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Un domani uguale. Oppure Vendola


Il tormentone della campagna elettorale di Nichi Vendola in vista delle primarie del centro sinistra ha colpito, coinvolto e travolto anche me.
In questi giorni di silenzio dal blog mi sono dedicato un po’ al Festival della Scienza, un po’ al comitato cittadino che sostiene il presidente della Puglia nella sua corsa contro Bersani, Renzi, Puppato e Tabacci. Si parla davvero di prendere posizione, per una volta, e di farlo in grande stile… per quanto Savona permetta.

Ho poche righe per spiegarvi e spiegarmi perché questo sostegno al presidente di Sel.
Uno dei motivi centrali è che credo ci abbiano mentito. Ci hanno preso per i fondelli per anni e continuano a farlo, governo Monti in testa a questa colonna.
Per un bel po’ di tempo ci hanno raccontato che il problema del paese è il debito pubblico, che il Pil è un ottimo misuratore del benessere degli italiani, che il debito si poteva ripianare solo con ingenti tagli alla spesa, che uno stato che spende troppo non va bene e che si deve lasciar maggior libertà all’impresa di agire. Da questi “assiomi” sono discese le privatizzazioni, le politiche liberali, la detassazione dei redditi finanziari, la massima libertà per le banche, i tagli al welfare, il diritto al lavoro barattato per denaro e la flessibilità lavorativa che è diventata precarietà costante nella vita.
Penso che tutto questo non risponda alla verità: penso che la spesa possa essere mantenuta e, anzi, potenziata, ovviamente rendenola più consona a uno stato sociale che abbia a cuore la sua popolazione. Penso che il Pil non misuri la felicità e che la ricchezza non abbia bisogno di comandare, ma che vada distribuita con maggior equità. Penso che lo stato non debba né privatizzare né svendere il suo patrimonio immoboliare, bensì far fruttare tutto quanto. Penso che serva un’attenta, profonda e feroce politica di lotta all’evasione e alla corruzione, fenomeni che strappano ogni anno decine di miliardi di euro alle casse dello Stato.
Credo che queste siano le priorità del paese, non l’austerità, l’aumento dell’Iva o la riduzione delle condizioni contrattuali degli operai Fiat.

Mi sono schierato con Vendola anche per una questione di onore. In un paese che vede il termine onore o come una parola di mafia, o come una burla d’altri tempi, sentire un uomo del sud che si appella a quella nel dedicarsi alla politica attiva può scaldare il cuore. E poi Vendola è uno che brandisce la Costituzione, senza paura di scottarsi e senza paura che questa lo morda – abbiamo tutti ancora in mente l’opinione del Nano riguardo la Carta.
Credo che se vogliamo davvero realizzare quei bellissimi articoli che parlano di diritti, lavoro, uguaglianza e solidarietà Vendola sia la scelta migliore. In una sinistra che è divisa tra chi parla e promette come un liberale, e quindi di sinistra non è, e chi ha dimostrato impegno ma ha anche appoggiato Monti, io credo fermamente che l’unica voce di cambiamento realistico e possibile sia Nichi Vendola.

Ci sentiamo spesso dire che “i programmi non contano perché i politici sono tutti uguali e una volta lì rubano tutti“. Se qualcuno la pensa così, eviti di guardare fuori dalla finestra. O di fissare uno specchio.
La politica è la più alta forma di Carità“, diceva Paolo VI, e possiamo anche ricordarci che “Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!”.
Io aggiungo che la politica è servizio, dono e altruismo. Solo con questo in mente possiamo restare cittadini, essere attivi nella nostra società e sostituire quanto di marcio – ed è stato molto – ha calcato la scena politica in questi anni di repubblica malata.

E anche in questo la mia fiducia va a Nichi Vendola, che in Puglia ha sicuramente dimostrato di sapersi dedicare al territorio. Sbagliando, anche, commettendo errori ma sapendo ammetterli e tornare indietro, o affrontando le difficoltà e le opinioni contrarie, accettando in pieno la sua umanità e la sua fallibilità.
L’epoca degli eroi di cartone e plastica, dei politici costruiti chirurgicamente deve finire qui.

Possiamo allora scegliere di appoggiare la sinistra del “carbone pulito” a Vado, o la sinistra della Gronda a Genova, quella della fedeltà a Marchionne e quella del pareggio di bilancio in Costituzione, della riforma pensionistica e dell’appoggio a Trenitalia che ci lascia ogni giorno a piedi in stazione.
Possiamo fermarci lì e accettare tutto questo. Ma io penso che di fronte a questo panorama drammatico non ci restano che rassegnazione e silenzio.
Oppure Vendola.

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Pubblicato da su 8 novembre 2012 in Politica

 

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Smontiamo Monti


Mi prendo l’onere e l’onore di replicare a questo articolo dell’onorevole Mario Adinolfi su Europa. Credo che il suo pezzo contenga più o meno riassunti tutti i temi centrali sui quali la linea politica della sinistra deve chiarirsi le idee nel prossimo futuro.
Da parte mia, come elettore di centro-sinistra, ho una posizione abbastanza precisa e non mi tiro indietro dal discuterla.Il confronto, soprattutto quando pacato ed educato, credo non possa che portare giovamento a tutti. 

A differenza di quanto scrive Adinolfi, credo che, se il riformismo italiano è quello al quale abbiamo assistito con il governo Monti, sia necessario un sano e forte controriformismo. Le decisioni prese dall’attuale governo sono diametralmente opposte alle esigenze del corpo elettorale della sinistra e, a ben vedere, al Dna stesso di ogni sinistra riformista che, conoscendo l’attuale mondo, voglia allontanarlo a piccoli passi dallo spietato sistema liberista che sembra essersene impadronito.
Credo che la sinistra, se non vuole limitarsi a ottenere una vittoriuccia parziale alle elezione ma se intende governare davvero il paese e dargli una spinta propulsiva, debba invertire drammaticamente la rotta su molti temi rispetto a quanto fatto dal “governo tecnico” che ci sta tutt’ora guidando.

Io penso si possano ridurre i grandi temi di discussione a una manciata, che esporrò puntualmente.
Serve eliminare il pareggio di bilancio dalla Costituzione: questo è stato uno stupro alla Carta che sancisce ciò in cui l’Italia crede e ciò a cui le nostre istituzioni tendono. Mi rifiuto di pensare che la spesa – il bilancio – quindi il denaro siano così importanti in quanto tali da governare al posto dell’esecutivo. Perché, con questa modifica, è ciò che può accadere. In nome di un obbligo costituzionale – il pareggio di bilancio – il governo è tenuto a effettuare tagli alla spesa, ivi compresa la spesa su materie sociali che, a mio modo di vedere, deve invece crescere di pari passo al crescere della popolazione. Non possiamo lasciare la gestione della sanità pubblica in mano a esigenze di cassa (o la salute delle persone in mano alla sanità privata). Il centro della nazione non può essere il denaro o i conti pubblici: il centro sono le persone e le loro esigenze. Se serve spendere, si spende.
Serve rivedere la Riforma Fornero in materia pensionistica e, più in generale, di previdenza sociale. Qui ci sono due ordini di problemi. Non possiamo consegnare alla futura povertà chi oggi stenta a trovare lavoro – e ci metto me stesso in mezzo – o chi cercherà lavoro a partire da domani. E neppure è giusto che, terminata la fase produttiva della propria esistenza, ci si debba affidare ai risparmi o alla famiglia: chi lavora merita un’anzianità decorosa perché ha dato molto allo Stato e dallo Stato molto deve ricevere. Ovviamente questo coinvolge anche la modifica delle nuove età pensionabili, inadeguatamente alte, che avranno effetti drammatici: a 64 anni come potremo pretendere che una maestra sia ancora efficace con i suoi bambini, magari dopo quarant’anni dietro la cattedra?
Serve tornare al precedente testo dell’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, perché, come dice la Costituzione, il lavoro è un diritto e i diritti non si scambiano con il denaro. Il passaggio filosofico pericolosissimo è proprio questo: ceduto su un diritto che è ora divenuto merce, cosa ci impedirà di cedere anche sugli altri?
Credo anche che l’estensione dell’Articolo 18 a praticamente tutti i contratti attualmente esistenti, compresi quelli precari, assieme ad altre misure, possa rendere il lavoro precario meno vantaggioso di quanto oggi è, costringendo di fatto i datori di lavoro a praticare assunzioni a tempo indeterminato. Ma questo è un altro tema ancora.

Non è mia intenzione condannare Monti né il suo governo: semplicemente non ne condivido la linea politica. Apprezzerei moltissimo, invece, che tolga gli abiti del sedicente tecnico (perché tecnico non è stato!) ed entri nell’area politica nel settore di sua appartenenza: il centro-destra liberale del quale incarna i più alti valori e la compostezza morale. Nel dopo-Berlusconi ne abbiamo quanto mai bisogno.

Ciò di cui non abbiamo bisogno, a mio avviso, è una sinistra come quella che dipinge Adinolfi. Non credo proprio ci serva una sinistra che si affanca alle politiche liberali del centro-destra e che rinuncia a difendere i deboli per appoggiare le decisioni forti. Credo, invece, serva una sinistra forte delle sue posizioni che ancora sogni di cambiare un po’ questo sistema e di rendere la società e l’economia al servizio dell’uomo, quando invece oggi accade il contrario. L’esempio più lampante credo sia proprio Matteo Renzi, la cui programmazione è forte di tutte queste linee filo-liberiste che, sinceramente, trovo inappropriate per una vera politica di sinistra (o di centro-sinistra o, al limite, anche solo cristiana).

 
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Pubblicato da su 25 ottobre 2012 in Politica, Sproloqui, Teoria

 

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Renzi: quel che non dovrebbe esserci


Riprendo a scrivere – per un po’ – su stimolo attento dell’attualità, perché di materia su cui scrivere ce n’è parecchia.
Qualche giorno fa Matteo Renzi è stato a Savona; il suo tour elettorale per le primarie della coalizione di centro(sinistra) l’ha portato in Riviera, con abbondante afflusso di pubblico, affascinato dall’orazione. Stimolato dalla questione, mi sono dedicato alla lettura del programma di Renzi: avevo già letto (e commentato) i suoi 100 punti, trovandoli drammatici come programma della sinistra. Ora mi son dedicato a una nuova analisi. Con risultati diversi, anche se altrettanto preoccupanti.

Devo dire che l’attuale programma, rispetto ai 100 punti, è un passo avanti. Leggendo bene le materie trattate e gli spunti si respira, finalmente una certa aria di sinistra, quell’aria di cui ha tanto bisogno il paese. Non abbastanza, secondo me, ma un passo avanti rispetto a novembre 2011.
Ovviamente le delusioni non mancano… e ve le elencherò tutte.

Il primo elemento, che già da solo basterebbe a far buttare Renzi, il programma e i suoi collaboratori nel primo depuratore per il riciclaggio è l’appoggio all’opera di Monti. Renzi – e la Bindi, che mi ha profondamente deluso per questo – intende porsi in continuità con l’operato del governo Monti.
Partiamo dal presupposto che Monti è l’esatto opposto di una politica sociale degna di un qualunque partito di centro-sinistra (per non dire cattolico, com’è Renzi). Il PD fino a ora ha condotto una politica becera al riguardo, appoggiando Monti perché, se fossero finiti loro al governo con nuove elezioni, non avrebbero saputo dove mettere le mani. Serviva uno strumento di distrazione. A farsi distrarre, però, sono stati i dirigenti del PD, che oggi intendono proseguire l’opera di Monti. Renzi in testa.
Anche se vorrei un sano partito socialdemocratico – non alla Berlusconi – che remi ampiamente contro l’intero sistema liberale made in Monti fin da subito, potrei tranquillamente accettare di supportare, di fronte a un programma valido, anche qualcuno che fin’ora l’abbia appoggiato in parlamento, quantomeno definendolo un “male necessario”. Un politico del genere, in assenza di seri soggetti di sinistra vera, mi andrebbe bene. Avere a che fare con un sindaco che intende proseguire sulla strada di Monti – vedrete cosa dirò in materia di previdenza – mi fa rabbrividire. Mi aspetterei, almeno, l’intenzione di smontare parte delle riforme montiane – almeno il pareggio di bilancio in Costituzione, vi prego – e l’idea di instaurare un serio sistema di welfare state alla scandinava. Almeno. Mica pretendo del socialismo reale, peraltro impossibile (Popper l’ho letto…).
Detto questo, che basterebbe per chiudere, torniamo al programma di Renzi. Oggi i punti dolenti, domani le positività. Sono indicati proprio con la numerazione del programma renziano, che trovate qui, in modo da avere una semplice consultazione sinottica.

1.b Allo stesso tempo, i cittadini devono poter scegliere un leader messo in condizione di governare per l’intera legislatura e di attuare il programma proposto alle elezioni
Un che? Un leader?
Perché mai?
Questa frase indica quanto profondamente abbiano inciso vent’anni di berlusconismo. Ora serve un leader. Peggio, questo deve poter governare dopo le elezioni. Magari pretenderà anche che nel governo ci sia il partito di maggioranza relativa, per forza, senza possibilità che a governare sia una maggioranza diversa.
Così possiamo buttare la repubblica parlamentare lasciataci dai Padri!
La struttura istituzionale del paese prevede espressamente che il governo possa cadere e possa formarsene un altro. Non è un difetto, è un pregio.
Significa che il centro del nostro paese è il Parlamento, non il governo. E va benissimo così: non lo voglio eleggere il Presidente del Consiglio dei Ministri (che non è il Primo Ministro). Voglio che lo nomini il Quirinale, sentiti i partiti. E voglio che sia un funzionario che dirige l’operato del governo, il quale, a sua volta, rende operative – esegue – le decisioni del parlamento.
Voglio che, come insegna la Costituzione, sia il Parlamento il fulcro democratico del paese.

3.a Ridurre il debito attraverso un serio programma di dismissioni del patrimonio pubblico
Ottimo. Non pensiamo alle generazioni future, freghiamocene di cosa lasciamo al paese di domani. Vendiamo tutto.

Il debito non si riduce svendendo le proprietà: si riduce soprattutto recuperando quel che è stato tolto e quel che cercheranno ancora di togliere (evasione fiscale, per esempio). Si riduce rendendo produttiva la popolazione con una sana – e onerosa – politica di sostegno sociale.
Vorrei dire che riduce cambiando radicalmente il sistema economico di riferimento… ma poi mi danno dell’utopista.

4.d.1 Mettere a punto un sistema di valutazione delle università e sostenere quelle che producono le ricerche migliori.
Ho sempre sognato anch’io che ci fossero università di serie A e università di serie B.

Davvero.
Era un incubo, certo, l’incubo dell’abolizione del diritto allo studio e dell’uguaglianza.
L’azione da compiere è l’esatto inverso: le università più deboli vanno riempite di docenti giovani e competenti, entusiasti, coperti di fondi affinché producano e portino all’eccellenza anche quegli atenei. L’offerta pubblica – a tutti i livelli – deve essere di qualità altissima e il più possibile di ugual qualità su tutto il territorio nazionale (con l’ovvia attenzione alle eccellenze: ingegneria navale a Perugia la vedo insensata).

4.d.3. Consentire a tutti gli studenti universitari di finanziarsi gli studi e le tasse. Obbligo per le Università di stabilire accordi con almeno tre banche (di cui almeno una locale e almeno una nazionale) per i finanziamenti agli studi universitari, garantiti da un fondo pubblico di garanzia.
Quale gloriosa americanata! Dai, mettiamo il futuro dei giovani, il loro diritto a formarsi, nelle mani delle banche. Già più o meno ce l’hanno diamoglielo del tutto.

Se non si fosse capito, ho in mente una scuola pubblica eccellente e gratuita, che consenta l’accesso ai massimi livelli sulla base del merito, non su quella del denaro.
Il denaro non deve poter comprare nulla di fondamentale per la vita: solo i gadget.

5.a.2 Liberalizzare davvero per far scendere le tariffe.
Ottimo. S’è visto come sono scese le tariffe in materia energetica dopo le liberalizzazioni. O nel campo del carburante.

Non sono un genio dell’economia ma vedo anch’io – chi non lo vedrebbe? – che il liberismo non funziona. Crea delle enormi problematiche economiche dove c’è un welfare state (Europa) o delle disgrazie sociali dove il welfare state non c’è (Stati Uniti). Non sono un fan della programmazione quinquennale di sovietica memoria ma credo che in molte materie l’intervento statale sia fondamentale per evitare che i ricchi si arricchiscano di più e i poveri si impoveriscano. Possibilmente dovremmo studiare un sistema per ottenere l’effetto opposto, riducendo il gap di benessere (anche tra le nazioni, ma è un altro discorso).

6.f.La riforma previdenziale introdotta da Elsa Fornero non verrà messa in discussione
Questa è la chicca. Ne parlavo in apertura: ci sono alcune questioni sulle quali ogni programma sano di sinistra deve mirare a smontare al più presto l’operato di Monti. Uno è il sistema previdenziale. È tassativo e inderogabile.

Assieme ci metto la modifica dell’Articolo 18 (che andava modificato, certo: estendendolo a tutti i contratti e imponendo pene più severe) e il pareggio di bilancio in Costituzione.

Appena possibile tratterò i punti positivi del programma fiorentino, quindi passerò a ciò che manca.
Il vero problema, però, non è soppesare pro e contro: è capire qual è l’idea di base che muove il modello renziano. E questo modello a me sembra del tutto inadatto alla sinistra, al buonsenso, all’amore fraterno che muove i cristiani. Parlo di fondamenti, ovviamente, non di singoli provvedimenti.

Ora andiamo, si fa tardi.

 
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Pubblicato da su 17 settembre 2012 in Politica

 

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Una costituente cristiana per la politica


Nel recente impegno nel campo politico avverto con crescente onere un malessere che mi colpisce ogni volta che mi avvicino a una qualche forza politica: l’incoerenza delle forze politiche con l’idea cristiana di società e di politica stessa.
Gli attacchi a Fioroni sorti dopo l’espressione della sua opinione sui matrimoni gay sono esemplari dell’intolleranza alle idee altrui che regna in politica: tolleranza e confronto costruttivo, invece, per me sono tutto.
Suona quindi complicato essere cattolici – cristiani – a sinistra: vuoi per vecchie remore dei “comunisti”, vuoi per una certa ignoranza di fondo dei concetti basilari della dottrina sociale, vuoi per posizioni dogmatiche della sinistra, spesso in contrasto tra loro, assunte al solo scopo di rompere con il cristianesimo.
Dall’altra parte, essere cattolici – cristiani – e stare nel centro destra è praticamente impossibile; la scelta in quel caso sarebbe tra scegliere chi usa i valori cristiani come bandierina da affiggere sul petto per recuperare voti o tra chi neppure ci prova, ma tanto va bene comunque perché possiede tre televisioni e riesce a far dimenticare le porcate anticristiane commesse negli anni.
Il panorama politico che si definisce cristiano, poi, è spesso squallido e minimale: gestione politica assente, coordinamento nullo, competenze scarse. Capacità relazionale non parliamone. Serietà solo per scherzare. Il peggio della peggior DC.

Non bisogna d’altronde pensare che i filoni cristiani della politica fin qui visti in campo siano perfetti e immacolati, anzi; non è raro assistere a derive estremamente conservatrici, eccessive per il sentire politico del paese e dei cittadini – cattolici e non. Posizioni quasi dogmatiche e, come al solito, molto più rigide della dottrina stessa della Chiesa. La laicità dello stato, dopotutto, significa che il potere religioso non deve poter direttamente influenzare le decisioni politiche o prevaricarle. Questo va assolutamente preservato.
Tuttavia assistiamo a richieste di “silenzio” da parte di certe forze politiche – compresi molti soggetti del PD – che vorrebbero semplicemente zittire la Chiesa (mentre esternazioni di altre realtà religiose sono ampiamente tollerate e discusse nel merito). Questo, anziché essere chiamato laicità, è discriminazione: la Chiesa italiana, in quanto associazione di cittadini italiani, ha tutto il diritto di dire la sua riguardo qualsiasi questione ritenga opportuno: dopotutto è un diritto garantito dalla Costituzione, anche se a volte viene dimenticato.

Credo sia allora necessario uno sviluppo ulteriore dell’impegno in politica dei cattolici: un impegno diretto, franco e leale, aperto al confronto e coerente con le posizioni etiche e sociali della Chiesa. Spero si possa giungere al superamento del bipolarismo – a mio parere distorcente della democrazia italiana – e, soprattutto, al superamento della scelta sacrificale dei cristiani: privilegiare le scelte etiche o quelle sociali?
Da anni, infatti, abbiamo due schieramenti abbastanza definiti, nessuno dei quali soddisfa i comuni criteri di una politica appieno cattolica. Se a destra c’è un – apparente, ipocrita e falso, purtroppo – rispetto delle posizioni etiche della Chiesa, pur con frequenti negazioni delle più avanzate evoluzioni di queste idee, manca completamente il rispetto delle posizioni della dottrina sociale, imprescindibile perno della vita civile.
Dall’altra parte abbiamo una sinistra che, confermando la sua dedizione alle posizioni sociali più idonee alla Chiesa (con la recente e notevole eccezione di molte opinioni supportate dal PD, assolutamente inadatte alla sinistra stessa), è spesso venuta meno la sensibilità etiche, come ricordiamo con l’orrore del supporto ai Radicali, partito pensato per minare il radicamento dei valori cristiani nella nostra società.

Serve allora un programma di base e un impegno concreto per riaprire ai cattolici la piena partecipazione politica, senza dover cedere al liberismo del centro-destra e senza dover accettare inopportune posizioni etiche, come per il centro sinistra.
Idealmente, è necessario che i cristiani si uniscano attorno a un fulcro e penso che due siano gli elementi capaci di catalizzare tale operazione: il Vangelo e la Costituzione. Da lì possiamo veramente dare un contributo importante al futuro del nostro paese.

 
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Pubblicato da su 27 giugno 2012 in Politica, Teoria

 

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Lo spiraglio della partecipazione


Non credo che il successo del Movimento Cinque Stelle a Parma sia una vittoria dell’antipolitica, come non lo credo della sfiducia nei confronti degli attuali partiti. Penso, invece, che si tratti di uno spiraglio di vera politica, incarnata nell’impegno sano e genuino di alcuni cittadini e nella noia verso le arcaiche forme partitiche di altri.
Nascondersi dietro l’astensione, che invece dovrebbe essere un ulteriore sintomo su cui riflettere, non può che depistare la riflessione all’indomani del voto amministrativo italiano.

L’antipolitica, semmai, risiede proprio nell’astensione di chi crede, rassegnato, che la politica non abbia più niente da dire: significa, essenzialmente, che non si riesce a immaginare un modo diverso di fare politica. Io, che ho memoria di uno stile esteticamente diverso – la “Prima Repubblica” – e che vorrei vederne un altro ancora all’opera nell’Italia di domani, mi sento in dovere di spiegare a molti che la politica che abbiamo vissuto negli ultimi vent’anni, politica spesso non lo è stata.

Sicuramente il cancro berlusconiano è stato un elemento importante nella costituzione dell’attuale sistema e della sua crisi. Non mi riferisco, ovviamente, soltanto alla coalizione politica radunata attorno al “papi” e tenuta assieme, in assenza di idee e ideologie, dalla brama di potere: penso soprattutto alla mentalità commerciale, di basso livello, “caciarona” costruitasi a partire dalle sue reti televisive e oramai imperante il tutto il paese. Non è una questione di moralità, si faccia attenzione: ben prima di preoccuparsi delle ragazze seminude in Tv, bisogna interrogarsi sul motivo per cui sono lì. Le menti si sono decisamente addormentate e sono state così addomesticate a un livello di discussione e pensiero preoccupantemente basso: una sorta di terapia dei “piccoli passi”, vincente nell’assicurare al Nano il potere per un ventennio, distruttivo per il futuro del paese, considerando anche che dalla sinistra e da tutti gli altri è stato seguito sul medesimo campo d’azione. Proprio la sinistra, infatti, che avrebbe dovuto denunciare e contestare con forza quest’azione di svuotamento valoriale del fare politica, s’è ridotta ad agire con strumenti perlopiù analoghi, spettacolaristici, vuoti di contenuti.
Ho creduto nel progetto del Pd ma ne esco oggi fortemente deluso: già l’inserimento di Radicali – partito secondo in follia solo alla Lega Nord – nelle liste delle ultime politiche mi ha tenuto lontano dal crocettarli, l’attuale situazione mi tiene lontano dal considerare qualsiasi collaborazione, o quasi.

E così si è giunti a una crisi radicale senza che la grande maggioranza del paese se ne accorgesse, mentre una manciata di persone più lungimiranti attendevano speranzose questo momento; ovviamente non si tratta di un passaggio indolore, giacché coincide con un’epocale crisi economica. La scossa serviva e doveva essere catalizzata da grossi problemi, purtroppo, non ce ne saremmo mai accorti in altre condizioni.

Servono, allora, ricette per il domani: dovranno essere sperimentali, per forza. Chi si presenterà sostenendo di avere tutte le risposte e tutte le soluzioni sarà un mentitore. D’altra parte, dovremo fidarci di chi vorrà indicare una strada e invitarci a intraprenderla, per costruire le soluzioni assieme.
I referendum del 2011 ci hanno dimostrato, dopotutto, che la democrazia partecipata ha possibilità di rivelarsi vincente: coltiviamola. Come è indispensabile coltivare una nuova moralità politica, che dia speranze e garanzie a chi vota. Non possiamo permettere che la democrazia collassi sotto i colpi del facile populismo degli estremi, dopotutto, come rischia di accadere in Grecia.

Che partecipazione sia, allora: senza andare a rifiutare le ideologie, però, perché un disegno generale entro il quale orientarsi serve. Credo, anzi, che sia fondamentale. Lasciamo che prenda forma, quindi, e che possa aiutare gli italiani.
Dal canto mio qualche idea – rifiuto del liberismo, uguaglianza sociale reale, attenzione ai deboli, spinta sul welfare – ce l’ho e intendo gettarla nel grande calderone, aiutandola a emergere. Questa è l’ora di infilare i guanti e mettersi al lavoro.

 
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Pubblicato da su 21 Mag 2012 in Politica, Teoria

 

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ALBA – Alleanza Lavoro Beni comuni Ambiente


Scusate il silenzio, ancora una volta la vita là fuori ha chiamato. E ho risposto.
Torno, però, con una carica di partecipazione civile e politica d’altri tempi; ammetto di aver sviluppato una certa passione per il “soggetto politico nuovo” della sinistra italiana (ma è davvero solo una sinistra, questa? Non è, forse, comune buonsenso?).
Vi dedico, allora, in anteprima il mio contributo al nascente soggetto, che spero sia poi pubblicato sul sito nazionale nei prossimi giorni.

La progettazione di un qualsiasi “soggetto politico nuovo” deve radicarsi in una serie di scelte di base che ne costituiscano l’ossatura. Credo indispensabile in questa prima parte dell’insorgere di ALBA dare ampio spazio alle riflessioni che possano condurci a individuare quei temi e quei meccanismi da identificare come irrinunciabili e sui quali lavorare nel brevissimo termine.

– Credo che sia necessario partire dagli esiti, espliciti e impliciti, dei referendum del 2011.La difesa dei beni comuni, la tutela dell’ambiente come uno di essi sono quelli espliciti, che ci ricordano l’esito implicito: la partecipazione popolare. Senza l’impegno delle persone che, nonostante il boicottaggio dei media, hanno lavorato per spingere i cittadini alle urne, senza i cittadini che effettivamente hanno preso parte al voto, gli altri esiti non sarebbero stati possibili. Nel costruire i progetti per il domani non possiamo quindi fare a meno di ricordarci questa parola chiave: partecipazione.

– Credo sia necessario partire dalla Costituzione: quella dei Padri, quella dei principi fondamentali. Quella senza pareggio in bilancio, quella senza modifiche distorcenti.
Abbiamo già un programma politico, a ben vedere: l’attuazione dei principi della Costituzione. Ce n’è per qualche decennio prima che si esauriscano quegli spunti. Diamo loro corpo, allora, non lasciamo che restino parole e carte.

– Credo sia necessario partire dalla constatazione che il sistema liberistico e il capitalismo hanno fallito: il liberismo sociale e il capitalismo economico/finanziario sono uno dei peggiori mali della nostra società, è giunto il momento di “andare oltre”. Raccogliamo pure quel che di buono ci hanno donato e costruiamoci un futuro che si basi sulla solidarietà sociale e non sul denaro e sulla concorrenza.

– Credo sia necessario, infine, partire dalla radicazione sul territorio: non possiamo essere un “partito dei professori” e, a dispetto degli alti principi che ho scritto prima, non possiamo fermarci a teorizzare e a dire alla gente come dovrebbe andare e cosa dovrebbe fare. Quest’era politica è giunta al capolinea.
Come l’attuale sinistra non sa fare – ma come ha fatto benissimo la Lega Nord, purtroppo – dobbiamo andare fra la gente: raccogliere le istanze della base, coordinarle, dare risposte puntuali e precise, non evitare i problemi. Ascoltare anche chi la pensa diversamente da noi, perché possiamo sempre imparare e perché il nucleo della democrazia è il confronto sereno.

Allora, da tutto questo, possiamo dirci cosa ci aspetta, quale deve essere il nostro compito: agire. Credo che, al di là delle linee guida che condividiamo a partire dal manifesto fondante, ci sia del lavoro da svolgere sul nostro territorio. Lasciamo che sia questo lavoro con le persone a delineare i dettagli: ma mettiamoci al lavoro, senza tergiversare. Se penso alla mia terra, vedo moltissimo da cambiare, da migliorare, moltissime persone che chiedono aiuto e che non ricevono risposta dalla politica: credo sia così per tutti noi. Prima che siano vittima della demagogia o del populismo del La Pen di passaggio, rimbocchiamoci le maniche e mettiamoci al lavoro: abbiamo molta strada da fare.  

 
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Pubblicato da su 17 Mag 2012 in Politica, Sproloqui, Teoria

 

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Parlamento tecnico, governo politico


Dicono che in Italia ci sia un governo tecnico, posto alla guida del paese per risanarci da una crisi economica che ha rischiato di causare il tracollo più epocale alla nostra società.
Dicono anche che i partiti politici rappresentanti in parlamento che supportano tale governo siano, nel frattempo, intenti a ordire le riforme istituzionali che “da tempo servono all’Italia”.

Premettendo che non vedo necessità di grandi riforme istituzionali – ne parleremo poi: a me basterebbe una nuova legge elettorale che sia anche rispettosa della Costituzione e una legge che cancelli, in politica, conflitto di interessi e indagati con scranno – e che ho paura di cosa potrebbe partorire la mandria di deficienti politicamente e mafiosi che calcano oggi la scena politica (Alfano, Bersani e Casini come possono far meglio di Calamandrei, De Gasperi e Togliatti?), credo che a essere tecnico, ormai, sia il Parlameto – i parlamentari, per l’esattezza – e non il governo.
Mario Monti nei suoi mesi a Palazzo Chigi ha dimostrato di saperci fare; è abile, competente, puntuale, preciso, organizzato e deciso. Tutta un’altra cosa rispetto ai recenti predecessori, soprattutto se paragonato al nanetto recente. Però non si dica che è un tecnico. La linea del suo governo, ben spiegata e portata avanti con chiarezza, è decisamente e prevalentemente politica; persegue un ovvio piano liberale, perfettamente introdotto nell’attuale congiuntura e senza mettere in discussione la struttura socio-economica di base ma, anzi, inserendosi nel solco delle forze conservatrici di governo, oggi prevalenti in Europa. Dopotutto è “legge storica” (nel senso di tendenza spiegabile ma non certa e neppure ineludibile) che nei tempi di difficoltà ci si affida a chi promette sicurezza; vero quanto l’assenza di memoria negli italiani, visto com’è andata a finire le ultime volte che ci siamo affidati a chi prometteva sicurezza. Probabilmente, dev’essere “legge psicologica” la stupidità umana.

Ma dicevamo della politicità del governo tecnico: direi che la sua politica parla da sola e ci chiarisce che di tecnico c’è ben poco. Tagli allo stato sociale, riduzione dei diritti dei più deboli a vantaggio dei più forti e via dicendo. Questo è un governo politico, guidato da una chiara linea ideale-ideologica di stampo liberale-liberista (si, un cancro per l’umanità, da estirpare): sarebbe un governo tecnico anche uno guidato da me, dopotutto, se mi fosse concesso di guidare a mio piacimento le operazioni.
D’altronde non sono neppure certo possa esistere un vero governo tecnico, salvo in casi molto particolari e circostanziati, tanto da far risultare la generalizzazione “tecnico” come una forzatura: quei governi, se ci sono stati, non sono propriamente classificabili e tanto basta.

Passiamo al Parlamento: quello si che è diventato tecnico, soprattutto per quel che riguarda la maggioranza; i tre grandi capi, infatti, ben di rado si son sognati di mettere in discussione le posizioni di Monti – giusto sull’Articolo 18 Bersani avanza proteste, ma temo che poi accetterà: e accetterà anche la decisione del popolo della sinistra di non votare più il Pd – e molto spesso hanno emesso commenti del tipo “questo provvedimento non ci piace molto, ma lo votiamo lo stesso perché deve passare per il bene del paese, anche se noi faremmo diversamente”. Frasi pronunciate un po’ da destra e un po’ da sinistra, con Casini a cui tutto va bene, da buon centrista.
Il Parlamento e i suoi membri, in pratica, hanno perso del tutto il ruolo di coscienza e guida dell’esecutivo: il governo, infatti, dovrebbe eseguire quanto decide il Parlamento, non il contrario. Se con B. era ovvio che il Parlamento approvasse quel che lui voleva, perché era il capo e tutti gli eletti facevano riferimento a lui, e basta, non certo al popolo, ora con Monti si assiste all’eutanasia delle coscienze. Nonostante aspri disaccordi e provvedimenti fuori dal mondo – per l’una e per l’altra parte, ma più per la sinistra – si approva tutto “perché serve al paese”. Nessuno che proponga una ricetta alternativa.
Ecco, questo è essere tecnici: approvare qualcosa perché “ce n’è bisogno”.

Credo che tutto questo fosse inevitabile: la qualità della classe politica italiana s’è degradata a tal punto che l’ideologia – nell’accezione di “qualcosa in cui credere e che guida l’azione” – è malvista o del tutto defunta. E dove andiamo senza un briciolo di idea su come cambiare le cose, in meglio? Neppure Popper arriverebbe a una tale soppressione della progettualità, ricorderebbe solo di pensare su tempi brevissimi e di evitare le utopie e i grandi piani. Attualmente in Parlamento siedono perlopiù soggetti spinti da interessi personali (propri e/o altrui) o sono del tutto carenti sotto il punto di vista della preparazione politica: siamo in attesa non dico di un leader ma quantomeno di un politico decente da almeno due decenni. Se penso che, al momento, il meglio – giudizio tecnico – è Fini… cado in una cupa depressione, davvero. Suppongo ci siano soggetti validi, da qualche parte, ma devono essere molto ben nascosti, timidi o segregati dai partiti di riferimento: l’ultima, in effetti, non mi sorprenderebbe affatto.

Restiamo, così, con una democrazia sospesa: non perché, come dicono i politicanti di destra, il governo non è stato scelto da popolo – in Italia il popolo non sceglie il governo – ma perché i soggetti eletti si sono volontariamente sottratti alle loro responsabilità, delegando di fatto e integralmente la gestione dello stato a una forza che non dovrebbe averne le competenze. E che, qui si, non è stata eletta dal popolo, unica fonte e unico attore del potere di base.
Cosa fare, allora? Alle urne?
Non sarebbe una soluzione perché non modificheremmo le menti degli eletti che, bene o male, sempre quelli sarebbero. Qui “lè tutto sbagliato, l’è tutto da rifare!”, veramente. Rimbocchiamoci le maniche e scendiamo in campo, ecco la risposta.

 
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Pubblicato da su 28 marzo 2012 in Politica, Sproloqui

 

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