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Cinquantesimo anno


Giovanni XXIII apre il Concilio Vaticano II

Giovanni XXIII apre il Concilio Vaticano II

Era un giovedì 11 ottobre 1962, un giovedì d’autunno come oggi. Quel giorno si aprivano le speranze situate nei cuori di un miliardo di cristiani. Un gesto coraggioso quello compiuto dal pastore bergamasco, quasi un pretone di campagna asceso al soglio pontificio; incaricato tra le righe dal Conclave di reggere la Chiesa per qualche anno in un pontificato di transizione, Angelo Roncalli seppe leggere quei segni dei tempi che richiedevano una profonda rivisitazione della missione pastorale della Chiesa e dar loro forma con la convocazione del Concilio.
Il pastore cambiò per sempre il corso della nostra storia e dette alla Chiesa gli strumenti per presentarsi con maggior efficacia di fronte alle sfide del XX° secolo.

Cinquant’anni dopo la Chiesa delineata da quel Concilio è ancora lontana dal compiersi. Troppe le paure, troppo rumorose le numericamente piccole resistenze conservatrici, troppo il timore di perdersi nel cambiare pagina.
Siamo ancora troppo spesso una Chiesa immobile, incapace di far vedere all’umanità come la risposta principale sia Cristo. Chi si volta indietro, osservando con bramosia i tempi in cui la Chiesa era padrona delle menti e dei regnanti, perde di vista l’orizzonte storico entro il quale il cristianesimo deve rimanere, soprattutto la Chiesa. Essa è, insieme, la comunità dei credenti e il Corpo di Cristo incarnato nella storia: dimenticando una di queste dimensioni si va incontro allo smarrimento.

Ritornando sull’immobilità e sulla paura, ascoltando i discorsi di chi si dice “tradizionalista”, sembra quasi che nel passato la Chiesa abbia vissuto senza alcuna difficoltà. Eppure, come diceva Giovanni XXIII aprendo il Concilio, “non possiamo tuttavia negare che nella lunga serie di diciannove secoli molti dolori e amarezze hanno oscurato questa storia“. Conosciamo oggi molti dolori, molti errori, molte pecche di questa Chiesa, emerse da quel 1962 a oggi; non dimentichiamo mai gli scandali della pedofilia, coperti da ogni livello ecclesiastico, curia romana compresa. Chi mira alla sola tradizione, facendosi fanatico, dimentica le difficoltà e gli errori, dimentica l’umanità insita nella Chiesa. E dimentica che con il Concilio i passi verso la tradizione apostolica, quella antica di duemila anni, sono stati molto più notevoli che nell’immediato post-concilio tridentino.

Francobollo celebrativo del Concilio Vaticano II

Francobollo celebrativo del Concilio Vaticano II

Il Concilio ha aperto nuove frontiere e qualche spaccatura: d’altronde Cristo “è qui per la rovina e la risurrezione di molti…, segno di contraddizione“. Una contraddizione che impone al cristiano stesso, se egli guarda appieno al mondo che lo circonda, perché il messaggio di salvezza e amore è quanto di più contraddittorio possiamo trovare con l’attuale società.
Eppure il cristiano è chiamato a non fuggirne, anzi: deve operare al suo interno senza mai venir meno al dovere di mostrare Cristo agli altri. Sempre, anche quando la speranza sembra svanire, anche quando non sembra esserci alcuna presenza paterna e fraterna, anche quando nulla ricorda alle nostre menti il Padre.
Contraddittorio anche interno alla Chiesa. Una maggioranza, silente e operosa, dedita a proseguire l’opera del Concilio; una minoranza, rumorosa e molesta, impegnata a smontare lo sguardo ai tempi, a distruggere l’efficacia dell’evangelizzazione, a minare l’annuncio. La Chiesa non è fatta di teologi e cardinali, di prelati timorosi, ma di credenti che si sporcano le mano ogni giorno tra i poveri, gli affamati, i malati, i dimenticati. Come faceva Cristo.
Memori delle Scritture, però, ci ricordiamo che Dio è nella brezza, non nel fuoco, nel terremoto o nel vento.
Quella brezza, ancora, lavora per portare il messaggio cristiano nel XXI° secolo, nonostante le difficoltà.

Delineo, allora, la necessità di lavorare fino in fondo sul mandato conciliare.
Serve un maggior impegno del laicato nella gestione ecclesiastica, a ogni livello. Urge un coinvolgimento di base, come urge un coinvolgimento graduale anche ai più alti livelli. Non c’è alcun bisogno che tutte le cariche della Chiesa siano ricoperte da ecclesiastici – maschi – quando il ruolo presbiterale è ben più importante. Certamente la guida episcopale – il pastore – è fondamentale e insostituibile ma molte svolte possono essere compiute.
Serve un reale confronto con le questioni che riguardano la contemporaneità, a partire dal confronto con i laici, i fratelli cristiani, gli atei, i credenti di altre fedi: fine vita, sessualità, giustizia. Leggere i segni dei tempi, come disse papa Roncalli.
Serve un chiaro impegno sociale della Chiesa, senza mezze vie, senza titubanze, senza intrighi di palazzo. Il cristianesimo deve schierarsi compatto al fianco degli ultimi: bambini, persone senza diritti, disoccupati, malati, donne, perseguitati, carcerati.
Infine, serve un profondo processo di purificazione della Chiesa. Interiore, soprattutto: questioni da affrontare non mancano, modi di fare datati da sostituire neppure.
C’è ancora molta, moltissima strada da fare.

Posso solo dire e sperare, citando Giovanni XXIII: “È appena l’aurora

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Pubblicato da su 11 ottobre 2012 in Il Concilio, Religione

 

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Poesia – due


A quanto pare, poetare va ancora di moda. Credo si tratti un po’ dell’effetto “letteratura italiana” ma sto estraendo dal cilindro un po’ delle mie vecchie poesie. Probabilmente dopo il weekend ne pubblicherò un’altra, dalla seconda – incompiuta – raccolta.
Se Requiem era triste, questa non è allegra. Dopotutto le opere di quella raccolta hanno quest’impronta; son si giovanili ma non per questo gioviali.
Vi lascio allora a riflettere su questi testi; spero che possano dire qualcosa non solo a me ma anche ai lettori peregrini.

 

Le prove dell’arcana sapienza
celiamo al mondo dei mortali
e racchiudiamo negli scrigni del sapere
le antiche leggende
o i progetti che saranno;
lenta, logora la carta
la pioggia e la luce della Luna,
ancor più sottile,
filtra attraverso un chiavistello incantato
sui rotoli di parole ora trascritte.
Così svanisce ciò che bramiamo,
una lenta dissolvenza
come di musica di liuto
da un suonatore in cammino che,
solerte, lascia la piazza
al prossimo numero.

 

 
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Pubblicato da su 29 luglio 2011 in Poesia

 

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Poesia – l’inizio


Ho scritto più poesie di quante ricordi, anche se sembra strano. Nel preparare letteratura italiana – si, l’ultimo esame, poi la laurea! – mi è tornata l’idea di farne qualcosa. Nel dubbio che siano vere schifezze – probabile, diciamolo – inizio a pubblicarne qualcuna qui.

Si tratta di testi abbastanza vecchi, risalgono ai primi anni del secolo/millennio, alcune addirittura al ’98-’99… ma sono una lettura interessante. Ho già messo da parte una raccolta intera, “Rotte di Viaggio”, che ha una sua organicità, a ben vedere. Non so, in realtà, quale valore artistico possano avere… quindi non tiratevi indietro con i commenti. E con gli insulti!

Oggi vi lascio Requiem, uno dei pezzi che mi piacciono di più; confido nel vostro buongusto!

Requiem

Stasera, bara e coperta
dei miei sentimenti, ho udito
lo schiocco d’un androne
chiudersi. Altri non era
che l’anello estremo d’una catena
lontana che s’apriva, svincolandomi
d’ogni futura riscossione.
Volare libero (sogno d’altrui giovinezze-
infanzie straziate ed ignoranti
della Verità)
m’è dato, sul nulla.
E il vento scuote e smuove
le mie ali di torpide piume giallogrigie,
altrimenti serrate d’un’unica morsa,
che non voleva dischiudersi.
E’ l’istinto l’aspetto più forte di me,
la conservazione sconfigge l’amore.

Ti sembra giusto?
Come tu, dimentica, domandi cosa fare
alla tua immagine, giacendo sognata
d’altri, io contorco
spirito e corpo in uno spasimo
d’ultima rena, quasi lasciata
alle Furie. Non mi giunge la risposta,
se non arcana, nel sottile
vento d’autunno che trascina via
l’ultimo caldo. E’ l’inverno,
stagione-mito e proiezione
del mio cuore d’oggi, che vedo
lontano tra le nubi comicamente
fosche sui monti e le ombre
grigioscuro d’asfalto passito.
La fine è così vicina.

 
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Pubblicato da su 27 luglio 2011 in Poesia

 

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