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Persone, mercato, prodotto: il valore della persona


Negli ultimi giorni a colpirmi sono state in particolare due notizie: il crollo degli iscritti all’Università e il relativo commento di Prefumo e la decisione della Fiat di lasciare a casa, con stipendio, i 19 lavoratori di Pomigliano reintegrati dopo sentenza del Tar. Sono notizie apparentemente distanti e sconnesse ma credo forniscano stimoli per una chiave di lettura univoca della realtà in cui ci troviamo a vivere.

La connessione tra i due accadimenti è presto spiegata: entrambi denotano lo scarso valore assegnato alla persona, alla sua dignità e alle sue ambizioni.
Sminuire il calo di iscritti universitari parlando di ottimizzazione del rendimento significa anche negare che l’istruzione è un diritto: significa, a ben vedere, pensare che l’istruzione – a qualsiasi livello – sia solo uno strumento di formazione per produttori/consumatori. La scuola serve solo a insegnare. Eppure a me hanno insegnato che imparando la chimica apprendi anche a relazionarti con altre persone e che lo scopo dell’istruzione non è tanto la competenza acquisita – importante, certo, ma non marcatamente prioritaria – ma conferire alle persone gli strumenti con cui realizzare il loro desiderio di felicità. Le parole di Profumo – e il generico atteggiamento verso l’argomento – denotano questa attenzione alla persona in formazione – bambino, ragazzina, giovane che sia – rivolta solo all’acquisizione delle competenze. Nulla riguardo la realizzazione dei propri sogni, fosse anche una laurea inutile. Ridurre l’istruzione a solo trapasso nozioni comporta anche ridurre la persona a “cosa”: eh si, perché se i miei sogni non contano, se le mie relazioni sociali sono solo un contorno alla mia produttività, se le mie aspirazioni devono essere sedate di fronte alla necessità della produsione, persona non sono più.
E non sono più una persona neppure se il mio lavoro è scambiabile con il denaro: ne avevo già parlato in occasione dell’insensata modifica all’articolo 18 del c.d. “Statuto dei lavoratori” ma temo che il messaggio non sia stato abbastanza chiaro. La posizione della società guidata da Marchionne continua a cercare di far passare il seguente messaggio: lavorate solo per la retribuzione. Ora, nessuno ritiene che lavorare gratis vada bene o che qualcuno schifi il denaro. Tuttavia ridurre il lavoro a un mero scambio di merce significa svilire il fondamento stesso della democrazia italiana. La Costituzione – povera donna, con gli stupri montiani – si fonda proprio sul lavoro: non sul denaro, non sulla retribuzione, non sulla produzione. Sul lavoro.

Entrambe le notizie sembra individuare un nuovo passo nello svilimento umano. Soggetto del marketing a scopo di acquisto compulsivo, oggetto della produzione di ciò che viene venduto, l’essere umano sembra possedere un valore in quanto tale. Nulla valgono le sue aspettative, i suoi sogni, i desideri, i sentimenti e la dignitià. Ciò che ci rende umani è, per Marchionne, la Fornero, Profumo e molti altri, solo un orpello. Magari da eliminare, in modo che si lavori meglio, si vada in pensione dopo e, possibilmente, lo si faccia senza protestare troppo.

Mi domando se affrontiamo una problematica italiana, isolata al nostro “stivale”, o se si tratta di una deformazione globale. Il valore di un essere umano è diventato infinitesimo: abbiao a che fare con il prodotto ultimo del berlusconismo o stiamo fronteggiando una più generica crisi valoriale del mondo occidentale? Ciò che ha valore è ciò che questo essere umano produce e consuma. Sarà anche così da un pezzo ma forse ora abbiamo le energie per cambiare: se non le abbiamo, dobbiamo trovarle.

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Pubblicato da su 5 febbraio 2013 in Politica, Sproloqui, Teoria

 

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Estremista di cuore


Credo che serva una società basata sull’equità, sull’uguaglianza sostanziale di tutte le donne e tutti gli uomini, a prescindere dal genere, dal reddito, dal mestiere, dalla cultura, dalla provenienza geografica, dalla nazionalità, dalla fede religiosa, dall’orientamento sessuale e da tutto quanto distingue ogni individuo, lo imprezziosisce e lo rende unico.
Credo che serva una società dove la ricchezza sia distribuita con maggior uniformità e dove questa ricchezza non determini totalmente il destino delle persone.
Credo serva una società dove il lavoro sia quel diritto che, assieme agli strumenti di sopravvivenza, fornisca dignità alle persone e dove nessuno sia costretto a rinunciare a questa dignitià umana per poter ottenere un lavoro.
Credo serva una società dove l’istruzione e la sanità siano servizi pubblici eccellenti, perché chi non sa costruire il futuro nei giovani e accudire i propri malati è destinato a intristirsi, impoverirsi nell’animo e, infine, estinguersi.
Credo serva una società dove i valori della Costituzione non siano carta ma realtà, e dove la Costituzione non metta il denaro davanti alla vita delle persone. Una società, in breve, dove siano le persone il centro dell’azione e non il denaro, la finanza, la moneta.
Credo serva una società dove la pensione non sia un privilegio per pochi ma un riconoscimento al contributo fornito al bene comune dai lavoratori.
Credo serva una società accogliente e inclusiva, che non espella ai margini i più sfortunati e non scacci coloro che viaggiano fino a noi per chiedere un posto migliore dove proseguire la loro vita.
Credo serva una società in cui ciascuno collabori al bene comune, a modo proprio e con le proprie capacità, e dove questo non generi una “classifica” ma dove ogni singolo contributo sia accolto con uguale apprezzamento, perché quello è il meglio che ciascuno di noi può dare agli altri.

Se questo vuol dire essere estremisti, senatore Monti, allora si: sono estremista. E farò un vanto dell’appartenenza a quelle “ali estreme” che lei vorrebbe tagliare, perché per me significa stare dalla parte dei più deboli, degli indifesi e di chi veramente lotta quotidianamente per conquistarsi ancora un giorno tra noi.

 
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Pubblicato da su 8 gennaio 2013 in Diari, Politica

 

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Un domani uguale. Oppure Vendola


Il tormentone della campagna elettorale di Nichi Vendola in vista delle primarie del centro sinistra ha colpito, coinvolto e travolto anche me.
In questi giorni di silenzio dal blog mi sono dedicato un po’ al Festival della Scienza, un po’ al comitato cittadino che sostiene il presidente della Puglia nella sua corsa contro Bersani, Renzi, Puppato e Tabacci. Si parla davvero di prendere posizione, per una volta, e di farlo in grande stile… per quanto Savona permetta.

Ho poche righe per spiegarvi e spiegarmi perché questo sostegno al presidente di Sel.
Uno dei motivi centrali è che credo ci abbiano mentito. Ci hanno preso per i fondelli per anni e continuano a farlo, governo Monti in testa a questa colonna.
Per un bel po’ di tempo ci hanno raccontato che il problema del paese è il debito pubblico, che il Pil è un ottimo misuratore del benessere degli italiani, che il debito si poteva ripianare solo con ingenti tagli alla spesa, che uno stato che spende troppo non va bene e che si deve lasciar maggior libertà all’impresa di agire. Da questi “assiomi” sono discese le privatizzazioni, le politiche liberali, la detassazione dei redditi finanziari, la massima libertà per le banche, i tagli al welfare, il diritto al lavoro barattato per denaro e la flessibilità lavorativa che è diventata precarietà costante nella vita.
Penso che tutto questo non risponda alla verità: penso che la spesa possa essere mantenuta e, anzi, potenziata, ovviamente rendenola più consona a uno stato sociale che abbia a cuore la sua popolazione. Penso che il Pil non misuri la felicità e che la ricchezza non abbia bisogno di comandare, ma che vada distribuita con maggior equità. Penso che lo stato non debba né privatizzare né svendere il suo patrimonio immoboliare, bensì far fruttare tutto quanto. Penso che serva un’attenta, profonda e feroce politica di lotta all’evasione e alla corruzione, fenomeni che strappano ogni anno decine di miliardi di euro alle casse dello Stato.
Credo che queste siano le priorità del paese, non l’austerità, l’aumento dell’Iva o la riduzione delle condizioni contrattuali degli operai Fiat.

Mi sono schierato con Vendola anche per una questione di onore. In un paese che vede il termine onore o come una parola di mafia, o come una burla d’altri tempi, sentire un uomo del sud che si appella a quella nel dedicarsi alla politica attiva può scaldare il cuore. E poi Vendola è uno che brandisce la Costituzione, senza paura di scottarsi e senza paura che questa lo morda – abbiamo tutti ancora in mente l’opinione del Nano riguardo la Carta.
Credo che se vogliamo davvero realizzare quei bellissimi articoli che parlano di diritti, lavoro, uguaglianza e solidarietà Vendola sia la scelta migliore. In una sinistra che è divisa tra chi parla e promette come un liberale, e quindi di sinistra non è, e chi ha dimostrato impegno ma ha anche appoggiato Monti, io credo fermamente che l’unica voce di cambiamento realistico e possibile sia Nichi Vendola.

Ci sentiamo spesso dire che “i programmi non contano perché i politici sono tutti uguali e una volta lì rubano tutti“. Se qualcuno la pensa così, eviti di guardare fuori dalla finestra. O di fissare uno specchio.
La politica è la più alta forma di Carità“, diceva Paolo VI, e possiamo anche ricordarci che “Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!”.
Io aggiungo che la politica è servizio, dono e altruismo. Solo con questo in mente possiamo restare cittadini, essere attivi nella nostra società e sostituire quanto di marcio – ed è stato molto – ha calcato la scena politica in questi anni di repubblica malata.

E anche in questo la mia fiducia va a Nichi Vendola, che in Puglia ha sicuramente dimostrato di sapersi dedicare al territorio. Sbagliando, anche, commettendo errori ma sapendo ammetterli e tornare indietro, o affrontando le difficoltà e le opinioni contrarie, accettando in pieno la sua umanità e la sua fallibilità.
L’epoca degli eroi di cartone e plastica, dei politici costruiti chirurgicamente deve finire qui.

Possiamo allora scegliere di appoggiare la sinistra del “carbone pulito” a Vado, o la sinistra della Gronda a Genova, quella della fedeltà a Marchionne e quella del pareggio di bilancio in Costituzione, della riforma pensionistica e dell’appoggio a Trenitalia che ci lascia ogni giorno a piedi in stazione.
Possiamo fermarci lì e accettare tutto questo. Ma io penso che di fronte a questo panorama drammatico non ci restano che rassegnazione e silenzio.
Oppure Vendola.

 
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Pubblicato da su 8 novembre 2012 in Politica

 

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Smontiamo Monti


Mi prendo l’onere e l’onore di replicare a questo articolo dell’onorevole Mario Adinolfi su Europa. Credo che il suo pezzo contenga più o meno riassunti tutti i temi centrali sui quali la linea politica della sinistra deve chiarirsi le idee nel prossimo futuro.
Da parte mia, come elettore di centro-sinistra, ho una posizione abbastanza precisa e non mi tiro indietro dal discuterla.Il confronto, soprattutto quando pacato ed educato, credo non possa che portare giovamento a tutti. 

A differenza di quanto scrive Adinolfi, credo che, se il riformismo italiano è quello al quale abbiamo assistito con il governo Monti, sia necessario un sano e forte controriformismo. Le decisioni prese dall’attuale governo sono diametralmente opposte alle esigenze del corpo elettorale della sinistra e, a ben vedere, al Dna stesso di ogni sinistra riformista che, conoscendo l’attuale mondo, voglia allontanarlo a piccoli passi dallo spietato sistema liberista che sembra essersene impadronito.
Credo che la sinistra, se non vuole limitarsi a ottenere una vittoriuccia parziale alle elezione ma se intende governare davvero il paese e dargli una spinta propulsiva, debba invertire drammaticamente la rotta su molti temi rispetto a quanto fatto dal “governo tecnico” che ci sta tutt’ora guidando.

Io penso si possano ridurre i grandi temi di discussione a una manciata, che esporrò puntualmente.
Serve eliminare il pareggio di bilancio dalla Costituzione: questo è stato uno stupro alla Carta che sancisce ciò in cui l’Italia crede e ciò a cui le nostre istituzioni tendono. Mi rifiuto di pensare che la spesa – il bilancio – quindi il denaro siano così importanti in quanto tali da governare al posto dell’esecutivo. Perché, con questa modifica, è ciò che può accadere. In nome di un obbligo costituzionale – il pareggio di bilancio – il governo è tenuto a effettuare tagli alla spesa, ivi compresa la spesa su materie sociali che, a mio modo di vedere, deve invece crescere di pari passo al crescere della popolazione. Non possiamo lasciare la gestione della sanità pubblica in mano a esigenze di cassa (o la salute delle persone in mano alla sanità privata). Il centro della nazione non può essere il denaro o i conti pubblici: il centro sono le persone e le loro esigenze. Se serve spendere, si spende.
Serve rivedere la Riforma Fornero in materia pensionistica e, più in generale, di previdenza sociale. Qui ci sono due ordini di problemi. Non possiamo consegnare alla futura povertà chi oggi stenta a trovare lavoro – e ci metto me stesso in mezzo – o chi cercherà lavoro a partire da domani. E neppure è giusto che, terminata la fase produttiva della propria esistenza, ci si debba affidare ai risparmi o alla famiglia: chi lavora merita un’anzianità decorosa perché ha dato molto allo Stato e dallo Stato molto deve ricevere. Ovviamente questo coinvolge anche la modifica delle nuove età pensionabili, inadeguatamente alte, che avranno effetti drammatici: a 64 anni come potremo pretendere che una maestra sia ancora efficace con i suoi bambini, magari dopo quarant’anni dietro la cattedra?
Serve tornare al precedente testo dell’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, perché, come dice la Costituzione, il lavoro è un diritto e i diritti non si scambiano con il denaro. Il passaggio filosofico pericolosissimo è proprio questo: ceduto su un diritto che è ora divenuto merce, cosa ci impedirà di cedere anche sugli altri?
Credo anche che l’estensione dell’Articolo 18 a praticamente tutti i contratti attualmente esistenti, compresi quelli precari, assieme ad altre misure, possa rendere il lavoro precario meno vantaggioso di quanto oggi è, costringendo di fatto i datori di lavoro a praticare assunzioni a tempo indeterminato. Ma questo è un altro tema ancora.

Non è mia intenzione condannare Monti né il suo governo: semplicemente non ne condivido la linea politica. Apprezzerei moltissimo, invece, che tolga gli abiti del sedicente tecnico (perché tecnico non è stato!) ed entri nell’area politica nel settore di sua appartenenza: il centro-destra liberale del quale incarna i più alti valori e la compostezza morale. Nel dopo-Berlusconi ne abbiamo quanto mai bisogno.

Ciò di cui non abbiamo bisogno, a mio avviso, è una sinistra come quella che dipinge Adinolfi. Non credo proprio ci serva una sinistra che si affanca alle politiche liberali del centro-destra e che rinuncia a difendere i deboli per appoggiare le decisioni forti. Credo, invece, serva una sinistra forte delle sue posizioni che ancora sogni di cambiare un po’ questo sistema e di rendere la società e l’economia al servizio dell’uomo, quando invece oggi accade il contrario. L’esempio più lampante credo sia proprio Matteo Renzi, la cui programmazione è forte di tutte queste linee filo-liberiste che, sinceramente, trovo inappropriate per una vera politica di sinistra (o di centro-sinistra o, al limite, anche solo cristiana).

 
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Pubblicato da su 25 ottobre 2012 in Politica, Sproloqui, Teoria

 

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L’Europa che vorrei…


Circolano voci di un segretissimo piano dei vertici UE per riformare la struttura dell’Unione: maggior potere alla struttura comune a discapito di quelli dei singoli stati. Sarebbe, a quanto si dice, la formula per risolvere alcuni problemi delle singole governance, soprattutto a livello economico.
Ammesso che sia vero, per chi – come me – vedeva l’unione monetaria solo un primo, piccolo, passo verso un’unione federale vera dei paesi europei, non è certo un elemento nuovo o su cui non si sia riflettuto. Anzi: è una speranza a lungo trattenuta che potrebbe diventare realtà.

Il piano, per come sarebbe trapelato, vedrebbe un accentramento di alcune competenze – soprattutto economiche – nelle strutture comunitarie, limitando così i poteri dei singoli stati. Per compensare, però, si pensa a modificare le regole e le funzioni del Parlamento europeo, in modo che diventi realmente un luogo di confronto e rappresentanza, in attesa che gli sia concesso pieno potere legislativo. Sarà anche necessario, poi, che questo potere legislativo diventi vincolante per tutti gli stati membri… e dovremo imparare a convivere con decisioni altrui. Se, però, può essere fonte di miglioramenti notevoli, ben venga: l’importante è che l’Italia non esporti malaffare e cattiva politica, ma statiti e persone serie. Grillo al palo, dunque.

Un esempio d ottima cogestione può essere la politica legata all’immigrazione extracomunitaria; è noto che i paesi di ricezione sono in numero limitato ma che le destinazioni sono più ampie. Certo, questo è anche dovuto a leggi razziste e fasciste come la Bossi-Fini, che scoraggiano gli immigrati onesti a rimanere in Italia, lasciando qui molti criminali (delinquere per delinquere, delinquono qua, ci sono già). Per questo serve una chiara rete di suddivisione della gestione – economica, umana e umanitaria – del fenomeno immigratorio.

Diventa importante evitare che l’UE sia solo un’unione economica: anzi, credo sia necessario limitare il peso dell’economia e potenziare, invece, l’aspetto sociale dell’unità europea. Servono titoli di studio automaticamente validi in tutta l’Unione, contratti di lavoro basati su regole comunitarie, un esercito comune che cancelli quelli nazionali, una politica sociale e sanitaria che equalizzi le prestazioni e le renda efficienti su tutto il territorio, con uniformità. Il tutto abbinato a un eccellente sistema di impiego sovranazionale che consenta di cancellare i “confini sociali” tra gli stati, preservandone le singole culture non come tratti distintivi ma come ricchezza da condividere. Traduco: se l’Italia ha posti liberi, che vengano degli svedesi a lavorare qui e viceversa, senza che per questo siano visti come “quelli che rubano il lavoro nazionale”.
Dopotutto le nazioni non esistono se non per convenzione umana: penso sia l’ora di cambiare questa convenzione in Europa.

In mezzo agli entusiasmi più facili, però, bisogna tenere in considerazione i rischi: se il controllo centrale sarà gestito dalle banche e dal mondo della finanza, sarà ancora peggio di oggi. Se poi il controllo politico sarà nelle mani di neoliberisti-servi dell’economia (cfr. Merkel), allora serve chiamare la rivoluzione, non l’unione. Rivoluzione europea, però, che instauri veramente un’unità che molti sentono e non hanno il coraggio di gridare.

 
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Pubblicato da su 4 giugno 2012 in Politica, Teoria

 

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Parlamento tecnico, governo politico


Dicono che in Italia ci sia un governo tecnico, posto alla guida del paese per risanarci da una crisi economica che ha rischiato di causare il tracollo più epocale alla nostra società.
Dicono anche che i partiti politici rappresentanti in parlamento che supportano tale governo siano, nel frattempo, intenti a ordire le riforme istituzionali che “da tempo servono all’Italia”.

Premettendo che non vedo necessità di grandi riforme istituzionali – ne parleremo poi: a me basterebbe una nuova legge elettorale che sia anche rispettosa della Costituzione e una legge che cancelli, in politica, conflitto di interessi e indagati con scranno – e che ho paura di cosa potrebbe partorire la mandria di deficienti politicamente e mafiosi che calcano oggi la scena politica (Alfano, Bersani e Casini come possono far meglio di Calamandrei, De Gasperi e Togliatti?), credo che a essere tecnico, ormai, sia il Parlameto – i parlamentari, per l’esattezza – e non il governo.
Mario Monti nei suoi mesi a Palazzo Chigi ha dimostrato di saperci fare; è abile, competente, puntuale, preciso, organizzato e deciso. Tutta un’altra cosa rispetto ai recenti predecessori, soprattutto se paragonato al nanetto recente. Però non si dica che è un tecnico. La linea del suo governo, ben spiegata e portata avanti con chiarezza, è decisamente e prevalentemente politica; persegue un ovvio piano liberale, perfettamente introdotto nell’attuale congiuntura e senza mettere in discussione la struttura socio-economica di base ma, anzi, inserendosi nel solco delle forze conservatrici di governo, oggi prevalenti in Europa. Dopotutto è “legge storica” (nel senso di tendenza spiegabile ma non certa e neppure ineludibile) che nei tempi di difficoltà ci si affida a chi promette sicurezza; vero quanto l’assenza di memoria negli italiani, visto com’è andata a finire le ultime volte che ci siamo affidati a chi prometteva sicurezza. Probabilmente, dev’essere “legge psicologica” la stupidità umana.

Ma dicevamo della politicità del governo tecnico: direi che la sua politica parla da sola e ci chiarisce che di tecnico c’è ben poco. Tagli allo stato sociale, riduzione dei diritti dei più deboli a vantaggio dei più forti e via dicendo. Questo è un governo politico, guidato da una chiara linea ideale-ideologica di stampo liberale-liberista (si, un cancro per l’umanità, da estirpare): sarebbe un governo tecnico anche uno guidato da me, dopotutto, se mi fosse concesso di guidare a mio piacimento le operazioni.
D’altronde non sono neppure certo possa esistere un vero governo tecnico, salvo in casi molto particolari e circostanziati, tanto da far risultare la generalizzazione “tecnico” come una forzatura: quei governi, se ci sono stati, non sono propriamente classificabili e tanto basta.

Passiamo al Parlamento: quello si che è diventato tecnico, soprattutto per quel che riguarda la maggioranza; i tre grandi capi, infatti, ben di rado si son sognati di mettere in discussione le posizioni di Monti – giusto sull’Articolo 18 Bersani avanza proteste, ma temo che poi accetterà: e accetterà anche la decisione del popolo della sinistra di non votare più il Pd – e molto spesso hanno emesso commenti del tipo “questo provvedimento non ci piace molto, ma lo votiamo lo stesso perché deve passare per il bene del paese, anche se noi faremmo diversamente”. Frasi pronunciate un po’ da destra e un po’ da sinistra, con Casini a cui tutto va bene, da buon centrista.
Il Parlamento e i suoi membri, in pratica, hanno perso del tutto il ruolo di coscienza e guida dell’esecutivo: il governo, infatti, dovrebbe eseguire quanto decide il Parlamento, non il contrario. Se con B. era ovvio che il Parlamento approvasse quel che lui voleva, perché era il capo e tutti gli eletti facevano riferimento a lui, e basta, non certo al popolo, ora con Monti si assiste all’eutanasia delle coscienze. Nonostante aspri disaccordi e provvedimenti fuori dal mondo – per l’una e per l’altra parte, ma più per la sinistra – si approva tutto “perché serve al paese”. Nessuno che proponga una ricetta alternativa.
Ecco, questo è essere tecnici: approvare qualcosa perché “ce n’è bisogno”.

Credo che tutto questo fosse inevitabile: la qualità della classe politica italiana s’è degradata a tal punto che l’ideologia – nell’accezione di “qualcosa in cui credere e che guida l’azione” – è malvista o del tutto defunta. E dove andiamo senza un briciolo di idea su come cambiare le cose, in meglio? Neppure Popper arriverebbe a una tale soppressione della progettualità, ricorderebbe solo di pensare su tempi brevissimi e di evitare le utopie e i grandi piani. Attualmente in Parlamento siedono perlopiù soggetti spinti da interessi personali (propri e/o altrui) o sono del tutto carenti sotto il punto di vista della preparazione politica: siamo in attesa non dico di un leader ma quantomeno di un politico decente da almeno due decenni. Se penso che, al momento, il meglio – giudizio tecnico – è Fini… cado in una cupa depressione, davvero. Suppongo ci siano soggetti validi, da qualche parte, ma devono essere molto ben nascosti, timidi o segregati dai partiti di riferimento: l’ultima, in effetti, non mi sorprenderebbe affatto.

Restiamo, così, con una democrazia sospesa: non perché, come dicono i politicanti di destra, il governo non è stato scelto da popolo – in Italia il popolo non sceglie il governo – ma perché i soggetti eletti si sono volontariamente sottratti alle loro responsabilità, delegando di fatto e integralmente la gestione dello stato a una forza che non dovrebbe averne le competenze. E che, qui si, non è stata eletta dal popolo, unica fonte e unico attore del potere di base.
Cosa fare, allora? Alle urne?
Non sarebbe una soluzione perché non modificheremmo le menti degli eletti che, bene o male, sempre quelli sarebbero. Qui “lè tutto sbagliato, l’è tutto da rifare!”, veramente. Rimbocchiamoci le maniche e scendiamo in campo, ecco la risposta.

 
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Pubblicato da su 28 marzo 2012 in Politica, Sproloqui

 

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Ritorno all’ICI…


Ne ho già parlato in numerose occasioni (qui e qui, soprattutto), chi ha seguito il blog ormai conosce la mia posizione sull’argomento. Speravo fosse questione accantonata almeno per un po’ ma è tornata a galla con la finanziaria e con il solito tam-tam di menzogne su internet (Facebook docet).

Il problema che affronto oggi è diverso: più che la questione dell’ICI – avendo già dimostrato che la Chiesa paga, e paga come un banco, direi che posso fermarmi qui – credo sia di interesse analizzare il problema della comunicazione e dell’attacco laicista al mondo del no profit.
Eh si, tutto il no profit, ovviamente: perché se il sistema viene modificato e la Chiesa paga le tasse su ciò che ora non è tassato – chiese, oratori, ospedali, case d’accoglienza – a collassare non sarà la Chiesa ma il sistema del volontariato, quella cosa che bene o male manda avanti il wellfare nazionale in periodo di crisi. Perché, signori miei, quando una famiglia non arriva a fine mese, dov’è che va a chiedere un chilo di pasta, tre euro per il pane o un aiuto per l’affitto?
Il rischio del gioco di questi anticlericali è che si ritrovino in mezzo al casino che essi stessi promuovono: oh, certamente non il rischio che corrono i fautori generali di queste iniziative di disinformazione, ovviamente. A rischiare seriamente sono tutti quelli che ripetono su Facebook concetti demagogici senza informarsi un minimo sulla questione, senza andare a leggere i testi di legge, senza approfondire l’argomento: tra costoro sicuramente ci sarà qualcuno che, mi spiace per lui, perderà il lavoro, sarà in difficoltà o avrà bisogno di un sostegno economico/sociale. Non è un augurio, intendiamoci: è un’asserzione in forza della statistica!
Spero per questo signore – e per tutti i poveri d’Italia, sempre troppi – che nulla delle sue follie sia poi realizzata (e sinceramente Monti sarà anche un capitalista, ma non è scemo). Nel malaugurato caso che lo fossero, capirà sulla sua pelle quanto è facile parlare e smontare una reputazione senza avere prove, e quanto doloroso possa essere per molti un cieco assalto d’ira insensata come questo.

In questi mesi in cui mi sto dedicando a fare comunicazione – di nuovo ma in veste diversa – un po’ mi vergogno di appartenere a una certa categoria: preferisco ritenermi “più corretto” di certi aulici e superiori colleghi, servi però di interessi di parte e, in quanto tali, al livello dello stesso Minzolingua che tutti detestano (a ragione, eh!).
Credo che il vice-direttore di Avvenire abbia scritto con le sue parole tutto quanto si potesse scrivere sull’argomento:

Chi dice il contrario mente sapendo di menti­re. E chi riaccende ciclicamente la campagna di mistificazione sull’«Ici non pagata» non lo fa per caso, ma perché intende creare confusio­ne e, nella confusione, colpire e sfregiare un doppio bersaglio: la Chiesa e l’intero mondo del non profit. Non sopportano l’idea che ci sia un «altro modo» di usare strumenti e beni. Vor­rebbero riuscire a tassare anche la solidarietà, facendo passare l’idea che sia un business, un losco affare, una vergogna. E vogliono farlo nel momento in cui la crisi fa più
male ai poveri, ai deboli, agli emarginati, alle persone comun­que in difficoltà. Sono militanti del Partito ra­dicale
e politicanti male ispirati e peggio in­tenzionati. Battono e ribattono sullo stesso fal­so tasto, convinti che così una menzogna di­venti verità. E purtroppo trovano anche eco. Ma una menzogna è solo una menzogna. È questa la «vergogna dell’Ici

Chiaro, conciso, efficace. Bravo Tarquinio.
Mi limito a monitorare questo fenomeno di disinformazione, confidando che l’Italia migliori in materia e riesca a uscire dal tunnel in cui Craxi e Berlusconi l’hanno gettata, con l’abile collaborazione altrui. Come mi auguro che riesca a contenere in via definitiva le iniziative laicistiche – e non laiche: il linguaggio ha sempre peso e valore – i Radicali e i loro scioperi della fame ci hanno portato l’aborto, mi auguro non peggiorino ancora la la situazione.

 
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Pubblicato da su 7 dicembre 2011 in Politica, Religione, Sproloqui

 

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