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Bioetica e costruzione della comunicazione


Questa notizia, abbinata alla recente sentenza della Corte Costituzionale (che non sentenzia affatto, ma rinvia), ha sollevato nella mia testa una riflessione sull’attuale situazione della bioetica e delle posizioni che attraversano il mondo cattolico di oggi.

Credo sia palese che la coscienza etica in campo biologico dei cattolici soffra una certa discrasia e frammentarietà. Potremmo quasi ritenere, a un primo sguardo, che ci sia una profonda scissione tra un sentire comune del popolo laico che compone la Chiesa cattolica da una parte, la struttura istituzionale-episcopale dall’altro. Ciascuna delle due sezioni sembrerebbe rappresentata da degni alfieri più o meno a ogni livello, però, mischiando le carte di una situazione altrimenti molto lineare.
La distribuzione reale delle forze in campo penso sia molto diversa. Tuttavia sussiste un fondato timore che buona parte degli attori e degli opinionisti riguardo questi argomenti parlino senza aver verificato fino in fondo la situazione pratica e le posizioni teologiche.

Incontrare un cattolico pro-aborto non sembra più strano: fatico a credere che una persona pro-aborto possa essere cattolico, un po’ come fatico a credere che lo sia un leghista.
D’altro canto discutere di aborto e dimostrarsi contrari conduce inevitabilmente a farsi coprire di insulti, senza possibilità di concentrare il discorso non tanto sulla decisione morale quanto su quello scientifico ed etico/epistemologico. Ci si trova così di fronte a un discorso perlopiù viziato da un cumulo di ignoranza, nella quale è spesso coinvolta anche la comunità scientifica che, invece, dovrebbe dimostrare una maggior competenza in certe materie.
Purtroppo agli scienziati non vengono mai insegnate due cose importantissime: la comunicazione e l’epistemologia!

Non serve concorrere al Nobel per comprendere a grandi linee il pensiero di Karl Popper, soprattutto se per lavoro lo si applica incoscientemente ogni giorno (tralasciamo Feyerabend per qualche riga, per favore). Serve, invece, trascorrere una manciata di ore a studiare come funziona il proprio mestiere. Se accadesse questo, avremmo sicuramente medici non meno abili tecnicamente e indubbiamente più competenti ideologicamente. sarebbe un guadagno su tutta la linea.
Popper ci dimostra come le leggi scientifiche non abbiano nulla di sicuro e definitivo: la nostra conoscenza scientifica è ipotetica e in attesa di falsificazione. Non sappiamo, si badi bene, quale parte sarà falsificata e in quale misura, non c’è modo di prevederlo. Però dobbiamo essere coscienti che non c’è nulla di certo.
L’attuale posizione pro-aborto si basa essenzialmente su una serie di evidenze scientifiche – alcune delle quali, peraltro, altamente discutibili e spesso dibattute anche tra veri esperti – che suggeriscono il noto termine del terzo mese – dodicesima settimana per l’applicazione dell’interruzione volontaria di gravidanza. Significa, a esser brevi, che affidiamo la scelta riguardo la vita e la morte di una forma di vita a una teoria scientifica, come tale non dimostrabile.
Qui credo dovrebbe entrare in campo più che altro il buonsenso, non certo l’esser cristiani, ma a voler tener in conto solo il secondo fattore, davvero stento come si possa lasciare la vita altrui in mano a una struttura teorica così debole, fragile e incerta.

Si può ora tornare al tema principale del post: la formazione attuale dei cattolici. Credo non sia rilevante basarsi solo sulla dottrina corrente della Chiesa: penso essenzialmente che sia inutile dire ai fedeli “si deve fare così perché l’ha deciso il Papa/la Chiesa”. Non si fa altro che esasperare il distacco già grave tra la struttura ecclesiastica istituzionale e il popolo di Dio che cammina su questa Terra. Non ne abbiamo davvero bisogno. Deve invece essere compito di ogni pastore e di ogni laico che se la sente il proporre riflessione e spiegazioni, l’indagare i motivi di queste posizioni. Analogamente agli scienziati, i preti dovrebbero studiare comunicazione… e mettere in pratica gli insegnamenti.
La situazione americana, che vede essenzialmente un profondo divario fra il sentire cattolico comune e le posizioni di un’élite, dipende in gran parte da questo difetto di comunicazione, amplificato ancor più verso l’esterno.

Ci troviamo, così, a vederci etichettati come retrogradi, quando invece la sensibilità cattolica si trova su questi temi molto oltre le barbarie dell’attuale comune posizione capitalistica. A dimostrarlo sta secondo me il fatto che non serve essere cattolici per apprezzare i passaggi logici che ho esposto prima sul tema dell’aborto: lo testimonia anche l’assenza di qualsiasi considerazione dottrinale o religiosa (tipo “la vita è un dono del Padre”, etc) dai sillogismi. Semplicemente non penso ce ne sia davvero bisogno. 

Cambia il tono quando parliamo di scelte strettamente personali, come l’eutanasia: con la Dignitatis Humanae è ampiamente riconosciuta una profonda libertà religiosa. Nessuno può essere oggetto di coercizione nell’aderire a una religione, quindi a seguirne i dogmi e le “usanze”, o a condividerne le opinioni etiche.
Credo che la scelta nell’accostarsi all’eutanasia sia all’interno di questa libertà di religione e di coscienza: è giusto che ciascuno possa scegliere come gestire la sua esistenza, nel rispetto della legge e della vita altrui. L’impedimento nel caso dell’eutanasia è veramente etico e profondamente legato alla natura religiosa della propria etica: perché, quindi, un cristiano dovrebbe imporre la propria opinione a un ateo?
L’aborto non rientra in questo discorso: la decisione del singolo – la madre – influenza direttamente non solo la sua esistenza ma anche quella di un soggetto diverso, non interpellato e privato di un diritto fondamentale.

Chiudo un lunghissimo post con una circolarità: serve una riduzione di questa frammentazione cattolica. Non fine a se stessa, per obbedienza romana, come piacerebbe ad alcuni: motivata, spiegata, illustrata ai fedeli, discussa dai pastori assieme al gregge. Sarebbe l’unico modo per rinsaldare questa Chiesa che rischia di essere sempre più traballante e meno certezza di riferimento nella costruzione delle nostre vite.
Mai come oggi ne abbiamo bisogno.

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Pubblicato da su 23 maggio 2012 in Divulgazione scientifica, Religione, Sproloqui, Teoria

 

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Informazione, ma come piace a noi


L’argomento ha fatto la sua comparsa a una cena di redazione, chiacchierando della validità giornalistica di testate come Il Giornale, Il Foglio o Libero, ampiamente schierate dalla parte dello Psiconano. A tavola, è nato il paragone con testate analoghe ma speculari – Repubblica e il Fatto, soprattutto – e su come, stando all’apprezzamento dei lettori, l’informazione di parte piaccia parecchio agli italiani. Siamo un popolo, è stata la conclusione, a cui piace sentirsi dire ciò che si desidera, leggere pareri confortanti e coerenti con le nostre posizioni. Non a caso a me Avvenire piace.

Premettendo che non ritengo opportuno porre sullo stesso livello morale le posizioni schierate di Repubblica e del Fatto – posti a difesa della legalità e della Costituzione – di fronte a quelle moralmente insipide, quando non scorrette, delle testate filoberlusconiane – che appoggiano e difendono comportamenti immorali e illegali – sono dell’idea che, tecnicamente, sempre di informazione “parziale” si parli.
Parziale nella doppia accezione: sia connessa a una “parte” ideologica-politica-filosofica, sia non completa, quasi settoriale. Non necessariamente un male, superato il primo dubbio, perché quantomeno non celata e, anzi, a lungo sbandierata. Dopotutto, scrivere esponendo le proprie idee è virtuosismo e responsabilità, finché si pone attenzione a fornire comunque un servizio d’informazione.
E qui, forse, caschiamo male sotto molti punti di vista…

Certa informazione che andiamo a leggere, infatti, non è informazione propriamente detta, solo trasmissione di dati che confermano una tesi già insita nel lettore. Succede così che l’italiano preferisca leggere qualcosa che vada incontro non solo ai suoi canoni estetico-letterari, ma anche alle sue idee riguardo l’argomento del testo. Se questo dal punto di vista del semplice piacere letterario è lecito, sorge il dubbio che possa anche divenire pericoloso qualora il lettore si affidi esclusivamente a fonti parziali e tra loro unidirezionali: così facendo si troverebbe non solo a confermare le proprie opinioni di base – i propri sacrosanti pregiudizi, direbbe Popper – ma non avrebbe possibilità di analisi critica della realtà, composta a prescindere dall’osservatore da una miriade di sfaccettature caratteristiche e non sintetizzabili divergenze. Continuando a filosofeggiare sul filone austriaco-ebraico, potrei dire che l’informazione univoca impedisce la critica del senso comune; se comunque ci basiamo sui nostri pregiudizi – intesi come “punto di partenza” – è fondamentale che questi affrontino la prova dei fatti. Tradotto nel campo dell’informazione, non potendo andare ciascuno di noi a verificare in loco gli eventi, sarebbe opportuno ricevere multiformi input pluridirezionale, sicché li si possa analizzare e se ne possa trarre un complesso tutto sommato coerente.

Qui si inserisce un ulteriore problema, ma diventa opinione personale: penso che la maggior parte dell’informazione di parte non sia adatta, da sola, a fornire una visione sufficientemente aperta della realtà. Me ne accorgo leggendo articoli sul medesimo argomento – quando si tratta di argomenti scottanti, su cui è necessario schierarsi – tratti da testate divergenti; vuoi per la bravura degli autori, vuoi per la confusione, vuoi per l’abilità nel celare, mancano sempre ingranaggi fondamentali per effettuare la dovuta critica al dato che giunge.
Diventa così importante trovare quantomeno qualche dato “meno spurio”: ovviamente l’imparzialità è impossibile, lo insegnano anche a noi storici. Quando qualcuno si mette dietro una tastiera, in un modo o nell’altro lascia trasparire parte del suo pensiero, anche se sta raccontando la cronaca del derby a poker tra seminari vescovili (garantisco che l’immagine di giovani seminaristi che puntano toghe e stole mi ha per un attimo terrorizzato). Alcuni, però, sanno farlo con contegno, altri scadono nel ridicolo o nell’eccesso.
Difficile è oggi procurarsi queste fonti che, pur non essendo neutrali, forniscono quel tanto che basta di imparzialità da poter usare la testa – la propria – per formarsi un’opinione il più possibile indipendente; una teoria da mettere alla prova dei fatti, direbbe ancora Popper.

Qual’è il problema sociale, allora? Non la mancanza di informazione “neutra”, credo sia chiaro. Il vero allarme è l’assenza di richiesta di questo tipo di informazione.
All’Italiano medio va benissimo leggere le avventure smutandante di Berlusconi attraverso gli occhi di Padellaro o di Feltri, basta che appoggi l’opinione iniziale del lettore. E ammetto di caderci con sommo piacere anch’io, a volte; salvo, spero, riscattarmi quando transito dal “piacere” della lettura alla “richiesta d’informazione”.
Significa, davvero, che è in corso una sorta di anestesia generale delle coscienze, giusto per citare Travaglio (uno neutrale, insomma); anestesia che si trasforma, con il tempo, nell’assenza di reale richiesta di informazione.

Forse è il nostro tempo: manchiamo di certezze e ci rifugiamo nelle conferme delle piccolezze che ci circondano. Probabilmente questo atteggiamento è l’estremo approdo del relativismo, quello stesso relativismo che ci tiene fuori dalle chiese o che ci rende abbastanza inerti di fronte agli orrori sociali, compiuti a turno a Berlusconi/Monti/Bersani o chi per loro.
Sicuramente è una resa del nostro intelletto; nel momento in cui scegliamo di non cercare più la verità, pur sapendo che non è certo scritta su un giornale e, per la cronaca, la politica, lo sport, l’economia, la storia, non esiste, lasciamo che sia solo il nostro pregiudizio a dirci come agire. L’assenza di ragione critica è allora il vero male del nostro tempo, che lascia agire il relativismo del “tanto va tutto bene”.
E no, non è un rinnegare l’anything goes di Feyerabend, anzi: è andarlo a confermare con forza! Perché niente va sempre bene, tutto va bene a seconda del caso. Bisogna saper scegliere quale strumento impiegare, certi che ciascuno strumento troverà, prima o poi, il suo giusto impiego.

Avevo promesso post più corti, oggi ho fallito; però credo che chi ci è arrivato fino in fondo si sia goduto uno dei pezzi più… onirici che abbia mai scritto. Ma, a mio parere, anche uno dei più significativi.

 
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Pubblicato da su 11 gennaio 2012 in Sproloqui, Teoria

 

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La sinistra deve essere anticristiana?


Sono giorni difficili per chi, a sinistra, pensava di essere cristiano – o, forse, per chi, cristiano, pensava di essere di sinistra.
Il dibattito circa fantomatiche inique esenzioni fiscali del “Vaticano” hanno caratterizzato una dura fase di contestazione della manovra finanziaria del Governo B., mettendo in mostra un repertorio di faciloneria, approssimazione e disinformazione che non mi aspettavo dalle correnti politiche che sostengo con atti, parole e voti.
La Questua di Repubblica, in quanto a disinformazione, penso sia seconda solo al terzetto Il Giornale/Libero/Minzolingua; sentire voci che rispettavo sparare dati inesatti a tutto spiano, spacciandoli per realtà, e vedere molta gente abboccare al tranello anticlericale ha generato un misto di scoramento e irritazione che ha avuto i suoi strascichi e continuerà ad averli in futuro.

Mi sono seriamente chiesto se l’anticristianesimo/anticlericalesimo sia una parte del codice genetico della sinistra di cui la sinistra stessa, per definizione, non possa fare a meno.
Credevo di no, da buon cattocomunista (appellativo che, come insulto, con me non attacca) ma corro il rischio di dovermi ricredere. Dati e parole alla mano, sembra proprio che la base elettorale della sinistra odi più chi aiuta i deboli (la Chiesa) rispetto a chi li affossa e li sfrutta (B. & C.).
Non sono valutazioni mie, in verità: è quello che ho raccolto discutendone qui e là su internet o con gli amici. Tutti disposti ad abbattere lo Psiconano, tutti dell’idea che lo stato sociale sia fondamentale, che l’Italia debba essere luogo per immigrati e via dicendo… e tutti pronto ad andare contro la più grande entità generatrice di “Wellfare” che abbiamo in Italia (ma anche in Europa o sul pianeta, suvvia). Affossare la Chiesa è diventato un principio valido di per sé, e pace se nel farlo – modificando la legge – si distrugge tutto il volontariato italiano. Eh si, perché i fatti, acclarati per me dalla lettura di leggi & decreti attuativi mai nominati dai detrattori, sono due:
La Chiesa già paga le tasse normalmente su tutti gli enti o le attività a carattere commerciale. Dove non lo fa è evasione fiscale e ci mancherebbe che non la andassero a punire. Ovviamente capita anche che i comuni si dimentichino… e lì scatta anche la collusione delle amministrazioni.-
Non si possono togliere le esenzioni alla Chiesa senza toglierle a tutto il no profit. Questo perché la legge parla genericamente di varie categorie di attività (tra cui l’istruzione privata… già, le scuole private non pagano l’ICI, tutte le scuole private… ma anche le COOP), quindi l’abrogazione sarebbe integrale. Peraltro, modificare la legge per escludere solo le attività ecclesiastiche sarebbe… come dire… incostituzionale! (Articolo 20).

Questo fatto è però un esempio soltanto, quello più recente da cui nasce la mia riflessione. Riflessione che parte da lontano, dalla formazione di una personale coscienza e volontà politica.
Mi sento apertamente di sinistra: in campo sociale penso di essere così a sinistra che i marxisti duri e puri avrebbero da prendere appunti quando parlo.
Approvo in toto lo stato sociale: per me la sanità dovrebbe essere solo gratuita e pubblica. Niente studi privati, niente cliniche. Esclusivamente statale: la salute è un bene troppo grande perché possa essere oggetto di logiche di mercato. Analogo discorso per le industrie farmaceutiche, ovviamente: nessuno dovrebbe sborsare un euro per essere curato.
Credo che gli evasori debbano essere puniti seriamente: un avvocato, un medico, un notaio che evade deve essere espulso dall’ordine. Stop. Un commerciante o un imprenditore che evade deve essere privato della sua attività, che verrà rivenduta all’asta. Stop. Un evasore, oltre alla multa, dovrebbe essere indirizzato a lavori di pubblica utilità (strade da asfaltare e così via) per ripagare la collettività di quello che le ha negato per anni.
Credo che le differenze di reddito/salariali/di classe debbano essere cancellate (su quelle di classe bisognerebbe aprire un altro topic perché non sono sicuro che queste classi esistano) dovrebbero essere minimizzate: non ha senso che un operaio guadagni mille euro e un dirigente un milione. Differenze minime e via così. In questo sono ampiamente contrario a ogni arricchimento basato sullo sfruttamento del lavoro (fisico o intellettuale che sia) altrui.
Sembrerebbero ordinarie posizioni d’estrema sinistra, di quella sinistra d’altri tempi… ma a cercarne le fonti, non le si trova in Marx, Lenin o Stalin.
Ho sviluppato queste idee su ben altre basi, che ho l’onore di riportarvi qui sotto:

Atti degli Apostoli, 2,42-48
Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane  e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.

Atti degli Apostoli, 4,32-37
La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune. Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande simpatia. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno.
Così Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Bàrnaba, che significa “figlio dell’esortazione”, un levita originario di Cipro, che era padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò l’importo deponendolo ai piedi degli apostoli.

Si, avete a che fare con un cristiano d’altri tempi, non c’è dubbio. E questo, in politica, comporta non pochi problemi.

L’essere di sinistra in quanto cristiano vuol dire, secondo me, semplicemente ritrovare la politica sociale della sinistra più idonea all’ideale di società (utopica, ahimè) che perseguo. Insomma, un’unione di intenti che ha radici in parte comuni.
Questo comporta problemi non da poco quando si scende in campo etico, perché lì le posizioni si radicalizzano su distanze a volte insormontabili.
Non faccio mistero di essere radicalmente antiabortista: ritengo l’aborto un omicidio al pari di prendere un fucile e sparare a una persona per strade. Peggio ancora, è l’omicidio ordito dalla madre stessa dell’assassinato, quindi ancora più spregevole. Comprendo razionalmente le motivazioni che, talvolta, spingono una donna a questa scelta, ma sono convinto che si tratti di una questione di educazione sociale più che di problemi pratici. Se la società proponesse fortemente serie alternative all’aborto ed educasse le giovani generazioni a queste alternative (l’abbandono del bambino e la sua assegnazione ad altra famiglia in primis), al fianco di una dovuta educazione alla responsabilità sessuale (se ti senti abbastanza grande da andare a letto con il tuo fidanzato, sappi che sei anche abbastanza grande da poter gestire la maternità che potrebbe conseguirne), penso che l’aborto diventerebbe uno strumento sorpassato, vetusto e barbaro quanto la tortura.
Sono anche contrario all’eutanasia, ma per quanto riguarda me. Penso che la vita sia un dono che non tocca a noi interrompere. D’altronde, in pieno accordo con la Chiesa, sono dell’idea che ciascuno abbia diritto di errare un po’ come gli pare. Nessuno ci obbliga a essere cristiani… quindi, con le dovute cautele, l’eutanasia dovrebbe essere una scelta autonoma del malato. Una scelta certa e sicura, però, non vaga e raggiunta per persone incapaci di comunicare attraverso vaghi ricordi di improbabili discussioni di anni addietro. Fogli scritti, firmati e testimoniati circa le proprie volontà sul proprio corpo. E, in caso di dubbi, massimo sforzo al mantenimento in vita. Non per niente, la Conferenza Episcopale Spagnola la pensa come me: in Italia, causa presenza del pastore tedesco, abbiamo un po’ di problemi a leggere le Scritture in ottica contemporanea.
In materia di referendum sulle staminali (termine veramente improprio), mi rifiutai di votare, con buona pace del PD e del suo impegno per il si. Erano quattro quesiti posti male, gestiti peggio, talvolta folli. Il problema è che su quella materia non si può far decidere a un referendum: c’è gente lautamente pagata in parlamento perché deliberi, con il sostegno e la consulenza di esperti… ebbene, che lo faccia! E io ringrazio il cielo di avere una cultura scientifica abbastanza valida da capire tutti e quattro i quesiti, comprese le conseguenze… l’italiano medio penso che non abbia afferrato nulla di quei referendum. Oltretutto un referendum è semplicemente abrogativo ed eliminare quelle norme – alcune delle quali decisamente antiquate – non avrebbe causato un vantaggio ma avrebbe semplicemente generato il far west legislativo. La conseguenza, dati alla mano, sarebbe stata l’eugenetica. permettetemi di condannare la selezione artificiale della razza umana…

Potrei intrattenervi decisamente a lungo con altri esempi, ma credo sia opportuno giungere al traguardo.
Essere cristiano di questi tempi mette in difficoltà l’essere di sinistra, almeno in me. Ci sono troppi spigoli che, anziché essere smussati dal tempo, si acuiscono e fanno male. Non fosse per questi, mi sarei già dedicato alla politica attiva da tempo, ma la difficoltà principale è trovare un partito in cui agire seriamente, senza sentirsi castrato o fuori luogo.
Evirando dal discorso ogni riferimento al centrodestra berlusconiano, la scelta è comunque difficile, perché l’UDC ha una politica sociale francamente troppo liberale – e, nonostante Popper, sono fieramente anti-liberale e anti-capitalista – mentre il PD ha la capacità di spiazzarmi ogni volta con azioni folli, come candidare dei radicali nelle sue liste, gente veramente priva di buonsenso (cristianamente parlando). L’IdV, detta in tutta sincerità da uno che più volte l’ha votata, mi suona come un partito a termine: pensionato il Nano, questi scompaiono. SEL promette bene ma è anche vittima di quei rigurgiti anticlericali che colpiscono già troppo il PD, figuriamoci i post-comunisti duri e puri. E’ veramente dura, lo so…

Abbiamo debordato dal tema principale: la sinistra deve essere anticristiana?
Vi ho esposto il mio cammino ideale: penso che, sulla base di questo, non debba esserlo. Credo, fatti di front agli occhi,l che voglia esserlo. Penso anche che una certa chiesa (la minuscola è voluta) – vedi Fisichella e le sue contestualizzazioni; vedi Ruini, vedi Bagnasco disposto a vendersi per qualche euro – faccia di tutto per riuscire indigesta a quegli elettori che, Vangeli alla mano, condividono in realtà la visione del cristianesimo. Penso, tutto sommato, che un cristiano non possa votare nulla che sia più a destra dell’UDC, perché l’equa ripartizione delle ricchezze non è un dettaglio insignificante del credo cristiano. Credo anche che le difficoltà nel votare qualcosa più a sinistra del PD siano dovute soprattutto a scontri tra posizioni cristallizzate, perché se qualcuno di SEL leggesse gli Atti come li ho citati io e se qualcuno della Chiesa si occupasse veramente di persone come chiedeva Francesco otto secoli fa… beh, la strada si farebbe più semplice per tutti.
Credo anche che la sinistra voglia essere anticristiana: è comodo, perché consente di non perdere un certo bacino di voti fatto da intransigenti che poco sanno ragionare con la loro testa. E’ facile, perché non mette in discussione meccanismi oliati. E’ lineare, perché non deve mettersi in discussione e, quindi, non rischia di perdersi per strada. Ma rimanendo sempre uguale a se stessa, rischia di svanire nel dimenticatoio, nell’anacronismo (suvvia, elogiare ancora Lenin & Stalin… non si dimostra di essere migliori dei fascisti, cribbio!).

Questo per concludere, oggi: penso che il cristianesimo possa essere la più grande risorsa per la società futura e sono certo che il cristianesimo non possa esistere senza Chiesa, per definizione. Credo ciecamente in questi ideali di cui ho parlato e prego ogni giorno perché la Chiesa si desti da questo letargo di potere secolare e si dedichi veramente a cambiare la società. Sono fiducioso, lo ammetto.
Credo anche che, in politica, la sinistra sia la scelta migliore; ma perché diventi una scelta buona, è necessario che abbandoni certe posizioni ormai datate e impari a lottare con tutte le forze democratiche che remano nella medesima direzione. Compresi noi cristiani.
A costo di rifondare la DC – di stampo Moro, intendiamoci – quel giorno voglio esserci. Non a guardare ma a fare. E credo che mi toccherà rimboccarmi le maniche fin d’ora…

 
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Pubblicato da su 7 settembre 2011 in Politica, Sproloqui, Teoria

 

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Cristianesimo Razionale


Qualche settimana fa mi ero imbattuto per caso in questo sito e ne ero rimasto affascinato. Il progetto ha un che di interessante, è innegabile, e la tentazione di deridere i mai troppo derisi soggetti dell’UAAR è sempre forte. Questi ragazzi lo fanno con stile e ricevono la mia ammirazione, senza dubbio.

L’antipatia per l’UAAR non è affatto dettata da motivi religiosi, ci mancherebbe; predico e pratico la tolleranza e la libertà religiosa tipica di noi postconciliari e non credo che la mia fede debba essere generatrice di biasimo delle convinzioni filosofiche altrui (quantomeno finché queste convinzioni non esondano nel civilmente intollerabile). Ciò che irrita di questi ateisti – atei è limitativo per le loro pittoresche contestazioni – è la mancanza di rispetto verso persone che hanno posizioni differenti e divergenti dalle loro. Razionalmente dovrebbero comprendere che non tutti hanno identici occhiali con cui scrutare il mondo, eppure si comportano nel modo più irrazionale possibile, molto più di alcune anziane signore frequentatrici quotidiane di parrocchie, per le quali la fede si confonde spesso con la superstizione d’altri tempi. Insomma, si tratta di personaggi e posizioni ridicole che, inoltre, fanno in modo di smontare i loro assertori, noti per incoerenza e anche per una certa malafede.

Potrei elencare numerosi arditi praticanti di queste pratiche ridicole, tra scrittori, pseudo-divulgatori-biblisti e convertitori inversi: purtroppo alcune di queste pratiche hanno attecchito anche in persone che conosco ed è sempre un dispiacere sentir proferire da amici frasi di propaganda anti-cristiana. La propaganda, infatti, di per sé porta la menzogna, la falsità e l’inganno, oppure non sarebbe propaganda.

Non da molto ho sentito dire che un cristiano non può essere scienziato e viceversa; eppure l’elenco di scienziati che si dicono credenti – non sono cattolici – è lungo, ricco e notevole. Eppure la cristianità e l’Islam hanno costruito le basi dell’attuale pensiero scientifico, già dal medioevo. Non un caso, infatti, che proprio il medioevo sia dipinto come un’era di retrogrado dominio della Chiesa, che schiacciava animi, idee e posizioni per mantenere un dominio politico. Nulla di più falso; certi atteggiamenti sono tipici della Chiesa tridentina, lì si a difesa di interessi materiali, economici e politici, mentre tutto il medioevo ha visto l’opera ininterrotta della Chiesa cattolica – e della civiltà islamica – per esaltare la ragione e lo studio del Disegno divino (Creato compreso).
Ancora, tornano disquisizioni su Creazionisti ed Evoluzionisti. Io sono indubbiamente Creazionista, se andiamo a vedere, ma questo non esclude che ci sia stata l’evoluzione. Ormai sappiamo che i meccanismi evoluzionistici di Darwin non funzionano – e i biologici contemporanei faticano a mettere ordine nelle teorie evoluzionistiche – ma è ovvio che le specie viventi non sono immutate e immutabili, Diluvio a parte. Un’evoluzione c’è stata; per me il tutto risponde a un disegno divino. Il Padre ha creato il mondo e l’ha dotato di leggi proprie – quelle che noi chiamiamo leggi della fisica, della biologia, della chimica, etc – che noi oggi dobbiamo studiare. Obbiettivo e imperativo: cosa può essere più notevole, meritevole e degno di lode che non studiare la Creazione del Padre?
Non è forse nostro dovere metterci alla prova queste leggi, scoprirle per scoprire il Disegno? Con buonsenso, ovviamente, e con l’umiltà del figlio che si avvicina a qualcosa di più grande di lui, con il rispetto per questo disegno e per i valori che sono alla base del Creato. Scienza si, ma anche Fede.

Insomma, trovo molto più irrazionali questi ateisti che la maggior parte dei fedeli; mancano, dopotutto, di vera obiettività, di vera analisi senza preconcetti, di sincerità e onestà intellettuale. Sono, invece, avvelenati da un odio irrazionale che impedisce loro di raggiungere la reale serenità necessaria per discutere davvero di argomenti così delicati. I religiosi – e le religioni – non sono privi di errori; l’uomo è fallace e contamina anche il divino, potremmo dire, se crediamo veramente. Comunque sia, gli errori della Chiesa cristiana sono numerosi, ben noti e, alcuni anche ritrattati. Davvero importante è parlarne con rispetto, con serietà e senza preconcetti,da entrambe le parti. Le partigianerie, quando ci si confronta da sponde diverse, devono essere accantonate per dare spazio a un sano, reciproco e serio confronto.
Difficile che accada, finché ci saranno ateisti di questo tipo in giro… e anche alcuni credenti assurdamente rigidi.

 
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Pubblicato da su 17 luglio 2011 in Divulgazione scientifica, Sproloqui

 

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Il Tempo è Relativo! E la sveglia della scienza suona in orario?


Che il tempo non fosse esattamente una costante ce l’aveva detto già Einstein, un secolo fa (già passato così tanto tempo?); anzi, ci aveva chiarito che il tempo non è per nulla costante ma lo “subiamo” in funzione del nostro movimento relativo. Un po’ come se la lettura di questo articolo dipendesse dalla velocità con cui il lettore corre i cento metri; Bolt sarebbe avvantaggiato.
Ne abbiamo avuto una conferma men che scientifica in questi giorni, grazie ad alcuni eventi siciliani che definirei… pittoreschi. Vi link l’articolo che ha sollevato la mia curiosità, potete leggero a questo indirizzo: il Corriere ci rende noto che in Sicilia, soprattutto a Catania, gli orologi corrono veloci, più veloci della terra, e guadagnano dai cinque ai quindici minuti sull’orario ufficiale. Un bel dilemma e un problema anche di ordine pratico, basti leggere l’articolo e il riferimento alle difficoltà bancarie dell’isola; spero che le Poste non usino questo fatto per scaricare le colpe sul tempo relativo, visti i danni causati dai loro nuovissimi server. O forse che i nuovi server proprio a Catania sono stati attivati?

La notizia è curiosa e stimola la fantasia; possiamo immaginare i giganteschi campi magnetici del magma vulcanico che influenzano lo scorrere del tempo, se vogliamo una soluzione scientifica. Possiamo, se la nostra fantasia è più virtuosa, dar adito alle teorie circa spedizioni aliene e relativi rapimenti, con rilocazione imprecisa dei fortunati abitanti, quasi fossimo in un X-Files. E come nel telefilm, si inseguono voci, congetture, teorie strambe e incertezze.

Ciò su cui vorrei fermarmi a riflettere, questa volta, non è tanto il problema in se ma l’ignoranza: vorrei parlare non tanto della credulità popolare – così diffusa – quanto dell’ignoranza generale che coglie l’umanità di fronte a piccoli incidenti come questo.
La scienza ci ha abituati a vivere in un mondo ordinato, di cui si conoscono i meccanismi e che si fonda su diversi principi di azione-reazione. Alcuni di questi possono essere immensamente complicati e inarrivabili senza anni di studio alle spalle, ovviamente; eppure sappiamo che una spiegazione la scienza può darla a tutto e che nulla la lascia indietro perché, bene o male, una teoria che si adatti a spiegare un fenomeno si trova. O si troverà entro breve.
Fatti come questo, fatti che contraddicono non oscuri teoremi di fisica delle particelle noti a circa duecento persone su tutto il globo ma che urtano le più radicate convinzioni, l’esperienza quotidiana di miliardi di persone e lo stesso buonsenso (critico) di cui tutti usufruiamo, sono come un bagno di umiltà che dobbiamo accogliere con piacere. Non una doccia fredda fastidiosa come una secchiata d’acqua mentre arbitri una partita a dicembre ma una pioggerellina primaverile che ti rinfresca durante gli allenamenti estivi. Con questo spirito penso si debba accogliere ogni novità in scienza: lo sguardo della curiosità.
Qualcuno potrebbe rispondere che è ben questo lo sguardo dello scienziato: un bambino curioso che sbircia oltre il parapetto della finestra cercando di capire come sia fatto il mondo al di fuori della sua piccola casetta. Beh, si… è una bella teoria. Qualcuno la mette in pratica.
Eppure conosco molte persone che si rinchiudono nelle loro certezze – e parlo di studenti di discipline scientifiche, neo ricercatori, aspiranti ricercatori, etc – e professano l’inviolabilità della loro disciplina, la sua assoluta validità, l’immutabilità dei criteri e delle teorie. Insomma, fanno il contrario di quello che suggerisce Popper ed esattamente quello che teme Feyerabend, al quale forse andrebbe dato maggior credito; penso abbia descritto la comunità scientifica reale con un’accuratezza che altri autori hanno evitato, forse volontariamente, perché metteva in crisi la loro teorizzazione riguardante la scienza. Insomma, torniamo al discorso di prima

Abbiamo con questi piccoli fenomeni l’occasione per sfidare le nostre conoscenze, metterle alla prova e verificare se davvero le nostre teorie funzionano: io dico di usarli! Certo, sono “casi limite” ma è proprio su questi punti oscuri che una teoria prova la sua validità o decade. Le osservazioni più comuni possono essere spiegate da molte teorie, ne sono convinto, ma solo le teorie più salde e valide possono aggiungere ai loro successi anche questi tasti molto dolenti. Non sono occasioni da sprecare, non credete?
La peggior cosa che può capitarci, in fin dei conti, è scoprire che ci sono dei dischi volanti sotto l’Etna: o un fabbro di nome Vulcano.

 
 

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Post esame e pre Tesi: Popper o Feyerabend?


Oggi ho affrontato e abbattuto l’esame di filosofia della scienza; un 30 meritato sul campo dell’esposizione anche se dovuto a una buona stella nelle domande decisamente… fortunate! Mentre stavano timbrando e trascrivendo, ho avuto l’ardire di domandare al prof l’opportunità di lavorare su questa materia per la tesi (triennale): l’ho buttata lì e direi che ha abboccato, tanto che stiamo organizzando un primo appuntamento per fissare l’argomento reale.

L’argomento, già: tanto vale iniziare a parlarne.
Marsonet si occupa di filosofia della scienza ed epistemologia, ma non solo. Del suo esame due gli argomenti che davvero mi hanno colpito:
– la filosofia politica di Popper, legata alla sua profonda convinzione liberista ma anche profondamente innovatrice (vedi miseria dello storicismo). Popper è un forte critico del marxismo e, in generale di tutti gli olismi, utopie comprese; va giù duro su molti argomenti di politica e società, va così duro che mi trova quasi sempre d’accordo con lui. Strenuo difensore della democrazia, approda purtroppo alla necessità di una società aperta e liberale come attuale miglior forma di democrazia – per quello che ne sappiamo ora. Lui e Hayek, secondo me, sono troppo liberali per piacermi davvero ma l’argomento è ricco, stimolante ed… estremamente storico.
Feyerabend e la sua anarchia metodologica: ho letteralmente adorato quel libro e penso che tutti coloro che si occupano di scienza dovrebbero leggerlo almeno una volta. Ha cambiato il mio atteggiamento verso la scienza, l’ha letteralmente travolto. Leggerlo è stato come passare dalla geometria euclidea alla geometria riemmaniana senza passare dal via. Si, mi ha veramente colpito… e lavorarci sopra sarebbe bello.

Queste le due opzioni principali; penso possano essercene altre ma, dal mio piccolo angoli di debuttante nell’epistemologia, questi sono i giganti che riesco a intravvedere. Mi piacerebbe discostarmi un po’ dall’epistemologia che esemplifica sempre con la fisica: si, è bello e affascinante ma sa anche di “già fatto”. Vorrei sviluppare i due rami che ho toccato in questi ultimi anni, chimica prima e matematica poi: penso ci sia moltissimo da dire su entrambi gli argomenti e su come stiano influenzando la nostra percezione della realtà, senza che ce ne accorgiamo, per non citare come già l’hanno fatto in passato. Ovviamente il tutto in non più di 50 pagine, a quanto pare.
Quindi… contegno, umiltà e riduzionismo!
Vedremo, vedremo… qualcuno ha suggerimenti?

 
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Pubblicato da su 14 aprile 2011 in Diari

 

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Contro Popper e contro il Liberismo


L’altro ieri abbiamo parlato di scomuniche e politica, oggi ci avventuriamo nel complicato capitolo della filosofia e della politica. Avevo promesso di parlare di serendipity – terra misteriosa e distante – ma nello scrivere è emerso questo tema… e come tutti i fattori emergenti, non posso che dedicare alcune righe a esso. Popper è stato una lettura e uno studio estremamente interessante: ha sollevato questioni altrimenti sopite e ha dato il via a una serie di riflessioni nel mio intimo di non poco conto. Ho scoperto cose nuove sia leggendo lui sia leggendo Feyerabend (e questo blog ne è una prova).
Eppure non mi trovo affatto d’accordo con lui su alcune cose, soprattutto non condivido l’apprezzamento suo e di Hayek riguardo il liberismo. Ecco il motore non troppo immobile di questo post decisamente impegnativo.

Il primo avvertimento è che questo scritto è indubbiamente provvisorio; come per tutti, anche per il pensiero è in continua evoluzione, quindi non c’è un punto d’arrivo definitivo. Avverto anche che si tratta di una critica sia nell’accezione più comune del termine, sia in quella filosofica. Infine, vi avverto che potreste trovare il tema un po’… diverso da quello che ci si attende su un blog. Comunque sia, buona lettura.

Partiamo da Popper; pur non avendone letto tutte le opere, quelle già affrontate lo dipingono come uno strenuo difensore del liberismo e dell’economia di mercato. Le motivazioni che adduce sono varie e diversificate ma vedrò di riassumerle in poche righe.
Il processo mentale di Popper a favore del liberismo parte dal definire la democrazia un “valore”, un valore che possiamo perdere; direi che è una piattaforma decisamente solida che mi trova d’accordo. L’Italia è un ottimo esempio di come si possa perdere la democrazia: si baratta un diritto per una fantomatica “sicurezza”, se ne baratta un altro per tenere lontani gli immigrati o per evitare i comunisti approvino i matrimoni gay e in breve ci si ritrova con un leader politico che pensa di essere intoccabile in quanto eletto. Un processo lineare.
Proseguiamo la linea-popper (Popperline?). Un sistema socioeconomico che vincoli il singolo – un gruppo di singoli – limitandone di fatto la libertà viola la democrazia; tra non liberi, dice Popper, non c’è neppure uguaglianza e quindi manca la democrazia. Vero, profondamente vero. Questa è anche una bella critica e un ottimo assalto ai sistemi comunisti/socialisti, che di fatto limitano le libertà personali… anche nella loro versione ultima e utopica, quella cioè in cui il sistema è ormai omnicomprensivo (per limitazione, ovviamente, intendo quelle coercizioni legate al destino di un uomo che espandono oltre l’accettabile l’intervento “statale” nella realtà personale, fosse anche il lavoro): una critica che condivido e che userò più avanti. Torniamo, però al liberismo; Popper e Hayek ci dicono che un sistema di mercato è effettivamente libero ed eguale, se lasciato libero di svilupparsi senza influenze esterne. Se abbandoniamo tutto in mano al libero mercato, infatti, esso si organizzerà da solo, punendo chi commette soprusi – quindi danneggiando acquirenti, che non compreranno più, infine impoverendolo per questo – e premiando chi si dimostra meritevole. Un sistema che da a ciascuno in base a quanto riesce a raccogliere, in base ai suoi meriti.
In base a quanto riesce a influire sul mercato… e, aggiungono i liberisti, l’importante è che in questo sistema si sia tutti uguali e si abbiano tutti le medesime probabilità di realizzare il proprio destino per come lo si immagina.
Per me, qui cade il liberismo: già trovo discutibile che si dia a ciascuno in base ai suoi meriti e non in base ai suoi bisogni, il che mi sarebbe sufficiente, ma voglio spingermi oltre sul piano della trattazione e smontare quel che resta del liberismo.
Penso che non funzioni perché il presupposto fondante – uguali possibilità e uguali mezzi – è profondamente falso e non realistico: non trovo l’attuale struttura socioeconomica corrispondente a questo assunto. Economicamente e in materia di accesso all’istruzione le mie possibilità sono profondamente diverse da quelle di un giovane maori; culturalmente, le mie potenzialità sono diverse da quelle di un russo. Non siamo tutti uguali e non abbiamo tutti gli stessi mezzi di accesso e influenza al mercato; ad aggravare la questione, la divergenza può anche essere spaventosa e per niente basata sui meriti personali. Anche volendo riconoscere il merito personale come unico criterio di assegnazione del successo – cosa che mi guardo bene dal fare – l’attuale sistema di mercato è ben distante dal farlo. Un Piersilvio qualunque ha molte più potenzialità rispetto a un Della Rovere qualunque, che ha più influenza e possibilità di trarre profitto dal mercato di un ragazzino Hopi.
sono molto più anti-liberale e anti-liberista di quel che credevo; oltre a ritenere profondamente egoista un sistema che tenga conto in primo luogo dei meriti e non dei bisogni, lo accumulo assieme alle idiozie utopistiche dei secoli passati, marxismi compresi.

Fin qui credo che il percorso sia stato lineare, almeno lo è stato per me. Sono approdato a non fidarmi nemmeno un po’ del liberismo e questo è un bene; ritenevo di essere ben più moderato ma, evidentemente, non è stato possibile contenersi.
Il liberismo cade in due tipologie di errore formale che lo fanno decadere:

–          Nega ad altri sistemi un valore di realizzabilità perché si appoggiano su utopie che, in quanto tali non possono realizzarsi. Una visione utopica, infatti, pretende il controllo su ogni aspetto della società. Questo è impossibile perché prevede di reggere una quantità di variabili infinita – letteralmente – per ciascun elemento del sistema. Eppure, il liberismo cade nello stesso errore presupponendo condizioni di partenza utopiche e, come tali, non realizzabili.

–          Nuovamente, il basamento del liberismo è invalidato dalla pratica: non solo è teoricamente impossibile, ma è anche palesemente violato dalla realtà. I due fattori non sono così incompatibili come sembra, anche se va contro il senso comune: per quanto impossibile, la perfetta uguaglianza potrebbe avverarsi su un sistema ridotto o in una certa approssimazione, eliminando condizioni limite.

Insomma, anche accettandone per veri e validi i presupposti, il liberismo si trova a essere irrealizzabile tanto quanto il comunismo. In quanto a essere auspicabile una società liberale/liberista… andiamoci piano. Senza tirare in ballo le influenze calviniste in quest’ottica – ottica che, non mi stancherò di dirlo, aborro – penso che sia un posto davvero brutto dove vivere; immagino un luogo freddo, dominato dal raziocinio e dal valore dell’obiettivo raggiunto. Una vita come un lavoro d’azienda, con target e premi di produzione. Un luogo dove chi resta indietro non è aiutato ma cestinato e sostituito, dove si scalpita per scalare la piramide ciascuno calpestando gli altri. Un posto molto simile a come Il Nano vuole rendere l’Italia.

Mi ricollegherei alla scuola, se non fosse tardi; tra riforme e riformine, l’Italia dell’educazione e della formazione diventa sempre più un sistema di selezione del prodotto finito: l’uomo e la donna da porre sul mercato del lavoro, dove chi è più bravo ottiene di più e chi è più in difficoltà viene retrocesso. Mi si accetti l’orrore di fronte a un mondo del genere.
Ho smontato liberismo e marxismo in una bozza di pensiero politico, è vero, e non ho proposto alcuna soluzione, è verissimo: me ne rammarico. Prometto che ci sto lavorando come sto lavorando per affinare il resto del pensiero. Come avrete intuito è ancora tutto in divenire… e non si sa mai cosa ne venga fuori.
Vi consiglio di leggere anche prossimamente: sicuramente verrà fuori qualcosa da questo marasma di idee. Ovviamente le critiche, i commenti, le opinioni e gli insulti sono i benvenuti: sparate a zero. Prima ancora, diffondete e linkate: più ampio è lo scambio, meglio è.


 
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Pubblicato da su 13 aprile 2011 in Politica, Teoria

 

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