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Del nostro meglio: il lupettismo come guida della società


Dal titolo potrebbe sembrare che mi sia dedicato all’uso di droghe pesanti, non lo metto in dubbio. Vi chiedo, però, di non scappare alla sola lettura del titolo ma di fermarvi a leggere le righe che seguiranno, perché forse hanno qualcosa di importante da dire.

Il motto dei lupetti è “Del Nostro Meglio”: nel branco ciascuno contribuisce a suo modo, impegnandosi al massimo secondo le sue possibilità, e nessuno valuta il valore assoluto di ciò che si ottiene ma solo l’impegno genuino e reale dei fratellini, la loro capacità di mettersi in gioco dando il meglio di loro stessi. Lo scoutismo ne fa un punto d’onore  e uno strumento educativo di primo piano anche nei momenti successivi, quando si diventa scout e guide, rover e scolte, capi.
Lo spunto educativo, l'”impegno”, la “preda”, la “Partenza” sono sempre commisurate al ragazzo che agisce: non ci sono livelli di capacità assoluti a cui fare riferimento, solo l’impegno del ragazzo nel suo percorrere la pista. E’ questo il vero criterio di giudizio del suo operato, non il risultato materiale dell’azione.
Camminare su una pista tracciata a propria immagine significa non dare peso alcuno alle reali differenze di potenzialità: è rispettare la parabola dei talenti, a modo nostro, io credo. A chi ha molto chiederemo molto, a chi ha poco chiederemo poco. Quel che importa è come ce lo daranno, non in quale quantità o di quale qualità.
Questo dovrebbe aiutarci anche nel pensare il nostro agire nella società; si discute molto di capitalismo in questo periodo di crisi e maturo lentamente la convinzione che anche in campo sociale ed economico dovremmo affidarci in qualche modo al criterio del “nostro meglio“.
La società di eguali che hanno cercato di creare altre generazioni è al di là delle nostre possibilità: “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali di altri” penso racconti benissimo la parabola di queste posizioni. Ottime intuizioni, belle teorie… ma effettivamente slegate dalla realtà.
Volendo restare in qualche modo sul piano utopico ma provando ad ancorarlo a dati fattuali – alla realtà – la chiave del motto dei lupetti può aiutarci, in qualche modo. Se l’unità di misura della nostra società smettesse di essere il prodotto e il suo valore ma l’impegno relativo profuso, in ragione delle capacità del singolo? Dovremmo, io credo, cessare di ritenere il successo un valore assoluto, un concetto che fornisce, in base al risultato, il valore di una persona. Dobbiamo, in definitiva, accettare che siamo diversi e che da questa diversità si può costruire una società veramente migliore, oltre che una società più giusta. Penso che si possa porre termine all’attuale idea di uguaglianza, quella che ci dice che “siamo tutti uguali” ma basarci su un’idea di uguaglianza fraterna in cui a vincere sia “siamo egualmente importanti, nonostante le differenze”.
L’evoluzione delle “pari opportunità” è un esempio pratico molto diretto. Non ha senso pensare che uomo e donna siano uguali sotto ogni punto di vista e possano svolgere identici compiti – aiutandoci con i grandi numeri: mediamente, un maschio ha una forza muscolare maggiore; solo una femmina può partorire e allattare un bambino; le differenze di struttura fisica consentono una maggior facilità di esecuzione a un genere o a un altro; le capacità relazionali e psicologiche di uomini e donne sono profondamente diverse, nessuna deve prevalere sulle altre. Dobbiamo imparare a convivere e a valorizzare le differenze, impegnando a comprenderci, a venirci incontro, ad accettarci e a non giudicarci.
Il “nostro meglio” svolge un ruolo analogo nel concepire i rapporti sociali, tutti gli altri rapporti sociali. Dopotutto, credo che a stabilire il vero successo non debba essere cosa ottengo ma quanto mi impegno per ottenerla. Nel “quanto”, ovviamente, possiamo includere anche la seria analisi delle mie potenzialità e la scelta del campo d’azione a me più congeniale: non pretendo di essere pagato milioni di euro per i miei quadri o per le mie canzoni, viste le mie scarse qualità artistiche. Ma se scopro che scrivere è la cosa che mi viene meglio e mi dedico con la massima dedizione, il totale impegno, la completa perseveranza a questo… perché non devo essere massimamente premiato?

Non voglio fornire una ricetta finale di utopia neocomunista a cui aderire, sia chiaro. Mi interessa però sollevare una riflessione su un criterio di rapporto, impegno e “valutazione” a me molto caro e che ritengo estremamente importante, oltre che vincente. Puntare su ciò che sappiamo fare meglio e farlo al meglio delle proprie capacità.
Mi ritrovo innegabile sognatore in questi giorni, ma ho le mie buone ragioni.

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Pubblicato da su 7 novembre 2011 in Politica, Sproloqui

 

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La strada non presa


Two roads diverged in a yellow wood,
And sorry I could not travel both
And be one traveler, long I stood
And looked down one as far as I could
To where it bent in the undergrowth;

Then took the other, as just as fair,
And having perhaps the better claim
Because it was grassy and wanted wear;
Though as for that the passing there
Had worn them really about the same,

And both that morning equally lay
In leaves no step had trodden black.
Oh, I kept the first for another day!
Yet knowing how way leads on to way,
I doubted if I should ever come back.

I shall be telling this with a sigh
Somewhere ages and ages hence:
Two roads diverged in a wood, and I—
I took the one less traveled by,
And that has made all the difference.

Robert Frost

Suona più o meno così, in italiano:

Due strade si separavano in un bosco ingiallito
e dispiaciuto di non poterle percorrere entrambe
e dispiaciuto di essere un solo viaggiatore, a lungo le fissai
e voltandomi indietro a ne guardai una fino a che fu possibile
là tra gli arbusti dove svoltava.

Poi presi l’altra, com’è giusto,
e aveva forse le migliori caratteristiche
perché era erbosa e poco segnata;
anche se il passar della gente
le aveva segnate circa allo stesso modo

e in quella mattina nessuna delle due mostrava
l’impronta nera di un passo sull’erba.
Oh, la prima la lasciavo per un altro giorno!
Eppure sapevo che una strada porta a una strada,
dubitavo che mai sarei tornato indietro.

Questo racconterò con un sospiro,
da qualche parte tra molto, molto tempo;
due strade si separavano nel bosco e io…
io presi la meno battuta,
e questo ha fatto tutta la differenza!

E’ dedicata a chi la sua strada l’ha scelta e ha deciso di scoprire dove porta. A chi, fra molti anni, questa sua scelta la racconterà attorno a un crepitante fuoco da campo, a un camino, a un piatto di minestra.
Perché avere il coraggio di scegliere una via e condurla a destinazione è più importante di quale strada abbiamo scelto.

Buona strada!

 
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Pubblicato da su 23 settembre 2011 in Diari, Poesia, Sproloqui

 

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Partire


Eccoci a un passaggio importante di quest’anno, di questo gruppo scout.

Quasi tre anni dopo l’ultima del vecchio clan Orione, stasera abbiamo celebrato la prima partenza del clan Alnilam. Da una cintura di stelle a un punto luminoso, forte e saldo, nel cielo e lungo la nostra strada.

Tutto sommato sono un sentimentalista; non mi tiro indietro se c’è da commuoversi (compostamente) e adoro le emozioni forti, vere, serene. Come stasera.

Per questo, all’una di notte, dopo un periodo di stanchezza e stress – che non finirà – mi ritrovo a scrivere e continuerò a farlo ancora per almeno una mezz’ora. Al mio fianco, immancabile, le Storie di Mowgli, perché lupettari lo si è fino in fondo, non solo con la barretta gialla sulla camicia.

È duro spogliarsi della pelle”, Kaa lo dice con la saggezza delle Morte Stagioni, lo dice con l’amore di un vecchio compagno di viaggio. Lo dice con il cuore di qualcuno che sa perché l’ha vissuto sulla sua pelle.
Se stasera ci siamo riuniti su una spiaggia è perché anche noi conosciamo questa sensazione, l’oltre che ci chiama e che, inesorabilmente, ci attira; se ancora a trent’anni suonati c’è gente che tiene per mano i ventenni che faranno il mondo domani, è perché ci è passata attraverso e riconosce negli occhi luccicanti, nelle labbra che fremono, nei piedi irrequieti gli stessi segnali che ha lanciato un tempo ai suoi capi. Credo fortemente che questa trasmissione di generazione in generazione serva a far si che i messaggi non si perdano nel tempo, anzi, ricevano nuove forze da chi impugna il testimone e corre la prossima frazione. Forse è per questo che faccio il capo, dopo tutti questi anni – oltre che per un divertimento spietato, senza limiti nella sua gioiosità. Forse è per questo che undici anni fa ho fatto anch’io la mia Partenza e, oggi, continuo a credere che quelle scelte e quei gesti siano la prospettiva lungo la quale proseguire nel viaggio che ancora mi attende. Non tanto questione di scoutismo, ormai, ma scelte che porti con te nella vita, là fuori.
Partire significa lasciare la propria comunità, il nido in cui si è cresciuti, e camminare oltre. Eppure non è un addio, anzi… è un arrivederci e un grazie fortissimo. Con la Partenza non salutiamo ciò che siamo stati e abbiamo vissuto ma troviamo a tutto questo un nuovo orizzonte entro il quale essere rielaborato.
Siamo cresciuti e vogliamo constatarlo, urlarlo al mondo; siamo uomini e donne della Partenza.
È il mondo che accoglie questo nostro urlo: ieri Giulia ha intrapreso questo cammino difficile, lasciandosi dietro qualcosa ma aprendosi a tutto ciò che verrà da oggi.
Partire non è solo questione di scoutismo, anzi: a essere molte brevi, significa dire che il gioco ci è piaciuto ma che pensiamo possa essere molto di più e vogliamo portare le sue regole anche nel mondo che ci circonderà. Significa accettare di essere persone significative in un mondo che ci vorrebbe omologati, senza tratti distintivi, senza qualcosa in cui credere fino in fondo.
Non si tratta di dire addio, di chiedere il permesso di salutare e passare un po’ oltre, no, per niente. “Non è più il cucciolo d’uomo che chiede al branco il permesso di andarsene, ma il signore della Giungla che sceglie un’altra pista. Chi può chiedere all’Uomo ragione di ciò che fa?”.
Davvero, partire è crescere.

E siete cresciuti anche voi, tra le difficoltà e le cime innevate, chitarra al collo, scarponi ai piedi, il fuoco di bivacco che illumina gli occhi.
Quella di Giulia è stata la prima di molte – splendide – partenze che si susseguiranno nei prossimi mesi, una dopo l’altra. Ciascuna di queste è un immenso successo, il vostro.
Siete arrivati al via nonostante il crollo del clan che vi precedeva, nonostante l’addio di molti che hanno smesso di crederci, nonostante le difficoltà del vivere la comunità a vent’anni, nonostante i nostri errori: ricostruire un clan non è stato cosa facile ma questi momenti di gioia dicono a tutti noi che ne è valsa la pena. Giulia ieri ha aperto un portone, quasi scoperchiato un vaso con tutti i vostri venti chiusi all’interno, e nel giro di pochi mesi prenderete il volo. I primi di questo clan.
Ne verranno altri, ci stanno già pensando.
Avete avuto il grandissimo merito di non aver smesso di crederci: è stato questo dono/forza a consentirvi di essere qui in questo momento. Forse, come molti prima di voi, avevate un sogno, un piccolo fuoco dentro di voi che non avete smesso di alimentare. Lì sta la differenza: tutti abbiamo un piccolo sogno, non tutti sanno alimentarlo. Molti lasciano che si spenga, perché custodire un sogno significa prendersene cura, pulire lo spazio attorno al fuoco, nutrirlo con legna secca quando è il momento, ripararlo dalla pioggia, fare attenzione che non incendi ciò che sta attorno. È un lavoro faticoso, non tutti accettano questo compito; lasciare che si spenga è, di solito, più facile, un po’ come arrendersi.
Dov’è il sogno?

il sogno ora finisce
e non finisce niente
e ancora avremo questo stesso cuore
dentro il cuore della gente
ed un po’ meno soli
e questo uomo che va via
le volte che si perderà
lontano fermerà il suo sogno qui
perché quel sogno è sempre stato qui

Ci siamo, è ora di andare… la strada chiama, non possiamo fermarci troppo oltre.
Grazie a Giulia per quello che abbiamo vissuto ieri; grazie a tutti gli altri per aver condiviso questo momento delle nostre strade. È bello per viaggiatori di lunghe vie ritrovarsi a un crocicchio e trascorrere ancora una sera attorno allo stesso fuoco.
Buona strada a tutti!

Boschi ed acque, venti ed alberi
saggezza, forza e cortesia
il favore della giungla ti accompagna!

 
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Pubblicato da su 25 giugno 2011 in Diari

 

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