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Letture del 2012


Inizio anno, tempo di verifiche e punti della strada.
Prendo allora l’elenco dei libri letti nel 2013 e vedo di capire un po’ qualcosa del tempo trascorso a leggere, curvo sulle pagine – di carta o digitali.

Gennaio
L’atlante di Smeraldo – John Stephens
La Bibbia (Farsi un’idea) – Piero Stefani
Sei lezioni sulla storia – E. H. Carr
Prima lezione di metodo storico – Sergio Luzzato

Febbraio
23/11/’63 – Stephen King
La biblioteca dei morti – Glenn Cooper
Il libro delle anime – Glenn Cooper

Marzo
Apologia della storia o mestiere di storico – Marc Bloch
Lineamenti di didattica della storia – T. Cornacchioli
Il sangue degli elfi – Andreji Sapkowski
Vero e Falso, l’uso politico della storia – AA.VV.
Fai bei sogni – Massimo Gramellini

Aprile
Con Cristo e con Marx – H. Kung
Prince of Lies* – Richard Awlinson
La manomissione delle Parole – Gianrico Carofiglio

Maggio
La voce del violino* – Andrea Camilleri
La gita a Tindari* – Andrea Camilleri
L’odore della notte* – Andrea Camilleri
Italiane – biografia del Novecento – Perry Willson

Giugno
Storia del Cristianesimo – G.L. Potestà – G. Vian
Ingegni minuti – L. Russo . E. Santoni
L’esorcista* – William Peter Blatty
Donne e uomini nelle guerre mondiali – Anna Bravo (a cura di)

Luglio
L’ascesa dell’ombra* – Robert Jordan
I Fuochi del cielo* – Robert Jordan

Agosto
Fra empirismo e platonismo. L’estetica di Berkeley e il suo contesto filosofico – Bruno Marciano
Alle origini dei diritti dell’uomo. Cultura della dignità e dei diritti tra XV e XVI secolo – Repetti

Settembre
I supplizi capitali. Origine e funzioni delle pene di morte in Grecia e a Roma – Eva Cantarella

Ottobre
Lo Hobbit* – J.R.R. Tolkien
Il vizio della memoria – Gherardo Colombo
Nuovi racconti di un esorcista* – p. Gabriele Amorth
Orgoglio e pregiudizio in Vaticano – Anonimo, con Olivier Le Gendre
Taking Wing* – Michael A. Martin, Andy Mangels

Novembre
La lotta di classe dopo la lotta di classe* – Luciano Gallino
Nell’istante di un respiro – Elisa Bruno
Ammazzando il tempo. Un’autobiografia – Paul K. Feyerabend

Dicembre
La fisica del diavolo – Jim Al-Khalili
Micro – Michael Crichton
Dune – Frank Herbert*
Storia dell’impero bizantino – Georg Ostrogorsky
Intervista sulla città medievale – R.S.Lopez

*letture digitali

Si tratta di 41 libri, 12 dei quali letti in versione digitale. Decisamente sopra la media nazionale in quanto a numero, la tipologia è varia. Si passa dai romanzi “di serie B” (abbiamo rappresentato sia D&D, sia Star Trek) alla filosofia (Feyerabend), passando per esorcismi e Gallino. Non posso ovviamente dimenticare i numerosi romanzi, tre delle quali saranno indimenticabili a lungo: 23/11/’63, L’atlante di smeraldo e Micro.
L’estate è stata stranamente poco propizia alla lettura: credo che la colpa sia da imputare sia alla dimensione dei libri letti (la Ruota del tempo gira sempre sui 1000 fogli a volume: due romanzi così valgono almeno 5 romanzi normali), un po’ perché ho avuto anche da fare.
Non si deve neppure trascurare il numero di libri letti “per studio”: a tema storico – o simile – i presenti in elenco sono ben 16, un 40% scarso che significa comunque molto nelle mie abitudini di lettura (dopo la laurea questi libri saranno sostituiti da altro o leggerò meno?).

La conta del 2013 è già partita e vanta due punti segnati in 24 ore: i libri, infatti, li classifico in base a quando vengono chiusi. E ieri ne ho già finiti due: uno di Kung, sulla Chiesa, uno di Airaldi, su Colombo, per il prossimo esame.
E sono già al lavoro sui prossimi due…

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Pubblicato da su 2 gennaio 2013 in Diari, Libri

 

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Bioetica e costruzione della comunicazione


Questa notizia, abbinata alla recente sentenza della Corte Costituzionale (che non sentenzia affatto, ma rinvia), ha sollevato nella mia testa una riflessione sull’attuale situazione della bioetica e delle posizioni che attraversano il mondo cattolico di oggi.

Credo sia palese che la coscienza etica in campo biologico dei cattolici soffra una certa discrasia e frammentarietà. Potremmo quasi ritenere, a un primo sguardo, che ci sia una profonda scissione tra un sentire comune del popolo laico che compone la Chiesa cattolica da una parte, la struttura istituzionale-episcopale dall’altro. Ciascuna delle due sezioni sembrerebbe rappresentata da degni alfieri più o meno a ogni livello, però, mischiando le carte di una situazione altrimenti molto lineare.
La distribuzione reale delle forze in campo penso sia molto diversa. Tuttavia sussiste un fondato timore che buona parte degli attori e degli opinionisti riguardo questi argomenti parlino senza aver verificato fino in fondo la situazione pratica e le posizioni teologiche.

Incontrare un cattolico pro-aborto non sembra più strano: fatico a credere che una persona pro-aborto possa essere cattolico, un po’ come fatico a credere che lo sia un leghista.
D’altro canto discutere di aborto e dimostrarsi contrari conduce inevitabilmente a farsi coprire di insulti, senza possibilità di concentrare il discorso non tanto sulla decisione morale quanto su quello scientifico ed etico/epistemologico. Ci si trova così di fronte a un discorso perlopiù viziato da un cumulo di ignoranza, nella quale è spesso coinvolta anche la comunità scientifica che, invece, dovrebbe dimostrare una maggior competenza in certe materie.
Purtroppo agli scienziati non vengono mai insegnate due cose importantissime: la comunicazione e l’epistemologia!

Non serve concorrere al Nobel per comprendere a grandi linee il pensiero di Karl Popper, soprattutto se per lavoro lo si applica incoscientemente ogni giorno (tralasciamo Feyerabend per qualche riga, per favore). Serve, invece, trascorrere una manciata di ore a studiare come funziona il proprio mestiere. Se accadesse questo, avremmo sicuramente medici non meno abili tecnicamente e indubbiamente più competenti ideologicamente. sarebbe un guadagno su tutta la linea.
Popper ci dimostra come le leggi scientifiche non abbiano nulla di sicuro e definitivo: la nostra conoscenza scientifica è ipotetica e in attesa di falsificazione. Non sappiamo, si badi bene, quale parte sarà falsificata e in quale misura, non c’è modo di prevederlo. Però dobbiamo essere coscienti che non c’è nulla di certo.
L’attuale posizione pro-aborto si basa essenzialmente su una serie di evidenze scientifiche – alcune delle quali, peraltro, altamente discutibili e spesso dibattute anche tra veri esperti – che suggeriscono il noto termine del terzo mese – dodicesima settimana per l’applicazione dell’interruzione volontaria di gravidanza. Significa, a esser brevi, che affidiamo la scelta riguardo la vita e la morte di una forma di vita a una teoria scientifica, come tale non dimostrabile.
Qui credo dovrebbe entrare in campo più che altro il buonsenso, non certo l’esser cristiani, ma a voler tener in conto solo il secondo fattore, davvero stento come si possa lasciare la vita altrui in mano a una struttura teorica così debole, fragile e incerta.

Si può ora tornare al tema principale del post: la formazione attuale dei cattolici. Credo non sia rilevante basarsi solo sulla dottrina corrente della Chiesa: penso essenzialmente che sia inutile dire ai fedeli “si deve fare così perché l’ha deciso il Papa/la Chiesa”. Non si fa altro che esasperare il distacco già grave tra la struttura ecclesiastica istituzionale e il popolo di Dio che cammina su questa Terra. Non ne abbiamo davvero bisogno. Deve invece essere compito di ogni pastore e di ogni laico che se la sente il proporre riflessione e spiegazioni, l’indagare i motivi di queste posizioni. Analogamente agli scienziati, i preti dovrebbero studiare comunicazione… e mettere in pratica gli insegnamenti.
La situazione americana, che vede essenzialmente un profondo divario fra il sentire cattolico comune e le posizioni di un’élite, dipende in gran parte da questo difetto di comunicazione, amplificato ancor più verso l’esterno.

Ci troviamo, così, a vederci etichettati come retrogradi, quando invece la sensibilità cattolica si trova su questi temi molto oltre le barbarie dell’attuale comune posizione capitalistica. A dimostrarlo sta secondo me il fatto che non serve essere cattolici per apprezzare i passaggi logici che ho esposto prima sul tema dell’aborto: lo testimonia anche l’assenza di qualsiasi considerazione dottrinale o religiosa (tipo “la vita è un dono del Padre”, etc) dai sillogismi. Semplicemente non penso ce ne sia davvero bisogno. 

Cambia il tono quando parliamo di scelte strettamente personali, come l’eutanasia: con la Dignitatis Humanae è ampiamente riconosciuta una profonda libertà religiosa. Nessuno può essere oggetto di coercizione nell’aderire a una religione, quindi a seguirne i dogmi e le “usanze”, o a condividerne le opinioni etiche.
Credo che la scelta nell’accostarsi all’eutanasia sia all’interno di questa libertà di religione e di coscienza: è giusto che ciascuno possa scegliere come gestire la sua esistenza, nel rispetto della legge e della vita altrui. L’impedimento nel caso dell’eutanasia è veramente etico e profondamente legato alla natura religiosa della propria etica: perché, quindi, un cristiano dovrebbe imporre la propria opinione a un ateo?
L’aborto non rientra in questo discorso: la decisione del singolo – la madre – influenza direttamente non solo la sua esistenza ma anche quella di un soggetto diverso, non interpellato e privato di un diritto fondamentale.

Chiudo un lunghissimo post con una circolarità: serve una riduzione di questa frammentazione cattolica. Non fine a se stessa, per obbedienza romana, come piacerebbe ad alcuni: motivata, spiegata, illustrata ai fedeli, discussa dai pastori assieme al gregge. Sarebbe l’unico modo per rinsaldare questa Chiesa che rischia di essere sempre più traballante e meno certezza di riferimento nella costruzione delle nostre vite.
Mai come oggi ne abbiamo bisogno.

 
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Pubblicato da su 23 maggio 2012 in Divulgazione scientifica, Religione, Sproloqui, Teoria

 

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Informazione, ma come piace a noi


L’argomento ha fatto la sua comparsa a una cena di redazione, chiacchierando della validità giornalistica di testate come Il Giornale, Il Foglio o Libero, ampiamente schierate dalla parte dello Psiconano. A tavola, è nato il paragone con testate analoghe ma speculari – Repubblica e il Fatto, soprattutto – e su come, stando all’apprezzamento dei lettori, l’informazione di parte piaccia parecchio agli italiani. Siamo un popolo, è stata la conclusione, a cui piace sentirsi dire ciò che si desidera, leggere pareri confortanti e coerenti con le nostre posizioni. Non a caso a me Avvenire piace.

Premettendo che non ritengo opportuno porre sullo stesso livello morale le posizioni schierate di Repubblica e del Fatto – posti a difesa della legalità e della Costituzione – di fronte a quelle moralmente insipide, quando non scorrette, delle testate filoberlusconiane – che appoggiano e difendono comportamenti immorali e illegali – sono dell’idea che, tecnicamente, sempre di informazione “parziale” si parli.
Parziale nella doppia accezione: sia connessa a una “parte” ideologica-politica-filosofica, sia non completa, quasi settoriale. Non necessariamente un male, superato il primo dubbio, perché quantomeno non celata e, anzi, a lungo sbandierata. Dopotutto, scrivere esponendo le proprie idee è virtuosismo e responsabilità, finché si pone attenzione a fornire comunque un servizio d’informazione.
E qui, forse, caschiamo male sotto molti punti di vista…

Certa informazione che andiamo a leggere, infatti, non è informazione propriamente detta, solo trasmissione di dati che confermano una tesi già insita nel lettore. Succede così che l’italiano preferisca leggere qualcosa che vada incontro non solo ai suoi canoni estetico-letterari, ma anche alle sue idee riguardo l’argomento del testo. Se questo dal punto di vista del semplice piacere letterario è lecito, sorge il dubbio che possa anche divenire pericoloso qualora il lettore si affidi esclusivamente a fonti parziali e tra loro unidirezionali: così facendo si troverebbe non solo a confermare le proprie opinioni di base – i propri sacrosanti pregiudizi, direbbe Popper – ma non avrebbe possibilità di analisi critica della realtà, composta a prescindere dall’osservatore da una miriade di sfaccettature caratteristiche e non sintetizzabili divergenze. Continuando a filosofeggiare sul filone austriaco-ebraico, potrei dire che l’informazione univoca impedisce la critica del senso comune; se comunque ci basiamo sui nostri pregiudizi – intesi come “punto di partenza” – è fondamentale che questi affrontino la prova dei fatti. Tradotto nel campo dell’informazione, non potendo andare ciascuno di noi a verificare in loco gli eventi, sarebbe opportuno ricevere multiformi input pluridirezionale, sicché li si possa analizzare e se ne possa trarre un complesso tutto sommato coerente.

Qui si inserisce un ulteriore problema, ma diventa opinione personale: penso che la maggior parte dell’informazione di parte non sia adatta, da sola, a fornire una visione sufficientemente aperta della realtà. Me ne accorgo leggendo articoli sul medesimo argomento – quando si tratta di argomenti scottanti, su cui è necessario schierarsi – tratti da testate divergenti; vuoi per la bravura degli autori, vuoi per la confusione, vuoi per l’abilità nel celare, mancano sempre ingranaggi fondamentali per effettuare la dovuta critica al dato che giunge.
Diventa così importante trovare quantomeno qualche dato “meno spurio”: ovviamente l’imparzialità è impossibile, lo insegnano anche a noi storici. Quando qualcuno si mette dietro una tastiera, in un modo o nell’altro lascia trasparire parte del suo pensiero, anche se sta raccontando la cronaca del derby a poker tra seminari vescovili (garantisco che l’immagine di giovani seminaristi che puntano toghe e stole mi ha per un attimo terrorizzato). Alcuni, però, sanno farlo con contegno, altri scadono nel ridicolo o nell’eccesso.
Difficile è oggi procurarsi queste fonti che, pur non essendo neutrali, forniscono quel tanto che basta di imparzialità da poter usare la testa – la propria – per formarsi un’opinione il più possibile indipendente; una teoria da mettere alla prova dei fatti, direbbe ancora Popper.

Qual’è il problema sociale, allora? Non la mancanza di informazione “neutra”, credo sia chiaro. Il vero allarme è l’assenza di richiesta di questo tipo di informazione.
All’Italiano medio va benissimo leggere le avventure smutandante di Berlusconi attraverso gli occhi di Padellaro o di Feltri, basta che appoggi l’opinione iniziale del lettore. E ammetto di caderci con sommo piacere anch’io, a volte; salvo, spero, riscattarmi quando transito dal “piacere” della lettura alla “richiesta d’informazione”.
Significa, davvero, che è in corso una sorta di anestesia generale delle coscienze, giusto per citare Travaglio (uno neutrale, insomma); anestesia che si trasforma, con il tempo, nell’assenza di reale richiesta di informazione.

Forse è il nostro tempo: manchiamo di certezze e ci rifugiamo nelle conferme delle piccolezze che ci circondano. Probabilmente questo atteggiamento è l’estremo approdo del relativismo, quello stesso relativismo che ci tiene fuori dalle chiese o che ci rende abbastanza inerti di fronte agli orrori sociali, compiuti a turno a Berlusconi/Monti/Bersani o chi per loro.
Sicuramente è una resa del nostro intelletto; nel momento in cui scegliamo di non cercare più la verità, pur sapendo che non è certo scritta su un giornale e, per la cronaca, la politica, lo sport, l’economia, la storia, non esiste, lasciamo che sia solo il nostro pregiudizio a dirci come agire. L’assenza di ragione critica è allora il vero male del nostro tempo, che lascia agire il relativismo del “tanto va tutto bene”.
E no, non è un rinnegare l’anything goes di Feyerabend, anzi: è andarlo a confermare con forza! Perché niente va sempre bene, tutto va bene a seconda del caso. Bisogna saper scegliere quale strumento impiegare, certi che ciascuno strumento troverà, prima o poi, il suo giusto impiego.

Avevo promesso post più corti, oggi ho fallito; però credo che chi ci è arrivato fino in fondo si sia goduto uno dei pezzi più… onirici che abbia mai scritto. Ma, a mio parere, anche uno dei più significativi.

 
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Pubblicato da su 11 gennaio 2012 in Sproloqui, Teoria

 

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Serendipity!


Finalmente: dopo mesi di attesa, ecco per voi – e solo per voi – il mio post sulla serendipity!

La serendipità è cercare un ago in un pagliaio e trovarci la figlia del contadino.
Julius Comroe Jr.

Partiamo da qui: serendipity! Si tratta del termine connesso alla scienza che per primo colpì la mia fantasia con tale potenza da rimanere impresso nel tempo e, ancora oggi, essere un chiaro riferimento nella mia lettura – quotidiana – dei fatti di scienza.
Serendipity. Evoca immagini di vera ricerca. Evoca quel processo di costante avventura che deve caratterizzare l’essere scienziati ricercatori.

Credo che la definizione di Comroe dica abbastanza sulla serendipity da non dover aggiungere nulla per definirla. Piuttosto, mi piace raccontare come e quando è entrata nella nostra storia e come l’ha cambiata.
Partiamo da lontano e dai viaggi: la “scoperta” dell’America di Colombo è un caso di serendipity. Colombo non cercava l’America, cercava le Indie (orientali); cercava una via, più veloce, sicura ed economicamente redditizia (era genovese, mai dimenticarlo) per il Catai e paesi circostanti. C’era da aggirare il blocco musulmano, d’altronde, e quella via occidentale poteva essere foriera di interessanti sviluppi economici e politici. Ci sono stati, gli sviluppi, ma di tutt’altro tipo rispetto a quelli che Colombo si aspettava.
Passiamo poi alla medicina: senza “casualità”, niente penicillina. Non da Fleming, almeno. La sua scoperta, dovuta a un provino non disinfettato a dovere, ha cambiato (e allungato) la vita di milioni di persone sul pianeta. Eppure deriva dal caso…
Anche la radiazione cosmica di fondo a microonde è stata scoperta cercando ben altro; e, per rimanere nell’astrofisica e nelle particelle elementari, la scoperta recentissima dell’eccessiva velocità dei neutrini deriva da misure pensate per tutt’altro. L’elenco comprende anche i raggi X, il web, il teflon, i neuroni specchio… ma penso possiate trovare un elenco ancor più completo in rete.
Interessante è per me, invece, l’aspetto filosofico di queste scoperte. Penso ci guidino su posizioni decisamente “anarchiche”, lontane dalla metodologia popperiana. Feyerabend nel pensare che non esiste un metodo scientifico ci guida fin qui: la scoperta causale – l’importanza delle scoperta casuali – si aggiunge ai già molti indizi dell’inesistenza di un metodo scientifico efficace. Un po’ per Popper mi dispiace, il suo sistema è così… rassicurante. Eppure dobbiamo constatare, dati alla mano, che la scienza reale non funziona così.
Credo che, tutto sommato, sia rincuorante: l’epistemologia funziona allo stesso modo della scienza. Teorie che sembrano convincere ma poi crollano davanti a  nuove verifiche. Eppure rimane il loro inestimabile contributo.

Tuttavia non è solo la casualità a guidare queste scoperte. Un caso rimane un caso, a una mente poco allenata, non pronta, inadatta. Può invece essere uno stimolo, uno spunto vincente per la mente giusta: solo un vero genio sa coltivare un risultato inatteso in un successo storico e non si può che premiare tale merito. Solo i più attenti sanno sfruttare fino in fondo le possibilità che offre loro il caso: sarà che possiamo chiamarlo “destino”?
E quindi, tanto vale chiudere con le parole di Shakespeare: “All things are ready if our minds be so”.

 
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Pubblicato da su 1 dicembre 2011 in Divulgazione scientifica, Sproloqui, Teoria

 

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Immagina… la scienza!


L’edizione 2011 del Festival della Scienza di Genova s’è chiusa con un bilancio tutto sommato positivo; scampata l’alluvione per una manciata di giorni, la kermesse genovese ha attratto come ogni anno migliaia di persone, coinvolgendole nel principale evento di divulgazione scientifica in Italia.
Attraversare una città che per dieci giorni si riempie di magliette bianche e asterischi rossi comporta ogni volta un effetto simile alla sospensione dalla realtà: quei giorni trascorrono in una dimensione temporale tutta loro, con ritmi, riti e codici linguistici propri di noi animatori, di chi si dedica a raccontare la scienza a un pubblico interessato, curioso, stupito da quanto la scienza in realtà sia così vicina a loro. Di quanto vicini siano gli scienziati, di ieri, di oggi, di domani. 

La prima parola di cui oggi vi parlo è, quindi, raccontare. Il Festival racconta ogni anno storie e scienze diverse, attraverso i suoi attori principali. La scienza, a suo modo, è un racconto e fa parte di quella grande narrazione che è l’umanità, la sua storia. Forse è per questo che i ragazzi guardano con occhi strabuzzati il nylon tra le mani di un giovane chimico, che scolaresche ascoltano premi Nobel spiegare complessi passaggi di meccanica quantistica, che bambini si affannano su un difficile problema matematico fatto di corde e bastoncini.
L’impressione di ogni anno è la stessa del primo: sfatata l’atmosfera magica con l’esperienza, magari, ma permane la meraviglia di quanto si possa fare – e si debba fare – per raccontare come la scienza non sia così lontana.

Immaginazione è il futuro che ci attende: il prossimo Festival avrà proprio questa parola chiave. Ho già qualche idea in canna, qualche colpo da riservare per un paio di laboratori. C’è molta immaginazione nella mia vita – anche nella parte non scientifica – e credo di poter tradurre alcune di queste passioni in ottimi stimoli per la divulgazione. Spunti, anzi, più che stimoli. La scienza, dopotutto, è composta spesso di idee immaginate, di progressi inimmaginabili, di sorprese nate da un’intuizione in più del genio del secolo.
Ci proverò, le idee non mancano e le possibilità si raccolgono soltanto lanciando i dadi…
Immaginerò nuovi laboratori, state pronti: e il prossimo anno spero di potervi raccontare direttamente dal Festival, direttamente dalla parte dei proponenti – di nuovo, ma questa volta per me stesso – cosa vuol dire mettersi ad allestire a mano il proprio piccolo, umile laboratorio.

Appuntamento alla call for proposal, allora: non mancate!

 
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Pubblicato da su 15 novembre 2011 in Divulgazione scientifica

 

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[Letture 3] Lista dei desideri…


Altro post a carattere personale, perdipiù estremamente breve.
Stasera ho creato la lista dei desideri su Amazon; pensavo di farne uno strumento per il mio compleanno ma mi ha aiutato non poco a mettere ordine nell’elenco dei miei desideri, soprattutto librari. Sono veramente troppi…

Ho inserito libri di storia, soprattutto contemporanea, pescati dalle liste degli esami, dalla bibliografia di altri testi, da autori di cui mi son piaciuti altri libri. Ho inserito un po’ di letteratura fantasy, ma neppure troppa. C’è un po’ di King, giusto un accenno. C’è moltissima storia del Concilio Vaticano II.
si, sono matto… lo so…

Che altro? Vedremo se servirà, di più non saprei cosa dire. Comunque, se leggete il post e volete farmi un regalo, vi consiglio di ordinare la lista in ordine di priorità!
Doppia versione: quella in italiano e quella per i libri in inglese (.com).

Buona settimana a tutti!

 
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Pubblicato da su 27 giugno 2011 in Diari, Libri

 

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Il Tempo è Relativo! E la sveglia della scienza suona in orario?


Che il tempo non fosse esattamente una costante ce l’aveva detto già Einstein, un secolo fa (già passato così tanto tempo?); anzi, ci aveva chiarito che il tempo non è per nulla costante ma lo “subiamo” in funzione del nostro movimento relativo. Un po’ come se la lettura di questo articolo dipendesse dalla velocità con cui il lettore corre i cento metri; Bolt sarebbe avvantaggiato.
Ne abbiamo avuto una conferma men che scientifica in questi giorni, grazie ad alcuni eventi siciliani che definirei… pittoreschi. Vi link l’articolo che ha sollevato la mia curiosità, potete leggero a questo indirizzo: il Corriere ci rende noto che in Sicilia, soprattutto a Catania, gli orologi corrono veloci, più veloci della terra, e guadagnano dai cinque ai quindici minuti sull’orario ufficiale. Un bel dilemma e un problema anche di ordine pratico, basti leggere l’articolo e il riferimento alle difficoltà bancarie dell’isola; spero che le Poste non usino questo fatto per scaricare le colpe sul tempo relativo, visti i danni causati dai loro nuovissimi server. O forse che i nuovi server proprio a Catania sono stati attivati?

La notizia è curiosa e stimola la fantasia; possiamo immaginare i giganteschi campi magnetici del magma vulcanico che influenzano lo scorrere del tempo, se vogliamo una soluzione scientifica. Possiamo, se la nostra fantasia è più virtuosa, dar adito alle teorie circa spedizioni aliene e relativi rapimenti, con rilocazione imprecisa dei fortunati abitanti, quasi fossimo in un X-Files. E come nel telefilm, si inseguono voci, congetture, teorie strambe e incertezze.

Ciò su cui vorrei fermarmi a riflettere, questa volta, non è tanto il problema in se ma l’ignoranza: vorrei parlare non tanto della credulità popolare – così diffusa – quanto dell’ignoranza generale che coglie l’umanità di fronte a piccoli incidenti come questo.
La scienza ci ha abituati a vivere in un mondo ordinato, di cui si conoscono i meccanismi e che si fonda su diversi principi di azione-reazione. Alcuni di questi possono essere immensamente complicati e inarrivabili senza anni di studio alle spalle, ovviamente; eppure sappiamo che una spiegazione la scienza può darla a tutto e che nulla la lascia indietro perché, bene o male, una teoria che si adatti a spiegare un fenomeno si trova. O si troverà entro breve.
Fatti come questo, fatti che contraddicono non oscuri teoremi di fisica delle particelle noti a circa duecento persone su tutto il globo ma che urtano le più radicate convinzioni, l’esperienza quotidiana di miliardi di persone e lo stesso buonsenso (critico) di cui tutti usufruiamo, sono come un bagno di umiltà che dobbiamo accogliere con piacere. Non una doccia fredda fastidiosa come una secchiata d’acqua mentre arbitri una partita a dicembre ma una pioggerellina primaverile che ti rinfresca durante gli allenamenti estivi. Con questo spirito penso si debba accogliere ogni novità in scienza: lo sguardo della curiosità.
Qualcuno potrebbe rispondere che è ben questo lo sguardo dello scienziato: un bambino curioso che sbircia oltre il parapetto della finestra cercando di capire come sia fatto il mondo al di fuori della sua piccola casetta. Beh, si… è una bella teoria. Qualcuno la mette in pratica.
Eppure conosco molte persone che si rinchiudono nelle loro certezze – e parlo di studenti di discipline scientifiche, neo ricercatori, aspiranti ricercatori, etc – e professano l’inviolabilità della loro disciplina, la sua assoluta validità, l’immutabilità dei criteri e delle teorie. Insomma, fanno il contrario di quello che suggerisce Popper ed esattamente quello che teme Feyerabend, al quale forse andrebbe dato maggior credito; penso abbia descritto la comunità scientifica reale con un’accuratezza che altri autori hanno evitato, forse volontariamente, perché metteva in crisi la loro teorizzazione riguardante la scienza. Insomma, torniamo al discorso di prima

Abbiamo con questi piccoli fenomeni l’occasione per sfidare le nostre conoscenze, metterle alla prova e verificare se davvero le nostre teorie funzionano: io dico di usarli! Certo, sono “casi limite” ma è proprio su questi punti oscuri che una teoria prova la sua validità o decade. Le osservazioni più comuni possono essere spiegate da molte teorie, ne sono convinto, ma solo le teorie più salde e valide possono aggiungere ai loro successi anche questi tasti molto dolenti. Non sono occasioni da sprecare, non credete?
La peggior cosa che può capitarci, in fin dei conti, è scoprire che ci sono dei dischi volanti sotto l’Etna: o un fabbro di nome Vulcano.

 
 

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