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La fine!


https://i2.wp.com/www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/11/theend_berlusconi_pp-300x210.jpgMentre si concludono i conteggi di queste elezioni quantomai complesse da leggere, trovo giusto evidenziare un dato, frutto dell’analisi numerica, che può darci un indizio della direzione da prendere.
L’era del centrodestra berlusconiano è finita: finita con un collasso complessivo del numero di voti ricevuti, passati dai 17 milioni del 2008 agli attuali 10 (poco meno, in verità). Si tratta di una discesa netta del 42%, ampiamente superiore a quella del Pd (comunque grave e attorno al 30%). Paga moltissimo la Lega, che lascia per strada oltre 1,7 milioni di voti, più del 55% dei consensi.

Solo il sistema elettorale abbastanza buffo mantiene in piedi il potere – ma non il consenso – di Berlusconi. Troveranno tempo le interpretazioni sulla creduloneria e sul buonsenso elettorale degli italiani, oggi concentriamoci su una questione più “apocalittica”, anche più centrale del boom del M5S.

Berlusconi è, numericamente, alla frutta: una frutta che puzza anche un po’ di stantio. Non è un augurio, è l’interpretazione dei numeri: come previsione potrà essere smentita da ulteriori e differenti evoluzioni dello scenario, ma in un comportamento lineare delle altre forze – chiederlo al Pd, però, potrebbe essere illudersi – il risultato di oggi è un KO definitivo.
Il consenso che si era costruito negli anni è rimasto in piedi, parzialmente, per una combinazione di fattori:
l’incapacità del Pd (e della sinistra tutta) di farsi alternativa credibile
l’irrompere del M5S, visto che i flussi elettorali dei grillini pescano più a sinistra che a destra (pur svuotando di fatto la Lega)
il sistema elettorale folle, che al Senato premia eccessivamente le regioni popolose

https://i0.wp.com/www.giornalettismo.com/wp-content/uploads/2012/12/scandali-di-berlusconi26.jpgI primi due punti sono la chiave del sistema: la sinistra, ancora una volta, è stata inadeguata. Proposte scialbe, nessun mordente in campagna elettorale, efficacia comunicativa ridotta e i cavalli da corsa, quelli che, pur non essendo i leader, dovevano essere sparati in tv tutti i giorni, tenuti in cantina. Quando hai due ammaliatori di folla come Vendola e Renzi, non puoi permetterti di mandare Bersani: capisco le ritrosie del Pd a dar spazio al leader del partito alleato – limitatamente, perché anche se avesse strappato qualche seggio in più grazie alla visibilità accresciuta, di certo avrebbe ripagato con molti più voti conquistati – e allo sconfitto delle primarie, ma credo che il sacrificio sarebbe stato ampiamente ricompensato. Si poteva e si doveva vincere.
Questo ha comportato non solo lo spazio per il recupero del Cainano ma anche la cessione di ingenti quote di voto dalla sinistra a Grillo. Non si può infatti ignorare il calo di voti del Pd e la crescita dei grillini, sicuramente elementi collegati, spesso sul territorio, dove le amministrazioni di sinistra non si sono dimostrate sufficientemente sensibili ai veri temi cui l’elettorato e la cittadinanza erano interessanti. La sinistra ha perso il confronto, pur con questa risicata maggioranza numerica: possiamo fare tutte le analisi che volete ma, in definitiva, la motivazione è una sola. Monti.

Torniamo a B.: credo che neppure il Pd possa risuscitarlo da una botta di questo tipo. Berlusconi è stato mollato da tutto l’elettorato realmente reattivo alla realtà, questo è ciò che emerge seriamente dalle elezioni. Possiamo riflettere su un consolidamento di una decina di milioni di persone che lo votano comunque – una certa, piccola, percentuale ha votato le liste correlate per osteggiare la sinistra e nella speranza di una crescita per il futuro: questa la scelta di Meloni e Crosetto, per esempio – ma è un flusso in buona parte costruito sulle promesse vacue della campagna elettorale, un exploit che può essere fermato da un competitor dotato di anche solo un minimo di capacità comunicativa (e di uno staff all’altezza). E da una proposta all’altezza nel reale centrodestra, che chiami a sé gli stakeholder dei voti liberisti e della destra moderata.
Berlusconi può festeggiare per i seggi conquistati ma deve piangere per il consenso definitivamente eroso: e quello conta in politica, perché dovrà trovarsi a confrontarvisi, in un modo o nell’altro.

Riguardo Sel, un solo piccolo appunto: da sola ha fatto meglio dell’intera Sinistra arcobaleno. Per quanto la situazione sia difficilissima, la sinistra italiana ha registrato una crescita percentuale interessante, passando dal 3,02% a quasi il 5,5%. Bruscolini, vero, ma sicura testimonianza di una richiesta di attivismo che, se combinata con la forte denuncia delle politiche liberiste che ha vinto queste elezioni, può consentire di crescere. Assieme, però: perché dobbiamo imparare a essere uniti e a essere squadra per il governo, non testimonianza fine a se stessa.

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Pubblicato da su 26 febbraio 2013 in Politica, Teoria

 

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Ora aspettiamo la Consulta


Mercoledì sapremo come andrà a finire la nuova puntata della storia del referendum sulla legge elettorale.
Dopo la conta della Cassazione, era giunta la comunicazione: il mezzo milione per ciascun quesito è stato raggiunto e superato. Conclusa quell’operazione, hanno smesso di contare: per sapere quante firme sono state raccolte, almeno per avere una stima, sarà necessario attendere ancora un po’, fino a quando la Cassazione non avrà comunicato anche il tasso di “bocciatura” dei promotori, cioè la percentuale di firme non valide. Fatto quello, basterà una semplice proporzione.
Interessante che a contendersi il record in firme siano due referendum sulla legge elettorale, distanti quasi vent’anni: quello del 1993 – ancora non votavo – e quello che potrebbe tenersi nel 2012. Affascinante davvero: forse il popolo vuole avere qualche voce in più nella gestione di molte cose, invece di sopportare decisioni altrui. Peggio, di sopportare decisioni prese da chi dovrebbe rappresentarlo ma, causa legge elettorale fatta da un leghista, non può neppure scegliere. La legge elettorale ideale nell’era del Nano, l’era delle menzogne, l’era del finto presidenzialismo in una repubblica parlamentare.

Non è un caso che l’Italia sia una repubblica parlamentare; l’assetto istituzionale emerse dalla costituente e fu il frutto del Ventennio fascista. Meno poteri in mano alle singole persone, più poteri agli organi rappresentativi e collegiali: una lezione che dovrebbero imparare tutti. In fin dei conti, unificare poteri in una singola persona è alquanto stupido, meglio dilazionarli su organi plurimi, oltre che dividere i poteri, classicamente, su organi distanti.
Mi piace, senza dubbio, la corresponsabilità dei parlamentari molto più del direttivismo univoco del presidente.

I discorsi dei prossimi giorni saranno senza dubbio incentrati su cosa deciderà la consulta mercoledì; l’11 gennaio sembra essere una data spartiacque non solo per il referendum ma per buona parte dei partiti. Di conseguenza per il governo Monti.
L’approvazione del referendum, infatti, potrebbe far precipitare velocemente la situazione verso nuove elezioni – con vecchia legge. Il motivo principale risiede nella volontà di alcuni leader politici: ci sono partiti partiti – PdL e PD in primis – non gradiscono il ripristino del mattarellum; il Nano, in particolare, detesta tutto ciò limita il suo controllo sulla vita del paese. Una legge elettorale che introduca – sia mai – le preferenze popolari rischierebbe di impedirgli di far pagare a noi lo stipendio dei suoi avvocati, lacché, escort e simili. Non che le segreterie di altri partiti siano di idee molto difformi, purtroppo.
Le strade per bloccare il referendum – a parte creare una nuova legge elettorale, ma se non andasse nella direzione dei quesiti sarebbe una vigliaccata talmente grave che dubito passerebbe – sono due e passano entrambe per lo scioglimento delle Camere:
la più veloce consiste nello scioglierle al più presto, in modo che si voti subito (marzo?) senza neppure che la macchina referendaria passi
la più lenta, che darebbe tempo a Monti di stabilizzare ancora un po’ il paese, forse nostro malgrado, consiste nell’attendere e, poco prima del referendum, sciogliere le camere, bloccando de facto la consultazione popolare. Un referendum, infatti, non può tenersi nello stesso anno dello scioglimento delle camere… un bell’inghippo, anche se le elezioni fossero fissate in data successiva al referendum.

C’è poi da valutare la vacatio legis, ovvero la risposta alla domanda: con quale legge si voterebbe se nel referendum vincesse il si? Sarebbe automaticamente ripristinato il Mattarellum o ci troveremmo in assenza di una norma che diriga la questione?
Nel caso non fosse dato per scontato il ripristino della legge che abolisce il Mattarellum – nota come Porcellum, quale fantasia – la Corte Costituzionale darebbe sicuramente parere negativo: s’è sempre espressa contro la vacatio legis, non a torto, e in materia elettorale sarebbe estremamente inopportuno non avere sempre una legge pronta all’uso.

Lascerò per un prossimo post la mia valutazione su come dovrebbe essere un sistema elettorale saggio per l’Italia, rappresentativo, democratico, parlamentare.
Per questa domenica, invece, accontentatevi del post di attesa della decisione della Consulta: mercoledì sapremo, mercoledì scriverò ancora. Però un consiglio: pregate le vostre divinità che ci liberino del porcellum perché un paese civile non può andare a votare con un sistema senza preferenze, a liste bloccate, con premio di maggioranza e con indicazioni incostituzionali su cariche non elettive.
Ci deve essere un limite allo schifo.

 
1 Commento

Pubblicato da su 8 gennaio 2012 in Politica, Sproloqui

 

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