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Immagina… la scienza!


L’edizione 2011 del Festival della Scienza di Genova s’è chiusa con un bilancio tutto sommato positivo; scampata l’alluvione per una manciata di giorni, la kermesse genovese ha attratto come ogni anno migliaia di persone, coinvolgendole nel principale evento di divulgazione scientifica in Italia.
Attraversare una città che per dieci giorni si riempie di magliette bianche e asterischi rossi comporta ogni volta un effetto simile alla sospensione dalla realtà: quei giorni trascorrono in una dimensione temporale tutta loro, con ritmi, riti e codici linguistici propri di noi animatori, di chi si dedica a raccontare la scienza a un pubblico interessato, curioso, stupito da quanto la scienza in realtà sia così vicina a loro. Di quanto vicini siano gli scienziati, di ieri, di oggi, di domani. 

La prima parola di cui oggi vi parlo è, quindi, raccontare. Il Festival racconta ogni anno storie e scienze diverse, attraverso i suoi attori principali. La scienza, a suo modo, è un racconto e fa parte di quella grande narrazione che è l’umanità, la sua storia. Forse è per questo che i ragazzi guardano con occhi strabuzzati il nylon tra le mani di un giovane chimico, che scolaresche ascoltano premi Nobel spiegare complessi passaggi di meccanica quantistica, che bambini si affannano su un difficile problema matematico fatto di corde e bastoncini.
L’impressione di ogni anno è la stessa del primo: sfatata l’atmosfera magica con l’esperienza, magari, ma permane la meraviglia di quanto si possa fare – e si debba fare – per raccontare come la scienza non sia così lontana.

Immaginazione è il futuro che ci attende: il prossimo Festival avrà proprio questa parola chiave. Ho già qualche idea in canna, qualche colpo da riservare per un paio di laboratori. C’è molta immaginazione nella mia vita – anche nella parte non scientifica – e credo di poter tradurre alcune di queste passioni in ottimi stimoli per la divulgazione. Spunti, anzi, più che stimoli. La scienza, dopotutto, è composta spesso di idee immaginate, di progressi inimmaginabili, di sorprese nate da un’intuizione in più del genio del secolo.
Ci proverò, le idee non mancano e le possibilità si raccolgono soltanto lanciando i dadi…
Immaginerò nuovi laboratori, state pronti: e il prossimo anno spero di potervi raccontare direttamente dal Festival, direttamente dalla parte dei proponenti – di nuovo, ma questa volta per me stesso – cosa vuol dire mettersi ad allestire a mano il proprio piccolo, umile laboratorio.

Appuntamento alla call for proposal, allora: non mancate!

 
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Pubblicato da su 15 novembre 2011 in Divulgazione scientifica

 

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Cambio di Paradigma


Ho passato molto tempo in questi giorni a parlare con parecchie persone riguardo la crisi economica – o quella politica – che il nostro paese e tutto l’Occidente sta attraversando. Il mio stupore maggiore è provocato dall’ampio consenso che il nome di Mario Monti sta ricevendo da più parti, comprese quelle parti che, per struttura, storia, ideali, dovrebbero aborrire le soluzioni che plausibilmente applicherà alla nostra situazione.
Messi alle strette, coloro che si son sempre dimostrati contrari a certi atteggiamenti – al capitalismo, diciamolo senza timore – hanno ammesso che servono risposte certe, risposte apprezzabili dai mercati, risposte credibili, risposte rapide. Serpeggia un giusto timore della crisi e una meno giusta credenza di certificazione univoca delle risposte di Monti: tali risposte, infatti, hanno l’unico vantaggio di essere ampiamente coerenti con il sistema economico in cui la crisi è nata e si è sviluppata. Guardacaso quello stesso sistema che, sulla carta, la sinistra dovrebbe voler abbattere.
Non criminalizzo affatto chi ammette tale priorità: è nella natura umana compiere delle scelte basandosi sull’intenzione di sopravvivere con il minor danno. Penso che anch’io, nonostante le parole, agirei sui medesimi toni, se messo davvero davanti a scelte stringenti. Siamo umani.
A stupirmi è che tutte le giustificazioni che emergono per motivare tali scelte riconducano immancabilmente alla necessità di agire in accordo con il sistema: nessuno prende in considerazione la possibilità di scelte diverse. Con tale definizione, ovviamente, non intendo soluzioni anti-liberistiche nel nostro contesto: ovviamente fallirebbero. Intendo modificare completamente il contesto, rinunciare alle regole del gioco e sostituirle con un altro. Lo sforzo immaginativo non arriva (quasi) mai, neppure tra i più abili politici della nostra sinistra (razionale) più estrema, a concepire un cambio di paradigma.

Ritornare a Kuhn per illustrare un momento così delicato momento della nostra società può suonare avventato; per me che non sono un filosofo è senza dubbio rischioso. Della sua struttura delle rivoluzioni scientifiche voglio però mantenere l’impressione, la suggestione di fondo: l’impossibilità di pensare al nuovo paradigma fino a che ci si trova in quello vecchio. Farà sorridere molti spiegare che questa suggestione deriva più dalla lettura di Crichton (Ian Malcolm, uno dei protagonisti di Jurassic Park, spiega i paradigmi meglio di Kuhn!) che da quella diretta dell’epistemologo statunitense. Eppure da lì nasce la suggestione, confermata dagli studi – più seri – di questi ultimi anni.
Il principale ostacolo a una risoluzione “di sinistra” della crisi proviene proprio dall’incapacità della sinistra di proporre linee d’azione non capitalistiche. Non solo non liberali, nell’accezione di contrarie ai grandi monopoli, agli industriali, agli imprenditori, sotto il segno delle garanzie e delle sicurezze per operai, dipendenti e ceto medio; intendo come soluzioni non capitalistiche quelle proposte che, basandosi su criteri e crismi completamente difformi dalla struttura economica attualmente in vigore, possano incidere realmente aggirando i limiti dell’attuale mercato.
Non essendo uno studioso di economia o un esperto autodidatta dell’argomento, non ho proposte reali in campo economico: eppure, nell’ammettere questa mia ignoranza, ho la presunzione di ritenere che ci sia qualcuno capace di fornire risposte del genere e azioni pratiche da mettere in campo. Mi chiedo perché, in un momento di crisi così violenta, la sinistra non faccia avanzare tali proposte e, anzi, le tenga ben segregate. Il dubbio che mi rimane è che neppure la sinistra – quantomeno quella sinistra parlamentare e politicamente ragionevole – sappia emergere da questo confine paradigmatico e portarsi al di là del liberismo e del capitalismo. Forse le accuse di una sinistra ormai completamente piegata al sistema è vero: nessun leader ha alzato la voce su questi temi o, se lo ha fatto, s’è trattato di un sussurro.

Questo discorso rischia di farmi passare per un marxista intransigente rivoluzionario: ben lungi, resto un pacato omicino post-democristiano, fieramente cattolico e fieramente convinto che, anche alla luce del Vangelo, si debba costruire una società più giusta, be difforme da quella attuale, ampiamente eretta su soprusi e privilegi. Non credo nella rivoluzione, nella dittatura del proletariato e, a ben vedere, non credo nel marxismo come sistema. Ha sicuramente aspetti interessanti, come molte altre teorie, e bisogna saper filtrare questi passaggi validi prima di gettarsi nell’applicazione. Credo però che molti passi si possano fare per migliorare la nostra società. Vorrei non essere una voce minuscola e solitaria: essere minuscolo mi sta anche bene, essere solitario no.
Mi piacerebbe che tutti quegli economisti che sanno e possono proporre alternative al neoliberismo filobancario di Monti si facessero avanti, o fossero spinti avanti dalla classe politica: per dirla alla Kuhn, siamo in una fase di “economia speciale”, quando si possono contrapporre modelli economici (e sociali) differenti, affinché uno emerga e caratterizzi il prossimo paradigma. In questa situazione, abbiamo due scelte: farci avanti ora per impedire un nuovo paradigma capitalistico liberale, o rassegnarci e passare la mano ai nostri figli. Non credo che nessuno tra chi legge oggi queste righe avrà una seconda occasione per cambiare le cose. E se l’occasione non è questa crisi, davvero nulla è un’occasione.

 
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Pubblicato da su 12 novembre 2011 in Politica, Sproloqui

 

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Le scuse a Popper


Devo porgere le mie scuse a Karl Popper per il tentativo di criticare una posizione non sua.

Approfondendo i suoi scritti – sto letteralmente divorando i suoi testi – per la tesi, ho compreso meglio la sua critica al marxismo (che condivido) e, soprattutto, la sua forte sponsorizzazione al liberismo.
Pensavo si trattasse di un liberista tipico, fautore della libera iniziativa come unica norma che regolasse il mondo economico e no, unica via per garantire a tutti un giusto trattamento. Pensavo avrebbe difeso le politiche liberiste che detesto: limitazione della spesa pubblica, pieno appoggio agli imprenditori, lavoro e successo.
Mi sbagliavo.
Sbagliavo non di poco ed è giusto che io apra questo post chiedendo scusa a Popper per la considerazione pessima che avevo della sua posizione liberista – considerazione che non ha mai influenzato, ovviamente, il mio altissimo apprezzamento della sua epistemologia e della sua critica spietata e giustissima al marxismo.

Popper critica – smonta sarebbe un termine più corretto ma ammetto che sia filosoficamente meno idoneo – Marx e ancor più il marxismo; non ha parole tenere per chi ha abbracciato questa teoria socio-economica con il medesimo ardore di una fede religiosa perché, a ben vedere, presentano la stessa cecità e irrazionalità. Aggiungo io che, se da una parte l’irrazionalità è parte della fede, dall’altra non deve trovare spazio in teorie di questo tipo, quando poi si presentano come scientifiche.
Il marxismo ne esce, così, malamente destituito del suo trono di scientificità e Popper propone una non-utopica politica liberista. Non il liberismo, però, che mi ero fin qui atteso da lui e che precedentemente avevo criticato. Il liberismo di Popper è, a ben vedere, un interventismo; abbiamo a che fare, a grandi linee, con un’idea di società in cui sono tutelate la libertà d’iniziativa, la proprietà privata e in cui lo Stato interviene per impedire lo sfruttamento. Interventismo limitato, certo, ma fondamentale: in linea con la descrizione di democrazia di Popper, l’intervento dello Stato è garante delle libertà democraticamente accertate. Un pericolo, questo intervento, come ogni intervento statale, ma un pericolo da correre per difendere libertà ben maggiori. Il gioco consiste, in fin dei conti, nel trovare il giusto equilibrio.

Nella mia tesi questo troverà ampio spazio; ne troverà molto meno un’appassionante discussione circa il debito che il cristianesimo ha contratto con il marxismo. Suona strano, suona provocatorio (un po’ lo è) ma io, da anti-comunista, ravviso questo debito nell’opera pastorale della Chiesa contemporanea. Staremo a vedere…

 
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Pubblicato da su 9 luglio 2011 in Politica, Sproloqui, Teoria

 

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[Letture 3] Lista dei desideri…


Altro post a carattere personale, perdipiù estremamente breve.
Stasera ho creato la lista dei desideri su Amazon; pensavo di farne uno strumento per il mio compleanno ma mi ha aiutato non poco a mettere ordine nell’elenco dei miei desideri, soprattutto librari. Sono veramente troppi…

Ho inserito libri di storia, soprattutto contemporanea, pescati dalle liste degli esami, dalla bibliografia di altri testi, da autori di cui mi son piaciuti altri libri. Ho inserito un po’ di letteratura fantasy, ma neppure troppa. C’è un po’ di King, giusto un accenno. C’è moltissima storia del Concilio Vaticano II.
si, sono matto… lo so…

Che altro? Vedremo se servirà, di più non saprei cosa dire. Comunque, se leggete il post e volete farmi un regalo, vi consiglio di ordinare la lista in ordine di priorità!
Doppia versione: quella in italiano e quella per i libri in inglese (.com).

Buona settimana a tutti!

 
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Pubblicato da su 27 giugno 2011 in Diari, Libri

 

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Il Tempo è Relativo! E la sveglia della scienza suona in orario?


Che il tempo non fosse esattamente una costante ce l’aveva detto già Einstein, un secolo fa (già passato così tanto tempo?); anzi, ci aveva chiarito che il tempo non è per nulla costante ma lo “subiamo” in funzione del nostro movimento relativo. Un po’ come se la lettura di questo articolo dipendesse dalla velocità con cui il lettore corre i cento metri; Bolt sarebbe avvantaggiato.
Ne abbiamo avuto una conferma men che scientifica in questi giorni, grazie ad alcuni eventi siciliani che definirei… pittoreschi. Vi link l’articolo che ha sollevato la mia curiosità, potete leggero a questo indirizzo: il Corriere ci rende noto che in Sicilia, soprattutto a Catania, gli orologi corrono veloci, più veloci della terra, e guadagnano dai cinque ai quindici minuti sull’orario ufficiale. Un bel dilemma e un problema anche di ordine pratico, basti leggere l’articolo e il riferimento alle difficoltà bancarie dell’isola; spero che le Poste non usino questo fatto per scaricare le colpe sul tempo relativo, visti i danni causati dai loro nuovissimi server. O forse che i nuovi server proprio a Catania sono stati attivati?

La notizia è curiosa e stimola la fantasia; possiamo immaginare i giganteschi campi magnetici del magma vulcanico che influenzano lo scorrere del tempo, se vogliamo una soluzione scientifica. Possiamo, se la nostra fantasia è più virtuosa, dar adito alle teorie circa spedizioni aliene e relativi rapimenti, con rilocazione imprecisa dei fortunati abitanti, quasi fossimo in un X-Files. E come nel telefilm, si inseguono voci, congetture, teorie strambe e incertezze.

Ciò su cui vorrei fermarmi a riflettere, questa volta, non è tanto il problema in se ma l’ignoranza: vorrei parlare non tanto della credulità popolare – così diffusa – quanto dell’ignoranza generale che coglie l’umanità di fronte a piccoli incidenti come questo.
La scienza ci ha abituati a vivere in un mondo ordinato, di cui si conoscono i meccanismi e che si fonda su diversi principi di azione-reazione. Alcuni di questi possono essere immensamente complicati e inarrivabili senza anni di studio alle spalle, ovviamente; eppure sappiamo che una spiegazione la scienza può darla a tutto e che nulla la lascia indietro perché, bene o male, una teoria che si adatti a spiegare un fenomeno si trova. O si troverà entro breve.
Fatti come questo, fatti che contraddicono non oscuri teoremi di fisica delle particelle noti a circa duecento persone su tutto il globo ma che urtano le più radicate convinzioni, l’esperienza quotidiana di miliardi di persone e lo stesso buonsenso (critico) di cui tutti usufruiamo, sono come un bagno di umiltà che dobbiamo accogliere con piacere. Non una doccia fredda fastidiosa come una secchiata d’acqua mentre arbitri una partita a dicembre ma una pioggerellina primaverile che ti rinfresca durante gli allenamenti estivi. Con questo spirito penso si debba accogliere ogni novità in scienza: lo sguardo della curiosità.
Qualcuno potrebbe rispondere che è ben questo lo sguardo dello scienziato: un bambino curioso che sbircia oltre il parapetto della finestra cercando di capire come sia fatto il mondo al di fuori della sua piccola casetta. Beh, si… è una bella teoria. Qualcuno la mette in pratica.
Eppure conosco molte persone che si rinchiudono nelle loro certezze – e parlo di studenti di discipline scientifiche, neo ricercatori, aspiranti ricercatori, etc – e professano l’inviolabilità della loro disciplina, la sua assoluta validità, l’immutabilità dei criteri e delle teorie. Insomma, fanno il contrario di quello che suggerisce Popper ed esattamente quello che teme Feyerabend, al quale forse andrebbe dato maggior credito; penso abbia descritto la comunità scientifica reale con un’accuratezza che altri autori hanno evitato, forse volontariamente, perché metteva in crisi la loro teorizzazione riguardante la scienza. Insomma, torniamo al discorso di prima

Abbiamo con questi piccoli fenomeni l’occasione per sfidare le nostre conoscenze, metterle alla prova e verificare se davvero le nostre teorie funzionano: io dico di usarli! Certo, sono “casi limite” ma è proprio su questi punti oscuri che una teoria prova la sua validità o decade. Le osservazioni più comuni possono essere spiegate da molte teorie, ne sono convinto, ma solo le teorie più salde e valide possono aggiungere ai loro successi anche questi tasti molto dolenti. Non sono occasioni da sprecare, non credete?
La peggior cosa che può capitarci, in fin dei conti, è scoprire che ci sono dei dischi volanti sotto l’Etna: o un fabbro di nome Vulcano.

 
 

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Letture


Questo è un post d’interludio, un po’ come quello sul Silvio nazionale e sulle scomuniche.

Mi devo dedicare a un po’ di sane letture, visto che da domani non avrò esami per un paio di mesi e che la ricerca di un lavoro non è osteggiata da questa attività (anche se, ovviamente, inizierò presto a dedicarmi ai libri per giugno).
Ho un po’ di libri in arretrato e un po’ di letture che vorrei acquisire nella mia biblioteca sempre più corposa, mi serve un po’ di aiuto per decidere. Vediamo di schematizzare la situazione attuale, tra letture in corso, letture già acquistate e letture papabili.

In corso:
Limit, di Schätzing, Frank: Non male anche se estremamente corposo (oltre 1300 pagine), almeno per quello che ho letto fn’ora (130 pagine). Spero però decolli e senza dubbio non è libro da portare in treno o nello zaino. Questo te lo leggi a casa…

Acquistati:
Dresden’s file 1, 2, 3, di Jim Butcher: Una bella saga fantasy contemporanea, da cui hanno anche tratto una serie TV, molto molto Mage. Ha il difetto di essere in inglese quindi non è il massimo del relax, nonostante il tema decisamente leggero. Ha il pregio fortissimo di essere magia.

Dietro quel delitto, Ian Rankin: Giallo scozzese con l’ispettore Rebus, di Edimburgo. Adoro la città, altri libri di Rankin mi sono piaciuti davvero molto, anche se risentono di una certa lentezza. Ammetto che se uno non ha visitato Edimburgo può trovarli un po’ ostici, ma se conosci i luoghi… son romanzi speciali!

La Ruota del Tempo vol. 2, la Grande Caccia, di Robert Jordan: Il primo volume mi è piaciuto davvero, un fantasy di qualità che non leggevo da tempo. A preoccupare è il timore che la saga mi piaccia troppo e mi ritrovi poi ad attendere che escano gli ultimi romanzi. Vero è che sono tutti colossali e me ne mancano 9…

Cose preziose, di Stephen King: Non credo serva una presentazione. Già il fatto che sia King basta e avanza per pensare di leggerlo. Adoro King e rivoglio la Torre Nera. Da capo.

Scende l’oscurità, di Harry Turtledove: Un fantasy un po’ diverso dal solito per un vero maestro, è il secondo romanzo di una saga di cinque. Ho apprezzato molto il primo anche se soffre della dispersione dei personaggi tipica di alcune opere diTurtledove… prima o poi questa saga è da finirsi.

Da acquistare:
La spada del destino, di Andrzej Sapkowski: Seguito de Il Guardiano degli Innocenti, si tratta di raccolte di racconti di un autore polacco, creatore del personaggio di Geralt di Rivia, uno strigo (witcher) ovvero un cacciatore di mostri, difensore dell’umanità. Da questi racconti il gioco per pc – secondo me splendido – The Wicther. Costano una fortuna, come quasi tutti i libri della Nord.

La società aperta e i suoi nemici, di Karl R. Popper: Uno dei saggi politici più importanti di Popper, indubbiamente liberista, fondamentale per capire il pensiero dell’autore. Uno di quei libri che non può mancare in una biblioteca, se ci si interessa dell’argomento. Da sospendere in attesa della scelta per la tesi? Troppo pesante per il relax? O da comprare per cavalcare l’onda dell’interesse?

La struttura delle rivoluzioni scientifiche, di Thomas S. Kuhn: Un libro che voglio leggere da quando avevo tredici anni – colpa di Ian Malcolm – e un testo centrale per comprendere le ipotesi riguardo i paradigmi scientifici. Nel best of… ma bisogna vedere quando.

Qualcuno vuole aggiungere o suggerire libri o temi? Ho un sacco di Gaiman arretrato, a dire il vero… per non parlare di King o Asimov. Considerate anche le mie scarse condizioni finanziarie, mi raccomando.

 
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Pubblicato da su 18 aprile 2011 in Diari, Libri, Sproloqui

 

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Post esame e pre Tesi: Popper o Feyerabend?


Oggi ho affrontato e abbattuto l’esame di filosofia della scienza; un 30 meritato sul campo dell’esposizione anche se dovuto a una buona stella nelle domande decisamente… fortunate! Mentre stavano timbrando e trascrivendo, ho avuto l’ardire di domandare al prof l’opportunità di lavorare su questa materia per la tesi (triennale): l’ho buttata lì e direi che ha abboccato, tanto che stiamo organizzando un primo appuntamento per fissare l’argomento reale.

L’argomento, già: tanto vale iniziare a parlarne.
Marsonet si occupa di filosofia della scienza ed epistemologia, ma non solo. Del suo esame due gli argomenti che davvero mi hanno colpito:
– la filosofia politica di Popper, legata alla sua profonda convinzione liberista ma anche profondamente innovatrice (vedi miseria dello storicismo). Popper è un forte critico del marxismo e, in generale di tutti gli olismi, utopie comprese; va giù duro su molti argomenti di politica e società, va così duro che mi trova quasi sempre d’accordo con lui. Strenuo difensore della democrazia, approda purtroppo alla necessità di una società aperta e liberale come attuale miglior forma di democrazia – per quello che ne sappiamo ora. Lui e Hayek, secondo me, sono troppo liberali per piacermi davvero ma l’argomento è ricco, stimolante ed… estremamente storico.
Feyerabend e la sua anarchia metodologica: ho letteralmente adorato quel libro e penso che tutti coloro che si occupano di scienza dovrebbero leggerlo almeno una volta. Ha cambiato il mio atteggiamento verso la scienza, l’ha letteralmente travolto. Leggerlo è stato come passare dalla geometria euclidea alla geometria riemmaniana senza passare dal via. Si, mi ha veramente colpito… e lavorarci sopra sarebbe bello.

Queste le due opzioni principali; penso possano essercene altre ma, dal mio piccolo angoli di debuttante nell’epistemologia, questi sono i giganti che riesco a intravvedere. Mi piacerebbe discostarmi un po’ dall’epistemologia che esemplifica sempre con la fisica: si, è bello e affascinante ma sa anche di “già fatto”. Vorrei sviluppare i due rami che ho toccato in questi ultimi anni, chimica prima e matematica poi: penso ci sia moltissimo da dire su entrambi gli argomenti e su come stiano influenzando la nostra percezione della realtà, senza che ce ne accorgiamo, per non citare come già l’hanno fatto in passato. Ovviamente il tutto in non più di 50 pagine, a quanto pare.
Quindi… contegno, umiltà e riduzionismo!
Vedremo, vedremo… qualcuno ha suggerimenti?

 
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Pubblicato da su 14 aprile 2011 in Diari

 

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