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Smontiamo Monti


Mi prendo l’onere e l’onore di replicare a questo articolo dell’onorevole Mario Adinolfi su Europa. Credo che il suo pezzo contenga più o meno riassunti tutti i temi centrali sui quali la linea politica della sinistra deve chiarirsi le idee nel prossimo futuro.
Da parte mia, come elettore di centro-sinistra, ho una posizione abbastanza precisa e non mi tiro indietro dal discuterla.Il confronto, soprattutto quando pacato ed educato, credo non possa che portare giovamento a tutti. 

A differenza di quanto scrive Adinolfi, credo che, se il riformismo italiano è quello al quale abbiamo assistito con il governo Monti, sia necessario un sano e forte controriformismo. Le decisioni prese dall’attuale governo sono diametralmente opposte alle esigenze del corpo elettorale della sinistra e, a ben vedere, al Dna stesso di ogni sinistra riformista che, conoscendo l’attuale mondo, voglia allontanarlo a piccoli passi dallo spietato sistema liberista che sembra essersene impadronito.
Credo che la sinistra, se non vuole limitarsi a ottenere una vittoriuccia parziale alle elezione ma se intende governare davvero il paese e dargli una spinta propulsiva, debba invertire drammaticamente la rotta su molti temi rispetto a quanto fatto dal “governo tecnico” che ci sta tutt’ora guidando.

Io penso si possano ridurre i grandi temi di discussione a una manciata, che esporrò puntualmente.
Serve eliminare il pareggio di bilancio dalla Costituzione: questo è stato uno stupro alla Carta che sancisce ciò in cui l’Italia crede e ciò a cui le nostre istituzioni tendono. Mi rifiuto di pensare che la spesa – il bilancio – quindi il denaro siano così importanti in quanto tali da governare al posto dell’esecutivo. Perché, con questa modifica, è ciò che può accadere. In nome di un obbligo costituzionale – il pareggio di bilancio – il governo è tenuto a effettuare tagli alla spesa, ivi compresa la spesa su materie sociali che, a mio modo di vedere, deve invece crescere di pari passo al crescere della popolazione. Non possiamo lasciare la gestione della sanità pubblica in mano a esigenze di cassa (o la salute delle persone in mano alla sanità privata). Il centro della nazione non può essere il denaro o i conti pubblici: il centro sono le persone e le loro esigenze. Se serve spendere, si spende.
Serve rivedere la Riforma Fornero in materia pensionistica e, più in generale, di previdenza sociale. Qui ci sono due ordini di problemi. Non possiamo consegnare alla futura povertà chi oggi stenta a trovare lavoro – e ci metto me stesso in mezzo – o chi cercherà lavoro a partire da domani. E neppure è giusto che, terminata la fase produttiva della propria esistenza, ci si debba affidare ai risparmi o alla famiglia: chi lavora merita un’anzianità decorosa perché ha dato molto allo Stato e dallo Stato molto deve ricevere. Ovviamente questo coinvolge anche la modifica delle nuove età pensionabili, inadeguatamente alte, che avranno effetti drammatici: a 64 anni come potremo pretendere che una maestra sia ancora efficace con i suoi bambini, magari dopo quarant’anni dietro la cattedra?
Serve tornare al precedente testo dell’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, perché, come dice la Costituzione, il lavoro è un diritto e i diritti non si scambiano con il denaro. Il passaggio filosofico pericolosissimo è proprio questo: ceduto su un diritto che è ora divenuto merce, cosa ci impedirà di cedere anche sugli altri?
Credo anche che l’estensione dell’Articolo 18 a praticamente tutti i contratti attualmente esistenti, compresi quelli precari, assieme ad altre misure, possa rendere il lavoro precario meno vantaggioso di quanto oggi è, costringendo di fatto i datori di lavoro a praticare assunzioni a tempo indeterminato. Ma questo è un altro tema ancora.

Non è mia intenzione condannare Monti né il suo governo: semplicemente non ne condivido la linea politica. Apprezzerei moltissimo, invece, che tolga gli abiti del sedicente tecnico (perché tecnico non è stato!) ed entri nell’area politica nel settore di sua appartenenza: il centro-destra liberale del quale incarna i più alti valori e la compostezza morale. Nel dopo-Berlusconi ne abbiamo quanto mai bisogno.

Ciò di cui non abbiamo bisogno, a mio avviso, è una sinistra come quella che dipinge Adinolfi. Non credo proprio ci serva una sinistra che si affanca alle politiche liberali del centro-destra e che rinuncia a difendere i deboli per appoggiare le decisioni forti. Credo, invece, serva una sinistra forte delle sue posizioni che ancora sogni di cambiare un po’ questo sistema e di rendere la società e l’economia al servizio dell’uomo, quando invece oggi accade il contrario. L’esempio più lampante credo sia proprio Matteo Renzi, la cui programmazione è forte di tutte queste linee filo-liberiste che, sinceramente, trovo inappropriate per una vera politica di sinistra (o di centro-sinistra o, al limite, anche solo cristiana).

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Pubblicato da su 25 ottobre 2012 in Politica, Sproloqui, Teoria

 

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Renzi: quel che non dovrebbe esserci


Riprendo a scrivere – per un po’ – su stimolo attento dell’attualità, perché di materia su cui scrivere ce n’è parecchia.
Qualche giorno fa Matteo Renzi è stato a Savona; il suo tour elettorale per le primarie della coalizione di centro(sinistra) l’ha portato in Riviera, con abbondante afflusso di pubblico, affascinato dall’orazione. Stimolato dalla questione, mi sono dedicato alla lettura del programma di Renzi: avevo già letto (e commentato) i suoi 100 punti, trovandoli drammatici come programma della sinistra. Ora mi son dedicato a una nuova analisi. Con risultati diversi, anche se altrettanto preoccupanti.

Devo dire che l’attuale programma, rispetto ai 100 punti, è un passo avanti. Leggendo bene le materie trattate e gli spunti si respira, finalmente una certa aria di sinistra, quell’aria di cui ha tanto bisogno il paese. Non abbastanza, secondo me, ma un passo avanti rispetto a novembre 2011.
Ovviamente le delusioni non mancano… e ve le elencherò tutte.

Il primo elemento, che già da solo basterebbe a far buttare Renzi, il programma e i suoi collaboratori nel primo depuratore per il riciclaggio è l’appoggio all’opera di Monti. Renzi – e la Bindi, che mi ha profondamente deluso per questo – intende porsi in continuità con l’operato del governo Monti.
Partiamo dal presupposto che Monti è l’esatto opposto di una politica sociale degna di un qualunque partito di centro-sinistra (per non dire cattolico, com’è Renzi). Il PD fino a ora ha condotto una politica becera al riguardo, appoggiando Monti perché, se fossero finiti loro al governo con nuove elezioni, non avrebbero saputo dove mettere le mani. Serviva uno strumento di distrazione. A farsi distrarre, però, sono stati i dirigenti del PD, che oggi intendono proseguire l’opera di Monti. Renzi in testa.
Anche se vorrei un sano partito socialdemocratico – non alla Berlusconi – che remi ampiamente contro l’intero sistema liberale made in Monti fin da subito, potrei tranquillamente accettare di supportare, di fronte a un programma valido, anche qualcuno che fin’ora l’abbia appoggiato in parlamento, quantomeno definendolo un “male necessario”. Un politico del genere, in assenza di seri soggetti di sinistra vera, mi andrebbe bene. Avere a che fare con un sindaco che intende proseguire sulla strada di Monti – vedrete cosa dirò in materia di previdenza – mi fa rabbrividire. Mi aspetterei, almeno, l’intenzione di smontare parte delle riforme montiane – almeno il pareggio di bilancio in Costituzione, vi prego – e l’idea di instaurare un serio sistema di welfare state alla scandinava. Almeno. Mica pretendo del socialismo reale, peraltro impossibile (Popper l’ho letto…).
Detto questo, che basterebbe per chiudere, torniamo al programma di Renzi. Oggi i punti dolenti, domani le positività. Sono indicati proprio con la numerazione del programma renziano, che trovate qui, in modo da avere una semplice consultazione sinottica.

1.b Allo stesso tempo, i cittadini devono poter scegliere un leader messo in condizione di governare per l’intera legislatura e di attuare il programma proposto alle elezioni
Un che? Un leader?
Perché mai?
Questa frase indica quanto profondamente abbiano inciso vent’anni di berlusconismo. Ora serve un leader. Peggio, questo deve poter governare dopo le elezioni. Magari pretenderà anche che nel governo ci sia il partito di maggioranza relativa, per forza, senza possibilità che a governare sia una maggioranza diversa.
Così possiamo buttare la repubblica parlamentare lasciataci dai Padri!
La struttura istituzionale del paese prevede espressamente che il governo possa cadere e possa formarsene un altro. Non è un difetto, è un pregio.
Significa che il centro del nostro paese è il Parlamento, non il governo. E va benissimo così: non lo voglio eleggere il Presidente del Consiglio dei Ministri (che non è il Primo Ministro). Voglio che lo nomini il Quirinale, sentiti i partiti. E voglio che sia un funzionario che dirige l’operato del governo, il quale, a sua volta, rende operative – esegue – le decisioni del parlamento.
Voglio che, come insegna la Costituzione, sia il Parlamento il fulcro democratico del paese.

3.a Ridurre il debito attraverso un serio programma di dismissioni del patrimonio pubblico
Ottimo. Non pensiamo alle generazioni future, freghiamocene di cosa lasciamo al paese di domani. Vendiamo tutto.

Il debito non si riduce svendendo le proprietà: si riduce soprattutto recuperando quel che è stato tolto e quel che cercheranno ancora di togliere (evasione fiscale, per esempio). Si riduce rendendo produttiva la popolazione con una sana – e onerosa – politica di sostegno sociale.
Vorrei dire che riduce cambiando radicalmente il sistema economico di riferimento… ma poi mi danno dell’utopista.

4.d.1 Mettere a punto un sistema di valutazione delle università e sostenere quelle che producono le ricerche migliori.
Ho sempre sognato anch’io che ci fossero università di serie A e università di serie B.

Davvero.
Era un incubo, certo, l’incubo dell’abolizione del diritto allo studio e dell’uguaglianza.
L’azione da compiere è l’esatto inverso: le università più deboli vanno riempite di docenti giovani e competenti, entusiasti, coperti di fondi affinché producano e portino all’eccellenza anche quegli atenei. L’offerta pubblica – a tutti i livelli – deve essere di qualità altissima e il più possibile di ugual qualità su tutto il territorio nazionale (con l’ovvia attenzione alle eccellenze: ingegneria navale a Perugia la vedo insensata).

4.d.3. Consentire a tutti gli studenti universitari di finanziarsi gli studi e le tasse. Obbligo per le Università di stabilire accordi con almeno tre banche (di cui almeno una locale e almeno una nazionale) per i finanziamenti agli studi universitari, garantiti da un fondo pubblico di garanzia.
Quale gloriosa americanata! Dai, mettiamo il futuro dei giovani, il loro diritto a formarsi, nelle mani delle banche. Già più o meno ce l’hanno diamoglielo del tutto.

Se non si fosse capito, ho in mente una scuola pubblica eccellente e gratuita, che consenta l’accesso ai massimi livelli sulla base del merito, non su quella del denaro.
Il denaro non deve poter comprare nulla di fondamentale per la vita: solo i gadget.

5.a.2 Liberalizzare davvero per far scendere le tariffe.
Ottimo. S’è visto come sono scese le tariffe in materia energetica dopo le liberalizzazioni. O nel campo del carburante.

Non sono un genio dell’economia ma vedo anch’io – chi non lo vedrebbe? – che il liberismo non funziona. Crea delle enormi problematiche economiche dove c’è un welfare state (Europa) o delle disgrazie sociali dove il welfare state non c’è (Stati Uniti). Non sono un fan della programmazione quinquennale di sovietica memoria ma credo che in molte materie l’intervento statale sia fondamentale per evitare che i ricchi si arricchiscano di più e i poveri si impoveriscano. Possibilmente dovremmo studiare un sistema per ottenere l’effetto opposto, riducendo il gap di benessere (anche tra le nazioni, ma è un altro discorso).

6.f.La riforma previdenziale introdotta da Elsa Fornero non verrà messa in discussione
Questa è la chicca. Ne parlavo in apertura: ci sono alcune questioni sulle quali ogni programma sano di sinistra deve mirare a smontare al più presto l’operato di Monti. Uno è il sistema previdenziale. È tassativo e inderogabile.

Assieme ci metto la modifica dell’Articolo 18 (che andava modificato, certo: estendendolo a tutti i contratti e imponendo pene più severe) e il pareggio di bilancio in Costituzione.

Appena possibile tratterò i punti positivi del programma fiorentino, quindi passerò a ciò che manca.
Il vero problema, però, non è soppesare pro e contro: è capire qual è l’idea di base che muove il modello renziano. E questo modello a me sembra del tutto inadatto alla sinistra, al buonsenso, all’amore fraterno che muove i cristiani. Parlo di fondamenti, ovviamente, non di singoli provvedimenti.

Ora andiamo, si fa tardi.

 
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Pubblicato da su 17 settembre 2012 in Politica

 

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Nucleare e pena capitale: due facce della stessa Italia


Nelle due ore che ho trascorso in piedi, ho già incrociato due notizie interessanti e meritevoli di commento; La Stampa annuncia che il costo delle esecuzioni capitali negli USA è cresciuto, grazie anche a rigide posizioni italiane, e questo potrebbe influenzare il processo di abolizione in molti stati. Il Fatto Quotidiano riporta, invece, l’appello di un centinaio di scienziati italiani che chiedono al Presidente del Consilvio Mario Monti di ripensare la decisione referendaria sul nucleare.

La prima notizia è interessante e, addirittura, sembra una buona notizia. Ad analizzarla meglio si capisce che, invece, è veramente pessima: ancora oggi, l’applicazione dei diritti umani è strettamente vincolata a motivazioni economiche, tanto che la vita di esseri umani è appesa al bilancio dello stato-assassino che li ha condannati a morire. Pessimo davvero se è necessario ricorrere a pressioni economiche perché un paese che si definisce civile – ma non ritengo civile alcun paese dotato di pena di morte o che lotti contro un sistema di sanità pubblica – ponderi con maggior attenzione il rapporto costi/benefici delle esecuzioni capitali.
Penso sia il frutto del capitalismo estremo che abbiamo raggiunto in questi anni, parallelo alla monetizzazione del diritto al lavoro che stanno cercando di imporre all’Italia. Ora anche il diritto alla vita potrebbe diventare una questione di denaro.
Ho il voltastomaco… perché, al di là del singolo contesto, significa che la degenerazione morale (capitalistico-liberale) è in corso e rischia di travolgerci tutti con effetti assolutamente impensabili, non immaginati e, mi auguro, tutti sulle spalle di chi il capitalismo lo appoggia.

Veniamo alla seconda notizia: questa suona di ridicolo. Sembrerebbe una burla ma è datato 2 aprile, non 1 aprile. Tendo quindi a crederci.
Ora, non dovremmo preoccuparci troppo: il referendum popolare blinda l’argomento per un po’, quindi non ci sarebbe da temere. Ma siamo sicuri che al presidente Monti interessi davvero un referendum democratico, non espressione degli interessi bancari, industriali, borsistici ed economici? E siamo sicuri che non riesca anche a influenzare la Corte Costituzionale, l’organo che dovrebbe vigilare sul rispetto della volontà popolare? Una bella violazione dell’Articolo 1 della Costituzione sarebbe una splendida ciliegia sulla torta di distruzione dei diritti dei cittadini, di cui Monti potrebbe vantarsi tra i colleghi. Con stile e garbo, certo, non la sguaiataggine di Berlusconi, ci mancherebbe solo.
Ma, in definitiva, per noi cambierebbe qualcosa?

Due notizie, qualche minuto e un po’ di tristezza e preoccupazione in più.
Sono sinceramente preoccupato dalla deriva che sta prendendo il nostro paese – il globo, addirittura – perché vi vedo la negazione di tutto ciò in cui credo. E credo, in definitiva, che ci vorrebbe meno attenzione all’economia e più attenzione all’umanità, a noi poveri esseri umani, tra noi poveri esseri umani. Non ciascuno a sé stesso, bensì ciascuno al suo vicino: ci affidassimo a chi è nostro compagno di viaggio, ci affidassimo tutti in questo modo, non potremmo che vivere in un mondo dove la nostra felicità sarebbe al centro. Nel sistema capitalistico, la mia felicità è al centro delle attenzioni di una persona: me. Nel sistema cristiano, la mia felicità è al centro delle attenzioni di milioni di persone: tutti quelli che mi sono vicini. Come non vedere un miglioramento?

 
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Pubblicato da su 2 aprile 2012 in Curiosità, Politica, Sproloqui

 

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Parlamento tecnico, governo politico


Dicono che in Italia ci sia un governo tecnico, posto alla guida del paese per risanarci da una crisi economica che ha rischiato di causare il tracollo più epocale alla nostra società.
Dicono anche che i partiti politici rappresentanti in parlamento che supportano tale governo siano, nel frattempo, intenti a ordire le riforme istituzionali che “da tempo servono all’Italia”.

Premettendo che non vedo necessità di grandi riforme istituzionali – ne parleremo poi: a me basterebbe una nuova legge elettorale che sia anche rispettosa della Costituzione e una legge che cancelli, in politica, conflitto di interessi e indagati con scranno – e che ho paura di cosa potrebbe partorire la mandria di deficienti politicamente e mafiosi che calcano oggi la scena politica (Alfano, Bersani e Casini come possono far meglio di Calamandrei, De Gasperi e Togliatti?), credo che a essere tecnico, ormai, sia il Parlameto – i parlamentari, per l’esattezza – e non il governo.
Mario Monti nei suoi mesi a Palazzo Chigi ha dimostrato di saperci fare; è abile, competente, puntuale, preciso, organizzato e deciso. Tutta un’altra cosa rispetto ai recenti predecessori, soprattutto se paragonato al nanetto recente. Però non si dica che è un tecnico. La linea del suo governo, ben spiegata e portata avanti con chiarezza, è decisamente e prevalentemente politica; persegue un ovvio piano liberale, perfettamente introdotto nell’attuale congiuntura e senza mettere in discussione la struttura socio-economica di base ma, anzi, inserendosi nel solco delle forze conservatrici di governo, oggi prevalenti in Europa. Dopotutto è “legge storica” (nel senso di tendenza spiegabile ma non certa e neppure ineludibile) che nei tempi di difficoltà ci si affida a chi promette sicurezza; vero quanto l’assenza di memoria negli italiani, visto com’è andata a finire le ultime volte che ci siamo affidati a chi prometteva sicurezza. Probabilmente, dev’essere “legge psicologica” la stupidità umana.

Ma dicevamo della politicità del governo tecnico: direi che la sua politica parla da sola e ci chiarisce che di tecnico c’è ben poco. Tagli allo stato sociale, riduzione dei diritti dei più deboli a vantaggio dei più forti e via dicendo. Questo è un governo politico, guidato da una chiara linea ideale-ideologica di stampo liberale-liberista (si, un cancro per l’umanità, da estirpare): sarebbe un governo tecnico anche uno guidato da me, dopotutto, se mi fosse concesso di guidare a mio piacimento le operazioni.
D’altronde non sono neppure certo possa esistere un vero governo tecnico, salvo in casi molto particolari e circostanziati, tanto da far risultare la generalizzazione “tecnico” come una forzatura: quei governi, se ci sono stati, non sono propriamente classificabili e tanto basta.

Passiamo al Parlamento: quello si che è diventato tecnico, soprattutto per quel che riguarda la maggioranza; i tre grandi capi, infatti, ben di rado si son sognati di mettere in discussione le posizioni di Monti – giusto sull’Articolo 18 Bersani avanza proteste, ma temo che poi accetterà: e accetterà anche la decisione del popolo della sinistra di non votare più il Pd – e molto spesso hanno emesso commenti del tipo “questo provvedimento non ci piace molto, ma lo votiamo lo stesso perché deve passare per il bene del paese, anche se noi faremmo diversamente”. Frasi pronunciate un po’ da destra e un po’ da sinistra, con Casini a cui tutto va bene, da buon centrista.
Il Parlamento e i suoi membri, in pratica, hanno perso del tutto il ruolo di coscienza e guida dell’esecutivo: il governo, infatti, dovrebbe eseguire quanto decide il Parlamento, non il contrario. Se con B. era ovvio che il Parlamento approvasse quel che lui voleva, perché era il capo e tutti gli eletti facevano riferimento a lui, e basta, non certo al popolo, ora con Monti si assiste all’eutanasia delle coscienze. Nonostante aspri disaccordi e provvedimenti fuori dal mondo – per l’una e per l’altra parte, ma più per la sinistra – si approva tutto “perché serve al paese”. Nessuno che proponga una ricetta alternativa.
Ecco, questo è essere tecnici: approvare qualcosa perché “ce n’è bisogno”.

Credo che tutto questo fosse inevitabile: la qualità della classe politica italiana s’è degradata a tal punto che l’ideologia – nell’accezione di “qualcosa in cui credere e che guida l’azione” – è malvista o del tutto defunta. E dove andiamo senza un briciolo di idea su come cambiare le cose, in meglio? Neppure Popper arriverebbe a una tale soppressione della progettualità, ricorderebbe solo di pensare su tempi brevissimi e di evitare le utopie e i grandi piani. Attualmente in Parlamento siedono perlopiù soggetti spinti da interessi personali (propri e/o altrui) o sono del tutto carenti sotto il punto di vista della preparazione politica: siamo in attesa non dico di un leader ma quantomeno di un politico decente da almeno due decenni. Se penso che, al momento, il meglio – giudizio tecnico – è Fini… cado in una cupa depressione, davvero. Suppongo ci siano soggetti validi, da qualche parte, ma devono essere molto ben nascosti, timidi o segregati dai partiti di riferimento: l’ultima, in effetti, non mi sorprenderebbe affatto.

Restiamo, così, con una democrazia sospesa: non perché, come dicono i politicanti di destra, il governo non è stato scelto da popolo – in Italia il popolo non sceglie il governo – ma perché i soggetti eletti si sono volontariamente sottratti alle loro responsabilità, delegando di fatto e integralmente la gestione dello stato a una forza che non dovrebbe averne le competenze. E che, qui si, non è stata eletta dal popolo, unica fonte e unico attore del potere di base.
Cosa fare, allora? Alle urne?
Non sarebbe una soluzione perché non modificheremmo le menti degli eletti che, bene o male, sempre quelli sarebbero. Qui “lè tutto sbagliato, l’è tutto da rifare!”, veramente. Rimbocchiamoci le maniche e scendiamo in campo, ecco la risposta.

 
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Pubblicato da su 28 marzo 2012 in Politica, Sproloqui

 

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L’acquisto della coscienza


“Con il solo indennizzo per il lavoratore licenziato ingiustamente passerebbe  un messaggio assai negativo quello che con un po’ di denaro si ha la libertà di togliere illegittimamente il futuro alle persone”.
Sembrano parole di Landini. O della Camusso. Forse di Vendola o, magari, di un Bersani illuminato dall’alto. Invece a pronunciarle è stato Enzo Letizia, sindacalista dei funzionari di polizia, non certo il più marxista e rivoluzionario tra i sindacati italici.

La Cigl protesta, il PD si spacca, il PdL gioisce (strano: ogni volta che c’è da ledere i diritti dei deboli, il PdL è sempre favorevole!), le voci disinformate si moltiplicano.
Non voglio quindi unirmi all’orda di commentatori tecnici – peraltro non sono un giuslavorista: sono uno storico e cerco di limitarmi a riflettere sul nostro tempo con occhio critico ma attento ai diritti e ai deboli – che stanno delirando su pagine stampate e digitali. Piuttosto che scendere veramente nell’arena, mi limiterò a intaccare la (sovra)struttura generale della proposta montiana.

La prima cosa che mi colpisce – e mi sconvolge – è la monetizzazione di un diritto: è la strada al mercato umano, perché se iniziamo a barattare il lavoro, fonte della dignità umana, finiremo per barattare anche il resto. Già la salute è questione da ricchi…
Sancire che il lavoratore licenziato per arbitrio del datore di lavoro merita non il reintegro (quindi il suo posto di lavoro, legittimo) ma una paccata di soldi, significa svilire la vita umana fino a renderla mero oggetto di una compravendita.
Non ci sto, mi spiace: è la dimostrazione, l’ennesima, che il liberismo propugnatoci da Monti, dall’Europa, dagli Stati Uniti (e anche dalla Russia, tranquilli: niente utopie sovietizzanti in me…) è inadatto a soddisfare i basilari diritti umani, oggi come ieri. Un passo avanti rispetto a ciò che c’era prima, certo, ma un passo indietro rispetto a quello che la sensibilità attuale – e la Costituzione – ci chiede a gran voce. Ci impone.

Altro lato della questione: secondo me, un imprenditore che deve licenziare per “ridotta produttività” è un imprenditore che ha sbagliato da qualche parte. O prima assumendo troppo, o dopo non riuscendo a mantenere la quota di mercato che aveva conquistato e che gli consentiva quel numero di occupati (alternativamente, è stato poco efficiente nell’adattarsi alle mutate condizioni del mercato). Nell’ottica liberale – che io non approvo ma che tanto piace a questo governo – la colpa sua: e, secondo me, a pagare deve essere lui, non il lavoratore “di troppo”. Che vada a casa l’imprenditore, non l’operaio/impiegato.

Non dobbiamo adeguarci all’Europa, dobbiamo spezzare il sistema costruendone uno basato sulla solidarietà generale, sull’equità e sulla garanzia dei diritti fondamentali. Si, suona vagamente “old comunist style”, mi ci manca l’invettiva contro il capitalismo e quasi ci siamo. In realtà, anche se la lotta è simile, credo siano cambiati moltissimi termini di discussione e credo anche che, per quanto riguarda me, il marxismo c’entri poco. Non avrei apprezzato Popper, altrimenti.
Credo però che l’uguaglianza e la libertà debbano venire di pari passo e che la libertà di alcuni – imprenditori – non possa distruggere il futuro, e la libertà, di altri – i lavoratori.

Un po’ questa riforma mi fa sorridere perché dimostra come il liberismo non lo vogliano neppure i liberisti stessi. Se infatti accettassero appieno il loro credo, coglierebbero perfettamente le garanzie dei diritti dei dipendenti come strumento per dimostrare l’inadeguatezza dei colleghi che dovessero ricorrervi, costringendoli de facto a crollare. Non darebbero loro certo strumenti per proteggersi e mantenersi a galla: il liberismo è una gara a chi è più forte. Se neppure i liberali vogliono il liberismo, perché dovrei volerlo io che son cristiano?

 
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Pubblicato da su 21 marzo 2012 in Politica, Sproloqui, Teoria

 

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Le responsabilità (storiche) della sinistra e della politica italiana


La diatriba – secondo me pittoresca – tra Nanni Moretti e Fausto Bertinotti circa le responsabilità dei “comunisti” nel crollo del governo Prodi e nel successivo dominio berlusconiano del paese – realmente una pagina cupa e oscura, seconda solo al Ventennio in quanto a orrori e storture della democrazia – cade nel bel mezzo della rilettura di Bloch, “Apologia della Storia”, testo che è pietra miliare della mia formazione storica, che dovrebbe essere lettura per tutti i cultori e che dovrebbe interessare, in qualche modo, anche cronisti e politici. 

L’intervista a Moretti, pubblicata da Repubblica, contiene alcuni spunti interessanti che meritano una certa analisi. Non sono d’accordo con il regista quando dice che “manca una vera opinione pubblica”: credo, invece, che l’opinione pubblica ci sia eccome. Semplicemente quest’opinione pubblica è più interessata a X-Factor o all’Isola dei Famosi piuttosto che alla politica economica, al conflitto di interessi o allo stato delle carceri.Dopotutto si tratta di un paese in cui una persona su sei non va a votare alle elezioni politiche, occasione in cui una su tre di quelle che lo fanno sceglie deliberatamente di sostenere con il voto un tizio che, palesemente, da vent’anni gestisce il paese come un’industria propria, modificando leggi e sistemi per ottenerne il massimo profitto.

Si tratta, allora, di un problema di responsabilità civile e, prima ancora, di buonsenso. Ma, si sa, il buonsenso non è soggetto a cui assegnarsi per fiducia, meglio allora puntare sulla sensibilizzazione e sullo stimolo critico.
Non credo, infatti, che l’aggressione frontale al sistema scolastico perpetrata dalla destra sia un caso; piuttosto una strategia di “indebolimento” del pensiero critico, una trasformazione della scuola da “allevamento di cittadini” a “fornitrice di informazioni tecniche”. Perché, in effetti, è questo che vuole il sistema capitalistico: una scuola che insegni “utilità” da impiegare sul lavoro, possibilmente senza pensare eccessivamente e, soprattutto, senza dedicarsi a iniziative critiche personali. Il volere del padrone non si discute.

Io, che credo nel mandato di formazione di cittadini responsabili e consci dei loro diritti/doveri, ripudio completamente questo approccio e, in prima istanza, do la colpa del suo successo all’estrema debolezza e incapacità della sinistra. PD, soprattutto il PD: ma il PD, si sa, è figlio dell’insuccesso dell’Ulivo, frutto esso del “tradimento” di Bertinotti.
In storia, però, si devono sempre rifiutare le cause monolitiche, si deve rifuggere dall’idolo delle origini (grazie prof. Bloch). Quindi non scarico su Bertinotti l’origine del processo causale: gli assegno, invece, una profonda responsabilità, un ruolo di concausa. Perché è noto che la sinistra sappia farsi male da sola, scindersi inopportunamente, non cogliere il momento in cui stringere i denti per evitare il peggio. Lo fa a sproposito, di contro, come nel caso del governo Monti.
Grazie tante.

La sinistra italiana ha così perso un treno importante; arenandosi su questioni secondarie e dedicandosi a battaglie ridicole – eutanasia, no TAV, no global, missioni NATO – ha lasciato mano libera ai governi-fantoccio del Nano in materie veramente centrali, senza le quali ciò per cui ha combattuto risulterebbe comunque non fondante: giustizia, leggi ad personam, istruzione, sanità, informazione, conflitto d’interessi, mafia, evasione fiscale, immigrazione…
Un po’ Moretti fa sorridere quando ricorda i suoi “girotondi”: serviva ben altro per destare un minimo la sensibilità italica. Non l’abbiamo fatto e oggi ne paghiamo carissime conseguenze. Berlusconi e Monti, in serie ma con diverse modalità, stanno snaturando (distruggendo) lo stato sociale costruito con duri sacrifici e durissime lotte; il successo del secondo, poi, è costruito perlopiù sull’inadeguatezza del primo. Un po’ come se, dopo un decennio di nazionali di calcio costruite convocando calciatori di prima e seconda categoria, oggi convocassero qualcuno della serie D: pur sempre brutte partite ma, almeno, qualche passo avanti.
Che molti rimpiangano il Nano, poi, è sinonimo dell’insipienza della mente italiana media.

Cosa resta da fare? Uscirne. Uscirne al più presto. Per uscirne serve uno sforzo culturale enorme da parte della sinistra: è necessario sapersi lasciare alle spalle i faldoni del passato, ammettere che non tutti i padri della sinistra sono attuali/sensati (a partire da Marx) e, tenendo d’occhio i valori, rivoluzionare la struttura, le pratiche, il linguaggio, le persone, gli obbiettivi pratici.
Sembrerà quasi che si debba uccidere la sinistra: da un certo punto di vista è così. Si deve cancellare il tutto per ricostruire: la “resurrezione” post mortem oggi è forse l’unica possibilità per garantire il successo, domani, dei valori per i quali la sinistra lotta da decenni. Si, quei valori che il suo elettorato vuole veder affermati.

 
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Pubblicato da su 13 marzo 2012 in Politica

 

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Articolo 18: diritti e proposte


L’articolo 18 dello statuto dei lavoratori – quello che impedisce il licenziamento senza una giusta causa – è al centro di numerose polemiche, che stanno caratterizzando queste giornate. Dall’apertura della della Fornero agli esimi pareri di numerosi giuslavoristi, si sente vociare circa la necessità di una riforma di questo articolo e, ancor più, della sua applicazione.
Posso dire di essere d’accordo sulla necessità di una severa riforma della disciplina, non c’è alcun dubbio; ritengo, tuttavia, che la mia opinione sia saldamente differente da quella della Fornero, degli imprenditori e di molti politici/politicante che si dicono “di sinistra”. Estremamente diversa.

Ci sono dei criteri di fondo che nella disciplina del lavoro non possono mai essere scordati. Il primo è il diritto al lavoro; il lavoro – non l’impresa – è il fondamento su cui è costruita l’Italia. La nostra Costituzione – e ogni volta che la rileggo, trovo che sia un documento programmatico di una bellezza, profondità e sensibilità sociale tanto affascinante e condivisibile, quanto spregiudicata – sancisce questo elemento con l’Articolo 1 e ribadisce l’importanza del lavoro, tanto da farne un diritto, con l’Articolo 4.

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ho sottolineato la seconda parte perché credo sia una caratteristica splendida di questo articolo: ci dice non solo che lavorare è un nostro diritto ma che spetta allo Stato fare in modo che ci sia lavoro per tutti. È un espresso compito della Repubblica produrre quelle condizioni economiche e sociali che consentano a tutti di avere un lavoro e, attraverso questo, mantenersi dignitosamente (lo aggiunge il comma successivo): sarà anche una Costituzione criptocomunista ma ne sono innamorato!
Credo che non ci si debba arrendere sulle difficoltà di attuazione e, pertanto, credo che non si debba cedere in materia di Articolo 18. Semmai bisognerebbe rilanciare.
Bisognerebbe rendere l’Articolo 18 il grimaldello con cui forzare la serratura del “sistema capitalistico” e rovesciare un’ottica talmente sorpassata da risultare inadatta alla Costituzione. E, badare bene, non è la Costituzione a essere antiquata, bensì quest’atteggiamento neoliberistico che nasconde, assieme a una buona dose di egoismo, classismo ed elitarismo, una sana dose di malvagità sociale. Penso, in verità, che la Costituzione sia uno splendido programma su cui dobbiamo camminare, con perseveranza e costanza, senza dimenticare gli errori del passato ma tenendo bene a mente che la destinazione è sacrosanta.

Cosa significa questo, in pratica? Che, tutto sommato, il modello di flexicurity mi piace e potrebbe essere convincente. Non ho mai nascosto di essere un sostenitore del modello scandinavo – una socialdemocrazia che tenga al centro i lavoratori e i loro diritti, la garanzia che possano vivere del loro lavoro, sempre – e che mi piacerebbe assistere alla sua implementazione in Italia, pur ritenendola estremamente difficoltosa. Il testo di Ichino al riguardo è abbastanza illuminante e abbastanza condivisibile: forse troppo. Sembra quasi di leggere il Paradiso dantesco, per certi aspetti.
Non sono, invece, d’accordo sul metodo di attuazione. Non credo che il primo passo sia incidere sull’Articolo 18: credo, invece, che il primo passo sia incidere sulla contrattazione a tempo determinato e sul precariato. La garanzia va data ai lavoratori, non alle imprese; e la storia che senza imprese il lavoro non c’è, non regge. L’impresa deve, come i lavoratori, adeguarsi alla regolamentazione, volente o nolente; allo stesso modo dei lavoratori, al cambiare delle regole può adattarsi o estinguersi. Essendoci (molti) più lavoratori che imprenditori, il buonsenso dice che si debbano tutelare questi cittadini, proprio perché sono un’ampia maggioranza – il che non vuol dire affossare l’impresa, ovviamente, ma far pagare il giusto dazio. Dopotutto, un imprenditore che non sa stare alle regole dovrebbe finire in mezzo a una strada quanto un lavoratore licenziato, quindi…
Cancellati i contratti precari, si può passare alla costruzione di un modello a garanzia occupazionale, ma flessibile, può essere una risposta. Ma il primo passo non deve essere l’eliminazione delle garanzie, bensì la loro estensione; nel secondo tempo andrai a incidere sulla struttura del contratto e non è detto che l’intervallo debba essere lungo. Forse solo il tempo necessario per stabilizzare il mercato occupazionale.

In fin dei conti, si torna a quanto dicevo e scrivevo di Popper. Lui sosteneva che, in una società aperta, bisognasse dare la priorità alla libertà sull’uguaglianza, perché tra non liberi non può esserci vera uguaglianza. Io ho ribattuto, di contro, che ritengo entrambe massimamente importanti: credo che la Costituzione vada per questa strada, ne sono ragionevolmente sicuro. Non possiamo prescindere dall’uguaglianza per costruire vera libertà. Non possiamo e, anche se potessimo, non dobbiamo volerlo. L’alternativa è rimanere in un mondo di ineguaglianze e scivolare lentamente lungo una china che non mi piace affatto.
E, sinceramente, la ben poca chiarezza della sinistra – del PD in particolare – nel fronteggiare le proposte riguardo la distruzione dei diritti dei lavorati, suona come un allarme che dovremmo seguire con maggiore attenzione. ll liberismo ha smantellato la nostra società, ha condotto l’umanità a un nuovo stato di barbarie; ha anche portato a importanti conquiste, ci mancherebbe. Ma non possiamo dimenticare che le conquiste sociali sono figlie più delle lotte marxiste – e non sono marxista – che della struttura liberal-capitalistica della nostra società (oltre che della dottrina sociale della Chiesa: non la dimentico mai). Forse è ora di cambiare non solo le carte in tavola, ma il gioco stesso: serve un gioco senza un banco che vinca sempre, tra soggetti sempre e comunque uguali.

 
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Pubblicato da su 22 dicembre 2011 in Politica, Sproloqui, Teoria

 

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