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Cambio di Paradigma

12 Nov

Ho passato molto tempo in questi giorni a parlare con parecchie persone riguardo la crisi economica – o quella politica – che il nostro paese e tutto l’Occidente sta attraversando. Il mio stupore maggiore è provocato dall’ampio consenso che il nome di Mario Monti sta ricevendo da più parti, comprese quelle parti che, per struttura, storia, ideali, dovrebbero aborrire le soluzioni che plausibilmente applicherà alla nostra situazione.
Messi alle strette, coloro che si son sempre dimostrati contrari a certi atteggiamenti – al capitalismo, diciamolo senza timore – hanno ammesso che servono risposte certe, risposte apprezzabili dai mercati, risposte credibili, risposte rapide. Serpeggia un giusto timore della crisi e una meno giusta credenza di certificazione univoca delle risposte di Monti: tali risposte, infatti, hanno l’unico vantaggio di essere ampiamente coerenti con il sistema economico in cui la crisi è nata e si è sviluppata. Guardacaso quello stesso sistema che, sulla carta, la sinistra dovrebbe voler abbattere.
Non criminalizzo affatto chi ammette tale priorità: è nella natura umana compiere delle scelte basandosi sull’intenzione di sopravvivere con il minor danno. Penso che anch’io, nonostante le parole, agirei sui medesimi toni, se messo davvero davanti a scelte stringenti. Siamo umani.
A stupirmi è che tutte le giustificazioni che emergono per motivare tali scelte riconducano immancabilmente alla necessità di agire in accordo con il sistema: nessuno prende in considerazione la possibilità di scelte diverse. Con tale definizione, ovviamente, non intendo soluzioni anti-liberistiche nel nostro contesto: ovviamente fallirebbero. Intendo modificare completamente il contesto, rinunciare alle regole del gioco e sostituirle con un altro. Lo sforzo immaginativo non arriva (quasi) mai, neppure tra i più abili politici della nostra sinistra (razionale) più estrema, a concepire un cambio di paradigma.

Ritornare a Kuhn per illustrare un momento così delicato momento della nostra società può suonare avventato; per me che non sono un filosofo è senza dubbio rischioso. Della sua struttura delle rivoluzioni scientifiche voglio però mantenere l’impressione, la suggestione di fondo: l’impossibilità di pensare al nuovo paradigma fino a che ci si trova in quello vecchio. Farà sorridere molti spiegare che questa suggestione deriva più dalla lettura di Crichton (Ian Malcolm, uno dei protagonisti di Jurassic Park, spiega i paradigmi meglio di Kuhn!) che da quella diretta dell’epistemologo statunitense. Eppure da lì nasce la suggestione, confermata dagli studi – più seri – di questi ultimi anni.
Il principale ostacolo a una risoluzione “di sinistra” della crisi proviene proprio dall’incapacità della sinistra di proporre linee d’azione non capitalistiche. Non solo non liberali, nell’accezione di contrarie ai grandi monopoli, agli industriali, agli imprenditori, sotto il segno delle garanzie e delle sicurezze per operai, dipendenti e ceto medio; intendo come soluzioni non capitalistiche quelle proposte che, basandosi su criteri e crismi completamente difformi dalla struttura economica attualmente in vigore, possano incidere realmente aggirando i limiti dell’attuale mercato.
Non essendo uno studioso di economia o un esperto autodidatta dell’argomento, non ho proposte reali in campo economico: eppure, nell’ammettere questa mia ignoranza, ho la presunzione di ritenere che ci sia qualcuno capace di fornire risposte del genere e azioni pratiche da mettere in campo. Mi chiedo perché, in un momento di crisi così violenta, la sinistra non faccia avanzare tali proposte e, anzi, le tenga ben segregate. Il dubbio che mi rimane è che neppure la sinistra – quantomeno quella sinistra parlamentare e politicamente ragionevole – sappia emergere da questo confine paradigmatico e portarsi al di là del liberismo e del capitalismo. Forse le accuse di una sinistra ormai completamente piegata al sistema è vero: nessun leader ha alzato la voce su questi temi o, se lo ha fatto, s’è trattato di un sussurro.

Questo discorso rischia di farmi passare per un marxista intransigente rivoluzionario: ben lungi, resto un pacato omicino post-democristiano, fieramente cattolico e fieramente convinto che, anche alla luce del Vangelo, si debba costruire una società più giusta, be difforme da quella attuale, ampiamente eretta su soprusi e privilegi. Non credo nella rivoluzione, nella dittatura del proletariato e, a ben vedere, non credo nel marxismo come sistema. Ha sicuramente aspetti interessanti, come molte altre teorie, e bisogna saper filtrare questi passaggi validi prima di gettarsi nell’applicazione. Credo però che molti passi si possano fare per migliorare la nostra società. Vorrei non essere una voce minuscola e solitaria: essere minuscolo mi sta anche bene, essere solitario no.
Mi piacerebbe che tutti quegli economisti che sanno e possono proporre alternative al neoliberismo filobancario di Monti si facessero avanti, o fossero spinti avanti dalla classe politica: per dirla alla Kuhn, siamo in una fase di “economia speciale”, quando si possono contrapporre modelli economici (e sociali) differenti, affinché uno emerga e caratterizzi il prossimo paradigma. In questa situazione, abbiamo due scelte: farci avanti ora per impedire un nuovo paradigma capitalistico liberale, o rassegnarci e passare la mano ai nostri figli. Non credo che nessuno tra chi legge oggi queste righe avrà una seconda occasione per cambiare le cose. E se l’occasione non è questa crisi, davvero nulla è un’occasione.

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2 commenti

Pubblicato da su 12 novembre 2011 in Politica, Sproloqui

 

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2 risposte a “Cambio di Paradigma

  1. Igor Ruffinengo

    12 novembre 2011 at 14:50

    Ok, tu vuoi un cambio radicale dell’economia.
    Il problema è che, prima di poter cambiare tipo di economia, bisogna tornare tutti a zero, senza “crediti formativi”.

    Questo lo capisci che impossibile, vero?

    L’unico modo per cambiare l’economia planetaria è un crack globale, talmente grave disastroso, da far sì che nemmeno gli armatori abbiano l’interesse a vendere armi per le guerre che si scatenerebbero.

    Ce lo auguriamo veramente uno scenario del genere?

     
  2. Andrea Bosio

    15 novembre 2011 at 02:21

    Forse si; lascerei a mio figlio un mondo migliore, più degno di essere vissuto. No, non mi dispiacerebbe affatto…

     

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