le regole sia una questione fine alle regole stesse; meglio, forse può esserlo nello sport, che è definito proprio dalla presenza di regole specifiche (o basket, calcio e rugby non avrebbero differenze). Eppure lo sport è palestra di vita e della vita è specchio: l’abitudine ad aggirare le regole scritte e comuni è nello sport come là fuori, nelle nostre giornate.

Certo non possiamo stabilire dove il ciclo inizi; dopotutto non ci interessa sapere se essere scorretti in campo è frutto o germe dell’essere scorretti nella vita, qualora questo dubbio avesse senso (e io credo di no). Possiamo però riflettere su ciò che possiamo fare noi, cittadini e arbitri, al riguardo. Arbitri-cittadini, direi io. Ci viene in aiuto il regolamento dell’AIA: “Gli arbitri, in ragione della peculiarità del loro ruolo, sono altresì obbligati: […] ad improntare il loro comportamento, anche estraneo allo svolgimento della attività sportiva nei rapporti con colleghi e terzi, rispettoso dei principi di lealtà, trasparenza, rettitudine, della comune morale […].

Siamo a mio modo di vedere degli esempi di comportamento e di rettitudine: il clima di profondo disordine che respiriamo sui campi – basti pensare alle piccole astuzie e scorrettezze delle squadre e dei calciatori che di volta in volta sono messe in pratica – non deve coinvolgerci. Anzi, deve esortarci a vigilare ancor più sul rispetto delle regole.

Potremmo chiederci perché queste regole siano così importanti; nel calcio e nella democrazia le regole sono ciò che dividono il divertimento – o lo stato positivo – dal caos e dall’anarchia. Non sono importanti in quanto regole ma assumono un valore superiore perché condivise e sottoscritte da tutti coloro che vi si relazionano. In quanto calciatori, in campo tutti sanno di dover rispettare il regolamento e dovrebbero attendersi che esso sia fatto rispettare, perché quelle regole distinguono il calcio dal basket o dal football. L’insieme delle regole definisce ciò che il calcio è. Analogamente, una Costituzione definisce ciò che è uno stato: la Repubblica Italiana è tale perché ha una Costituzione che ne descrive i principi, i valori e le istituzioni.

Accetto di giocare a calcio e, contestualmente, accetto di rispettare le regole, appongo la mia firma in calce al regolamento.

Vivo in Italia e, contestualmente, ne accetto l’aspetto istituzionale, la Costituzione.

Non mi piacciono le regole del calcio, cambio sport o redigo una proposta di modifica per l’IFAB; non mi piace una legge o vedo una mancanza nella legislazione italiana, emigro o faccio pervenire alle Camere un Disegno di Legge. E le modifiche – si badi bene – non possono snaturare l’origine: non ha senso che proponga l’uso delle mani da parte degli attaccanti più di quanto non ne abbia proporre la transizione da repubblica a monarchia.

Riprendendo il filo calcistico della questione, dubito che qualcuno di noi colleghi non abbia mai assistito a tentativi di forzare le regole, di piegarle alle proprie esigenze, analogo comportamento di alcune forze politiche nell’Italia d’oggi. Fin dalle più giovani categorie sentiamo allenatori e genitori sussurrare suggerimenti ai calciatori riguardo a colpire quando l’arbitro è girato, a spingere l’avversario con il petto tenendo ben aperte le braccia, a protestare per mettere pressione all’arbitro, in modo che sbagli, a deridere e provocare l’avversario. Quante proteste plateali per decisioni altrettanto platealmente corrette abbiamo subito? Quanti gesti di scorrettezza sono scambiati per “giusta astuzia”, anche da noi che – dopotutto – siamo parte del meccanismo stesso?
Non è certo il problema calcistico a preoccuparmi: dopotutto, è un gioco. A lasciarmi perplesso è il farsi strada di questa stessa idea (ideologia?) nella vita quotidiana, un avanzare veicolato anche dallo sport, in particolare dal calcio, per noi. Perché barare sul tesseramento di un ragazzino di dodici anni è un conto, corrompere un testimone è un altro, modificare le leggi per evitarsi una condanna un altro ancora. Siamo spinti a ritenere che “esser furbi” sia un valore o, quantomeno, una cosa giusta per proteggere i propri interessi. Io penso di no e penso che la formazione arbitrale non sia indifferente in questa mia opinione. Penso anche che come arbitri possiamo, nel nostro piccolo, essere maestri di legalità, mostrando che il rispetto delle regole porta a un maggior divertimento reciproco e che proprio questo divertimento costituisce il fine del calcio, anziché la vittoria. Se questo messaggio avesse successo, il passaggio ulteriore sarebbe quello di transitare la correttezza e il rispetto delle regole nella vita quotidiana: non spetta a noi, certo, ma avremmo seminato bene.

Seminare e attendere che i risultati crescano è, certe volte, tutto ciò che possiamo fare.

 
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Pubblicato da su 20 aprile 2011 in Politica, Sproloqui

 

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