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Archivio mensile:maggio 2011

Salta il Crostis: ciclismo o automobilismo?


Non è un tema propriamente politico ma… oggi ci sta!

La comunicazione sul sito della Gazzetta – alla pagina del Giro d’Italia è abbastanza chiara. La tappa di oggi, che prevede l’arrivo sullo Zoncolan, non comprenderà la salita e la discesa del Crostis, una salita che poteva scrivere la storia di questa corsa come poteva farlo la sua discesa. Le lamentele dei direttori sportivi, lamentele di facciata, hanno avuto la meglio sulla necessità di una corsa seria e, nei limiti del comprensibile e dell’accettabile, rischiosa.

Leggiamo assieme il comunicato della giuria:
Benché l’organizzatore abbia preso tutte le misure necessarie per garantire la sicurezza dei corridori, in seguito alle varie lamentele dei Direttori Sportivi conseguenti all’impossibilità di garantire una gestione sportiva ottimale nel finale della tappa (non avendo le ammiraglie la possibilità di circolare normalmente in corsa per 37,2 km) e dopo l’analisi della proposta fatta dall’Organizzatore per risolvere questo problema, il Collegio dei Commissari non reputa sufficiente tale proposta. Di conseguenza, il Collegio dei Commissari prende la decisione di non autorizzare lo svolgimento della tappa nella sua interezza così come definita nella Guida Tecnica del Giro. La salita di Monte Crostis e la conseguente discesa vengono eliminate dal percorso. L’Organizzatore comunicherà un percorso definitivo in sostituzione di questa tappa con le relative modalità. In questo nuovo percorso le ammiraglie saranno autorizzate a seguire la gara fino ai piedi della salita finale di Monte Zoncolan.
Diciamolo chiaramente: suona veramente male questo comunicato. I concetto di gestione sportiva ottimale” è palesemente una scusa per evitare troppi chilometri senza adeguata copertura radio (i famosi auricolari) e senza assistenza tecnica completa e personalizzata. La pericolosità della discesa nemmeno è citata come un problema, anzi, nonostante tutto quello che è stato detto nei giorni scorsi sembra chiaro che “l’organizzatore abbia preso tutte le misure necessarie per garantire la sicurezza“. Tutte le misure!

Sono veramente amareggiato, non è questo il modo di fare ciclismo e non è questo il modo di onorare questo nobile sport. Già la credibilità è in calando – giustamente – a causa dei molti casi di doping, figuriamoci ora che si modificano le tappe perché i direttori di corsa non riescono a gestire al meglio il percorso. Non credo ci siano parole per descrivere ciò che provano gli appassionati… e a leggere i commenti sul sito della Gazzetta la grande maggioranza concorda con me in questa appassionata difesa di una salita/discesa che avrebbe potuto fare la storia del Giro.

A pensar male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina. E questa volta si pensa male di Rjjs e di Contador, forse un po’ troppo preoccupati per una discesa che avrebbe potuto mettere in leggera crisi lo spagnolo, soprattutto davanti a un pazzo come Nibali (ma anche Scarponi sa andar giù veloce). Contador è nettamente il più forte – deciderà il TAS se a causa del doping o meno – e non ha bisogno di questi mezzucci per vincere. Se le pressioni di Rjjs hanno portato dalla sua altri direttori sportivi per le chiare implicazioni di supporto reciproco/politico con il fortissimo direttore sportivo della Saxo Bank, questa è veramente una delle pagine più cupe del ciclismo. Per Contador vincere a Milano dopo aver affrontato questa stessa tappa avrebbe avuto tutto un altro sapore, mentre da oggi si stenderanno veli e ombre sulla sua correttezza e sulla reale portata della sua vittoria.
Un campione non credo che necessiti di aiuti di questo tipo per portare a casa una maglia di leader, che ha fin’ora guadagnato con abbondante dimostrazione di superiorità tecnica. Avrei preferito ce l’avesse mostrata sul Crostis come sullo Zoncolan, comportandosi da vero campione. I campioni, quelli veri, penso siano d’accordo con questa linea, non riesco nemmeno a immaginare Merckx o Coppi rinunciare a un pezzo di tappa per semplificarsi la vita.

Giornata deludente, quindi. Comunque, vada, perderò questa tappa causa scoutismo; ora la perdo con meno amarezza, visto che la parte più spettacolare e più innovativa è stata cancellata. Non per la sicurezza, certo no, lo dice il comunicato. Ma per consentire una “gestione sportiva ottimale“. Se la tengano, noi vogliamo il ciclismo!

 
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Pubblicato da su 21 maggio 2011 in Diari, Sproloqui

 

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Pregare per un comunista!


19 maggio 2438

Ho trovato questo in un diario ciellino milanese. Da storico e amante dell’archivismo, l’esplorazione di reconditi anfratti informatici mi ha condotto a questa eclatante scoperta che getterà senza dubbio una nuova luce sulla situazione politica italiana all’inizio dell’attuale millennio. Credo che tutti gli storici della politica possano essere interessati a questo testo.

Caro diario,
Sono meravigliato di me stesso! E’ qualche giorno che prego fortemente che a Milano vinca un comunista, brigatista, ladro d’auto e vicino alla criminalità milanese.
Come avrai immaginato, mi riferisco alle elezioni comunali; contro ogni attesa il Popolo del Bene e della Libertà è stato costretto al ballottaggio, nonostante lo stesso Silvio si sia speso per la sua parte in campagna elettorale.
Qui sono tutti un po’ sotto choc; nessuno pensava che uno come Pisapia – che è anche stato inquisito, pensa te! – potesse portare Letizia al secondo turno, tantomeno ottenendo più voti di lei. Sembrava veramente un disastro, la domenica, milanese, con Umberto che strillava e il Trota che chiedeva cosa fossero quegli strani numeri rossi sul televisore. “Dov’è finito il verde, pà?”.
Sembra un disastro, non è vero mio caro? Eppure è successo davvero! Qui, nel cuore azzurro dell’Italia che produce, un rosso da centro sociale potrebbe essere sindaco. La cosa sembra veramente sconvolgente…
…ma non lo è! Almeno, non per me! Davvero… non so cosa direbbe don Giussani – pace all’anima sua – ma sono quasi contento. Credo che Silvio un po’ se la sia cercata, con questi toni esasperati. Toghe rosso, pericolo rosso, referendum sul governo, città in mano ai centri sociali, candidato brigatista, brigatista e procure…
Toh, per una volta la sconfitta gli sta bene! Non capisco perché accendere toni contro un avversario politico che, di per sé, sembra davvero una brava persona. Va bene, è di sinistra… ma che male ha fatto? Ne parlavo ieri con Igor e la pensa come me, anche Cate è d’accordo. Nessuno di noi apprezza la politica dei vendoliani  – e Pisapia è veramente un vendoliano – siamo tutti d’accordo che a Milano serva ben altro. Però basta con questi toni da terrone spaventato, caro Silvio. Veramente, non ce la facciamo più.
Abbiamo bisogno di qualcuno che ci governi, non che usi il governo per le sue beghe personali, che la smetta di dare addosso alle altre istituzioni. Silvio, per favore, smettila. Hai visto, così non funziona.
Io ero in vacanza, non ho potuto votare ma, stando ai toni, se continui così con Letizia – oggi Umberto ha detto che Pisapia è pazzo, pensa te – la prossima settimana voto anch’io per i rossi. Meglio quattro anni di centri sociali se serve a svegliare questa destra troppo populista. Ho voglia di un centrodestra che funzioni, non che usi i valori in cui crediamo come una bandiera da issare per ottenere voti ma poi li calpesti nella pratica.
Fai qualcosa tu o faremo qualcosa noi… e non credo ti piacerà.
Continuerò a pregare per Pisapia, sono certo che Gesù mi capirà; forse anche Giussani sarebbe stato d’accordo con me. Forse, solo per una volta, dare un colpo a chi non crediamo sia il migliore potrebbe destare qualche animo dalle nostre parti, aiutarci a scrollarci di dosso i pesi più ingombranti e ripartire per costruire l’Italia che ci piacerebbe fosse. Senza processi, senza festini, senza responsabili-a-pagamento, senza lotte istituzionali.
Per favore, fa che vinca Pisapia…

L’analisi delle fonti sembra confermare l’originalità del documento, ma molti lavori sono ancora in corso. Vi aggiornerò al pervenire di eventuali testi successivi. Non abbiamo, infatti, informazioni dirette relative a questa elezione, si trovano nei file di prossima decrittazione (il sistema di scrittura pare fosse basato su un inefficiente sistema operativo, il cui nome suona come Windzozz). A presto, lettori di “Storia a cavallo dei Millenni”.

 
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Pubblicato da su 19 maggio 2011 in Diari, Politica, Sproloqui

 

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Letture (due)


Si appresta la decisione riguardo l’esame di storia contemporanea; non è facile decidere cosa leggere all’interno della miriade di libri che il professore ha inserito nel programma, eppure devo farlo.
Un solo libro per quel modulo, un solo approfondimento tra mille che mi interesserebbero.
Un solo tema che giungerà all’esame.

Vediamo la lista:

Gibelli A., L’officina della guerra. La Grande Guerra e le trasformazioni del mondo mentale, Bollati Boringhieri 2007
Piretto G. P., Il radioso avvenire. Mitologie culturali sovietiche, Einaudi 2001
De Grazia V., Le donne nel regime fascista, Marsilio 2007
Traverso E., A ferro e fuoco. La guerra civile europea 1914-1945, Il Mulino 2007
Goetz A., Lo stato sociale di Hitler. Rapina, guerra razziale e nazionalsocialismo, Einaudi 2007
Peli S., La Resistenza in Italia. Storia e critica, Einaudi 2004
Fattorini E., Pio XI, Hitler e Mussolini. La solitudine di un Papa, Einaudi 2007
Mosse G. L., La nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e movimenti di massa in Germania (1815-1933), Il Mulino 2007
Menozzi D., Chiesa, pace e guerra nel Novecento, Il Mulino 2008
Bruneteau B., Il secolo dei genocidi, Il Mulino 2006
Romero F., Storia della guerra fredda. L’ultimo conflitto per l’Europa, Einaudi 2009.
Flores M., De Bernardi A., Il Sessantotto, Il Mulino 2003
Gualtieri R., L’Italia dal 1943 al 1992. DC e PCI nella storia della Repubblica, Carocci 2006
Gibelli A., Berlusconi passato alla storia. L’Italia nell’era della democrazia autoritaria, Donzelli 2011 assieme a  Ginsborg P., Berlusconi. Ambizioni patrimoniali di una democrazia mediatica, Einaudi 2003.

L’analisi dei testi prenderebbe davvero tantissimo tempo e tantissime righe, penso che ve la risparmierò. Però scorrendo la lista è davvero difficile scegliere, almeno per me: moltissimi i libri che sceglierei, moltissimi i libri che leggerei con piacere, moltissimi i temi che vorrei discutere all’esame.
Effettivamente è da un po’ che avverto la necessità di affrontare certi temi – più o meno mi capita per ogni esame che sostengo – e vengo sistematicamente disatteso da un esame troppo celere. Certo, per la mia media torna comodo, non mi lamento. Però mi sembra quasi di buttare del tempo dedicando magari un mese a un esame per vederlo risolversi in dieci minuti di conversazione – anche superficiale – lasciando nella borsa il 98% dei contenuti che mi sarebbe interessato discutere e su cui avrei voluto sentire un altro parere. Certo, ci sono eccezioni… ci mancherebbe.

Torniamo al tema del giorno: devo scegliere un libro. Quale?
In testa alla lista c’è Mosse: è bravo, scrive bene e il tema è molto interessante. Non disdegnerei nemmeno Traverso, Goetz, Peli, Menozzi o Fattorini. Il rapporto Chiesa/Fascismo è un boccone amaro per ogni cristiano mentre la Resistenza è argomento da sollevare e da ricordare, perché non cada dimenticata (o non sia vittima di bieco revisionismo). Bruneteau, Romero e Gualtiero non sarebbero male: guerra fredda, genocidi e storia politica (DC-PCI) sono indubbiamente interessanti. Altrettanto avvincenti i testi sullo Psiconano, di Gibelli e Ginsborg. Ma lì cadiamo nell’attualità e nella Resistenza…

Si nota che la lista è folta, insomma. Mosse resta in testa ma ho tempo fino a giovedì prossimo per decidere. Voi cosa ne pensate? Cosa leggereste? Cosa mettereste sul banco dell’esame per discuterne con il professore?
Avanti, non siate avari con i consigli!

 
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Pubblicato da su 5 maggio 2011 in Diari, Libri, Sproloqui

 

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Uguaglianza?


Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Questo è l’Articolo 3 della nostra Costituzione, uno dei testi più avanzati, moderni e affidabili del diritto costituzionale – soprattutto se paragonata a vetusti materiali come la Costituzione Statunitense, fine XVIII° sec.
Ho passato buona parte dell’anno scout con il mio noviziato a discutere di Articolo 3, di uguaglianza (disuguaglianza) e di come nella realtà questo articolo è disatteso.
Certo, potremmo scomodare il Nano e spiegare perché i suoi “lodi” (che lodi non erano) sono stati bocciati – chiedendoci con che coraggio uno come Angiolino Alfano si presenti ancora in parlamento dopo che la Corte Costituzionale gli ha riso in faccia, silurando due leggi che portano il suo nome proprio per violazione dell’Articolo 3 – ma credo che esempi molto più vicini a noi possano toccare maggiormente i nostri animi.

Abbiamo analizzato davvero a fondo la questione, chiedendo opinioni alle persone comuni e scendendo nel dettaglio con chi ne sa più di noi; abbiamo impugnato la Costituzione e la sua storia; abbiamo rivisto la nascita e la crescita dei diritti civili, i diritti all’uguaglianza. E, in fin di riga, oggi chiudo con questo post un lavoro di un anno e riflessioni di molti mesi.
La Costituzione italiana non è vecchia – checché ne dica il centro destra, in cerca solo di instabilità istituzionale e di eliminazione dei contrappesi: la nostra Costituzione è un gioiello programmatico da salvaguardare, preservare e applicare fino in fondo.
Smembriamo l’articolo 3, oggetto di questo weekend, che vi racconterò poi:i cittadini hanno pari dignità sociale! Non ci sono cittadini di serie A, cittadini di serie B e cittadini in Champions League immuni alla Costituzione: i cittadini italiani sono tutti ugualmente importanti, in quanto persone. All’indomani della guerra e dell’orrore fascista questa era una conquista decisiva. Allo stesso modo, sono uguali di fronte alla legge, nonostante le differenze “di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali“. Parole scritte, impresse nella Costituzione – la nostra carta fondante – e trasmesse alle generazioni future. Parole significative, che ci spiegano come i diritti non dipendano dall’essere maschio, musulmano, gay o francofono: è facile elencare categorie di uguaglianza, meno facile avere il coraggio estremo di porre quel “condizioni personali e sociali” così vasto da includere differenze che un domani si sarebbero create, differenze che all’alba della Repubblica non erano prevedibili. Mi piace immaginare che i Padri abbiano inserito questa voce anche pensando a questo: “Oggi noi non abbiamo idea di quali orrori sarà capace il futuro ma usciamo da quello fascista: affinché un giorno non ci sia più l’olio di ricino per chi non vota il partito, affinché domani non compaiano più le leggi razziali, affinché nel futuro tutti votino a prescindere da come sono, ecco: noi pensiamo che tutti i cittadini sono uguali a prescindere da qualsiasi folle criterio antidemocratico possa venire in mente a un aspirante dittatore“.

Fin qui credo si sia trattato di un’analisi del testo, quasi, sicuramente parziale e sicuramente poco originale. Forse un po’ sterile.
Quel che mi colpisce ogni volta che prendo in mano la Costituzione è il suo aspetto programmatico, particolarmente evidente nel secondo comma dell’Articolo 3.
Quel comma smette di dettare ampi principi, di definire i diritti ma formula un compito specifico per la Repubblica, un compito, quindi, che vincola tutti noi e al quale dobbiamo adempiere, anche lottare affinché si adempia. Il comma sancisce che spetta alla Repubblica – quindi anche a noi – far si che tutte quelle libertà elencate prima siano reali, si avverino e, anzi, ci impone di “rimuovere gli ostacoli” che ne impediscono la realizzazione.
Sono indeciso se ridere o piangere di fronte all’ultimo ventennio di politica italiana, se penso a questo passaggio.
La Gelmini vorrebbe dividere di nuovo la scuola in formazione professionale e preparazione liceale, come se un ragazzino di quattordici anni potesse decidere e come se la cultura fosse da riservarsi a un’élite, “tanto il meccanico non ha bisogno del latino”.
Le numerose riforme della sanità ci spingono verso una crescente privatizzazione, di modo che la sanità pubblica sia una sanità per i poveri, mentre la sanità privata garantirebbe cure di maggior qualità per chi può permetterselo.
Il precariato, l’instabilità contrattuale, i ricatti FIAT impediscono di fatto ai giovani l’indipendenza reale della loro vita rispetto al nucleo familiare di origine – o li obbligano a sforzi inumani per far quadrare i conti – ledendo la loro possibilità di partecipare all’organizzazione del paese. Un diritto che è anche un dovere che ma che la Repubblica boicotta sistematicamente.
Potremmo parlare anche delle misure approvate nel tempo che minano e impediscono lo sviluppo della persona umana: l’omicidio di stato dell’aborto, che colpisce creature indifese uccidendole prima ancora che possano esprimersi al riguardo è solo l’ennesima dittatura dei vincitori – se siamo qui è solo perché siamo vivi, quindi spetta a chi è vivo decidere di chi nascerà – e un monito che dobbiamo cancellare dal nostro futuro; la privatizzazione dell’acqua che strappa un bene comune al controllo della Repubblica, rendendola di fatto schiava delle intenzioni dei privati; la costante aggressione all’uguaglianza e alla libertà di tutti, per favorire uno solo; il “federalismo” (perché federalismo non è) che disattende l’uguaglianza di tutti, aggirando la perequazione, creando italiani regionali e non italiani nazionali”.
L’Articolo 3 e la sua applicazione programmatica non è un soggetto lontano e irraggiungibile, come la disuguaglianza non è un ricordo del passato o un articolo su fatti distanti da noi; la viviamo ogni giorno, magari la viviamo senza che possiamo accorgercene davvero. La viviamo, per restare qui a Savona, quando i maggiori partiti controllati dalle grandi lobby si accordano per una folle politica energetica sulle spalle della popolazione, ignorando e disattendendo ogni pronunciamento popolare della popolazione stessa.

L’uguaglianza di fatto in Italia è un sogno ancora lontano; giocando con i ragazzi ci siamo accorti di come sia difficile essere veramente uguali, dopotutto. Solo decidere di vestirci tutti allo stesso modo è stato complicato ed è costato sacrifici a tutti, e neppure ha raggiunto risultati ottimali. Accade che piccole differenze permangano sempre.
Qui dovremmo riflettere, in realtà, su cosa intendiamo per uguaglianza: dobbiamo, a mio parere, accettare di essere disuguali. Ci sono persone più alte, persone più grasse, persone maggiormente dotate in campo intellettuale, persone estremamente sensibili ai sentimenti altrui, persone di religioni diverse… e milioni di combinazioni per ogni fattore che possiamo immaginare.
Non c’è una normalità a cui adeguarsi… forse non è giusto che ci sia.
Il sunto dell’Articolo non è l’uguaglianza innanzi alla Legge, un valore che – disatteso dai soliti loschi figuri – dovremmo invece considerare scontato: è la pari dignità! Che io sia femmina, liberale, gay, ebreo, rom, catanese, geniale e senza una mano, il mio valore è esattamente lo stesso a quello di qualsiasi altro cittadino italiano, a prescindere da ciascuno degli elementi prima elencati. Io valgo per quel che sono e così ciascuno di voi, chiunque su questo pianeta, ha identico valore. Diverse potenzialità, certo, diverse condizioni locali ma identico valore agli occhi degli altri.
Questo è il principio che definisce l’Articolo 3: con questo principio, con quale diritto si fomentano distinzioni basate su popoli di natura fantasy e “nazioni” realistiche come Paperopoli? Con quale diritto si stabilisce che il denaro può comprare le cure mediche, l’accesso all’acqua? Con quale diritto la possibilità di farsi una famiglia, una vita propria deve dipende dal favore di un imprenditore? Con quale diritto questo imprenditore pretende di dettare legge sulla vita di chi dipende da lui, definendone l’accesso alla valuta?
Questo, nel nostro desiderio e nel nostro programma non dovrebbe più esistere: stiamo tornando indietro, le lotte del passato – le lotte vinte a caro prezzo – stanno venendo consumate da più direzioni con la connivenza di un governo menefreghista. Non sarà per una rivoluzione che imporremo il ripristino della giusta rotta, eppure è con la voce, con la protesta, con l’azione politica che possiamo restituire il paese alla direzione tracciata dai Padri Costituenti che, nella loro lungimiranza e nel sapiente equilibrio delle diverse vertenze, hanno donato ai loro Figli una pista sicura da percorrere. Una pista che oggi dobbiamo difendere e riaffermare perché non vada perduta.

 
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Pubblicato da su 2 maggio 2011 in Politica

 

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