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Radicare la scelta – 1


Quello che segue è un testo di intenti, quasi un programma politico; era stato pensato con scopi diversi dalla pubblicazione su un blog e, anche se revisionato, presenta caratteristiche molto peculiari. Vuole spiegare il motivo di alcune mie scelte di partecipazione sociale e il radicarsi in me di alcune posizioni, da altri fortemente strumentalizzate per scopi di tornaconto personale.
A mesi di distanza dagli eventi scatenanti, frammentandolo in più pubblicazioni a causa della dimensione, ne rendo pubblica una versione epurata dal contesto, ma ugualmente valida per le scelte di partecipazione. politica-social-network-twitter

Radicare la scelta di partecipazione alla vita politica è compito delle parole e delle azioni di ciascuno. Azioni, scelte e parole chiedono, però, una solidità che solo un testo scritto può conferire; queste parole vogliono chiarire i fondamenti di un impegno e i suoi confini, rivolgendosi a chi ha condiviso questi anni di attività nella ricchezza delle differenze e del confronto costruttivo, nella consapevolezza che solo questa è la strada per un reale cambiamento, nonostante le comprovate difficoltà, gli incidenti e gli insensati inganni che hanno inevitabilmente segnato tutto il periodo.

I testi hanno una loro dimensione e un loro scopo: questa è una dichiarazione di fondamentali […]. Se è vero che ciascuna comunità ha delle caratteristiche di autocostituzione, le parole e i concetti narrati nelle prossime pagine intendono porre la domanda circa la convergenza dei cammini politici di estrazioni differenti, mantenendo come riferimento non la provenienza, ma la consonanza delle destinazioni a medio termine.

Confessando pubblicamente un credo politico, pro-pongo a tutti noi una domanda fondante per la comunità […]: i punti fissi, le motivazioni, i pilastri della scelta sono garanti credibili di una strada insieme? Le spinte a una scelta di appartenenza politica – le spinte personali – costituiscono parte del bacino comune al quale attingiamo nel definire la nostra identità di gruppo? Non essendo una domanda alla quale il singolo possa trovare risposta, l’indirizzo non può che destinarci a una riflessione comune che a tutti sottopongo e per tutti, io credo, può essere costruttiva e arricchente.

 
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Pubblicato da su 17 gennaio 2016 in Diari, Politica, Teoria

 

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Ti abbiamo aspettato a lungo: benvenuto Francesco


Jorge Mario Bergoglio era “the road not taken” del 2005 ed era l’inconfessabile speranza di chi pregava per un papato che svoltasse rispetto ad alcuni comportamenti della Chiesa. Inconfessabile e inconfessata, perché io stesso – pur annoverandolo tra i papabili – lo definivo “ormai troppo anziano” per essere eletto al Soglio pontificio. Puntai su di lui otto anni fa ma, come tutti sappiamo e come tutti prevedevano, uscì Ratzinger.
Ieri abbiamo svoltato.

Ieri sera mi sono veramente commosso. Ancora oggi, rivedendo le immagini, quasi le lacrime sgorgavano sulle parole di Tauran e, poi, su quelle più semplici e diretta di Francesco.
Ho colto il miracolo che era avvenuto quando il protodiacono ha detto “Georgium Marium”: poteva essere solo Bergoglio. Un brivido ha attraversato la mia schiena, un sorriso, lo sguardo stupito. E un sussurro: “Bergoglio. Hanno eletto Bergoglio”. Non lo credevo possibile, non stando a tutto quanto si era sentito e a quanto credevo potesse accadere in Conclave, con ben altri nomi schierati tra i favoriti. Eppure, qualcosa là è accaduto e la mia commozione era vera e reale, prima ancora di conoscere davvero questo papa, solo sulla scorta di quanto negli anni avevo letto su di lui. Quando al nome e al cognome s’è aggiunto anche il nome pontificale, quasi stavo davvero piangendo. Francesco. Il santo di Assisi, una dichiarazione programmatica di povertà, semplicità e apostolato che sembrava impossibile: auspicata, certo, ma non possibile.

L’immensità della serata è stata chiara quando Jorge Mario Bergoglio, papa Francesco, si è affacciato sulla piazza. Ha colpito la sua semplicità, già dall’abito: niente orpelli, il semplice abito bianco, la stola usata solo per la benedizione. Ha colpito quel silenzio di preghiera chiesto alla piazza e, più ancora, quel silenzio che la piazza ha regalato al Papa, pregando per lui. Hanno colpito come macigni le parole del vescovo di Roma, questo concentrarsi sulla preghiera e sull’incarico di pastore della sua gente. Sul camminare insieme, noi e lui: questo è un invito che noi tutti possiamo accogliere, da cristiani.

Non è giornata per analizzare questo pontificato che inizia e per scrutare nel passato di Bergoglio prete, vescovo e cardinale per capire il futuro. Abbiamo un pastore nuovo e sta lanciando segni splendidi, questo basti. Cammineremo con lui, pronti a sostenerlo quando ne avrà bisogno e pronti a dirgli la nostra opinione se servirà, anche a non concordare con lui dove sarà necessario.

Ora devo solo dire una cosa a papa Bergoglio: “non deluderci”. C’è una Chiesa da ricostruire, siamo pronti a lavorare.
Andiamo.

 
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Pubblicato da su 14 marzo 2013 in Diari, Religione

 

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Il voto sereno


Per la prima volta da quando voto – referendum esclusi – ho votato con serenità, senza rimorsi e senza dubbi: era la scelta migliore che potessi fare e non ho neppure dovuto tapparmi il naso (o contenere conati di vomito).

Il panorama del voto e del post voto è effettivamente tra i più lugubri della storia ma ammetto che mi sono approcciato alla questione con la massima serenità. Ho idee abbastanza precise riguardo all’Italia che vorrei: c’è in me un disegno ideale e vedo nel voto, nei partiti, nell’impegno in politica un modo per contribuire a plasmare il mondo. Sicuramente un contributo marginare, come quello di ciascuno di noi, ma comunque tangibile.

Avendo compiuto una scelta di campo coerente con i miei valori e i miei ideali, non credo di dovermi vergognare verso alcuno di professarla, di renderla manifesta e di parlarne in pubblico. Penso, in verità, che poco sia meglio dell’impegnarsi e nel dirlo apertamente: odio sotterfugi, segreti e silenzi, penso che alla luce del sole si cresca meglio.
Credo non ci sia nulla di cui vergognarsi nell’occuparsi di politica: è una forma di servizio al prossimo che dà la possibilità di migliorare il proprio paese. Ciò che conta è farlo con correttezza, coerenza, senza travalicare l’educazione e violare il buonsenso, senza dedicarsi alla “conversione” o sfruttare i propri ascendenti in maniera scorretta: parlare, raccontare, spiegare, semmai suggerire e proporre.

Dopo le elezioni racconterò la mia scelta. Fuori dai silenzi di legge, fuori dalla bagarre elettorale fuori dalle contestazioni che potrebbero nascere (ma chi mi conosce già sa cosa ho votato e con chi mi sono apertamente schierato). Oggi vi dico che di questa scelta sono contento come mai prima: c’è un progetto e un sogno per il futuro, una narrazione che permette di immaginare un domani migliore e gettare le basi per costruirlo. E c’è una dimensione nuova di partecipazione alla vita politica che non mi sarei atteso solo pochi mesi fa.

E ora si riposa, domani c’è lo scrutinio: è da tempo che il paese non è a un bivio di questa portata, spero che sapremo scegliere per il meglio e allontanarci da uno strapiombo a cui siamo passati pericolosamente vicini. Possibilmente evitandoci un altro ventennio, altri populismi , altre guerre civili e altre politiche liberiste.

 
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Pubblicato da su 24 febbraio 2013 in Diari, Politica, Sproloqui

 

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Bianchi, un papa pastore. Perché no?


Un mio favorito per occupare il soglio di Pietro ce l’ho: Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose, costruttore di una realtà pienamente cristiana, pienamente attuale, pienamente conciliare.

So che le probabilità che i cardinali elettori riuniti in conclave indichino un nome esterno al loro consesso sono minime. Eppure erano minime anche le probabilità che un pontefice rinunciasse alla carica: non c’è precedente storico per questo gesto, mentre ce ne sono numerosi di elezioni extraconclave, Celestino V compreso.

Enzo Bianchi si è ritirato a Bose l’8 dicembre 1965, il giorno stesso in cui il Concilio Vaticano II giungeva a conclusione. Una data scelta simbolicamente per dare vita a un’esperienza di pura vita evangelica: Bose è una comunità che si fonda sì sulla tradizione cenobitica di san Paconio e san Basilio ma, soprattutto, è profondamente radicata nel Vangelo. Le sorelle e i fratelli di Bose condividono i beni, la giornata, la preghiera, ispirandosi direttamente al Vangelo come fecero i monaci dei primi secoli della cristianità.

Ad affondare secoli di costumanze stratificate, là a Bose è soprattutto il dialogo ecumenico: la Comunità accoglie cristiani di differenti confessioni, tanto da aver ospitato anche un patriarca ortodosso in pensione, alcuni anni fa, o alcuni pastori protestanti. Il dialogo tra cristiani, nell’arricchimento dovuto al confronto delle reciproche opinioni, è l’elemento che rende Bose un luogo speciale per tutta la cristianità. Tra tante parole e molti proclami di cammino unitario e avvicinamento, in mezzo a documenti e dichiarazioni controfirmate, a Bose si mette in pratica il cammino ecumenico di riavvicinamento della Chiese cristiane: si fa esperienza dove altrove si fa solo teoria.

Il coraggio con cui Enzo Bianchi ha pensato, dato vita e guidato la comunità è a mio parere la cifra specifica di questo personaggio che resterà impresso nei libri di storia della Chiesa, io mi auguro. Bianchi ha accolto il mandato lasciato a tutti dalla Chiesa, rinvigorito e riletto nell’ottica dei segni dei tempi contemporanei dal Concilio, e ne ha fatto la ragione stessa dell’esistenza: questo progetto è per lui il suo modo di dimostrare e applicare l’amore per Dio che ciascun cristiano è chiamato a mettere in pratica.

Questo coraggio nell’innovare la forma lasciando intatta la sostanza, anzi rinforzandola e rinvigorendola con l’approccio a nuovi strumenti è ciò che rende ai miei occhi Enzo Bianchi l’uomo ideale per guidare la Chiesa cattolica nei prossimi anni.
Potremmo anche aggiungere la sua estraneità ai meccanismi di curia, la sua purezza politica, l’età idonea per un pontificato non breve e neppure lunghissimo e molti altri elementi: tuttavia non credo che siano questi gli elementi determinanti per la scelta di un pontefice, non oggi. Abbiamo avuto un papa comunicatore e un papa teologo: oggi ci serve un papa pastore. Un pastore che cammini assieme al suo gregge, che ne abbia sperimentato le difficoltà e le sofferenze, che sappia rafforzare la Chiesa aprendola al dialogo con l’intera cristianità: se vogliamo essere pienamente cattolici non possiamo proseguire nell’isolamento e nell’autarchia. È il comandamento d’amore stesso che ci chiede di accostarci ai nostri fratelli cristiani e porci sulla strada del Padre assieme a loro. Enzo Bianchi può fare questo.

Non credo che, dopo la fumata bianca, il cardinale Tauran annuncerà il nome di Enzo Bianchi come futuro pontefice della Chiesa cattolica. Eppure un po’, in fondo al cuore, ci spero: se i 117 cardinali scegliessero un nome imprevisto, porterebbero a compimento un cambiamento epocale iniziato da Benedetto XVI, cogliendo l’occasione per rinnovare la Chiesa. Si tratterebbe, dopotutto, di seguire i consigli dell’attuale pontefice: non usare la Chiesa per il potere ma porla al servizio dell’umanità, perché essa segua il Padre. Tra molti nomi fatti in questi giorni, nessuno mi lascia così speranzoso per il futuro della nostra Chiesa come quello di Enzo Bianchi.

 
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Pubblicato da su 19 febbraio 2013 in Diari, Il Concilio, Religione, Sproloqui

 

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Estremista di cuore


Credo che serva una società basata sull’equità, sull’uguaglianza sostanziale di tutte le donne e tutti gli uomini, a prescindere dal genere, dal reddito, dal mestiere, dalla cultura, dalla provenienza geografica, dalla nazionalità, dalla fede religiosa, dall’orientamento sessuale e da tutto quanto distingue ogni individuo, lo imprezziosisce e lo rende unico.
Credo che serva una società dove la ricchezza sia distribuita con maggior uniformità e dove questa ricchezza non determini totalmente il destino delle persone.
Credo serva una società dove il lavoro sia quel diritto che, assieme agli strumenti di sopravvivenza, fornisca dignità alle persone e dove nessuno sia costretto a rinunciare a questa dignitià umana per poter ottenere un lavoro.
Credo serva una società dove l’istruzione e la sanità siano servizi pubblici eccellenti, perché chi non sa costruire il futuro nei giovani e accudire i propri malati è destinato a intristirsi, impoverirsi nell’animo e, infine, estinguersi.
Credo serva una società dove i valori della Costituzione non siano carta ma realtà, e dove la Costituzione non metta il denaro davanti alla vita delle persone. Una società, in breve, dove siano le persone il centro dell’azione e non il denaro, la finanza, la moneta.
Credo serva una società dove la pensione non sia un privilegio per pochi ma un riconoscimento al contributo fornito al bene comune dai lavoratori.
Credo serva una società accogliente e inclusiva, che non espella ai margini i più sfortunati e non scacci coloro che viaggiano fino a noi per chiedere un posto migliore dove proseguire la loro vita.
Credo serva una società in cui ciascuno collabori al bene comune, a modo proprio e con le proprie capacità, e dove questo non generi una “classifica” ma dove ogni singolo contributo sia accolto con uguale apprezzamento, perché quello è il meglio che ciascuno di noi può dare agli altri.

Se questo vuol dire essere estremisti, senatore Monti, allora si: sono estremista. E farò un vanto dell’appartenenza a quelle “ali estreme” che lei vorrebbe tagliare, perché per me significa stare dalla parte dei più deboli, degli indifesi e di chi veramente lotta quotidianamente per conquistarsi ancora un giorno tra noi.

 
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Pubblicato da su 8 gennaio 2013 in Diari, Politica

 

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2012 in review


I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2012 per questo blog.

Ecco un estratto:

600 people reached the top of Mt. Everest in 2012. This blog got about 4.600 views in 2012. If every person who reached the top of Mt. Everest viewed this blog, it would have taken 8 years to get that many views.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

 
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Pubblicato da su 2 gennaio 2013 in Curiosità, Diari

 

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Letture del 2012


Inizio anno, tempo di verifiche e punti della strada.
Prendo allora l’elenco dei libri letti nel 2013 e vedo di capire un po’ qualcosa del tempo trascorso a leggere, curvo sulle pagine – di carta o digitali.

Gennaio
L’atlante di Smeraldo – John Stephens
La Bibbia (Farsi un’idea) – Piero Stefani
Sei lezioni sulla storia – E. H. Carr
Prima lezione di metodo storico – Sergio Luzzato

Febbraio
23/11/’63 – Stephen King
La biblioteca dei morti – Glenn Cooper
Il libro delle anime – Glenn Cooper

Marzo
Apologia della storia o mestiere di storico – Marc Bloch
Lineamenti di didattica della storia – T. Cornacchioli
Il sangue degli elfi – Andreji Sapkowski
Vero e Falso, l’uso politico della storia – AA.VV.
Fai bei sogni – Massimo Gramellini

Aprile
Con Cristo e con Marx – H. Kung
Prince of Lies* – Richard Awlinson
La manomissione delle Parole – Gianrico Carofiglio

Maggio
La voce del violino* – Andrea Camilleri
La gita a Tindari* – Andrea Camilleri
L’odore della notte* – Andrea Camilleri
Italiane – biografia del Novecento – Perry Willson

Giugno
Storia del Cristianesimo – G.L. Potestà – G. Vian
Ingegni minuti – L. Russo . E. Santoni
L’esorcista* – William Peter Blatty
Donne e uomini nelle guerre mondiali – Anna Bravo (a cura di)

Luglio
L’ascesa dell’ombra* – Robert Jordan
I Fuochi del cielo* – Robert Jordan

Agosto
Fra empirismo e platonismo. L’estetica di Berkeley e il suo contesto filosofico – Bruno Marciano
Alle origini dei diritti dell’uomo. Cultura della dignità e dei diritti tra XV e XVI secolo – Repetti

Settembre
I supplizi capitali. Origine e funzioni delle pene di morte in Grecia e a Roma – Eva Cantarella

Ottobre
Lo Hobbit* – J.R.R. Tolkien
Il vizio della memoria – Gherardo Colombo
Nuovi racconti di un esorcista* – p. Gabriele Amorth
Orgoglio e pregiudizio in Vaticano – Anonimo, con Olivier Le Gendre
Taking Wing* – Michael A. Martin, Andy Mangels

Novembre
La lotta di classe dopo la lotta di classe* – Luciano Gallino
Nell’istante di un respiro – Elisa Bruno
Ammazzando il tempo. Un’autobiografia – Paul K. Feyerabend

Dicembre
La fisica del diavolo – Jim Al-Khalili
Micro – Michael Crichton
Dune – Frank Herbert*
Storia dell’impero bizantino – Georg Ostrogorsky
Intervista sulla città medievale – R.S.Lopez

*letture digitali

Si tratta di 41 libri, 12 dei quali letti in versione digitale. Decisamente sopra la media nazionale in quanto a numero, la tipologia è varia. Si passa dai romanzi “di serie B” (abbiamo rappresentato sia D&D, sia Star Trek) alla filosofia (Feyerabend), passando per esorcismi e Gallino. Non posso ovviamente dimenticare i numerosi romanzi, tre delle quali saranno indimenticabili a lungo: 23/11/’63, L’atlante di smeraldo e Micro.
L’estate è stata stranamente poco propizia alla lettura: credo che la colpa sia da imputare sia alla dimensione dei libri letti (la Ruota del tempo gira sempre sui 1000 fogli a volume: due romanzi così valgono almeno 5 romanzi normali), un po’ perché ho avuto anche da fare.
Non si deve neppure trascurare il numero di libri letti “per studio”: a tema storico – o simile – i presenti in elenco sono ben 16, un 40% scarso che significa comunque molto nelle mie abitudini di lettura (dopo la laurea questi libri saranno sostituiti da altro o leggerò meno?).

La conta del 2013 è già partita e vanta due punti segnati in 24 ore: i libri, infatti, li classifico in base a quando vengono chiusi. E ieri ne ho già finiti due: uno di Kung, sulla Chiesa, uno di Airaldi, su Colombo, per il prossimo esame.
E sono già al lavoro sui prossimi due…

 
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Pubblicato da su 2 gennaio 2013 in Diari, Libri

 

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La Chiesa, i tempi e la bussola smarrita


Nichi Vendola sulla tomba di MartiniDovendomi occupare di politica in sostegno ai comitati per le primarie della sinistra per Nichi Vendola, è inevitabile che mi ponga domande riguardanti la natura e le specifiche di questo mio impegno, il partito che guida Vendola e l’insegnamento della Chiesa.
Sicuramente Vendola, che pur è cattolico, ha posizioni spesso in contrasto con quelle ufficiali della Chiesa, soprattutto quando si tratta di temi “etici” (come se non sfruttare i propri dipendenti non fosse una questione etica…). Vero è che questi stessi temi sono trattati a tutti i livelli della Chiesa e che, come ben sappiamo, il credente di base non sempre condivide le conclusioni a cui giungono i vescovi, oggi spesso distanti dal “sentire” del popolo. Vero è che anche la Chiesa su certi temi – omosessualità, eutanasia, aborto – si è espressa con fermezza e chiarezza da tempo.
Proprio nell’analizzare la coerenza delle mie scelte – vendoliano e cattolico, quadro Agesci e portavoce del comitato savonese per Nichi – sono sorte delle domande proprio su questo, che mi hanno spinto a riflettere sulla Chiesa, sulla sua missione e sull’attuale “stato dell’annuncio”, a cinquant’anni dal Concilio. Racconto allora le mie riflessioni: non sono conclusioni e non sono definizioni. Sono dubbi e domande, in divenire, perché la situazione mi interroga dal profondo e non credo basti un post e un pomeriggio di ponderazione per dipanare la nebbia.

Mi sono chiesto oggi se la Chiesa non stia concentrando il suo impegno su un solo fronte, scordando altri fronti o, comunque, tralasciandoli. E mi sono anche chiesto se questi “fronti secondari” sono davvero così marginali nel messaggio cristiano.
Essere favorevole ai matrimoni gay rischia di porre in contrasto con la gerarchia ecclesiastica e con il Magistero; tuttavia non lo fa lavorare per una multinazionale che sottopaga i propri dipendenti nelle filippine o che produce armi. Le conferenze episcopali – quando non il Vaticano – si scagliano contro le leggi che consentono unioni civili a prescindere dal genere ma non accusano gli stati di praticare politiche che creano maggior disuguaglianza sociale.
Su alcuni temi la predicazione si ferma a posizioni importanti, su altre pretende il vincolo del credente. Ma davvero è così prioritario impedire l’eutanasia e così di scarso valore lavorare per una miglior distribuzione delle ricchezze sul pianeta? Davvero un tema che riguarda la libertà di coscienza del singolo – libertà di coscienza che la Chiesa, con il Concilio, rispetta – deve occupare più spazio nella definizione del cristiano rispetto all’impegno per migliorare le condizioni di vita di miliardi di persone?

Non potrebbe allora prevalere la sensazione che la Chiesa stia perdendo la bussola, non sappia reagire ai temi che corrono e non riesca a far capire come Gesù Cristo e il Vangelo sono la risposta alle domande della donna e dell’uomo dei nostri tempi? Non lo fa, forse, perché sceglie male le battaglie in cui impegnarsi a fondo.
Credo che il cuore del messaggio cristiano sia l’amore fraterno. Spero, almeno in questo, di essere nel giusto. Parto da questa base, o almeno ci provo, nella mia vita, nella mia azione, anche nel mio schierarmi politicamente. E vedo, per esempio, che le politiche capitalistiche/neo-liberiste sono del tutto antitetiche con un concetto di giustizia sociale che si riferisca all’amore fraterno. Perché la Chiesa non interviene con la stessa forza e le stesse pressioni che impiega su temi scottanti quali l’eutanasia e l’omosessualità, contro il maltrattamento e lo sfruttamento dei lavoratori, contro il lavoro precario, contro lo stupro del Creato e contro l’uso della guerra per la risoluzione dei conflitti internazionali?Il Concilio, bussola per la Chiesa
Lo storico che è in me vede collusione con il potere; il credente cerca una ragione, cerca una bussola, cerca un aiuto e una spiegazione. Perché non riesce del tutto a vedere la Chiesa del Dio dell’Amore in queste scelte. E sa che la Chiesa in cui crede – quella della sua Confessione di Fede – non è la Chiesa “istituzionale” ma quella invisibile, nota solo al Padre. Questa è la risposta che si dà in quest’ora buia.

Prego molto su questi stimoli e queste riflessioni. Prego per capire e prego per avere la forza di cambiare le cose dove non mi sembrano rispondere al Disegno del Padre. Prego per il discernimento e prego per la Chiesa: noi cristiani, illuminati ora dal Concilio, dobbiamo tenere accesa quella candela, prima che si spenga e ci restituisca alle tenebre. Dobbiamo cogliere i segni dei tempi, respirarli e dal loro la Parola e il Padre come orizzonte di realizzazione. O ci estingueremo.

Un inciso polemico, solo uno, concedetemelo: in Italia il principale partito di riferimento dell’area cattolica è guidato da un divorziato risposato. Con figli. Penso possa spiegare molte cose riguardo alla coerenza… ma non mi solleva dalle domande sulla mia coerenza.

 
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Pubblicato da su 16 novembre 2012 in Diari, Il Concilio, Politica, Religione, Sproloqui

 

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New Wave & Old Style: wainting for fun


La citazione beckettiana era inevitabile, causa mente molto malata. Eppure oggi, mentre ero alla guida nel traffico del lunedì, non ho potuto fare a meno che rianalizzare un po’ la situazione ludica che mi affligge da tempo.

Non farò ampie premesse sul c.d. New Wave, corrente profondamente innovativa del panorama ludico internazionale: da The Forge in poi, l’universo indie ha suscitato riflessioni e fornito spunti teorici a tutti gli appassionati del settore. A molti ha anche cambiato il modo di giocare, ammettiamolo.
Non mi soffermerò neppure sulle teorie; non c’è tempo e non ne ho le capacità. Ho, però, letto abbastanza e mi sono un po’ confrontato sui temi, quindi non parlo “per partito preso”: soprattutto scriverò della mia esperienza, quindi si tratta di opinioni e punti di vista specifici. In quanto tali sono discutibili – perché sono opinioni miei – e dati di fatto – perché l’esperienza personale e i gusti sono miei.

La prima osservazione fondamentale è che, così come sono, i giochi “classici” non funzionano. Senza dover scendere nei dettagli tecnici di ciascuno sistema, il loro regolamento prevede un intervento umano arbitrario (il DM) che può – o deve – sovrastare le regole del gioco. Scontato che un gioco le cui regole siano fatte per essere sistematicamente violate sia fatto male. Scontato anche che assegnare il compito di “far funzionare il gioco” a una sola persona (il DM) sia deleterio, sia per lui sia per i giocatori.
Non è questione di democrazia o di “disturbi sociali” (ho letto cose orribili, al riguardo). Mi baso su un’esperienza tra persone adulte che sanno distinguere il gioco dalla realtà e che sanno mediare i conflitti interni al gruppo: si ottiene questo giocando con persone “sane di mente” e capaci di trovare un buon equilibrio. Si ottiene anche giocando a lungo assieme. E si ottiene anche dividendo le responsabilità – ma ne parleremo dopo.
Il dato di fatto rimane: i giochi classici non funzionano! E dopo anni che li provo, li riprovi, li mischi, li progetti, te ne accorgi anche al tavolo.

Ho fatto un po’ di esperienza con qualche New Wave e ne ho letti più di quanti ne abbia provati: Solipsist, Avventure in Prima Serata, Non cedere al sonno, Esoterroristi sono nel mio carniere, assieme a molte altre letture (Cani nella Vigna, Polaris, Covenant, Schock, La mia vita col padrone, Il gusto del delitto, quantomeno questi). Nessuno di questi mi ha dato granché, dal punto di vista ludico. Certo, serate piacevoli, non c’è dubbio: ma quelle le fornisce la compagnia, non il gioco. Sarebbero state ugualmente piacevoli giocando a Risiko, molto spesso. Mi piace giocare di ruolo, alcuni di questi giochi provati mi hanno dato buone sensazioni ma niente di più. Nessuna perla, nessuna illuminazione, nessun divertimento profondo.
A leggerli – a volte anche a giocarli – ho invece provato una profonda noia, un’enorme frustrazione da limitazione e un’allergia all’intellettualismo malcelato degli autori.
Opinione personale, ci mancherebbe, e pure ingiusta perché mette nell’unico vassoio esperienze molto diverse: ma ai fini di questo post devo correre un po’ per spiegare la mia posizione prima di trarre conclusioni.

Veniamo alla terza osservazione: perché gioco di ruolo?
Perché mi piace lavorare di fantasia, mi piace partecipare a storie intriganti, eroiche, epocali… storie “da romanzo”, le chiamo io. E mi piace farlo in compagnia.
Ho iniziato per questo motivo: e, avendo iniziato con D&D, non potevo che trovare terreno – teoricamente – florido. Quello che cerco nel GdR, quindi, è questo: una buona storia, un sistema che consenta di raccontarla, molta fantasia, azione, divertimento, humor, interpretazione del personaggio, spessore carismatico, storie “di ampio respiro” e via dicendo. Quello che promettono moltissimi giochi classici, in pratica: fatevi un giro sulla quarta di copertina di D&D e capirete cosa intendo.

Dov’è l’ennesimo problema, allora?
I classici non mantengono ciò che promettono!
Ammesso che il sistema matematico regga – cosa rara, eh – rimane l’incoerenza di fondo e l’assegnazione di enormi responsabilità gestionali a una sola persona. Essendo una persona, oltre a sbagliare, ha delle oggettive difficoltà a comprendere i gusti del gruppo, a mediarli, a soddisfare le esigenze di tutti – ammesso che queste esigenze combacino con gli assunti di base del GdR e non è scontato: se al tavolo c’è chi gioca solo per “menar le mani” con il suo ranger, già si è fuori strada – e ne consegue solitamente un fiorire di tensioni e incomprensioni che portano inevitabilmente a rendere non ottimale l’esperienza di gioco.
D’altro versante del monte, però, l’esperienza dei New Wave è, per come ho provato e visto, limitante e limitata. Fanno molto bene una singola cosa – per la quale sono stati progettati – ma a quello si fermano. Sono focalizzati all’estremo, ineludibilmente chiusi su un singolo tema/argomento struttura.
C’è un gioco per menar le mani nei dungeon, uno per narrare tragedie, uno per i “primi contatti” a tema fantascientifico, un altro per le tematiche investigative. Insomma, una pletora di strumenti molto precisi, incapaci di funzionare al di fuori del ristretto campo di azione. Un pregio ma anche un enorme limite oggettivo. Per l’esperienza che cerco io dal GdR è un limite che rischia di essere invalicabile.

Rileggendo quanto scritto, ripensando quanto supposto, c’è una sola conclusione: a me serve un gioco classico – quindi non focalizzato, quindi ampio, quindi capace di mille storie e stili diversi – che però funzioni. Mi serve quello che non c’è: un D&D che mantenga le promesse, un Maghi che non deluda, un Legend of the Five Rings che raggiunga il suo obbiettivo.
L’attuale panorama ludico non sembra prevedere nulla del genere.
La soluzione – tampone ma quantomeno funzionante – risiede nell’adottare la tecnica sviluppata in questi ultimi anni: un gruppo ben affiatato, con gusti analoghi o quantomeno molto compatibili (anche a livello di storie, trame e stili di approccio al gioco) che lavori coordinato. Nessuna centralizzazione del DM, decisioni condivise da tutti per ogni aspetto del gioco, uso dell’intelletto al tavolo e molta pacatezza.
Certo, rimane che il prodotto di partenza non è ottima, l’osservazione dei generatori di giochi indie permane. D’altronde non devo occuparmi di ricerche sociologiche o di sviluppare teorie: devo giocare di ruolo. Se ci riesco, spingendo il regolamento ma coordinandomi con degli amici, non ci vedo nulla di male.
E non ho vie di scampo: a me piace l’idea di D&D, l’intuizione originale di quello stile di gioco. Quello per me è il giocare di ruolo che cerco. Francamente  raccontare la sottomissione e la ribellione a un padrone… beh, no grazie. E neppure mi interessa un gioco interamente focalizzato sui dungeon. Voglio poter massacrare orchi questa sessione, discutere con re, principi e jarl la prossima, indagare sulla sparizione di un bambino quella dopo e attraversare pericolosi antri di streghe e incubi tra un mese. Con lo stesso personaggio, con lo stesso gioco, con lo stesso tavolo.

Finirà che il gioco dovrò scrivermelo.

 
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Pubblicato da su 25 settembre 2012 in Curiosità, Diari, Giochi di Ruolo

 

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Memorandum


Rocco Dicillo

Giovanni Falcone

Antonio Montinaro

Francesca Morvillo

Vito Schifani


 
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Pubblicato da su 24 maggio 2012 in Diari

 

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