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Archivio mensile:agosto 2011

Diamanti galattici!


La notizia è risuonata in questi giorni sul web ma qualcosa di simile era già datato 2004. Un corpo celeste, distante migliaia di anni luce, è perlopiù composto da carbonio cristallino purissimo.
Diamante.
Le enormi trasformazioni fisico-chimiche che avvengono nello spazio spesso giocano scherzi di questo tipo e accendono la fantasia di noi terricoli. D’altronde i diamanti si generano anche sulla Terra in condizioni estreme; per dare quel tipo di regolarità al carbonio – che preferirebbe ordinarsi per piani, sotto forma di grafite – servono pressioni notevoli e non meraviglia che proprio nello spazio, dove le condizioni più estreme rispetto al nostro habitat sono frequenti, si possano trovare “sorprese” come questa.

Sicuramente la scoperta non cambierà il mercato mondiale del diamante; raggiungere quel che resta della stella e che orbita attorno a una pulsar è impensabile e, anche fosse possibile, avrebbe un costo proibitivo (e tempi abbastanza lunghi). Ci aiuta, però a riflettere sulla nostra economia e su come si tratti di un sistema del tutto convenzionale. Come ogni convenzione, al variare delle condizioni iniziali mette in luce tutta la sua debolezza.
Se il diamante fosse meno raro, avrebbe indubbiamente meno valore: è una constatazione banale. Eppure siamo abituati a considerare gli oggetti preziosi, preziosi di per se stessi. Ricordarsi che non è affatto così – se domani scoprissi che sotto casa mia c’è un pozzo dove si trovano miliardi di tonnellate di diamanti purissimi, il loro valore sul mercato crollerebbe e io sarei ricco comunque – ci stimola a riflettere non sulla stabilità della nostra economia quanto sul buonsenso che vi si trova alla base.

Chiudiamo parlando ancora un po’ di scienza: la teoria per cui le stelle potrebbero avere, in alcuni casi, un “cuore” di diamante è datata anni ’60. Ha un suo senso: il carbonio è prodotto elle fasi più avanzate della vita dei corpi celesti, quando si fondono elementi ben più pesanti del classico idrogeno. Sono fasi di compressione per le stelle, quindi le forti pressioni non mancano. Pensare che gli elementi più pesanti scendano verso il centro della stella non è impensabile… sono dubbi e sistemi che gli astrofisici ci chiariranno a loro tempo. Questa, d’altronde, è una stella di natura ben diversa; buona parte degli elementi più leggeri le sono stati strappati dalla sua vicina, il carbonio è tutto quello che le è rimasto. Per farsi veramente bella, allora, ha rinunciato ala scura e fragile grafite per splendere di luce – riflessa – diventando diamante. Uno scambio che l’ha resa per noi celebre e ammirevole.

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Pubblicato da su 29 agosto 2011 in Curiosità, Divulgazione scientifica

 

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Fine del libro, fine degli autori… ma anche no!


Girando un po’ la rete mi sono imbattuto in un interessante articolo di Giuseppe Granieri su La Stampa (on line). Tratta dell’evoluzione digitale del libro, prendendo spunto da una dichiarazione di Ewan Morrison che sostiene  La rivoluzione digitale, nel giro di 25 anni, ci porterà la fine dei libri stampati. Ma, ed è ancora più importante, gli ebook e la facilità di pubblicazione elettronica segneranno la fine dello scrittore di professione“. Una dichiarazione decisamente allarmante ma che Granieri minimizza e, anzi, contrasta.

Credo di condividere la lettura generale dell’articolista; sicuramente la nascita dell’editoria digitale comporterà un radicale cambiamento per l’editoria – e per l’utenza dell’editoria – paragonabile all’applicazione della stampa su vasta scala. La Rivoluzione del Libro, di Elizabeth L. Eisenstein, è un testo che illustra secondo me molto bene – pur esagerando l’importanza assoluta dell’evento nell’equilibrio complessivo della storia umana – il passaggio dal libro scritto al libro stampato; una vera rivoluzione che, indubbiamente, ha le sue rassomiglianze con ciò che sta accadendo oggi, almeno nella portata.
Più che sulla distruzione del mercato, credo sia opportuno quindi soffermarsi sulla sua trasformazione. L’editoria digitale sta già dimostrando una notevole spinta propulsiva, crescendo con la rapidità tipica dei fenomeni legati alla tecnologia contemporanea, e mette in luce limiti e vincoli del mercato “tradizionale” che prima non potevamo percepire. Abbattere tali vincoli, se da un lato causerà indubbi malesseri e malumori, dall’altro donerà una vitalità che non pensavamo realizzabile.

Il primo e più importante esempio che mi viene in mente è il “salto” di passaggi tra autore ed utente (utilizzatore?) finale del prodotto letterario. Se oggi questi passaggi assorbono costi – a fronte, ovviamente, di un servizio di qualche tipo – la loro riduzione non potrà che modificare prezzi & ricavi delle opere letterarie. Lungi dall’annunciare la morte della professione di scrittore, sono fiducioso per un suo sviluppo. Gli autori stessi potranno porre sul mercato le loro opere con maggior facilità – e minori costi; un esordiente potrà appoggiarsi a semplici programmi per il suo pc domestico che impaginino e formattino correttamente il testo; poi potrà caricare su un sito specializzato la sua opera, dotandola di un prezzo secondo lui competitivo; l’incasso, poi, sarà completamente suo e potrà sottrarvi le spese (per il pc,l per i programmi di scrittura, per l’hosting sul sito). Formati simili sono già in uso in questi anni e riscontrano notevole successo, tanto che anche autori più quotati possono iniziare ad avvalersene; non mi stupirebbe che la struttura editoriale si modificasse radicalmente e che ciascuno divenisse editore di sé stesso o che nascessero cooperative di autori (noti) che condividano un unico staff, da loro dipendente (le professioni collaterali sono molte e preziose, non si può certo pensare di pubblicare ad alto livello da soli).

Questa è solo un’ipotesi veloce ma delinea uno scenario secondo me estremamente interessante. Per niente drammatico e apocalittico ma stimolante, innovativo.
Non sono avverso al cambiamento in quanto tale, anzi; è evidente dallo studio della storia che  il cambiamento sia l’unico fattore “coerente” e costante all’interno dei fatti. Nulla è costante, semmai passiamo da uno stato stabile all’altro per transizioni infinitesime. Credo quindi che cambiare sia non solo giusto ma connaturato nell’evoluzione inarrestabile. Non crediate di avere a che fare con un positivista, però, convinto che ci sia una continua evoluzione, un progresso nell’accezione più ristretta del termine; non valuto Oggi migliore di Ieri e peggiore di Domani. Sono semplicemente diversi.
I cambiamenti in questi anni stanno assumendo velocità sempre più elevata, alcuni avvengono quasi come repentine rivoluzioni. I settori tecnologico e informatico – internet in particolare – spingono questo effetto oltre ogni limite che riusciamo a pensare; quel limite cade nel momento stesso in cui lo concepiamo. Assistiamo veramente a un’era del “cambiamento istantaneo” e abbiamo modo di provarlo ripensando al nostro passato; com’erano diversi gli anni ’80 e ’90 dal decennio che stiamo vivendo ora? non credo che, a memoria d’uomo, ci siano state trasformazioni più repentine e radicali in così brevi lassi di tempo

Abbiamo riflettuto su alti sistemi partendo dai libri; per chiudere, voglio dirvi che non vedo la morte del libro e dello scrittore come prossimi. Lo ribadisco perché penso, piuttosto, che assisteremo a una sua rinascita. Morirà, forse, il libro di carta, com’è morto il manoscritto (e ci vollero secoli, sappiatelo). La carta sarà soppiantata con tempi celeri, certo, perché oggi tutto è più veloce. Ma il libro resterà; non smetteremo di sognare sfogliando parole (digitali), non smetteremo di sospira sui racconti dei nostri romanzieri preferiti, non smetteremo di tremare leggendo Stephen King.
E ora torno a Turtledove, in edizione cartacea ma economica.

 
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Pubblicato da su 24 agosto 2011 in Libri, Sproloqui, Teoria

 

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Siamo su Facebook!


Ebbene si: l’anarchia del gatto e dei gemelli ha la sua pagina Facebook!
Si, è poca cosa, lo ammetto, ma credo possa essere uno strumento ulteriore per far conoscere questo piccolo blog di periferia.

Ieri c’è stato il record di contatti; oggi nasce la pagina di Facebook. Il post sulla Chiesa cattolica e le esenzioni ha fatto un piccolo miracolo (68 visualizzazioni, il record precedente era 45) ma è necessario lavorare duramente per tenere il ritmo e… espandersi.
Oggi avevo già un nuovo post pronto, ma era ancora a tema cristiano e, per una volta, ho soprasseduto. Aspetterò qualche tempo e, nel frattempo, parlerò d’altro. Dovrei dare un po’ di spazio alla scienza, si avvicina il Festival, dopotutto. No, non lo trascurerò…

Mi risentirete, quindi; ma sentirete parlare anche d’altro. Con il Festival si avvicina anche Lucca Comics & Games, non mancherò di parlare un po’ di giochi di ruolo. Ho giusto voglia di mettermi a giocare un po’… e di scrivere un GdR! Staremo a vedere… voi seguiteci!

Vi invito, ovviamente, a segnarvi la pagina di Facebook e a farvela piacere!

 
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Pubblicato da su 22 agosto 2011 in Diari

 

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Imprecisioni e balzelli: come mentire per attaccare la Chiesa


La moda di questi ultimi giorni è quella di attaccare la Chiesa per le sue ricchezze e pretendere di tassarla per rinfoltire la manovra finanziarialacrime e sangue del Nano e di Tvemonti. L’idea di fondo che viene trasmessa da numerosi blog, giornalisti, post su social network, Tg è che la Chiesa italiana non paghi alcun tipo di tributo/imposta/tassa e, anzi, riceva ingiustamente fondi dallo Stato, drenando risorse che potrebbero essere usate meglio.
Come tutte le mode, si tratta di un sistema di superficiali osservazioni, spesso inesatte e imprecise, non approfondite, possibilmente demagogiche. Insomma, quello che si può sentire/leggere sull’argomento è spesso un cumulo di sciocchezze dovuto alla disinformazione o alla malafede (lascio giudicare a chi legge caso per caso, su questa materia).

Vediamo un po’ di portare un minimo di chiarezza su questa materia; vivendo dentro la Chiesa (in senso letterale ma non fisico) ho modo di vedere con i miei occhi alcune cose che molti “esperti” di questi giorni ignorano o trascurano volontariamente e che, se prese in considerazione, modificano completamente il panorama dipinto circa quest’argomento. Diamo però un’occhiata al cumulo di sciocchezze che si possono trovare in giro; sarà una carrellata veloce ma mi auguro sia incisiva…

– Il Vaticano non paga le tasse e ruba soldi all’Italia con l’8×1000: ok, questa è simpatica. Mi chiedo perché mai il Vaticano dovrebbe pagare le tasse all’Italia e non, per esempio, al Brasile. Città del Vaticano è uno stato sovrano, con relazioni diplomatiche, gestito dalla Santa Sede, non un’organizzazione con sede in Italia. L’Italia, dopotutto, non credo paghi le tasse alla Francia o alla Gran Bretagna (almeno, non mi risulta che versiamo l’ICI su Palazzo Madama a Sarkò!) quindi, davvero, perché il Vaticano dovrebbe darci i suoi soldi?
Questa è un’imprecisione dovuta all’ignoranza – o alla voluta confusione – che si incontra in materia: è facile non distinguere Vaticano e Chiesa quando li si vuole colpire perché cambiare rapidamente soggetto permette di cogliere il peggio da entrambi e di rivoltare la frittata quando opportuno (a chi scrive). Se non è disinformazione questa…

– La Chiesa riceve benefici iniqui sulle esenzioni dell’ICI: studiare storia mi ha insegnato qualcosa: non fare affermazioni importanti senza essere dovutamente documentato. Chi parla di esenzioni della Chiesa e propone di cancellarla pare non adottare la stessa linea.
La legge che istituisce l’ICI – con successive, numerossime, modifiche – specifica chi e cosa non è soggetto al pagamento di quest’imposta. La Chiesa, in questo provvedimento, non è citata. Si dice, però, che sono esenti “fabbricati posseduti da enti non commerciali e destinati esclusivamente ad attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive” (mi sento in diritto di non tenere conto della manciata di strutture citate dai Patti Lateranensi, visto che in fin dei conti sono strutture che godono dell’extraterritorialità, come le ambasciate).
Appare ovvio che la Chiesa rientri nella categoria di “ente non commerciale”: sfido qualcuno a dimostrare che la Chiesa sia un ente commerciale. In caso ci riesca, vorrei anche i dividendi per la mia chiara adesione all’associazione. Insomma, la Chiesa non paga l’ICI come non la pagano tutte le altre strutture religiose, assistenziali, di volontariato, etc: a me sembra una norma sacrosanta, segno di democrazia e di maturità del paese. Pensate cosa accadrebbe se da domani tutte le ONLUS e tutti gli agenti del c.d. Terzo Settore pagassero l’ICI: entro sei mesi il paese sarebbe in condizioni disastrose… e la coalizione di governo che avesse questa brillante idea sparirebbe dal panorama politico per un paio di secoli (meritatamente, eh!).
Ora è chiaro come funziona l’ICI?

– La Chiesa non paga l’ICI neppure sulle sue attività commerciali: questa è palesemente falsa. La legge – che mi sono andato a leggere – non accenna a nulla del genere. Mi informerò con il mio parroco nei prossimi giorni ma non vedo perché mai dovrebbe accadere ciò; se localmente accade, è perché ci sono irregolarità e illegalità locali, sia da parte dei gestori ecclesiastici, sia da parte delle amministrazioni locali (colluse e in cerca di voti). Diocesi ed enti locali collaborano attivamente per tenere aggiornati i dati riguardo a cosa è commerciale e cosa no… e dove non accade, è giusto colpire con la dura mannaia che si deve usare contro gli evasori e i corrotti. Non credo serva neppure andare oltre, penso siano idee che tutti i cristiani condividono.

– La Chiesa aggira la definizione di “attività commerciale” per non pagare: si narra di fantomatici monasteri divenuti alberghi a cinque stelle ma che, in quanto monasteri, sono esenti da ICI e altri balzelli. Ora, in molti casi si tratta di beni ceduti dalla Chiesa – previo regolare pagamento – a privati: il che vuol dire che non sono più materia della Chiesa. Cosa accada lì è una questione tra proprietario, enti locali e Guardia di Finanza.
In altri casi si tratta di monasteri con annessa foresteria, utilizzata da chi vuole condividere alcuni giorni di vita monastica con le comunità locali (l’ho fatto anch’io più volte). I prezzi sono evidentemente risibili, trattabili (non conosco monasteri che rifiutino i poveri…) e la qualità dell’accoglienza è quantomeno ridotta rispetto al cinque stelle. Spezzo una lancia a favore del cibo e delle bevande: i monaci di solito cucinano davvero bene – molto meglio che in numerosi alberghi stellati – e non si fanno mancare bevande con cui accompagnare il desco! Ma paragonare una cella monastica a una camera con idromassaggio è osare un po’ troppo…
La Palla sarà contenta di sapere che nell’elenco dei monasteri “malvagi” – secondo Curzio Maltese – c’è anche Camaldoli, meta di “turismo intellettuale” di lusso. Da quanto mi ha raccontato lei non mi sembrava che a Camaldoli vivessero nel lusso, ma approfondirò, ok?

– L’8×1000 è condannato anche dall’UE come aiuto illecito: vero è che ci sono state tre procedure d’infrazione al riguardo. Verissimo anche che due sono state chiuse. La terza è stata avviata dopo le prime due chiusure da una socialista spagnola, nota per la sua anticlericalità, quindi affidabile e obbiettiva come un’opinione calcistica di Moratti o un parere legale di Ghedini.
in pratica, l’UE ha indagato sull’argomento e, fino a ora, non ha trovato comportamenti illeciti o ingiusti in materia, da parte dell’Italia: l’8×1000 è equamente diviso in base alla scelta dei cittadini e va bene così.

La Chiesa prende tutti i soldi di chi non sceglie, invece dovrebbero andare allo Stato: qui torniamo all’ignoranza. In primo luogo, non si firma per il proprio 8×1000 ma per quello di tutti: la firma di un operaio vale quanto quella di un avvocato parlamentare e i fondi sono distribuiti proporzionalmente a quante firme ogni indirizzo riceve. Firma circa il 40% dei contribuenti italiani – pochi, si direbbe – ma qui c’è il trucco: non tutti sono tenuti a dichiarare (i redditi bassi, io per esempio, non sono obbligati) e questo abbassa il dato. Se facciamo il conto su quanti firmano tra chi ha diritto, il dato sorpassa in fretta il 60%.
La Chiesa riceve circa il 75% delle “preferenze” e porta a casa proporzionale quantità di denaro: perché i soldi non sono divisi tenendo conto di chi non firma e quelli di troppo non finiscono allo stato? Due i motivi: sarebbe un po’ stupido, un po’ come dire che se alle elezioni l’affluenza è dell’80% si elegge solo l’80% dei parlamentari; lo Stato figura già tra i possibili beneficiari del provvedimento, quindi non può tenersi i soldi anche di chi non sceglie, sarebbe un’infrazione… quella si, punibile dell’UE!

Mi sto dilungando troppo… penso che per oggi mi fermerò qui. Ci sarebbero molti altri passaggi da sottolineare ma penso che questi siano decisamente interessanti e indicativi.
La Chiesa commette errori, questo è certo: non voglio passare il messaggio dell’infallibilità dell’istituzione temporale, ci mancherebbe. Sbaglia e, quando lo fa, deve essere richiamata e legalmente punita come tutti. Ci tengo però a ricordare che parlare a vanvera non porta da nessuna parte e direi che su questo argomento in molti parlano a vanvera. Sull’esenzione dall’ICI e sull’8×1000 c’è un’ignoranza, un pressapochismo e una demagogia che fanno invidia alle manipolazioni mediatiche del Nano governante: l’odio anticlericale è ben radicato, violento e insensato, perché colpisce ingiustamente e senza pensare, come ogni odio. Mi preoccupa davvero, questo, perché fa presagire tempi duri per la nostra fede. A Madrid abbiamo visto ragazzi detestati, odiati, insultati e derisi per il loro essere cristiano: se qualcuno avesse dimostrato allo stesso modo contro un Gay Pride sarebbero iniziate invettive compatte da parte di tutti, ma attaccare la fede è lecito e giusto, secondo alcuni. Questa democrazia asimmetrica e questa libertà iniqua mi preoccupano davvero: ma sopporteremo e lotteremo, certi della nostra fede in Cristo. Spero non da soli: mi auguro che chi si accende per garantire i diritti di manifestazione e di libera espressione ai gay, ai sindacati, ai musulmani si ricordi che anche noi siamo cittadini ed esseri umani con eguali diritti.

E buona domenica a tutti!

 
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Pubblicato da su 21 agosto 2011 in Politica, Sproloqui

 

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Stupidità dell’indignatezza?


Si odono in questi giorni proteste e contestazioni per le “folli spese” della GMG madrilena nel bel mezzo della crisi economica; pare che, poiché la situazione economica mondiale è pessima, non si sarebbe dovuto svolgere l’incontro dei giovani cattolici con il Santo Padre.
La Chiesa è stata accusata di sperperare soldi che potrebbe usare meglio e di vessare le casse spagnole, drenando denaro da queste; si parla di ben cinquanta milioni di euro come costo generale e totale dell’incontro, una cifra che, secondo alcuni, sarebbe stato meglio spendere altrove, soprattutto per la Spagna, paese messo economicamente peggio di noi (e ce ne vuole a battere Tvemonti e il Nano!).

Rivediamo però la questione con buonsenso e non con i paraocchi dell’anticlericalismo spinto, che non rende onore all’intelligenza delle persone e fa emergere opinioni di gente che dovrebbe tacere.
Più della metà della spesa è a carico del Vaticano, non della Spagna: questo riduce a circa 25 milioni la spesa spagnola. Il numero di pellegrini è stimato attorno al milione, contando gli spagnoli stessi: difficile immaginare che ciascun pellegrino spenda, in una settimana o più, meno di 25€ per spese generali, dal cibo ai souvenir. E non ditemi che cibo, alloggi, etc sono compresi nel pacchetto del pellegrino (per l’Italia dal costo di circa 400€, tutto compreso) perché non c’è giovane che non compri un gelato, un ricordo della Spagna, una bottiglia di sangria, una cartolina… e molti di loro rimangono in Spagna prima o dopo l’evento, portando altro denaro alle casse degli spagnoli. Certo, un bel po’ di pellegrini sono spagnoli… ma è comunque economia che gira, no? E sono certo che gli stranieri, da soli, coprono e superano i 25 milioni di spesa spagnola.

Aggiungiamo poi al conto una valutazione importante: la GMG costa alla Spagna 25 milioni di euro, certo. Però non è che questi soldi vengono bruciati in piazza… sono spesi sul territorio in stipendi, materie prime, straordinari delle forze dell’ordine, allestimenti e via dicendo. Sono, cioè, soldi spesi che fanno girare ulteriormente l’economia. Spagnola, ovviamente.
E mettiamo nel conto anche i 25 milioni di euro che il Vaticano investe sul territorio spagnolo… perché dubito che il palco sia costruito da cittadini vaticani, o che i rifornimenti di cibo siano gestiti da cittadini vaticani.
Inseriamo, infine, l’indotto: denaro genera denaro, spese comportano spese. Consideriamo gli introiti pubblicitari, le migliaia di giornalisti da tutto il mondo (che pagano alberghi, ristoranti, trasporti… souvenir…), la ricaduta d’immagine, quelli che fanno un salto alla GMG e nel frattempo si scoppiano due settimane di vacanze in Spagna…

Dicevamo: per la Spagna questa GMG è davvero un problema o, piuttosto, un enorme vantaggio, economicamente parlando?
Potrei accettare, al limite, la critica circa la spesa della Chiesa che “sperperebbe” 25 milioni di euro per organizzare un raduno di giovani. Ora, la crisi sarà anche un dato di fatto ma non credo sia sensato – o giusto – smettere di vivere perché c’è questa crisi; pensiamo, piuttosto, a risolverla ma non chiudiamoci in casa a piangere. Lo scopo della Chiesa è annunciare il Vangelo: quella Buona Novella ci viene in soccorso ancor più in questi momenti di difficoltà e, sinceramente, penso che siano 25 milioni ben spesi, non solo economicamente (come dimostrato sopra) ma anche da un’analisi morale/etica. Oggi c’è più bisogno di ieri di fare annuncio, verso tutti: si, 25 milioni potevano essere destinati al Terzo Mondo. Avrebbero cambiato qualcosa? O forse è un investimento migliore puntare sui giovani, annunciando loro il messaggio di fraternità di Cristo, in modo che domani non ci sia più un Terzo Mondo a cui donare monete e forze?

Insomma, a volte prima di indignarsi bisognerebbe pensare.Indignamoci perché abbiamo una classe politica che continua a tassare i soliti cittadini onesti e non combatte l’evasione fiscale; indignamoci perché il presunto Presidente del Consiglio mente regolarmente dicendo che l’ha votato più della metà degli italiani, quando se arriva al 30% è già buono; indignamoci perché la classe dirigente del paese è scandalosamente attaccata ai suoi privilegi; indignamoci perché stanno cercando di cancellare lo stato sociale duramente conquistato in anni di lotte; indignamoci perché la Chiesa viene attaccata per partito preso da imbecilli che non hanno capito un'”h” di cosa voglia dire essere cristiano; indignamoci perché il 40% dei cittadini italiani ha votato una coalizione guidata da un ladro, dimostrando di essere incapace di intendere e di volere.
lasciamo in pace Cristo e chi lavora per noi, però: abbiamo bisogno come mai di questa luce di speranza!

 
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Pubblicato da su 19 agosto 2011 in Politica, Sproloqui

 

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Ed è di nuovo route!


Viene il giorno in cui chiedi a te stesso dove voli
viene il tempo in cui ti guardi e i tuoi sogni son caduti
E’ il momento di rischiare di decidere da soli
non fermarsi e lottare per non essere abbattuti

Penso sia questo lo spirito di una route: partire, mettersi sulla strada per rischiare, smuovere il mondo che ci sta attorno iniziando proprio da noi. Un piccolo segno, certo, ma un inizio.
Siamo chiamati a portare quel qualcosa che ciascuno di noi ha di speciale – di unico – anche agli altri; si porta i propri doni solo attraversando le strade che agli altri ci conducono.

Con questo spirito domani spingerò di nuovo i miei passi sulla strada. E’ qualche anno che non cammino in route, d’estate: le mie esperienze da capo in R/S non hanno mai condotto a questo, non così a fondo (e questa neppure è una completa route di strada). Da domani tornerò pellegrino, percorrerò i sentieri della Via Francigena come i penitenti del medioevo, come loro sarò in cerca di me rimanendo sulla strada.
Mettersi in cammino è, prima di tutto, camminare per sé stessi e dentro sé stessi; può suonare banale, può suonare scontato ma dalla strada ho imparato più che dai libri. La fatica ti costringe a ponderare davvero i tuoi limiti, ti mette faccia a faccia con tutto il tuo essere uomo. Non c’è tecnologia, non c’è inganno che aggiri questa tua fragilità. Sei solo con il tuo cuore che pulsa, con i muscoli che urlano, con la schiena che duole la sera. La strada è, prima di tutto, mettersi in gioco senza remore, senza tirarsi indietro, senza “ma”.

In realtà, a ben vedere, non sei solo. Sulla strada sei assieme ai tuoi compagni di viaggio. Da domani ne avrò non pochi.
Ho vissuto una splendida route a dicembre, un campo di formazione che ha formato più me che il capo che è in me. Proprio la strada, proprio la fatica, proprio la difficoltà ha dato a quella route un tono completamente diverso ed è stato occasione di indagare ancora più a fondo dentro di me. Non è facile, spesso neppure fa piacere.
La Route, con la fatica, fa emergere spesso parti di noi che non ci è facile accettare; camminare in comunità significa aiutarsi in questo confronto con il proprio io, sostenersi fisicamente e spiritualmente, sorreggersi quando si è troppo stanchi, festeggiare in cima alla vetta, la sera attorno alla tenda.

Il cammino della route è anche abbandonare la quotidianità, cercare di chiudere oltre la soglia il lavoro, lo studio, i problemi di ogni giorno e prendersi uno spazio per sé stessi. Siamo importanti ben più dei problemi, delle domande, dei quesiti che ci circondano ogni giorno e che assillano le nostre vite. Sulla strada abbiamo occasione di restituire lo spazio giusto a ciascun aspetto della nostra esistenza, riequilibrare le sorti in una società sempre più complessa, sempre più alienante. Non è fuggire, però; è prendere coscienza per cambiare. Sulla strada non scappi dalla tua vita ma ne prendi una visione distaccata, la studi con maggiore attenzione; ti fai un’idea di dove intervenire, come cambiarla, in che direzione svoltare al prossimo bivio. La strada è la miglior palestra per camminare da soli ogni giorno.

Lo spirito dell’uomo e della donna della strada sono in queste semplici cose. Domani saremo più che uomini e donne sulla strada, saremo pellegrini in cammino per pregare. Il pellegrinaggio è una tradizione cristiana antichissima e racchiude – sviluppa, aumenta, suggella – i temi che la strada pone a un rover e a una scolta. Questo credo che sia alla radice della scelta di fare un pellegrinaggio, per quanto breve, per quanto senza una meta “forte” sulla cartina. Trovo che fare strada significhi molto, ma farla pellegrinando significhi ancor di più. Camminerò cercando il Padre, ponendogli ogni giorno le domande che hanno angustiato queste settimane, sapendo che nella fatica, nella compagnia, nella gioia della meta e nel silenzio delle montagne saprà darmi una risposta. Io dovrò saperla trovare.

Camminerò con i miei “bambini”. Nutro un profondo affetto per questi “poveri disgraziati” che hanno la sventura di trovarsi me come educatore; ambisco, però, a lasciare qualcosa di me in ognuno di loro. Forse sapranno prendere spunto da un mio difetto per fare di meglio, forse troveranno divertente una mia ricetta da route, forse penseranno che una mia riflessione possa dar loro qualcosa o li stimolerà a smontarla, a metterla in crisi, a uscirne migliore. Sono però certo di avere la voglia e la volontà di camminare con loro: si cresce tutti assieme, sulla strada, e non ci sono vecchi capi che non hanno nulla da imparare da giovani novizi. Anche questo ci ricorda sempre la strada: l’umiltà.
Spero di averne la giusta dose per affrontare questa splendida route nel migliore dei modi.

E per ora… buona strada a tutti!!!

P.S.: per chi ci ha già lasciato, un ancor più forte Buona Strada e la speranza di riabbracciarlo giovedì sera alla grande festa!

 
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Pubblicato da su 6 agosto 2011 in Diari, Sproloqui

 

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