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Ti abbiamo aspettato a lungo: benvenuto Francesco


Jorge Mario Bergoglio era “the road not taken” del 2005 ed era l’inconfessabile speranza di chi pregava per un papato che svoltasse rispetto ad alcuni comportamenti della Chiesa. Inconfessabile e inconfessata, perché io stesso – pur annoverandolo tra i papabili – lo definivo “ormai troppo anziano” per essere eletto al Soglio pontificio. Puntai su di lui otto anni fa ma, come tutti sappiamo e come tutti prevedevano, uscì Ratzinger.
Ieri abbiamo svoltato.

Ieri sera mi sono veramente commosso. Ancora oggi, rivedendo le immagini, quasi le lacrime sgorgavano sulle parole di Tauran e, poi, su quelle più semplici e diretta di Francesco.
Ho colto il miracolo che era avvenuto quando il protodiacono ha detto “Georgium Marium”: poteva essere solo Bergoglio. Un brivido ha attraversato la mia schiena, un sorriso, lo sguardo stupito. E un sussurro: “Bergoglio. Hanno eletto Bergoglio”. Non lo credevo possibile, non stando a tutto quanto si era sentito e a quanto credevo potesse accadere in Conclave, con ben altri nomi schierati tra i favoriti. Eppure, qualcosa là è accaduto e la mia commozione era vera e reale, prima ancora di conoscere davvero questo papa, solo sulla scorta di quanto negli anni avevo letto su di lui. Quando al nome e al cognome s’è aggiunto anche il nome pontificale, quasi stavo davvero piangendo. Francesco. Il santo di Assisi, una dichiarazione programmatica di povertà, semplicità e apostolato che sembrava impossibile: auspicata, certo, ma non possibile.

L’immensità della serata è stata chiara quando Jorge Mario Bergoglio, papa Francesco, si è affacciato sulla piazza. Ha colpito la sua semplicità, già dall’abito: niente orpelli, il semplice abito bianco, la stola usata solo per la benedizione. Ha colpito quel silenzio di preghiera chiesto alla piazza e, più ancora, quel silenzio che la piazza ha regalato al Papa, pregando per lui. Hanno colpito come macigni le parole del vescovo di Roma, questo concentrarsi sulla preghiera e sull’incarico di pastore della sua gente. Sul camminare insieme, noi e lui: questo è un invito che noi tutti possiamo accogliere, da cristiani.

Non è giornata per analizzare questo pontificato che inizia e per scrutare nel passato di Bergoglio prete, vescovo e cardinale per capire il futuro. Abbiamo un pastore nuovo e sta lanciando segni splendidi, questo basti. Cammineremo con lui, pronti a sostenerlo quando ne avrà bisogno e pronti a dirgli la nostra opinione se servirà, anche a non concordare con lui dove sarà necessario.

Ora devo solo dire una cosa a papa Bergoglio: “non deluderci”. C’è una Chiesa da ricostruire, siamo pronti a lavorare.
Andiamo.

 
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Pubblicato da su 14 marzo 2013 in Diari, Religione

 

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Lo Spirito non è un burattinaio: il conclave e il libero arbitrio


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Leggendo e parlando in questi complicati giorni che hanno seguito il rivoluzionario annuncio di Benedetto XVI, mi sono trovato anche a discutere della successione all’attuale papa e delle caratteristiche dei papabili. Non pochi, riferendosi al conclave incipiente, hanno pronunciato frasi sintetizzabili così: “il papa lo sceglie lo Spirito Santo, confidiamo in lui”.
C’è moltissima inesattezza in questa opinione, che suona come un abbandono al destino e non un affidarsi all’azione dello Spirito. Difetta di fede, in fondo. 

I cardinali non sono burattini e il conclave non è infallibile. Sono due punti saldi ai quali non possiamo rinunciare, pena problemi rilevanti per la Chiesa e per la nostra fede.
I cardinali – principi della Chiesa – sono esseri umani, quindi godono del pieno libero arbitrio in ogni loro scelta. Lo Spirito non è un grande burattinaio che pilota i voti e non stabilisce chi voterà chi: ispira le anime, mostra una via, parla nei cuori e nelle coscienze di tutti noi e, ovviamente, in quelle dei cardinali, tanto più in momenti così delicati per il cristianesimo. Ma i cardinali restano esseri umani come noi. Pregano per discernere e per comprendere quale sia la via indicata loro dallo Spirito; lo faranno in particolar modo prima del conclave, per poter compiere la scelta migliore per la Chiesa, ma questo non ci assicura che accolgano davvero la guida dello Spirito. I cardinali sono esseri umani: hanno debolezze, difetti, sentimenti tipicamente umani. Duellano tra loro per questioni prettamente secolari – non credo che dirlo costituisca sacrilegio, anzi: dobbiamo prenderne coscienza – sono a volte mossi dall’invidia, dalla brama di potere, dal denaro; subiscono pressioni esterne e sbagliano in buona fede. Quante volte nei secoli sant’uomini avranno agito pensando di fare il bene della Chiesa e, invece, pilotandola lontana delle sponde?

Da questo otteniamo ovviamente la seconda asserzione: non c’è garanzia di infallibilità per il Conclave. I cardinali sono completamente liberi nel dare il loro voto. Certo, pregheranno per ricevere il dono del discernimento dallo Spirito. Certo, lo Spirito donerà loro la sua guida. Non certo, invece, è che questo dono sia accolto.
La tradizione stessa della Chiesa non ci parla mai di “infallibilità” per il conclave; sappiamo che il papa può effettuare pronunciamenti infallibili, sappiamo che la Chiesa nella sua collegialità gode di una certa infallibilità ma nulla si dice del conclave. E poi non serve certo discuterne teologicamente: il Dio di noi cristiani non è un cospiratore, non agisce dietro le quinte come un regista occulto. Semmai è un suggeritore, un amico che ci consiglia come mandare avanti questa commedia, senza mai obbligarci a seguire quello che dice. La scelta di seguirlo, alla fine, è sempre nostra.

Nulla ci assicura che il papa eletto dal conclave sia scelto da Dio, il migliore possibile o anche solo idoneo al ruolo. San Vincenzo Pallotti diceva: «Alcuni papi Dio li vuole, alcuni li permette, altri li tollera». Abbiamo un lungo elenco di papi non idonei alla Chiesa, ai loro tempi e alle sfide che si sono trovati ad affrontare, papi che hanno recato alla Chiesa più danni che benefici. Ma anche questo fa parte del segreto incomprensibile dell’Amore: Dio ci ha donato la libertà perché ci ama e questa libertà è tale da consentirci di sbagliare e anche di rifiutarlo. Possiamo pregare perché i cardinali sappiano discernere la guida dello Spirito nella loro scelta imminente ma non possiamo essere certi che essa sia guidata dalla fede e non dal denaro, dal potere, dai vizi umani o, semplicemente, dall’errore involontario di quello che è e rimane un comune fratello. Per questo preghiamo: perché ci fidiamo – abbiamo fede. E perché sappiamo che siamo amati: ma, come sempre, il destino dell’uomo è nelle sue mani, nella sua capacità di accogliere l’amore di Dio.

 
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Pubblicato da su 13 febbraio 2013 in Religione, Sproloqui

 

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Correggendosi…


Mi sono accorto che il pezzo scritto sul Concilio era inefficace. Essenzialmente mancava di anima, di sentimento, di sensazione vera.
Era forzato.
Penso che quello che troverete fra qualche riga sia più vero, più naturale. Forse meno informativo, probabilmente più incompleto. Indubbiamente più mio. L’avevo scritto per un forum ma credo possa andar bene anche sul blog. 
Con le scuse per l’inefficacia iniziale…

Giovedì 11 ottobre 2012. Cinquant’anni fa, un altro giovedì, la storia vedeva scriversi una nuova pagina. 
Era il giorno d’apertura del Concilio Vaticano II.

L’intuizione di Giovanni XXIII – quel papa Roncalli così amato dalla gente, così poco gradito da certi prelati di curia – era quella di convocare un’assise che leggesse i segni dei tempi e rendesse la Chiesa capace di interagire appieno con la contemporaneità. Da tempo, infatti, il linguaggio e lo stile dell’istituzione ecclesiastica rendevano inintelligibile il messaggio di Salvezza affidato da Cristo alla sua Chiesa. Chiusa in un conservatorismo asfissiante, incapace di rapportarsi con le emergenze e le urgenze di un mondo ormai troppo diverso, la Chiesa rischiava di perdere l’aderenza all’umanità che è uno degli elementi fondamentali perché l’annuncio possa riuscire. 
Roncalli giocò la carta del Concilio per smuovere l’intera struttura.

La Curia lavorò alacremente perché il Concilio fosse svuotato dai suoi contenuti: gli schemi predisposti, i testi già discussioni, le costituzioni imbastite. Tutto pensato perché, con un papa già malato, il Concilio fosse celere e si limitasse ad approvare posizioni standardizzate e neutralizzate. 
Ma i Padri Conciliari, guidati dallo Spirito, scompaginarono questa malevola influenza e vollero rivedere tutto da capo, riportare allo commissioni e alle sedute plenarie tematiche che la Curia avrebbe preferito non veder discusse nel Concilio. 
Lo Spirito agisce spesso per vie imperscrutabili ma nel Concilio s’è fatto chiaro attore e partecipe del rinnovamento, donando nuova linfa alla Chiesa. 

Il ritorno di Giovanni XXIII alla Casa del Padre non disarmò il Concilio; certamente la conduzione di Paolo VI fu maggiormente conservativa, eppure i blocchi erano stati tolti. I Padri affrontarono con coraggio le sfide della contemporaneità e le Costituzioni delinearono un’adesione ai principi fondanti della Chiesa insolita da molti secoli: il ritorno ai fondamenti della Tradizioni, alla missione apostolica del popolo di Dio e della Sua Chiesa ha caratterizzato tutti i testi conciliari, lasciando che lo Spirito illumini il cammino della Chiesa per mezzo di essi.

Ma, come sempre, lo Spirito non conclude l’opera: la lascia nelle mani dell’umanità perché cammini. E così molto del Concilio è stato poi disatteso o sviato. 
Una piccola ma tenace e rumorosissima – soprattutto perché sovrarappresentata tra le alte prelature – fazione conservatrice ha cercato per anni di snaturare e svuotare la forza di restaurazione dell’azione divina nella Chiesa operata con il Concilio. 
Eppure i cambiamenti fatti non sono cancellabili: il cammino prosegue

Oggi, cinquant’anni dopo, cosa ci rimane del Concilio? Quali i cambiamenti realmente portanti derivati dal Concilio? Quali le sfide alle quali la Chiesa è chiamata? Come rendere veramente efficaci, fino in fondo, le Costituzioni e i testi conciliari?

 
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Pubblicato da su 11 ottobre 2012 in Il Concilio, Religione, Sproloqui

 

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Cinquantesimo anno


Giovanni XXIII apre il Concilio Vaticano II

Giovanni XXIII apre il Concilio Vaticano II

Era un giovedì 11 ottobre 1962, un giovedì d’autunno come oggi. Quel giorno si aprivano le speranze situate nei cuori di un miliardo di cristiani. Un gesto coraggioso quello compiuto dal pastore bergamasco, quasi un pretone di campagna asceso al soglio pontificio; incaricato tra le righe dal Conclave di reggere la Chiesa per qualche anno in un pontificato di transizione, Angelo Roncalli seppe leggere quei segni dei tempi che richiedevano una profonda rivisitazione della missione pastorale della Chiesa e dar loro forma con la convocazione del Concilio.
Il pastore cambiò per sempre il corso della nostra storia e dette alla Chiesa gli strumenti per presentarsi con maggior efficacia di fronte alle sfide del XX° secolo.

Cinquant’anni dopo la Chiesa delineata da quel Concilio è ancora lontana dal compiersi. Troppe le paure, troppo rumorose le numericamente piccole resistenze conservatrici, troppo il timore di perdersi nel cambiare pagina.
Siamo ancora troppo spesso una Chiesa immobile, incapace di far vedere all’umanità come la risposta principale sia Cristo. Chi si volta indietro, osservando con bramosia i tempi in cui la Chiesa era padrona delle menti e dei regnanti, perde di vista l’orizzonte storico entro il quale il cristianesimo deve rimanere, soprattutto la Chiesa. Essa è, insieme, la comunità dei credenti e il Corpo di Cristo incarnato nella storia: dimenticando una di queste dimensioni si va incontro allo smarrimento.

Ritornando sull’immobilità e sulla paura, ascoltando i discorsi di chi si dice “tradizionalista”, sembra quasi che nel passato la Chiesa abbia vissuto senza alcuna difficoltà. Eppure, come diceva Giovanni XXIII aprendo il Concilio, “non possiamo tuttavia negare che nella lunga serie di diciannove secoli molti dolori e amarezze hanno oscurato questa storia“. Conosciamo oggi molti dolori, molti errori, molte pecche di questa Chiesa, emerse da quel 1962 a oggi; non dimentichiamo mai gli scandali della pedofilia, coperti da ogni livello ecclesiastico, curia romana compresa. Chi mira alla sola tradizione, facendosi fanatico, dimentica le difficoltà e gli errori, dimentica l’umanità insita nella Chiesa. E dimentica che con il Concilio i passi verso la tradizione apostolica, quella antica di duemila anni, sono stati molto più notevoli che nell’immediato post-concilio tridentino.

Francobollo celebrativo del Concilio Vaticano II

Francobollo celebrativo del Concilio Vaticano II

Il Concilio ha aperto nuove frontiere e qualche spaccatura: d’altronde Cristo “è qui per la rovina e la risurrezione di molti…, segno di contraddizione“. Una contraddizione che impone al cristiano stesso, se egli guarda appieno al mondo che lo circonda, perché il messaggio di salvezza e amore è quanto di più contraddittorio possiamo trovare con l’attuale società.
Eppure il cristiano è chiamato a non fuggirne, anzi: deve operare al suo interno senza mai venir meno al dovere di mostrare Cristo agli altri. Sempre, anche quando la speranza sembra svanire, anche quando non sembra esserci alcuna presenza paterna e fraterna, anche quando nulla ricorda alle nostre menti il Padre.
Contraddittorio anche interno alla Chiesa. Una maggioranza, silente e operosa, dedita a proseguire l’opera del Concilio; una minoranza, rumorosa e molesta, impegnata a smontare lo sguardo ai tempi, a distruggere l’efficacia dell’evangelizzazione, a minare l’annuncio. La Chiesa non è fatta di teologi e cardinali, di prelati timorosi, ma di credenti che si sporcano le mano ogni giorno tra i poveri, gli affamati, i malati, i dimenticati. Come faceva Cristo.
Memori delle Scritture, però, ci ricordiamo che Dio è nella brezza, non nel fuoco, nel terremoto o nel vento.
Quella brezza, ancora, lavora per portare il messaggio cristiano nel XXI° secolo, nonostante le difficoltà.

Delineo, allora, la necessità di lavorare fino in fondo sul mandato conciliare.
Serve un maggior impegno del laicato nella gestione ecclesiastica, a ogni livello. Urge un coinvolgimento di base, come urge un coinvolgimento graduale anche ai più alti livelli. Non c’è alcun bisogno che tutte le cariche della Chiesa siano ricoperte da ecclesiastici – maschi – quando il ruolo presbiterale è ben più importante. Certamente la guida episcopale – il pastore – è fondamentale e insostituibile ma molte svolte possono essere compiute.
Serve un reale confronto con le questioni che riguardano la contemporaneità, a partire dal confronto con i laici, i fratelli cristiani, gli atei, i credenti di altre fedi: fine vita, sessualità, giustizia. Leggere i segni dei tempi, come disse papa Roncalli.
Serve un chiaro impegno sociale della Chiesa, senza mezze vie, senza titubanze, senza intrighi di palazzo. Il cristianesimo deve schierarsi compatto al fianco degli ultimi: bambini, persone senza diritti, disoccupati, malati, donne, perseguitati, carcerati.
Infine, serve un profondo processo di purificazione della Chiesa. Interiore, soprattutto: questioni da affrontare non mancano, modi di fare datati da sostituire neppure.
C’è ancora molta, moltissima strada da fare.

Posso solo dire e sperare, citando Giovanni XXIII: “È appena l’aurora

 
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Pubblicato da su 11 ottobre 2012 in Il Concilio, Religione

 

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Se la Chiesa gioca alla politica…


Ho trovato interessante un’intervista al noto teologo modernista Küng, pubblicata su Repubblica il 28 maggio. Senza addentrarmi nello spesso teologico delle posizione di Hans Küng, alcune delle quali trovo eccessive anche io, la sua lettura della situazione attuale del Vaticano è a mio parere illuminante. 

Il Vaticano letto come “corte medievale” (anche se non so quanto Kung sappia delle corti medievali… quella che ha descritto sembra più una corte rinascimentale, a dire il vero) e, soprattutto, un papa troppo preso dalla teologia e troppo poco dalla gestione della Chiesa.
Non sono esperto degli ambienti di Curia ma la critica per BXVI sicuramente di dedicarsi troppo al pensiero religioso e troppo poco alla gestione materiale del Vaticano è purtroppo vera. Certo, un papa è soprattutto un pastore e deve essere un abile teologo: però non può mai dimenticarsi che deve anche amministrare l’immensa struttura della quale è capo: ci sono responsabilità che, pur se delegate, comunque ricadono sulla sua testa e influenzano l’idea che la il mondo ha della Chiesa cattolica. 

Credo faccia parte delle caratteristiche del pastore l’essere equilibrato nello stabilire tempi e priorità. Il governo della Chiesa terrena, che viene sicuramente dopo la guida pastorale delle anime, deve avere comunque uno spazio, anche visibile dall’esterno.
E questo deve essere un comportamento non solo del pontefice ma anche della sua curia – quindi dei cardinali. Non si può pensare che a gestire la politica – economica, relazionale, etc – del Vaticano e della Santa Sede siano cardinali che sacrificano a questo la guida delle anime. Serve, a mio avviso, una ristrutturazione sistematica dell’insieme.

Kung concorda con me e indica una via: non l’avevo pensata ma sembra poter funzionare. “Quanto fu chiesto al Cremlino lo si può chiedere anche al Vaticano: primo la glasnost, cioè trasparenza, il Vaticano dovrebbe preoccuparsi per primo della Trasparenza degli affari finanziari davanti all´opinione pubblica. E secondo la perestrojka, ricostruzione, ristrutturazione: il Vaticano dovrebbe ristrutturare le sue finanze e riorientare i fini della sua politica finanziaria“.
Si tratta di una proposta forte, un profondo cambiamento nell’atteggiamento stesso della Chiesa istituzionale verso l’esterno. Forte ma necessario, in tempi brevi. Forse non Ratzinger, ma il suo successore sicuramente dovrà scegliere tra mantenere una Chiesa immobile nel tempo e vederla svuotarsi, perdendo così incisività nella sua missione Apostolica, oppure cambiarla mantenendone salde le origini e i principi, ma rinnovandone l’aspetto e il funzionamento umano.
Non credo si tratti solo di religione: è una questione profonda di assestamento della realtà umana e mortale della Chiesa che deve saper parlare all’umanità a lei contemporanea. Arroccarsi su idee antiche non può che renderla aliena dal tempo e incapace di svolgere il suo compito. Gesù Cristo parlava in aramaico, non in ebraico antico. Oggi noi dobbiamo usare l’italiano e non l’aramaico o il nostro annuncio si sperderà nel vento.

Una riflessione, finale, su quanto sta accadendo: si ode fin qui lo stridere dei cardinali in preparazione al Conclave. Queste scandali a ripetizione suonano davvero come manovre di avvicinamento alla prossima elezione papale. Benedetto XVI ha 85 anni, inevitabile che il tempo passi e si affronti un tema tanto complesso quanto importante. Però queste manovre dovrebbero essere compiute in spirito di collaborazione fraterna, non seguendo profili di successione politica. Noi cristiani preferiremmo e ringrazieremmo.

 

 
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Pubblicato da su 31 maggio 2012 in Politica, Religione

 

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