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La Chiesa, i tempi e la bussola smarrita


Nichi Vendola sulla tomba di MartiniDovendomi occupare di politica in sostegno ai comitati per le primarie della sinistra per Nichi Vendola, è inevitabile che mi ponga domande riguardanti la natura e le specifiche di questo mio impegno, il partito che guida Vendola e l’insegnamento della Chiesa.
Sicuramente Vendola, che pur è cattolico, ha posizioni spesso in contrasto con quelle ufficiali della Chiesa, soprattutto quando si tratta di temi “etici” (come se non sfruttare i propri dipendenti non fosse una questione etica…). Vero è che questi stessi temi sono trattati a tutti i livelli della Chiesa e che, come ben sappiamo, il credente di base non sempre condivide le conclusioni a cui giungono i vescovi, oggi spesso distanti dal “sentire” del popolo. Vero è che anche la Chiesa su certi temi – omosessualità, eutanasia, aborto – si è espressa con fermezza e chiarezza da tempo.
Proprio nell’analizzare la coerenza delle mie scelte – vendoliano e cattolico, quadro Agesci e portavoce del comitato savonese per Nichi – sono sorte delle domande proprio su questo, che mi hanno spinto a riflettere sulla Chiesa, sulla sua missione e sull’attuale “stato dell’annuncio”, a cinquant’anni dal Concilio. Racconto allora le mie riflessioni: non sono conclusioni e non sono definizioni. Sono dubbi e domande, in divenire, perché la situazione mi interroga dal profondo e non credo basti un post e un pomeriggio di ponderazione per dipanare la nebbia.

Mi sono chiesto oggi se la Chiesa non stia concentrando il suo impegno su un solo fronte, scordando altri fronti o, comunque, tralasciandoli. E mi sono anche chiesto se questi “fronti secondari” sono davvero così marginali nel messaggio cristiano.
Essere favorevole ai matrimoni gay rischia di porre in contrasto con la gerarchia ecclesiastica e con il Magistero; tuttavia non lo fa lavorare per una multinazionale che sottopaga i propri dipendenti nelle filippine o che produce armi. Le conferenze episcopali – quando non il Vaticano – si scagliano contro le leggi che consentono unioni civili a prescindere dal genere ma non accusano gli stati di praticare politiche che creano maggior disuguaglianza sociale.
Su alcuni temi la predicazione si ferma a posizioni importanti, su altre pretende il vincolo del credente. Ma davvero è così prioritario impedire l’eutanasia e così di scarso valore lavorare per una miglior distribuzione delle ricchezze sul pianeta? Davvero un tema che riguarda la libertà di coscienza del singolo – libertà di coscienza che la Chiesa, con il Concilio, rispetta – deve occupare più spazio nella definizione del cristiano rispetto all’impegno per migliorare le condizioni di vita di miliardi di persone?

Non potrebbe allora prevalere la sensazione che la Chiesa stia perdendo la bussola, non sappia reagire ai temi che corrono e non riesca a far capire come Gesù Cristo e il Vangelo sono la risposta alle domande della donna e dell’uomo dei nostri tempi? Non lo fa, forse, perché sceglie male le battaglie in cui impegnarsi a fondo.
Credo che il cuore del messaggio cristiano sia l’amore fraterno. Spero, almeno in questo, di essere nel giusto. Parto da questa base, o almeno ci provo, nella mia vita, nella mia azione, anche nel mio schierarmi politicamente. E vedo, per esempio, che le politiche capitalistiche/neo-liberiste sono del tutto antitetiche con un concetto di giustizia sociale che si riferisca all’amore fraterno. Perché la Chiesa non interviene con la stessa forza e le stesse pressioni che impiega su temi scottanti quali l’eutanasia e l’omosessualità, contro il maltrattamento e lo sfruttamento dei lavoratori, contro il lavoro precario, contro lo stupro del Creato e contro l’uso della guerra per la risoluzione dei conflitti internazionali?Il Concilio, bussola per la Chiesa
Lo storico che è in me vede collusione con il potere; il credente cerca una ragione, cerca una bussola, cerca un aiuto e una spiegazione. Perché non riesce del tutto a vedere la Chiesa del Dio dell’Amore in queste scelte. E sa che la Chiesa in cui crede – quella della sua Confessione di Fede – non è la Chiesa “istituzionale” ma quella invisibile, nota solo al Padre. Questa è la risposta che si dà in quest’ora buia.

Prego molto su questi stimoli e queste riflessioni. Prego per capire e prego per avere la forza di cambiare le cose dove non mi sembrano rispondere al Disegno del Padre. Prego per il discernimento e prego per la Chiesa: noi cristiani, illuminati ora dal Concilio, dobbiamo tenere accesa quella candela, prima che si spenga e ci restituisca alle tenebre. Dobbiamo cogliere i segni dei tempi, respirarli e dal loro la Parola e il Padre come orizzonte di realizzazione. O ci estingueremo.

Un inciso polemico, solo uno, concedetemelo: in Italia il principale partito di riferimento dell’area cattolica è guidato da un divorziato risposato. Con figli. Penso possa spiegare molte cose riguardo alla coerenza… ma non mi solleva dalle domande sulla mia coerenza.

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Pubblicato da su 16 novembre 2012 in Diari, Il Concilio, Politica, Religione, Sproloqui

 

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Un domani uguale. Oppure Vendola


Il tormentone della campagna elettorale di Nichi Vendola in vista delle primarie del centro sinistra ha colpito, coinvolto e travolto anche me.
In questi giorni di silenzio dal blog mi sono dedicato un po’ al Festival della Scienza, un po’ al comitato cittadino che sostiene il presidente della Puglia nella sua corsa contro Bersani, Renzi, Puppato e Tabacci. Si parla davvero di prendere posizione, per una volta, e di farlo in grande stile… per quanto Savona permetta.

Ho poche righe per spiegarvi e spiegarmi perché questo sostegno al presidente di Sel.
Uno dei motivi centrali è che credo ci abbiano mentito. Ci hanno preso per i fondelli per anni e continuano a farlo, governo Monti in testa a questa colonna.
Per un bel po’ di tempo ci hanno raccontato che il problema del paese è il debito pubblico, che il Pil è un ottimo misuratore del benessere degli italiani, che il debito si poteva ripianare solo con ingenti tagli alla spesa, che uno stato che spende troppo non va bene e che si deve lasciar maggior libertà all’impresa di agire. Da questi “assiomi” sono discese le privatizzazioni, le politiche liberali, la detassazione dei redditi finanziari, la massima libertà per le banche, i tagli al welfare, il diritto al lavoro barattato per denaro e la flessibilità lavorativa che è diventata precarietà costante nella vita.
Penso che tutto questo non risponda alla verità: penso che la spesa possa essere mantenuta e, anzi, potenziata, ovviamente rendenola più consona a uno stato sociale che abbia a cuore la sua popolazione. Penso che il Pil non misuri la felicità e che la ricchezza non abbia bisogno di comandare, ma che vada distribuita con maggior equità. Penso che lo stato non debba né privatizzare né svendere il suo patrimonio immoboliare, bensì far fruttare tutto quanto. Penso che serva un’attenta, profonda e feroce politica di lotta all’evasione e alla corruzione, fenomeni che strappano ogni anno decine di miliardi di euro alle casse dello Stato.
Credo che queste siano le priorità del paese, non l’austerità, l’aumento dell’Iva o la riduzione delle condizioni contrattuali degli operai Fiat.

Mi sono schierato con Vendola anche per una questione di onore. In un paese che vede il termine onore o come una parola di mafia, o come una burla d’altri tempi, sentire un uomo del sud che si appella a quella nel dedicarsi alla politica attiva può scaldare il cuore. E poi Vendola è uno che brandisce la Costituzione, senza paura di scottarsi e senza paura che questa lo morda – abbiamo tutti ancora in mente l’opinione del Nano riguardo la Carta.
Credo che se vogliamo davvero realizzare quei bellissimi articoli che parlano di diritti, lavoro, uguaglianza e solidarietà Vendola sia la scelta migliore. In una sinistra che è divisa tra chi parla e promette come un liberale, e quindi di sinistra non è, e chi ha dimostrato impegno ma ha anche appoggiato Monti, io credo fermamente che l’unica voce di cambiamento realistico e possibile sia Nichi Vendola.

Ci sentiamo spesso dire che “i programmi non contano perché i politici sono tutti uguali e una volta lì rubano tutti“. Se qualcuno la pensa così, eviti di guardare fuori dalla finestra. O di fissare uno specchio.
La politica è la più alta forma di Carità“, diceva Paolo VI, e possiamo anche ricordarci che “Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!”.
Io aggiungo che la politica è servizio, dono e altruismo. Solo con questo in mente possiamo restare cittadini, essere attivi nella nostra società e sostituire quanto di marcio – ed è stato molto – ha calcato la scena politica in questi anni di repubblica malata.

E anche in questo la mia fiducia va a Nichi Vendola, che in Puglia ha sicuramente dimostrato di sapersi dedicare al territorio. Sbagliando, anche, commettendo errori ma sapendo ammetterli e tornare indietro, o affrontando le difficoltà e le opinioni contrarie, accettando in pieno la sua umanità e la sua fallibilità.
L’epoca degli eroi di cartone e plastica, dei politici costruiti chirurgicamente deve finire qui.

Possiamo allora scegliere di appoggiare la sinistra del “carbone pulito” a Vado, o la sinistra della Gronda a Genova, quella della fedeltà a Marchionne e quella del pareggio di bilancio in Costituzione, della riforma pensionistica e dell’appoggio a Trenitalia che ci lascia ogni giorno a piedi in stazione.
Possiamo fermarci lì e accettare tutto questo. Ma io penso che di fronte a questo panorama drammatico non ci restano che rassegnazione e silenzio.
Oppure Vendola.

 
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Pubblicato da su 8 novembre 2012 in Politica

 

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Smontiamo Monti


Mi prendo l’onere e l’onore di replicare a questo articolo dell’onorevole Mario Adinolfi su Europa. Credo che il suo pezzo contenga più o meno riassunti tutti i temi centrali sui quali la linea politica della sinistra deve chiarirsi le idee nel prossimo futuro.
Da parte mia, come elettore di centro-sinistra, ho una posizione abbastanza precisa e non mi tiro indietro dal discuterla.Il confronto, soprattutto quando pacato ed educato, credo non possa che portare giovamento a tutti. 

A differenza di quanto scrive Adinolfi, credo che, se il riformismo italiano è quello al quale abbiamo assistito con il governo Monti, sia necessario un sano e forte controriformismo. Le decisioni prese dall’attuale governo sono diametralmente opposte alle esigenze del corpo elettorale della sinistra e, a ben vedere, al Dna stesso di ogni sinistra riformista che, conoscendo l’attuale mondo, voglia allontanarlo a piccoli passi dallo spietato sistema liberista che sembra essersene impadronito.
Credo che la sinistra, se non vuole limitarsi a ottenere una vittoriuccia parziale alle elezione ma se intende governare davvero il paese e dargli una spinta propulsiva, debba invertire drammaticamente la rotta su molti temi rispetto a quanto fatto dal “governo tecnico” che ci sta tutt’ora guidando.

Io penso si possano ridurre i grandi temi di discussione a una manciata, che esporrò puntualmente.
Serve eliminare il pareggio di bilancio dalla Costituzione: questo è stato uno stupro alla Carta che sancisce ciò in cui l’Italia crede e ciò a cui le nostre istituzioni tendono. Mi rifiuto di pensare che la spesa – il bilancio – quindi il denaro siano così importanti in quanto tali da governare al posto dell’esecutivo. Perché, con questa modifica, è ciò che può accadere. In nome di un obbligo costituzionale – il pareggio di bilancio – il governo è tenuto a effettuare tagli alla spesa, ivi compresa la spesa su materie sociali che, a mio modo di vedere, deve invece crescere di pari passo al crescere della popolazione. Non possiamo lasciare la gestione della sanità pubblica in mano a esigenze di cassa (o la salute delle persone in mano alla sanità privata). Il centro della nazione non può essere il denaro o i conti pubblici: il centro sono le persone e le loro esigenze. Se serve spendere, si spende.
Serve rivedere la Riforma Fornero in materia pensionistica e, più in generale, di previdenza sociale. Qui ci sono due ordini di problemi. Non possiamo consegnare alla futura povertà chi oggi stenta a trovare lavoro – e ci metto me stesso in mezzo – o chi cercherà lavoro a partire da domani. E neppure è giusto che, terminata la fase produttiva della propria esistenza, ci si debba affidare ai risparmi o alla famiglia: chi lavora merita un’anzianità decorosa perché ha dato molto allo Stato e dallo Stato molto deve ricevere. Ovviamente questo coinvolge anche la modifica delle nuove età pensionabili, inadeguatamente alte, che avranno effetti drammatici: a 64 anni come potremo pretendere che una maestra sia ancora efficace con i suoi bambini, magari dopo quarant’anni dietro la cattedra?
Serve tornare al precedente testo dell’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, perché, come dice la Costituzione, il lavoro è un diritto e i diritti non si scambiano con il denaro. Il passaggio filosofico pericolosissimo è proprio questo: ceduto su un diritto che è ora divenuto merce, cosa ci impedirà di cedere anche sugli altri?
Credo anche che l’estensione dell’Articolo 18 a praticamente tutti i contratti attualmente esistenti, compresi quelli precari, assieme ad altre misure, possa rendere il lavoro precario meno vantaggioso di quanto oggi è, costringendo di fatto i datori di lavoro a praticare assunzioni a tempo indeterminato. Ma questo è un altro tema ancora.

Non è mia intenzione condannare Monti né il suo governo: semplicemente non ne condivido la linea politica. Apprezzerei moltissimo, invece, che tolga gli abiti del sedicente tecnico (perché tecnico non è stato!) ed entri nell’area politica nel settore di sua appartenenza: il centro-destra liberale del quale incarna i più alti valori e la compostezza morale. Nel dopo-Berlusconi ne abbiamo quanto mai bisogno.

Ciò di cui non abbiamo bisogno, a mio avviso, è una sinistra come quella che dipinge Adinolfi. Non credo proprio ci serva una sinistra che si affanca alle politiche liberali del centro-destra e che rinuncia a difendere i deboli per appoggiare le decisioni forti. Credo, invece, serva una sinistra forte delle sue posizioni che ancora sogni di cambiare un po’ questo sistema e di rendere la società e l’economia al servizio dell’uomo, quando invece oggi accade il contrario. L’esempio più lampante credo sia proprio Matteo Renzi, la cui programmazione è forte di tutte queste linee filo-liberiste che, sinceramente, trovo inappropriate per una vera politica di sinistra (o di centro-sinistra o, al limite, anche solo cristiana).

 
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Pubblicato da su 25 ottobre 2012 in Politica, Sproloqui, Teoria

 

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Regole certe, non berlusconate


A poche ore di distanza mi trovo a scrivere di nuovo di Matteo Renzi e contorni, pur adottando toni completamente diversi.

Le strutture interne del PD si stanno per esprimere sulle regole che vorrebbero proporre per queste primarie – trattandosi di una questione di coalizione dovranno anche trattare con gli alleati, dopo aver preso posizione – e alcune norme emerse in questi giorni di bozze e idee hanno irritato non poco il giovane sindaco fiorentino.Renzi primarie pd regole

Si tratta di critiche nel merito delle norme proposte e nel merito della genesi di queste norme. Non volendo affrontare propriamente l’argomento delle norme, che non è di mia competenza, mi limito alla loro genesi.
Una genesi che potremmo definire del tutto particolare: se lo statuto prevede che il solo segretario del partito sia candidato a eventuali primarie di coalizione, l’idea di prevedere una deroga, una concessione o un sistema che consenta la partecipazione anche ad altri è emersa da subito, soprattutto in virtù dell’ingombrante presenza di Renzi.
Ci furono voci contrastanti, è ovvio: alcuni erano contrari alla possibilità che qualcuno che non fosse Bersani concorresse per la leadership del centro-sinistra a nome del Pd. Un’idea rispettabile ma sbagliata, intendiamoci: il sistema democratico deve prevedere la massima permeabilità e non si può pensare che un singolo nome, espresso anni addietro dall’assemblea, sia univocamente apprezzabile dall’intero corpus elettorale democratico.Peraltro ammettere da subito che una deroga sia possibile e giusta – cosa accaduta davvero – non consente, in un secondo tempo, di rendere questa deroga inefficace. La lealtà deve essere preposta a tutto, in questi casi, o si perde politicamente la faccia.

Il vero problema emerso in questi mesi è che, per molti, la partecipazione di Renzi alle primarie doveva essere solo una comparsata, necessaria per una verniciata di democrazia a una struttura che, in questi anni, si dimostra più che altro oligarchica.
Se Bersani incarna un establishment ormai datato, di cui si è fatto portavoce e “portaborse attuativo”, Renzi è l’immagine di un cambiamento – finto, come ho scritto ieri, perché anche il fiorentino è viziato della stessa malattia della menzogna dei colleghi d’un tempo – che non può essere soppressa senza ledere fortemente il cammino elettorale della sinistra. E l’Italia – l’Europa – ha ampiamente bisogno della sinistra al governo.

Si è dunque assistito a un balletto di regole che cambiano, di regole in cerca della formula giusta per mantenere l’aspetto della democrazia ma nel frattempo danneggiare Renzi – o chiunque altro si fosse candidato. Regole scelte veramente ad hoc – ad personam, diremmo in altri casi –  con complicazioni spesso manzoniane, il tutto gestito da un apparato di partito particolarmente solidale con l’attuale leader eletto. Insomma, è come se le regole di un gioco fossero cambiate da arbitri indicati da un giocatore, dopo che gli altri giocatori sono scesi in campo.
Abbiamo così assistito alla nascita del registro degli elettori – cosa buona, in verità, per limitare l’influenza dei voti esterni alla coalizione, magari pilotati per danneggiare il rivale – o alla quota di firme per presentarsi, al tetto di voti per provincia, fino al doppio turno.

Mi sembrano segni di terrore da parte del team pro-Bersani: suona davvero come se avessero una paura maledetta di perdere la battaglia. Allora ricorrono allo strumento preferito dal loro Grande Nemico che Fu: barare, truccare la corsa.
Intendiamoci: ciascuna delle modifiche al sistema delle primarie è ampiamente condivisibile: trovo saggio il doppio turno, trovo saggia la registrazione come “supporter” della coalizione, trovo abbastanza saggia la quota di firme per la candidatura.
Trovo inadeguata la tempistica: non si scelgono le regole a campagna avviata e a coalizione incerta. Prima si saldano le alleanze di coalizione, certificandole su un programma-base di linee guida da rispettare a prescindere dal vincitore, quindi si procede con l’elezione del leader (nella speranza che questa stortura istituzionale sia abolita dalla legge elettorale e che si torni a votare per il Parlamento e basta, lasciando a questo e al Quirinale l’espressione dell’esecutivo).
Che questi interventi siano stati realizzati appositamente per danneggiare Renzi o meno, quel che conta è l’impressione che forniscono del Pd: pessima, lasciatemelo dire. Sembra davvero che ci sia un gruppo di potere che non vuole mollare la poltrona e che questo gruppo di potere stia facendo di tutto, slealmente, per restare incollato alla guida del partito.

L’effetto elettorale può essere devastante: il Pd deve (ri)trovare una conduzione pienamente democratica, generata dal basso, condivisa dalla base. L’alternativa è diventare come il PdL: un Vendola primarie sinistra bersani renzi regole selcontenitore di idee senza senso destinato a distruggersi entro breve. 

Per chiudere: spero con tutte le mie forze che Renzi prenda una colossale batosta elettorale e sparisca dal panorama politico italiano al più presto, quindi voterò e sosterrò Vendola. L’Italia ha bisogno di sinistra, sinistra vera, non paraliberismo marchiato con una finta etichetta di sinistra. Servono politiche di sostegno agli strati deboli della popolazione, rinforzi al welfare, tagli a sprechi inutili, un reddito minimo garantito, la distruzione del precariato, la dissoluzione delle riforme di Monti. Renzi a queste cose non pensa, Vendola si. Avrà tutto il mio democratico appoggio.
Pur anti-renziano, però, non potevo tacere sull’errore madornale che sta commettendo il nucleo di potere al centro del Pd. Un conto è la rivalità, un altro è la lealtà.

 
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Pubblicato da su 4 ottobre 2012 in Politica, Sproloqui, Teoria

 

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Una costituente cristiana per la politica


Nel recente impegno nel campo politico avverto con crescente onere un malessere che mi colpisce ogni volta che mi avvicino a una qualche forza politica: l’incoerenza delle forze politiche con l’idea cristiana di società e di politica stessa.
Gli attacchi a Fioroni sorti dopo l’espressione della sua opinione sui matrimoni gay sono esemplari dell’intolleranza alle idee altrui che regna in politica: tolleranza e confronto costruttivo, invece, per me sono tutto.
Suona quindi complicato essere cattolici – cristiani – a sinistra: vuoi per vecchie remore dei “comunisti”, vuoi per una certa ignoranza di fondo dei concetti basilari della dottrina sociale, vuoi per posizioni dogmatiche della sinistra, spesso in contrasto tra loro, assunte al solo scopo di rompere con il cristianesimo.
Dall’altra parte, essere cattolici – cristiani – e stare nel centro destra è praticamente impossibile; la scelta in quel caso sarebbe tra scegliere chi usa i valori cristiani come bandierina da affiggere sul petto per recuperare voti o tra chi neppure ci prova, ma tanto va bene comunque perché possiede tre televisioni e riesce a far dimenticare le porcate anticristiane commesse negli anni.
Il panorama politico che si definisce cristiano, poi, è spesso squallido e minimale: gestione politica assente, coordinamento nullo, competenze scarse. Capacità relazionale non parliamone. Serietà solo per scherzare. Il peggio della peggior DC.

Non bisogna d’altronde pensare che i filoni cristiani della politica fin qui visti in campo siano perfetti e immacolati, anzi; non è raro assistere a derive estremamente conservatrici, eccessive per il sentire politico del paese e dei cittadini – cattolici e non. Posizioni quasi dogmatiche e, come al solito, molto più rigide della dottrina stessa della Chiesa. La laicità dello stato, dopotutto, significa che il potere religioso non deve poter direttamente influenzare le decisioni politiche o prevaricarle. Questo va assolutamente preservato.
Tuttavia assistiamo a richieste di “silenzio” da parte di certe forze politiche – compresi molti soggetti del PD – che vorrebbero semplicemente zittire la Chiesa (mentre esternazioni di altre realtà religiose sono ampiamente tollerate e discusse nel merito). Questo, anziché essere chiamato laicità, è discriminazione: la Chiesa italiana, in quanto associazione di cittadini italiani, ha tutto il diritto di dire la sua riguardo qualsiasi questione ritenga opportuno: dopotutto è un diritto garantito dalla Costituzione, anche se a volte viene dimenticato.

Credo sia allora necessario uno sviluppo ulteriore dell’impegno in politica dei cattolici: un impegno diretto, franco e leale, aperto al confronto e coerente con le posizioni etiche e sociali della Chiesa. Spero si possa giungere al superamento del bipolarismo – a mio parere distorcente della democrazia italiana – e, soprattutto, al superamento della scelta sacrificale dei cristiani: privilegiare le scelte etiche o quelle sociali?
Da anni, infatti, abbiamo due schieramenti abbastanza definiti, nessuno dei quali soddisfa i comuni criteri di una politica appieno cattolica. Se a destra c’è un – apparente, ipocrita e falso, purtroppo – rispetto delle posizioni etiche della Chiesa, pur con frequenti negazioni delle più avanzate evoluzioni di queste idee, manca completamente il rispetto delle posizioni della dottrina sociale, imprescindibile perno della vita civile.
Dall’altra parte abbiamo una sinistra che, confermando la sua dedizione alle posizioni sociali più idonee alla Chiesa (con la recente e notevole eccezione di molte opinioni supportate dal PD, assolutamente inadatte alla sinistra stessa), è spesso venuta meno la sensibilità etiche, come ricordiamo con l’orrore del supporto ai Radicali, partito pensato per minare il radicamento dei valori cristiani nella nostra società.

Serve allora un programma di base e un impegno concreto per riaprire ai cattolici la piena partecipazione politica, senza dover cedere al liberismo del centro-destra e senza dover accettare inopportune posizioni etiche, come per il centro sinistra.
Idealmente, è necessario che i cristiani si uniscano attorno a un fulcro e penso che due siano gli elementi capaci di catalizzare tale operazione: il Vangelo e la Costituzione. Da lì possiamo veramente dare un contributo importante al futuro del nostro paese.

 
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Pubblicato da su 27 giugno 2012 in Politica, Teoria

 

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ALBA – Alleanza Lavoro Beni comuni Ambiente


Scusate il silenzio, ancora una volta la vita là fuori ha chiamato. E ho risposto.
Torno, però, con una carica di partecipazione civile e politica d’altri tempi; ammetto di aver sviluppato una certa passione per il “soggetto politico nuovo” della sinistra italiana (ma è davvero solo una sinistra, questa? Non è, forse, comune buonsenso?).
Vi dedico, allora, in anteprima il mio contributo al nascente soggetto, che spero sia poi pubblicato sul sito nazionale nei prossimi giorni.

La progettazione di un qualsiasi “soggetto politico nuovo” deve radicarsi in una serie di scelte di base che ne costituiscano l’ossatura. Credo indispensabile in questa prima parte dell’insorgere di ALBA dare ampio spazio alle riflessioni che possano condurci a individuare quei temi e quei meccanismi da identificare come irrinunciabili e sui quali lavorare nel brevissimo termine.

– Credo che sia necessario partire dagli esiti, espliciti e impliciti, dei referendum del 2011.La difesa dei beni comuni, la tutela dell’ambiente come uno di essi sono quelli espliciti, che ci ricordano l’esito implicito: la partecipazione popolare. Senza l’impegno delle persone che, nonostante il boicottaggio dei media, hanno lavorato per spingere i cittadini alle urne, senza i cittadini che effettivamente hanno preso parte al voto, gli altri esiti non sarebbero stati possibili. Nel costruire i progetti per il domani non possiamo quindi fare a meno di ricordarci questa parola chiave: partecipazione.

– Credo sia necessario partire dalla Costituzione: quella dei Padri, quella dei principi fondamentali. Quella senza pareggio in bilancio, quella senza modifiche distorcenti.
Abbiamo già un programma politico, a ben vedere: l’attuazione dei principi della Costituzione. Ce n’è per qualche decennio prima che si esauriscano quegli spunti. Diamo loro corpo, allora, non lasciamo che restino parole e carte.

– Credo sia necessario partire dalla constatazione che il sistema liberistico e il capitalismo hanno fallito: il liberismo sociale e il capitalismo economico/finanziario sono uno dei peggiori mali della nostra società, è giunto il momento di “andare oltre”. Raccogliamo pure quel che di buono ci hanno donato e costruiamoci un futuro che si basi sulla solidarietà sociale e non sul denaro e sulla concorrenza.

– Credo sia necessario, infine, partire dalla radicazione sul territorio: non possiamo essere un “partito dei professori” e, a dispetto degli alti principi che ho scritto prima, non possiamo fermarci a teorizzare e a dire alla gente come dovrebbe andare e cosa dovrebbe fare. Quest’era politica è giunta al capolinea.
Come l’attuale sinistra non sa fare – ma come ha fatto benissimo la Lega Nord, purtroppo – dobbiamo andare fra la gente: raccogliere le istanze della base, coordinarle, dare risposte puntuali e precise, non evitare i problemi. Ascoltare anche chi la pensa diversamente da noi, perché possiamo sempre imparare e perché il nucleo della democrazia è il confronto sereno.

Allora, da tutto questo, possiamo dirci cosa ci aspetta, quale deve essere il nostro compito: agire. Credo che, al di là delle linee guida che condividiamo a partire dal manifesto fondante, ci sia del lavoro da svolgere sul nostro territorio. Lasciamo che sia questo lavoro con le persone a delineare i dettagli: ma mettiamoci al lavoro, senza tergiversare. Se penso alla mia terra, vedo moltissimo da cambiare, da migliorare, moltissime persone che chiedono aiuto e che non ricevono risposta dalla politica: credo sia così per tutti noi. Prima che siano vittima della demagogia o del populismo del La Pen di passaggio, rimbocchiamoci le maniche e mettiamoci al lavoro: abbiamo molta strada da fare.  

 
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Pubblicato da su 17 Mag 2012 in Politica, Sproloqui, Teoria

 

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L’acquisto della coscienza


“Con il solo indennizzo per il lavoratore licenziato ingiustamente passerebbe  un messaggio assai negativo quello che con un po’ di denaro si ha la libertà di togliere illegittimamente il futuro alle persone”.
Sembrano parole di Landini. O della Camusso. Forse di Vendola o, magari, di un Bersani illuminato dall’alto. Invece a pronunciarle è stato Enzo Letizia, sindacalista dei funzionari di polizia, non certo il più marxista e rivoluzionario tra i sindacati italici.

La Cigl protesta, il PD si spacca, il PdL gioisce (strano: ogni volta che c’è da ledere i diritti dei deboli, il PdL è sempre favorevole!), le voci disinformate si moltiplicano.
Non voglio quindi unirmi all’orda di commentatori tecnici – peraltro non sono un giuslavorista: sono uno storico e cerco di limitarmi a riflettere sul nostro tempo con occhio critico ma attento ai diritti e ai deboli – che stanno delirando su pagine stampate e digitali. Piuttosto che scendere veramente nell’arena, mi limiterò a intaccare la (sovra)struttura generale della proposta montiana.

La prima cosa che mi colpisce – e mi sconvolge – è la monetizzazione di un diritto: è la strada al mercato umano, perché se iniziamo a barattare il lavoro, fonte della dignità umana, finiremo per barattare anche il resto. Già la salute è questione da ricchi…
Sancire che il lavoratore licenziato per arbitrio del datore di lavoro merita non il reintegro (quindi il suo posto di lavoro, legittimo) ma una paccata di soldi, significa svilire la vita umana fino a renderla mero oggetto di una compravendita.
Non ci sto, mi spiace: è la dimostrazione, l’ennesima, che il liberismo propugnatoci da Monti, dall’Europa, dagli Stati Uniti (e anche dalla Russia, tranquilli: niente utopie sovietizzanti in me…) è inadatto a soddisfare i basilari diritti umani, oggi come ieri. Un passo avanti rispetto a ciò che c’era prima, certo, ma un passo indietro rispetto a quello che la sensibilità attuale – e la Costituzione – ci chiede a gran voce. Ci impone.

Altro lato della questione: secondo me, un imprenditore che deve licenziare per “ridotta produttività” è un imprenditore che ha sbagliato da qualche parte. O prima assumendo troppo, o dopo non riuscendo a mantenere la quota di mercato che aveva conquistato e che gli consentiva quel numero di occupati (alternativamente, è stato poco efficiente nell’adattarsi alle mutate condizioni del mercato). Nell’ottica liberale – che io non approvo ma che tanto piace a questo governo – la colpa sua: e, secondo me, a pagare deve essere lui, non il lavoratore “di troppo”. Che vada a casa l’imprenditore, non l’operaio/impiegato.

Non dobbiamo adeguarci all’Europa, dobbiamo spezzare il sistema costruendone uno basato sulla solidarietà generale, sull’equità e sulla garanzia dei diritti fondamentali. Si, suona vagamente “old comunist style”, mi ci manca l’invettiva contro il capitalismo e quasi ci siamo. In realtà, anche se la lotta è simile, credo siano cambiati moltissimi termini di discussione e credo anche che, per quanto riguarda me, il marxismo c’entri poco. Non avrei apprezzato Popper, altrimenti.
Credo però che l’uguaglianza e la libertà debbano venire di pari passo e che la libertà di alcuni – imprenditori – non possa distruggere il futuro, e la libertà, di altri – i lavoratori.

Un po’ questa riforma mi fa sorridere perché dimostra come il liberismo non lo vogliano neppure i liberisti stessi. Se infatti accettassero appieno il loro credo, coglierebbero perfettamente le garanzie dei diritti dei dipendenti come strumento per dimostrare l’inadeguatezza dei colleghi che dovessero ricorrervi, costringendoli de facto a crollare. Non darebbero loro certo strumenti per proteggersi e mantenersi a galla: il liberismo è una gara a chi è più forte. Se neppure i liberali vogliono il liberismo, perché dovrei volerlo io che son cristiano?

 
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Pubblicato da su 21 marzo 2012 in Politica, Sproloqui, Teoria

 

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