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Radicare la scelta – 1


Quello che segue è un testo di intenti, quasi un programma politico; era stato pensato con scopi diversi dalla pubblicazione su un blog e, anche se revisionato, presenta caratteristiche molto peculiari. Vuole spiegare il motivo di alcune mie scelte di partecipazione sociale e il radicarsi in me di alcune posizioni, da altri fortemente strumentalizzate per scopi di tornaconto personale.
A mesi di distanza dagli eventi scatenanti, frammentandolo in più pubblicazioni a causa della dimensione, ne rendo pubblica una versione epurata dal contesto, ma ugualmente valida per le scelte di partecipazione. politica-social-network-twitter

Radicare la scelta di partecipazione alla vita politica è compito delle parole e delle azioni di ciascuno. Azioni, scelte e parole chiedono, però, una solidità che solo un testo scritto può conferire; queste parole vogliono chiarire i fondamenti di un impegno e i suoi confini, rivolgendosi a chi ha condiviso questi anni di attività nella ricchezza delle differenze e del confronto costruttivo, nella consapevolezza che solo questa è la strada per un reale cambiamento, nonostante le comprovate difficoltà, gli incidenti e gli insensati inganni che hanno inevitabilmente segnato tutto il periodo.

I testi hanno una loro dimensione e un loro scopo: questa è una dichiarazione di fondamentali […]. Se è vero che ciascuna comunità ha delle caratteristiche di autocostituzione, le parole e i concetti narrati nelle prossime pagine intendono porre la domanda circa la convergenza dei cammini politici di estrazioni differenti, mantenendo come riferimento non la provenienza, ma la consonanza delle destinazioni a medio termine.

Confessando pubblicamente un credo politico, pro-pongo a tutti noi una domanda fondante per la comunità […]: i punti fissi, le motivazioni, i pilastri della scelta sono garanti credibili di una strada insieme? Le spinte a una scelta di appartenenza politica – le spinte personali – costituiscono parte del bacino comune al quale attingiamo nel definire la nostra identità di gruppo? Non essendo una domanda alla quale il singolo possa trovare risposta, l’indirizzo non può che destinarci a una riflessione comune che a tutti sottopongo e per tutti, io credo, può essere costruttiva e arricchente.

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Pubblicato da su 17 gennaio 2016 in Diari, Politica, Teoria

 

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L’analisi del voto: c’è una richiesta precisa


A chi dice che la moderazione e lo “spostamento verso il centro” del Pd sarebbe stata una soluzione per il tracollo elettorale, abracciando magari il renzismo e, di fatto, il montismo, consiglio un’occhiata ai fatti.

Ecco la “sezione welfare” del programma vincitore delle elezioni:
– Garantire l’accesso alle prestazioni essenziali del Servizio Sanitario Nazionale universale e gratuito
– Ticket proporzionali al reddito per le prestazioni non essenziali
– Proibire gli incentivi economici agli informatori “SCIENTIFICI” sulle vendite dei farmaci
– Separare le carriere dei medici pubblici e privati, non consentire a un medico che lavora in strutture pubbliche di operare nel privato
– Incentivazione della permanenza dei medici nel pubblico, legandola al merito con tetti massimi alle tariffe richieste in sede privata

Se questo è un programma moderato, io sono Bush Jr.
La sinistra ha perso perché non ha dato queste risposte all’elettorato. Il resto sono letture faziose ohttps://i2.wp.com/farm9.staticflickr.com/8037/8067477914_f4e7eeee4d.jpgincompetenti perché si scontrano con questi dati di fatto, con il voto degli italiani. Il voto moderato in Italia è stato sepolto sotto un cumulo di volontà di riforma. Parliamo del 10% scarso raccolto da Monti e delle briciole di Giannino, oltre che del Pdl, se vogliamo metterlo nel mezzo (ma Fratelli d’Italia, destra sociale, la pensa più come Grillo che come Monti). Dall’altra parte c’è tutto il grillismo e una buona parte del voto Pd, più tutto l’elettorato Sel e Rc. Più della metà del paese, la maggioranza assoluta degli italiani. Da quanto non c’erano indicazioni così chiare della volontà popolare?
Diamoci una svegliata, sinistra: tetti massime alle tariffe private, capiamoci! Praticamente la morte del capitalismo e del liberismo. L’Italia ha votato per mettere delle regole più ferrei ai privati nella sanità… rendiamocene conto invece di sognare libertà astruse che portano a gravi ingiustizie reali
Non vedere che il paese chiede una svolta verso una società più equa è come non vedere la mucca nel corridoio. Mentre ti calpesta.

 
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Pubblicato da su 28 febbraio 2013 in Politica, Sproloqui, Teoria

 

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La sinistra al bivio: il domani non può essere ieri


Questo è un pensiero nato su Facebook, come un posto in risposta a una discussione.
Lo condivido sul blog, perché credo dica tutto riguardo ciò che penso del futuro della sinistra e del paese. In poche righe.

https://i1.wp.com/cdn1.beeffco.com/files/poll-images/normal/sinistra-ecologia-liberta_10319.jpg

Renzi non porta alcuna novità. Anzi, peggio: la sue posizioni sono una riedizione postuma delle idee della Tathcher e di Reagan che, con il senno di poi, possiamo dire erano pessime e ci hanno condotto all’attuale crisi economica. Come disse “qualcuno”: “Renzi è giovane e simpatico ma ha idee vecchie e antipatiche“.
Basta con il liberismo, basta davvero. Servono riforme serie del welfare e degli amortizzatori sociali, e che non siano privatistiche, perché la salute è un diritto e non può essere nelle mani delle logiche di mercato. Serve un profondo ripensamento della scuola e della cultura nel paese, perché altrimenti si rimane nel baratro del berlusconismo e del grillismo (a partire dall’eliminazione dei finanziamenti alla scuola privata che sono incostituzionali!). Serve un rilancio della politica industriale ed energetica, guardando al futuro, guardando agli operai e ai loro diritti, compreso il lavoro: perché il lavoro è un diritto, non qualcosa che devi sognare la notte o per il quale devi prostituirti! In generale serve che guardiamo al futuro, non a una società capitalista ormai collassata: perché quello che propone Renzi è la visione montiana del futuro. Fatto di rigore, fatto di conti che devono tornare e fatto di numerose altre assurdità che con lo stato sociale, con la solidarietà, con l’uguaglianza di fatto delle persone non hanno nulla a che vedere.
Se la “sinistra” che si ha in mente per il futuro è una sinistra che privatizza la sanità, una sinistra che apre ai prestiti studenteschi per gli studi, una sinistra che vuole continuare a finanziare la scuola privata, una sinistra che lascia nella bratta gli operai distruggendo i loro diritti – quei diritti che ha scritto la DC, mica il PCI! Diamine, ci fosse oggi Moro prenderebbe a testate sia Renzi che Bersani, ma soprattutto Renzi! – e una sinistra che non intende far uscire il paese dal populismo postberlusconiano in cui siamo caduti, io di questa sinistra non voglio far parte. Mi fa schifo quanto il Pdl ed è antitetica a tutto ciò in cui credo: umanamente, politicamente, religiosamente, scoutisticamente!

 
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Pubblicato da su 28 febbraio 2013 in Politica, Teoria

 

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La fine!


https://i2.wp.com/www.malitalia.it/wp-content/uploads/2011/11/theend_berlusconi_pp-300x210.jpgMentre si concludono i conteggi di queste elezioni quantomai complesse da leggere, trovo giusto evidenziare un dato, frutto dell’analisi numerica, che può darci un indizio della direzione da prendere.
L’era del centrodestra berlusconiano è finita: finita con un collasso complessivo del numero di voti ricevuti, passati dai 17 milioni del 2008 agli attuali 10 (poco meno, in verità). Si tratta di una discesa netta del 42%, ampiamente superiore a quella del Pd (comunque grave e attorno al 30%). Paga moltissimo la Lega, che lascia per strada oltre 1,7 milioni di voti, più del 55% dei consensi.

Solo il sistema elettorale abbastanza buffo mantiene in piedi il potere – ma non il consenso – di Berlusconi. Troveranno tempo le interpretazioni sulla creduloneria e sul buonsenso elettorale degli italiani, oggi concentriamoci su una questione più “apocalittica”, anche più centrale del boom del M5S.

Berlusconi è, numericamente, alla frutta: una frutta che puzza anche un po’ di stantio. Non è un augurio, è l’interpretazione dei numeri: come previsione potrà essere smentita da ulteriori e differenti evoluzioni dello scenario, ma in un comportamento lineare delle altre forze – chiederlo al Pd, però, potrebbe essere illudersi – il risultato di oggi è un KO definitivo.
Il consenso che si era costruito negli anni è rimasto in piedi, parzialmente, per una combinazione di fattori:
l’incapacità del Pd (e della sinistra tutta) di farsi alternativa credibile
l’irrompere del M5S, visto che i flussi elettorali dei grillini pescano più a sinistra che a destra (pur svuotando di fatto la Lega)
il sistema elettorale folle, che al Senato premia eccessivamente le regioni popolose

https://i0.wp.com/www.giornalettismo.com/wp-content/uploads/2012/12/scandali-di-berlusconi26.jpgI primi due punti sono la chiave del sistema: la sinistra, ancora una volta, è stata inadeguata. Proposte scialbe, nessun mordente in campagna elettorale, efficacia comunicativa ridotta e i cavalli da corsa, quelli che, pur non essendo i leader, dovevano essere sparati in tv tutti i giorni, tenuti in cantina. Quando hai due ammaliatori di folla come Vendola e Renzi, non puoi permetterti di mandare Bersani: capisco le ritrosie del Pd a dar spazio al leader del partito alleato – limitatamente, perché anche se avesse strappato qualche seggio in più grazie alla visibilità accresciuta, di certo avrebbe ripagato con molti più voti conquistati – e allo sconfitto delle primarie, ma credo che il sacrificio sarebbe stato ampiamente ricompensato. Si poteva e si doveva vincere.
Questo ha comportato non solo lo spazio per il recupero del Cainano ma anche la cessione di ingenti quote di voto dalla sinistra a Grillo. Non si può infatti ignorare il calo di voti del Pd e la crescita dei grillini, sicuramente elementi collegati, spesso sul territorio, dove le amministrazioni di sinistra non si sono dimostrate sufficientemente sensibili ai veri temi cui l’elettorato e la cittadinanza erano interessanti. La sinistra ha perso il confronto, pur con questa risicata maggioranza numerica: possiamo fare tutte le analisi che volete ma, in definitiva, la motivazione è una sola. Monti.

Torniamo a B.: credo che neppure il Pd possa risuscitarlo da una botta di questo tipo. Berlusconi è stato mollato da tutto l’elettorato realmente reattivo alla realtà, questo è ciò che emerge seriamente dalle elezioni. Possiamo riflettere su un consolidamento di una decina di milioni di persone che lo votano comunque – una certa, piccola, percentuale ha votato le liste correlate per osteggiare la sinistra e nella speranza di una crescita per il futuro: questa la scelta di Meloni e Crosetto, per esempio – ma è un flusso in buona parte costruito sulle promesse vacue della campagna elettorale, un exploit che può essere fermato da un competitor dotato di anche solo un minimo di capacità comunicativa (e di uno staff all’altezza). E da una proposta all’altezza nel reale centrodestra, che chiami a sé gli stakeholder dei voti liberisti e della destra moderata.
Berlusconi può festeggiare per i seggi conquistati ma deve piangere per il consenso definitivamente eroso: e quello conta in politica, perché dovrà trovarsi a confrontarvisi, in un modo o nell’altro.

Riguardo Sel, un solo piccolo appunto: da sola ha fatto meglio dell’intera Sinistra arcobaleno. Per quanto la situazione sia difficilissima, la sinistra italiana ha registrato una crescita percentuale interessante, passando dal 3,02% a quasi il 5,5%. Bruscolini, vero, ma sicura testimonianza di una richiesta di attivismo che, se combinata con la forte denuncia delle politiche liberiste che ha vinto queste elezioni, può consentire di crescere. Assieme, però: perché dobbiamo imparare a essere uniti e a essere squadra per il governo, non testimonianza fine a se stessa.

 
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Pubblicato da su 26 febbraio 2013 in Politica, Teoria

 

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Persone, mercato, prodotto: il valore della persona


Negli ultimi giorni a colpirmi sono state in particolare due notizie: il crollo degli iscritti all’Università e il relativo commento di Prefumo e la decisione della Fiat di lasciare a casa, con stipendio, i 19 lavoratori di Pomigliano reintegrati dopo sentenza del Tar. Sono notizie apparentemente distanti e sconnesse ma credo forniscano stimoli per una chiave di lettura univoca della realtà in cui ci troviamo a vivere.

La connessione tra i due accadimenti è presto spiegata: entrambi denotano lo scarso valore assegnato alla persona, alla sua dignità e alle sue ambizioni.
Sminuire il calo di iscritti universitari parlando di ottimizzazione del rendimento significa anche negare che l’istruzione è un diritto: significa, a ben vedere, pensare che l’istruzione – a qualsiasi livello – sia solo uno strumento di formazione per produttori/consumatori. La scuola serve solo a insegnare. Eppure a me hanno insegnato che imparando la chimica apprendi anche a relazionarti con altre persone e che lo scopo dell’istruzione non è tanto la competenza acquisita – importante, certo, ma non marcatamente prioritaria – ma conferire alle persone gli strumenti con cui realizzare il loro desiderio di felicità. Le parole di Profumo – e il generico atteggiamento verso l’argomento – denotano questa attenzione alla persona in formazione – bambino, ragazzina, giovane che sia – rivolta solo all’acquisizione delle competenze. Nulla riguardo la realizzazione dei propri sogni, fosse anche una laurea inutile. Ridurre l’istruzione a solo trapasso nozioni comporta anche ridurre la persona a “cosa”: eh si, perché se i miei sogni non contano, se le mie relazioni sociali sono solo un contorno alla mia produttività, se le mie aspirazioni devono essere sedate di fronte alla necessità della produsione, persona non sono più.
E non sono più una persona neppure se il mio lavoro è scambiabile con il denaro: ne avevo già parlato in occasione dell’insensata modifica all’articolo 18 del c.d. “Statuto dei lavoratori” ma temo che il messaggio non sia stato abbastanza chiaro. La posizione della società guidata da Marchionne continua a cercare di far passare il seguente messaggio: lavorate solo per la retribuzione. Ora, nessuno ritiene che lavorare gratis vada bene o che qualcuno schifi il denaro. Tuttavia ridurre il lavoro a un mero scambio di merce significa svilire il fondamento stesso della democrazia italiana. La Costituzione – povera donna, con gli stupri montiani – si fonda proprio sul lavoro: non sul denaro, non sulla retribuzione, non sulla produzione. Sul lavoro.

Entrambe le notizie sembra individuare un nuovo passo nello svilimento umano. Soggetto del marketing a scopo di acquisto compulsivo, oggetto della produzione di ciò che viene venduto, l’essere umano sembra possedere un valore in quanto tale. Nulla valgono le sue aspettative, i suoi sogni, i desideri, i sentimenti e la dignitià. Ciò che ci rende umani è, per Marchionne, la Fornero, Profumo e molti altri, solo un orpello. Magari da eliminare, in modo che si lavori meglio, si vada in pensione dopo e, possibilmente, lo si faccia senza protestare troppo.

Mi domando se affrontiamo una problematica italiana, isolata al nostro “stivale”, o se si tratta di una deformazione globale. Il valore di un essere umano è diventato infinitesimo: abbiao a che fare con il prodotto ultimo del berlusconismo o stiamo fronteggiando una più generica crisi valoriale del mondo occidentale? Ciò che ha valore è ciò che questo essere umano produce e consuma. Sarà anche così da un pezzo ma forse ora abbiamo le energie per cambiare: se non le abbiamo, dobbiamo trovarle.

 
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Pubblicato da su 5 febbraio 2013 in Politica, Sproloqui, Teoria

 

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MoVimento 5 Fasci


Più trascorre il tempo, più mi trovo preoccupato per la presenza fascistizzante del MoVimento Cinque Stelle in Italia. Certamente i “grillini” non sono pericolosi – immediatamente e direttamente pericolosi, specifico – quanto Alba Dorata in Grecia, ma le cose stanno già cambiando, con una certa fretta.
Lo storico che risiede nel mio intelletto, però, ha preoccupazioni frequenti sul dire e sul fare di Grillo e dei suoi compagni di partito.

Un Grillo portatore di

Un Grillo portatore di “fascismo”?

Chiariamo subito che il M5S è un partito. Possono negarlo, possono usare nomi diversi ma i grillini sono un partito. Non è certo la struttura dell’organigramma o statutaria a creare un partito ma la sua natura ideale e idealistica. Sotto al M5S risiede un piano ideale – lo scontento popolare nei confronti di una certa politica – che unifica e tiene assieme il gruppo ed è condiviso dai suoi membri (chi non lo fa è lì far carriera: alcuni soggetti del genere li conosco e, ovviamente, sono in ogni partito, associazione, movimento).
Ecco perché sbagliamo a chiamare “antipolitica” la loro azione: è politica vera e propria.
Dal programma all’azione amministrativa, la loro iniziativa pubblica è politica piena, intesa come partecipazione alla gestione della “cosa pubblica.

Fatta luce su questo, possiamo analizzare più a fondo quali sono gli elementi allarmanti.
C’è l’odio manifesto verso le altre forze politiche. Il fascismo era fondato su un sentimento analogo, in reazione alla presenza comunista del biennio rosso. Oggi l’opzione 5 stelle si fonda sull’assalto alla “casta” politica, ai suoi privilegi, al sistema repubblicano, etc. Il contrapporre “noi” a “loro”, facendo di “loro” un unico cumulo di politicanti inetti e (rari) onesti parlamentari, è esattamente quanto fecero all’alba del Ventennio i gerarchi e Mussolini in particolare. Alla mollezza dei liberisti, all’inutilità dei socialisti, il PNF reagiva con la virilità e la forza del vero uomo italico, incarnato dal fascio di combattimento.

Da qui troviamo l’aggancio con un altro elemento di profonda vicinanza: il M5S si fa portatore di una “politica nuova” che “cambierà il paese” (in meglio). Ritroviamo aspressioni analoghe anche nei discorsi parlamentari del Duce, spesso al passato: erano modi di dire tipici del Ventennio acquisito, strumento di propaganda. Oggi li ritroviamo in quel che i grillini prospettano oggi per domani.
E anche la propaganda è un elemento dell’agenda M5S che fa abbastanza paura. Mi ha spaventato, in particolare, il comunicato della cellula milanese, rivolto ai giornalisti, che spiegava come questi avrebbero dovuto rivolgersi al M5S, con quale appellativo chiamare i suoi rappresentanti e via dicendo. Un esempio di comunicazione d’imposizione, di maiuscole, di ordini. Anche lì è presente la volontà di distinguere tra “loro” e “gli altri”, se non ve ne foste accorti. Come i toni minacciosi, pur elegantemente travestiti, negli interventi pubblici di molti esponenti del partito. Tutti sono molto abili nel criticare i dettagli, nessuno sembra in grado di avanzare soluzioni propositive con altrettanto dettaglio, si limitano a “indicazioni generali”, salvo poi sviare su altri difetti dell’amministrazione. Politica di bassa lega, secondo me, che ha sostituito il manganello reale con quello telematico.

Tocchiamo anche il tasto “Grillo & la democrazia”.
Il leader, che chiede più democrazia nelle istituzioni, agisce come un capo solitario, signore assoluto del partito. Che lo sia davvero o che sia presente una struttura oligarchica di cui Grillo è la facciata cambia poco. Grillo, come Berlusconi, fa e disfa, ordina e pretende, annette ed espelle senza rendere conto a nessuno. Ed è idolatrato dai suoi, peraltro, che raramente ne denunciano le scorrettezze e, quando ciò accade, si vedono tagliare fuori dal movimento. Atteggiamenti da papa-imperatore, con potere medievale di scomunica. http://infosannio.files.wordpress.com/2012/07/beppe-grillo-120715182702_big-pagespeed-ic-epghzpjk5v.jpg?w=300&h=197
Le attuali “parlamentarie” sono un esempio lampante di quanto fin qui detto. Mentre il centro sinistra ha fatto scegliere il proprio leader a tutti gli italiani, senza chiedere tessere di partito o altro, Grillo farà decidere i candidati dai tesserati, rigorosamente prima di una certa data, con regole interne e utilizzando il web, quindi parzializzando l’elettorato in base alla capacità di fruire del mezzo.
Per quanto non apprezzi granché Bersani, per quanto ritenga Renzi all’altezza di Berlusconi, per quanto non voti Pd, credo che la lezione di democrazia e partecipazione popolare questa volta Grillo debba prenderla anziché darla. E potrebbe prenderla addirittura da gentedi destra come la Meloni, che le primarie le voleva davvero. Un po’ preoccupante.

L’urgenza e il pericolo non vengono tanto dall’effetto “dilettante allo sbaraglio” quanto dal populismo dilagante nel M5S. In fin dei conti il populismo è solo una risposta alle pulsioni più dirette e viscerali, non particolaremente rianalizzate e immediatamente risolte, spesso con brutalità. Il passo da questo a una più profonda crisi del sistema democratico, in una situazione in cui gli assetti istituzionali sono già a rischio, è veramente breve. Le espressioni di molti elettori – “li voto per cambiare le cose”, “non potranno essere peggio”, “sono solo uno strumento per liberarsi del male che c’è ora” sono tristemente note a chi ha studiato la storia contemporanea. Rimandano a ciò che dicevano i liberali e gli elettori “preoccupati” dal biennio rosso, che hanno spinto Mussolini al governo e l’Italia nel baratro del Ventennio. Sottovalutare gli elementi narrati sopra potrebbe portare a soluzioni assolutistiche vissute come “male minore” ma difficili poi da rimuovere.

Posso aggiungere in coda che provo comunque una certa stima per quelle cittadine e quei cittadini che, con le migliori intenzioni, sono parte del MoVimento 5 Stelle e che intendono cambiare in meglio il paese. Credo, però, che sia giusto iniziare ad avvisare sulle derive che il grillismo, Grillo e i Grillini stanno prendendo in questi mesi. Non tanto per sentenziare poi “io ve l’avevo detto” quanto per impedire che a una crisi democratica gravissima – quella che stiamo vivendo oggi e che dura dal 1994 – ne segua una ancora peggiore.
Vigiliamo, stiamo attenti e non allontaniamoci dalla politica e dalla volontà di pensare e costruire un domani migliore.

 
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Pubblicato da su 3 dicembre 2012 in Politica, Teoria

 

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Un po’ di conti… primari!


Credo che, a un paio di giorni dalle primarie, prima che arrivi il ballottaggio, sia necessario mettersi a fare qualche conto per analizzare a fondo il messaggio che l’elettorato ha dato ai partiti coinvolti. I numeri, infatti, hanno la tendenza a parlare molto e bene, se dovutamente interrogati.
Non a caso il team renziano, ben costruito e irrobustito con esperti di marketing, ha in più occasioni manipolato i dati resi noti in pubblico, nel tentativo di far deporre i numeri a proprio favore. L’operazione che andrò a fare nelle prossime righe, invece, vorrà segnalare una possibile chiave di lettura, senza dimostrazioni politiche di alcun tipo, proprio perché sono conscio dell’alta difficoltà interpretativa del dato. Tuttavia, qualcosa può dire.

I voti alle primarie sono stati in totale insieme, 3.107.568. Leggero – quasi impercepibile – miglioramento rispetto alle ultime primarie, quelle del Pd del 2009 che scelsero il segretario Bersani, quando a votare furono in 3.102.709.
Di questi voti, 44.080 (1,42%) sono andati al compagno Tabacci e 485.152 (15,61%) a Nichi Vendola: si tratta di voti che possiamo, approssimativamente, dire che non appartengono al Pd. E questo è già un dato significativo, perché dipinge la consultazione non certo come il successo di partecipazione che ci hanno raccontato. L’elettorato del Pd in queste consultazioni primarie ammonta, infatti, a circa 2.578.380. Quasi mezzo milione in meno rispetto all’elettorato attivo del Pd nel 2009: un buco non trascurabile, se aggiungiamo il fatto che una sezione non insignificante di voti a Renzi arrivano da persone che nel 2009 non sono certo andare a votare per il Pd. Ovviamente il dato ha un valore relativo: oggi non sono un elettore del Pd ma nel 2009 forse lo ero (non mi ero ancora disilluso riguardo l’utilità di quel partito), così penso abbiano fatto in molti. Però il dato rimane indicativo: tra chi si schiera nelle primarie, il Pd ha subito un calo del 15% circa. Una bella batosta.

La seconda analisi riguarda i dati interni al Pd, se accettate questa mia definizione. Rimangono allora sul piatto 2.578.380 voti. Bersani ne ha conquistato il 54,1%, e questo significa che, se fossero primarie interne al partito, avrebbe stravinto al primo turno, staccando Matteo Renzi di oltre 10 punti (è al 42,8%).
Qui la riflessione si fa interessante: il doppio turno, tanto contestato da Renzi, è in realtà l’unica carta che ancora lo tiene in gioco. Se ha possibilità di vincere queste primarie è solo perché domenica si voterà di nuovo e non è affatto detto che i bersaniani riescano, per la seconda domenica consecutiva, a smuovere il loro antidiluviano elettorato. Insomma, Renzi non solo deve “stanare” gli elettori vendoliani ma deve anche ringraziare quel mezzo milione di persone che, partecipando alle primarie, gli hanno evitato una figura barbina.

Ad avere la peggio in tutto questo è il Pd; se Vendola ha preso più o meno la quota pesata di Sel all’interno della coalizione (un 6% su una coalizione da 38 punti percentuali), il Pd ha subito un tracollo (anche la coalizione non sta certo bene, se prendiamo come riferimento le primarie di Prodi, quelle da oltre quattro milioni di votanti).
L’emoragia di voti si spiega facilmente con la disafezione alla politica e lo scoramento degli elettori. Il M5S campa proprio su questi sentimenti imprecisamente definiti come “antipolitica”. A fermarsi qui si sarebbe solo scalfita la superficie del problema, però.
Scendendo più a fondo si potrebbe notare come il problema del Pd sia ben più profondo: Renzi ha preso più di un milione di voti e c’è una buona percentuale di costoro che non intende sostenere con il suo voto il Pd, in caso di vittoria bersaniana. A parte la valutazione personale – trovo triste e meschino partecipare a delle primarie, sottoscrivendo una carta d’intenti e poi non appoggiare la coalizione solo perché non ha vinto il proprio candidato – credo che questo dato debba far riflettere parecchio l’establishment del Pd. La mazzata che potrebbe prendere il partito alle prossime politiche non è affatto avvertita né dall’elettore, né dal politico.
Certo, dipingere le primarie come un successo aiuterà senz’altro a far risalire i numeri: io stesso domenica mi consideravo abbastanza soddisfatto dalla partecipazione. Non avevo ancora letto e analizzato i dati.

Finito con i dati, lascio un’interpretazione personale, frutto delle mie riflessioni, quindi altamente opinabile. Ma la lascio comunque.
Penso che non sia sbagliato leggere anche in questi numeri l’ennesimo sintomo di distanza tra il Pd e le esigenze dell’elettorato di sinistra. Molti continuano a votarlo ma cercano con lo sguardo una possibile via di fuga, una proposta di sinistra vera, senza ammiccamenti al centro. Altri votano per fedeltà di partito: quelli non li si smuoverà mai, purtroppo. Anche se Berlusconi comprasse il partito, loro proseguirebbero ad andare al circolo, a beatificare il quadro di Togliatti e a votare quella casella.

La riflessione si deve allargare al di fuori del Pd. Vendola ha partecipato alle primarie per dare una voce concreta alle richieste di politiche non-liberistiche e non-capitalistiche che provengono da sinistra. In un paese in ginocchio per l’austerità, parlare di futuro sembra un divieto. Mentre si formano coalizioni con questi obbiettivi all’esterno della coalizione delle primarie, Sel non deve restare a guardare e chinarsi alle esigenze filomontiane del Pd. C’è da alzare il tiro e far capire – prima di tutto al Pd – che le risposte si hanno non con il blairismo di Renzi, non con il montismo di Bersani ma con proposte alternative e nuove. Forse si perderanno alcuni voti di centristi ma si conquisteranno coloro che vogliono davvero cambiare le cose.
A chi vogliamo dare ascolto?

 
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Pubblicato da su 27 novembre 2012 in Politica, Teoria

 

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