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Lo Spirito non è un burattinaio: il conclave e il libero arbitrio


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Leggendo e parlando in questi complicati giorni che hanno seguito il rivoluzionario annuncio di Benedetto XVI, mi sono trovato anche a discutere della successione all’attuale papa e delle caratteristiche dei papabili. Non pochi, riferendosi al conclave incipiente, hanno pronunciato frasi sintetizzabili così: “il papa lo sceglie lo Spirito Santo, confidiamo in lui”.
C’è moltissima inesattezza in questa opinione, che suona come un abbandono al destino e non un affidarsi all’azione dello Spirito. Difetta di fede, in fondo. 

I cardinali non sono burattini e il conclave non è infallibile. Sono due punti saldi ai quali non possiamo rinunciare, pena problemi rilevanti per la Chiesa e per la nostra fede.
I cardinali – principi della Chiesa – sono esseri umani, quindi godono del pieno libero arbitrio in ogni loro scelta. Lo Spirito non è un grande burattinaio che pilota i voti e non stabilisce chi voterà chi: ispira le anime, mostra una via, parla nei cuori e nelle coscienze di tutti noi e, ovviamente, in quelle dei cardinali, tanto più in momenti così delicati per il cristianesimo. Ma i cardinali restano esseri umani come noi. Pregano per discernere e per comprendere quale sia la via indicata loro dallo Spirito; lo faranno in particolar modo prima del conclave, per poter compiere la scelta migliore per la Chiesa, ma questo non ci assicura che accolgano davvero la guida dello Spirito. I cardinali sono esseri umani: hanno debolezze, difetti, sentimenti tipicamente umani. Duellano tra loro per questioni prettamente secolari – non credo che dirlo costituisca sacrilegio, anzi: dobbiamo prenderne coscienza – sono a volte mossi dall’invidia, dalla brama di potere, dal denaro; subiscono pressioni esterne e sbagliano in buona fede. Quante volte nei secoli sant’uomini avranno agito pensando di fare il bene della Chiesa e, invece, pilotandola lontana delle sponde?

Da questo otteniamo ovviamente la seconda asserzione: non c’è garanzia di infallibilità per il Conclave. I cardinali sono completamente liberi nel dare il loro voto. Certo, pregheranno per ricevere il dono del discernimento dallo Spirito. Certo, lo Spirito donerà loro la sua guida. Non certo, invece, è che questo dono sia accolto.
La tradizione stessa della Chiesa non ci parla mai di “infallibilità” per il conclave; sappiamo che il papa può effettuare pronunciamenti infallibili, sappiamo che la Chiesa nella sua collegialità gode di una certa infallibilità ma nulla si dice del conclave. E poi non serve certo discuterne teologicamente: il Dio di noi cristiani non è un cospiratore, non agisce dietro le quinte come un regista occulto. Semmai è un suggeritore, un amico che ci consiglia come mandare avanti questa commedia, senza mai obbligarci a seguire quello che dice. La scelta di seguirlo, alla fine, è sempre nostra.

Nulla ci assicura che il papa eletto dal conclave sia scelto da Dio, il migliore possibile o anche solo idoneo al ruolo. San Vincenzo Pallotti diceva: «Alcuni papi Dio li vuole, alcuni li permette, altri li tollera». Abbiamo un lungo elenco di papi non idonei alla Chiesa, ai loro tempi e alle sfide che si sono trovati ad affrontare, papi che hanno recato alla Chiesa più danni che benefici. Ma anche questo fa parte del segreto incomprensibile dell’Amore: Dio ci ha donato la libertà perché ci ama e questa libertà è tale da consentirci di sbagliare e anche di rifiutarlo. Possiamo pregare perché i cardinali sappiano discernere la guida dello Spirito nella loro scelta imminente ma non possiamo essere certi che essa sia guidata dalla fede e non dal denaro, dal potere, dai vizi umani o, semplicemente, dall’errore involontario di quello che è e rimane un comune fratello. Per questo preghiamo: perché ci fidiamo – abbiamo fede. E perché sappiamo che siamo amati: ma, come sempre, il destino dell’uomo è nelle sue mani, nella sua capacità di accogliere l’amore di Dio.

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Pubblicato da su 13 febbraio 2013 in Religione, Sproloqui

 

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La Chiesa, i tempi e la bussola smarrita


Nichi Vendola sulla tomba di MartiniDovendomi occupare di politica in sostegno ai comitati per le primarie della sinistra per Nichi Vendola, è inevitabile che mi ponga domande riguardanti la natura e le specifiche di questo mio impegno, il partito che guida Vendola e l’insegnamento della Chiesa.
Sicuramente Vendola, che pur è cattolico, ha posizioni spesso in contrasto con quelle ufficiali della Chiesa, soprattutto quando si tratta di temi “etici” (come se non sfruttare i propri dipendenti non fosse una questione etica…). Vero è che questi stessi temi sono trattati a tutti i livelli della Chiesa e che, come ben sappiamo, il credente di base non sempre condivide le conclusioni a cui giungono i vescovi, oggi spesso distanti dal “sentire” del popolo. Vero è che anche la Chiesa su certi temi – omosessualità, eutanasia, aborto – si è espressa con fermezza e chiarezza da tempo.
Proprio nell’analizzare la coerenza delle mie scelte – vendoliano e cattolico, quadro Agesci e portavoce del comitato savonese per Nichi – sono sorte delle domande proprio su questo, che mi hanno spinto a riflettere sulla Chiesa, sulla sua missione e sull’attuale “stato dell’annuncio”, a cinquant’anni dal Concilio. Racconto allora le mie riflessioni: non sono conclusioni e non sono definizioni. Sono dubbi e domande, in divenire, perché la situazione mi interroga dal profondo e non credo basti un post e un pomeriggio di ponderazione per dipanare la nebbia.

Mi sono chiesto oggi se la Chiesa non stia concentrando il suo impegno su un solo fronte, scordando altri fronti o, comunque, tralasciandoli. E mi sono anche chiesto se questi “fronti secondari” sono davvero così marginali nel messaggio cristiano.
Essere favorevole ai matrimoni gay rischia di porre in contrasto con la gerarchia ecclesiastica e con il Magistero; tuttavia non lo fa lavorare per una multinazionale che sottopaga i propri dipendenti nelle filippine o che produce armi. Le conferenze episcopali – quando non il Vaticano – si scagliano contro le leggi che consentono unioni civili a prescindere dal genere ma non accusano gli stati di praticare politiche che creano maggior disuguaglianza sociale.
Su alcuni temi la predicazione si ferma a posizioni importanti, su altre pretende il vincolo del credente. Ma davvero è così prioritario impedire l’eutanasia e così di scarso valore lavorare per una miglior distribuzione delle ricchezze sul pianeta? Davvero un tema che riguarda la libertà di coscienza del singolo – libertà di coscienza che la Chiesa, con il Concilio, rispetta – deve occupare più spazio nella definizione del cristiano rispetto all’impegno per migliorare le condizioni di vita di miliardi di persone?

Non potrebbe allora prevalere la sensazione che la Chiesa stia perdendo la bussola, non sappia reagire ai temi che corrono e non riesca a far capire come Gesù Cristo e il Vangelo sono la risposta alle domande della donna e dell’uomo dei nostri tempi? Non lo fa, forse, perché sceglie male le battaglie in cui impegnarsi a fondo.
Credo che il cuore del messaggio cristiano sia l’amore fraterno. Spero, almeno in questo, di essere nel giusto. Parto da questa base, o almeno ci provo, nella mia vita, nella mia azione, anche nel mio schierarmi politicamente. E vedo, per esempio, che le politiche capitalistiche/neo-liberiste sono del tutto antitetiche con un concetto di giustizia sociale che si riferisca all’amore fraterno. Perché la Chiesa non interviene con la stessa forza e le stesse pressioni che impiega su temi scottanti quali l’eutanasia e l’omosessualità, contro il maltrattamento e lo sfruttamento dei lavoratori, contro il lavoro precario, contro lo stupro del Creato e contro l’uso della guerra per la risoluzione dei conflitti internazionali?Il Concilio, bussola per la Chiesa
Lo storico che è in me vede collusione con il potere; il credente cerca una ragione, cerca una bussola, cerca un aiuto e una spiegazione. Perché non riesce del tutto a vedere la Chiesa del Dio dell’Amore in queste scelte. E sa che la Chiesa in cui crede – quella della sua Confessione di Fede – non è la Chiesa “istituzionale” ma quella invisibile, nota solo al Padre. Questa è la risposta che si dà in quest’ora buia.

Prego molto su questi stimoli e queste riflessioni. Prego per capire e prego per avere la forza di cambiare le cose dove non mi sembrano rispondere al Disegno del Padre. Prego per il discernimento e prego per la Chiesa: noi cristiani, illuminati ora dal Concilio, dobbiamo tenere accesa quella candela, prima che si spenga e ci restituisca alle tenebre. Dobbiamo cogliere i segni dei tempi, respirarli e dal loro la Parola e il Padre come orizzonte di realizzazione. O ci estingueremo.

Un inciso polemico, solo uno, concedetemelo: in Italia il principale partito di riferimento dell’area cattolica è guidato da un divorziato risposato. Con figli. Penso possa spiegare molte cose riguardo alla coerenza… ma non mi solleva dalle domande sulla mia coerenza.

 
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Pubblicato da su 16 novembre 2012 in Diari, Il Concilio, Politica, Religione, Sproloqui

 

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Bioetica e costruzione della comunicazione


Questa notizia, abbinata alla recente sentenza della Corte Costituzionale (che non sentenzia affatto, ma rinvia), ha sollevato nella mia testa una riflessione sull’attuale situazione della bioetica e delle posizioni che attraversano il mondo cattolico di oggi.

Credo sia palese che la coscienza etica in campo biologico dei cattolici soffra una certa discrasia e frammentarietà. Potremmo quasi ritenere, a un primo sguardo, che ci sia una profonda scissione tra un sentire comune del popolo laico che compone la Chiesa cattolica da una parte, la struttura istituzionale-episcopale dall’altro. Ciascuna delle due sezioni sembrerebbe rappresentata da degni alfieri più o meno a ogni livello, però, mischiando le carte di una situazione altrimenti molto lineare.
La distribuzione reale delle forze in campo penso sia molto diversa. Tuttavia sussiste un fondato timore che buona parte degli attori e degli opinionisti riguardo questi argomenti parlino senza aver verificato fino in fondo la situazione pratica e le posizioni teologiche.

Incontrare un cattolico pro-aborto non sembra più strano: fatico a credere che una persona pro-aborto possa essere cattolico, un po’ come fatico a credere che lo sia un leghista.
D’altro canto discutere di aborto e dimostrarsi contrari conduce inevitabilmente a farsi coprire di insulti, senza possibilità di concentrare il discorso non tanto sulla decisione morale quanto su quello scientifico ed etico/epistemologico. Ci si trova così di fronte a un discorso perlopiù viziato da un cumulo di ignoranza, nella quale è spesso coinvolta anche la comunità scientifica che, invece, dovrebbe dimostrare una maggior competenza in certe materie.
Purtroppo agli scienziati non vengono mai insegnate due cose importantissime: la comunicazione e l’epistemologia!

Non serve concorrere al Nobel per comprendere a grandi linee il pensiero di Karl Popper, soprattutto se per lavoro lo si applica incoscientemente ogni giorno (tralasciamo Feyerabend per qualche riga, per favore). Serve, invece, trascorrere una manciata di ore a studiare come funziona il proprio mestiere. Se accadesse questo, avremmo sicuramente medici non meno abili tecnicamente e indubbiamente più competenti ideologicamente. sarebbe un guadagno su tutta la linea.
Popper ci dimostra come le leggi scientifiche non abbiano nulla di sicuro e definitivo: la nostra conoscenza scientifica è ipotetica e in attesa di falsificazione. Non sappiamo, si badi bene, quale parte sarà falsificata e in quale misura, non c’è modo di prevederlo. Però dobbiamo essere coscienti che non c’è nulla di certo.
L’attuale posizione pro-aborto si basa essenzialmente su una serie di evidenze scientifiche – alcune delle quali, peraltro, altamente discutibili e spesso dibattute anche tra veri esperti – che suggeriscono il noto termine del terzo mese – dodicesima settimana per l’applicazione dell’interruzione volontaria di gravidanza. Significa, a esser brevi, che affidiamo la scelta riguardo la vita e la morte di una forma di vita a una teoria scientifica, come tale non dimostrabile.
Qui credo dovrebbe entrare in campo più che altro il buonsenso, non certo l’esser cristiani, ma a voler tener in conto solo il secondo fattore, davvero stento come si possa lasciare la vita altrui in mano a una struttura teorica così debole, fragile e incerta.

Si può ora tornare al tema principale del post: la formazione attuale dei cattolici. Credo non sia rilevante basarsi solo sulla dottrina corrente della Chiesa: penso essenzialmente che sia inutile dire ai fedeli “si deve fare così perché l’ha deciso il Papa/la Chiesa”. Non si fa altro che esasperare il distacco già grave tra la struttura ecclesiastica istituzionale e il popolo di Dio che cammina su questa Terra. Non ne abbiamo davvero bisogno. Deve invece essere compito di ogni pastore e di ogni laico che se la sente il proporre riflessione e spiegazioni, l’indagare i motivi di queste posizioni. Analogamente agli scienziati, i preti dovrebbero studiare comunicazione… e mettere in pratica gli insegnamenti.
La situazione americana, che vede essenzialmente un profondo divario fra il sentire cattolico comune e le posizioni di un’élite, dipende in gran parte da questo difetto di comunicazione, amplificato ancor più verso l’esterno.

Ci troviamo, così, a vederci etichettati come retrogradi, quando invece la sensibilità cattolica si trova su questi temi molto oltre le barbarie dell’attuale comune posizione capitalistica. A dimostrarlo sta secondo me il fatto che non serve essere cattolici per apprezzare i passaggi logici che ho esposto prima sul tema dell’aborto: lo testimonia anche l’assenza di qualsiasi considerazione dottrinale o religiosa (tipo “la vita è un dono del Padre”, etc) dai sillogismi. Semplicemente non penso ce ne sia davvero bisogno. 

Cambia il tono quando parliamo di scelte strettamente personali, come l’eutanasia: con la Dignitatis Humanae è ampiamente riconosciuta una profonda libertà religiosa. Nessuno può essere oggetto di coercizione nell’aderire a una religione, quindi a seguirne i dogmi e le “usanze”, o a condividerne le opinioni etiche.
Credo che la scelta nell’accostarsi all’eutanasia sia all’interno di questa libertà di religione e di coscienza: è giusto che ciascuno possa scegliere come gestire la sua esistenza, nel rispetto della legge e della vita altrui. L’impedimento nel caso dell’eutanasia è veramente etico e profondamente legato alla natura religiosa della propria etica: perché, quindi, un cristiano dovrebbe imporre la propria opinione a un ateo?
L’aborto non rientra in questo discorso: la decisione del singolo – la madre – influenza direttamente non solo la sua esistenza ma anche quella di un soggetto diverso, non interpellato e privato di un diritto fondamentale.

Chiudo un lunghissimo post con una circolarità: serve una riduzione di questa frammentazione cattolica. Non fine a se stessa, per obbedienza romana, come piacerebbe ad alcuni: motivata, spiegata, illustrata ai fedeli, discussa dai pastori assieme al gregge. Sarebbe l’unico modo per rinsaldare questa Chiesa che rischia di essere sempre più traballante e meno certezza di riferimento nella costruzione delle nostre vite.
Mai come oggi ne abbiamo bisogno.

 
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Pubblicato da su 23 maggio 2012 in Divulgazione scientifica, Religione, Sproloqui, Teoria

 

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Non abbiate paura!


Credo sia la parola-chiave di questa Pasqua: lo penso fin da sabato sera, quando quel brano è stato letto durante la veglia e continuo a pensarlo adesso, mentre scrivo. Ci son voluti due giorni per trovare il tempo di mettermi alla tastiera, credo ne sia valsa la pena.

Le parole dell’angelo che accoglie le donne al Sepolcro sono, io credo, un monito e un invito per tutti noi cristiani del XXI secolo. Non possiamo nascondere né nasconderci che è difficile essere cristiani in questo mondo così ampiamente secolarizzato: forse non è mai stato facile essere cristiani, diciamocelo, ma oggi… oggi suona strano alle orecchie di tutti. Credere in Gesù e nel suo Vangelo è fuori da ogni canone: ancor peggio, è fuori moda.

Così le parole dell’angelo parlano anche a noi: così è la Scrittura, sempre contemporanea, sempre odierna, sempre rivolta a chi la ascolta. Forse non lo sarà nella sua versione letterale, certo, ma sa parlare all’umanità in ogni tempo e in ogni luogo con la medesima forza. Sempre ci interroga.

Il messaggio di questa Pasqua, allora, suona come un sostegno a tutti quei cristiani che vivono sotto la costante persecuzione: noi, in Italia, siamo ampiamente fortunati, non rischiamo di perdere la vita per camminare sotto una Croce. Altrove sì: e l’angelo, oggi, si rivolge soprattutto a loro, parla con voce di sostegno per chi è perseguitato per causa Sua.

Parla anche a noi, donne e uomini di un paese occidentale fortemente secolarizzato, ci invita a non rinnegare Cristo – eh si che anche Pietro cadde, di fronte a questo – il nostro credo e ad annunciarlo con forza per il mondo. Ci invita a vivere nel mondo, si, ma secondo Cristo.
Perché il cristiano non può separarsi dal mondo: “siate nel mondo ma non del mondo”. L’ascetismo avrà senza dubbio uno spazio importante nella spiritualità cristiana, ma l’essere attivi – checché ne dica qualsiasi tradizione – è Parola. Dobbiamo annunciare e rimboccarci le maniche: senza turbarci del domani, certo, senza sopravvalutare le questioni “mortali”, ben attenti a che il nostro cammino sia verso la Salvezza. Occhi al cielo, non al terreno: ma attenzione alla pista che percorriamo.

Andiamo, allora, senza timore: ricordiamo chi siamo, non rinneghiamolo. E, soprattutto, niente timore: c’è chi ci accompagna. E pace se la moda non è dalla nostra parte.

 

 
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Pubblicato da su 9 aprile 2012 in Diari, Religione

 

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Odifreddi e il Metodo Storico: due sconosciuti


Cade a proposito con i miei studi un articolo di Messori datato 18 dicembre e indirizzato al “simpaticissimo” Pier Giorgio Odifreddi, professorino di matematica con la passione per la religione altrui. PGO non smentisce la sua competenza e si dimostra, ancora una volta, personaggio dotato della capacità di combinare le uscite a sproposito più inverosimili della storia.

La disquisizione mi riguarda da vicino non per motivi di fede ma per questioni di metodo storico; proprio mentre mi sto preparando per un esame di “fonti e metodi della storia contemporanea”, assistere a un brevissimo dibattito di metodo – seppur monocorde e giornalistico – fa bene e tiene accesa la spia sulla necessità di verificare le fonti.
Cos’è successo a PGO? Un errore comune a chi non è del mestiere – e il problema è che spesso lui fa tutt’altro che il suo mestiere, il matematico – e non ha pratica con il metodo della ricerca storica: non ha verificato le fonti.
Nello scrivere l’introduzione a un libro su Lourdes e sulle apparizioni, si è limitato a convenire che Bernardette sarebbe stata “imboccata” dal parroco Peyramale; peccato che quel parroco di campagna non ne volesse sapere delle apparizioni della Madonna, che fosse stato avvertito solo dopo la tredicesima di queste, che accettò il miracolo solo due anni dopo. L’ostilità iniziale di ogni gerarchia ecclesiastica locale per i toni miracolistici è nota a tutti coloro che si occupano della materia, atei, laici e sacerdoti; dubito che PGO abbia dimentica tutto ciò che ha imparato negli anni trascorsi in seminario. Il caso di Lourdes al riguardo non si è distinto affatto; a convenirne non sono i cristiani o i matti, ma gli storici, anche quelli di professata fede marxista. Non serve credere alle apparizioni per affermare che quel parroco non voleva saperne niente e che le apparizioni furono a lungo un elemento di devozione popolare, senza alcuna ratifica ufficiale della Chiesa. Si tratta, in verità, di fare solo un buon lavoro da storico, senza emetter giudizi; limitarsi a questo neppure significa riconoscere la soprannaturalità del fenomeno o appoggiare la linea credente.

Lo storico non si erge a giudice e non emette pareri; ricostruisce, basandosi sui documenti – che cambiano in base al periodo – e cerca di dare una spiegazione razionale, scientifica. Non è un teologo e neppure un giornalista: non deve forzatamente destar scalpore nel lettore e neppure ribadire posizioni teologiche di partenza. Deve narrare “l’uomo attraverso il tempo”.
PGO – che storico non è, come neppure teologo – è caduto nell’errore più marchiano di chi si diletta con la storia senza padroneggiare gli strumenti del mestiere; ha pensato che il contrasto diretto con l’opinione a lui opposta fosse l’unica linea percorribile, sempre e comunque. Non ha riflettuto sulla possibilità che quell’evento non avesse alcuna relazione specifica con la validità (cristiana) dei fatti di Lourdes: ha preferito, come suo solito, criticare tout court la fede cristiana, senza usare un criterio razionale.

Questo mi preoccupa più del resto; se a muovere un docente universitario di matematica è l’astio e non la razionalità della scienza, tanto più quando si professa seriamente e completamente razionale, abbiamo a che fare con un bel problema. Di coscienza, di serietà, di coerenza. E di mentalità adattabile: perché chi contesta l’irrazionalità della fede non può poi scadere nell’agire sul presupposto dell’odio irrazionale e lasciarsi trascinare da quel sentimento nello scrivere. Si troverebbe a peccare quanto ciò che avversa, anzi, di più: perché chi ha fede non si ripara dietro lo scudo della razionalità, a differenza del finto razionale.

Simmetria storiografica grandiosa.

 
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Pubblicato da su 4 gennaio 2012 in Curiosità, Teoria

 

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Scisma austriaco e crisi ecclesiastica


In Austria stanno producendo un vero e proprio “scisma dal basso”, un incendio che si espande dalle braci del caso Wagner (2009), esempio di pessima gestione ecclesiastica e di scarso buonsenso gerarchico. Schönborn si ritrova così a dover gestire una situazione veramente pericolosa, per lui e per la Chiesa, ma anche ricca di stimoli interessanti.

La storia affonda le radici, come dicevamo, nella nomina di Gerhard Wagner a Lienz, un vescovetto poco raccomandabile e dotato di idee quantomeno strambe (sue le seguenti definizioni: «satanica» la saga di Harry Potter, «castigo divino» l’uragano Katrina e «malati psichiatrici» i gay): con vescovi del genere, capisco anch’io perché la Chiesa perda credibilità. Se ci si aggiungono le accuse di pedofilia contro Groër, il predecessore di Schönborn, la situazione peggiora ulteriormente.
Vienna e l’Austria sono un tasto dolente per Roma già da un pezzo: oltre agli scandali sessuali che hanno toccato addirittura alcuni seminari, i sacerdoti austriaci rivendicano da tempo libertà che da Trento in poi non sono più ammesse nella Chiesa. Principalmente hanno destato critiche le convivenze di numerosi sacerdoti, spesso non punite dai vescovi finché non eccessivamente palesi. Le rivendicazioni non si limitano solo all’abolizione del celibato e, anzi, si fanno più corpose e teologiche, sospinte dal movimento “Noi siamo chiesa” di Hans-Peter Hurka, fronda iper-progressista dei cristiani austriaci.
Se a scendere in campo è la teologia e non “solo” la rivendicazione di diritti civili da parte dei sacerdoti e dei fedeli, penso si debba aumentare la concentrazione e dedicare un po’ di spazio anche a questo argomento. Analizziamo le richieste, riprese dalla versione inglese del sito web, e proviamo a porre un certo ordine, Letture, buonsenso e tradizione alla mano.

1 – Riforma liturgica.
2 – Non negare più la Comunione ai credenti di buona volontà (includendo divorziati e cristiani non cattolici).
3 – Evitare i preti che girovagano da una chiesa all’altra per celebrare, preferendo anche alla domenica una Liturgia della Parola nella propria comunità.
4 – L’uso della terminologia “Celebrazione Eucaristica senza Sacerdote” per la liturgia della Parola con distribuzione dell’Eucarestia.
5 – Ignorare il divieto di predicazione per i laici.
6 – Che ogni parrocchia abbia un parroco, uomo o donna, celibe o spostato… una nuova immagine del sacerdozio.
7 – Abolire il divieto di accesso al sacerdozio per coniugati e donne.

Trovo alcuni di questi spunti estremamente interessanti. Ci sono riferimenti teologici importanti su questi temi, riferimenti che non si possono trascurare nell’analizzare la questione.
Il fulcro della celebrazione eucaristica è la comunità, non il sacerdote: lo ribadisce anche il Catechismo della Chiesa cattolica, a più riprese. Il sacerdote presiede, non celebra l’eucarestia: la celebrazione è compito dell’assemblea. Infatti la preghiera sul “nostro servizio sacerdotale” è riferita non solo al sacerdote ma a tutti i battezzati presenti: in essi, tramite Cristo, risiede la missione e il carisma sacerdotale.
Sarà teologia spicciola ma è efficace e rispondente a verità.
Il celibato è un altro nodo delicato: non è affatto una regola teologica di discendenza divina. È, invece, una sana norma e una “via speciale” scelta dalla Chiesa latina. Ha i suoi perché, pratici e teologici, ma non è un obbligo insuperabile. Gli ortodossi non si pongono questo problema, così come non lo fanno i cristiani cattolici di rito orientale. Solo l’ordinazione vescovile è limitata a chi professa voto di celibato: una possibilità da prendere in considerazione.
Parlandone con alcuni sacerdoti , ho constato con tutti l’estrema difficoltà che avrebbero a gestire una famiglia e una parrocchia: credo sia un problema vero, tangibile. Tuttavia credo spetti a ciascuno decidere per sé, non alla Chiesa. La Chiesa deve imporre norme teologiche, ricchezze divine, non scelte materiali. Peraltro, non vedo perché non possano esserci sacerdoti impegnati sia sul lavoro sia nella Chiesa: sarebbero comunque più efficaci di molti sacerdoti d’oggi e un cambiamento del genere aprirebbe le porte a tutti coloro che non se la sentono di abbandonare la loro vocazione familiare.
Sulle donne sono un po’ più scettico: penso, però, che sia una questione di abitudine. Le Scritture, però, non sono affatto chiare e, se predicano il silenzio della donna nelle assemblee, poi elencano diaconesse, apostolesse e profetesse, perlomeno nel Nuovo Testamento. Una questione da prendere con delicatezza.
Credo, in fin dei conti, che a lungo termine anche questo tabù cadrà: nel breve termine, preferisco puntare sull’abolizione del celibato dei sacerdoti. Oh, non con questo papa… ovviamente. Uno meno tradizionalista, speriamo nel prossimo.
Vero è che i tradizionalisti puntano sul peso della Tradizione: “s’è sempre fatto così” certamente importanza, soprattutto quando si parla di una Chiesa che è incarnazione di Cristo. Ma davvero si è sempre fatto così? L’occhio dello storico tende a smontare i conservatori, almeno quelli che vorrebbero tornare alle versioni tridentine di messa e riti. A Trento, infatti, più che ristabilire e codificare tradizioni millenarie, i padri conciliari si dedicarono a un’opera politica di invenzione della tradizione. Quel che è uscito dal Concilio non è tanto un’opera volta a mettere ordine ribadendo un’unicità tradizionale, quanto il sacrificio delle tradizioni millenarie sull’altare della latinità, l’uniformare forze divergenti per evitare che accogliessero il messaggio della Riforma. Un gioco politico, non religioso: dal mio punto di vista, lo stupro di quanto la Chiesa aveva costruito nei millenni. Non a caso, il Concilio Vaticano II ha compiuto un’ampia opera di riscoperta delle tradizioni, come quella del diaconato permanente. Il lavoro, però, deve essere portato avanti.
Dopotutto, se la Tradizione che molti invocano è in realtà datata cinque secoli fa, quella che chiedono molti altri risale alle origini della Chiesa, quando i giochi politici erano ancora distanti. Non sarà allora forse il caso di fare ritorno a quelle tradizioni, piuttosto che quelle dettate dai giochi di potere dell’era moderna?

Perché tutto questo colpisce l’Austria? Perché lì da tempo risiedono i semi mai coltivati del Concilio. Andrebbero analizzati pubblicamente, non taciuti; la Chiesa dovrebbe parlarne, non far finta che questi stimoli non esistano. E per “Chiesa” intendo la Chiesa: la comunità dei credenti, non quattro prelati sganciati dalla realtà. Anche questa è una definizione da Catechismo, tranquilli: pari pari da quel che tiene assieme la Chiesa cattolica.

 
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Pubblicato da su 30 novembre 2011 in Sproloqui

 

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Suggestioni d’antimafia


Ascoltare ieri don Ciotti in chiusura dell’assemblea regionale dell’AGESCI ha sicuramente caratterizzato la domenica e l’assemblea tutta; una palestra di democrazia associativa è diventata università di cittadinanza e legalità grazie alla presenza di un uomo che ha saputo dare nuovo vigore a questi concetti per tutti gli italiani.
Credo che un racconto sarebbe solo uno sterile resoconto, privo della forza dei messaggi lanciati da don Ciotti durante le due ore di vera sospensione temporale. Allora lascerò solo alcune suggestioni, alcune frasi che hanno caratterizzato la giornata e che, a mio modo di vedere, rappresentano il cuore del messaggio depositato nelle nostre menti ieri da don Luigi.

Ho due grandi riferimenti: il Vangelo e la Costituzione
Un’apertura che ha subito richiesto un forte applauso. Da qualunque prete ci si aspetta il riferimento al Vangelo – da qualunque cristiano, ci mancherebbe altro – ma solamente quelli speciali sanno parlare del mondo reale in cui viviamo. Quell’appello alla Costituzione prima, alle dichiarazioni dei diritti umani poi, ha tagliato l’intero intervento di don Luigi. Perché se il fulcro della società è la Costituzione, allora da questa ne discendono le responsabilità che ciascuno di noi deve assumersi per renderla non carta e teoria, ma vita e realtà.

“Ma cosa vuoi tu, montanaro?
Il racconto diretto, personale, della difficoltà del Luigi bambino, il disprezzo e il razzismo nell’espressione che, declinata con altre parole, ferisce la natura e l’origine del debole. Il debole che, invece, avrebbe bisogno di essere accolto, non scacciato. Un memoriale, a pochi giorni di distanza dalle voci sulla possibiltà che il 2012 non abbia alcun decreto flussi.

AGESCI, agenzia educativa e associazione cattolica di più grande valore
Non certo una marchetta, se in bocca a un uomo del genere. Un riconoscimento, un cammino e un progetto: se molte sono le realtà cristiane di grande forza, se noi AGESCI abbiamo dei meriti, questo deve solo esortarci a essere ancora più vigili, più presenti, più costanti. Più attivi sul nostro territorio, più attenti alle debolezze che ci circondano, meno immersi nel nostro “piccolo universo felice”.

Molti io che fanno un noi
Credo sia lo spirito con cui dobbiamo affrontare non solo la gravissima situazione delle associazioni malavitose ma ogni aspetto della nostra breve vita. Noi scout abbiamo una grande forza, l’abitudine alla comunità e alla condivisione: sfruttiamola, coltiviamola. Allarghiamo la nostra comunità, estendiamo la nostra condivisione: così anche la Chiesa, nella quale viviamo il nostro umile servizio. Non può non essere maestra ed esempio di condivisione e comunità.
Ma per don Ciotti è anche lo spunto e la caratterizzazione del suo impegno, prima con il Gruppo Abele, poi con Libera. È la dimensione con cui costruire i cambiamenti, attraverso la relazione.

Dare un nome a ogni ragazzo, a ogni vittima
Uno dei momento più toccanti del pomeriggio, quando la commozione e il sentire di don Luigi è stato veramente comunicato a tutta l’assemblea.
Non più “i ragazzi della scorta” ma Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Roberto Antiochia, Agostino Catalano, Emanuela Loi  Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina e tutti gli altri, innumerevoli, inenarrabili. Il messaggio forte di don Luigi, accompagnato dal racconto delle parole delle madri di queste vittime, è che tutte le vittime delle mafie devono essere ricordate allo stesso modo: ricordate per nome, ricordate con la stessa dignità.
Sono persone che hanno perso la loro vita durante la lotta, spesso il loro nome è stato infangato – e il ricordo per don Diana è stato toccante – e oggi dobbiamo ricordarlo e ribadirlo più forte.

La mafia dove c’è bellezza e prosperità si instaura
Ci rammenta don Luigi che non dobbiamo abbassare la guardia, ritenerci immuni e distanti. Proprio qui al nord le mafie investono e crescono; il recente scioglimento del consiglio comunale di Bordighera per infiltrazioni mafiose è un segno, lo è ed altrettanto forte la marcia che Libera organizzerà il 21 marzo 2012 proprio a Genova.
Spetta a noi vigilare ed essere presenti; essere scolte, sentinelle fino all’alba, a questo siamo chiamati.

Se la politica è debole, le mafie sono più forti
“La democrazia nel nostro paese è stata pallida, altro che pallida!, le mafie sono più forti”.
Parole coraggiose, critiche importanti a un mondo politico nazionale che sembra sempre più privo di valori e di riferimenti. Peggio, sembra sempre più colluso con le mafie, con la malavita organizzata, con le realtà del malaffare. E se grazie all’illegalità se ne vanno più di 560 miliardi di euro ogni anno, nulla viene compiuto per fermarli: denaro che, anche se recuperato solo parzialmente, coprirebbe ben più di una manovra finanziaria, denaro che sosterrebbe servizi vitali per lunghi periodi. Eppure nulla – o poco – si muove.

Ci lascia un messaggio per domani, don Luigi Ciotti: ci lascia un compito per costruire un mondo “migliore di come l’abbiamo trovato”. Ma quant’è difficile, quant’è dura. Sarà ancora più dura, perché le mafie non si arrendono: eppure spetta a noi, educatori e cittadini da prima linea, farci carico di questo.
C’è uno stendardo da tenere issato, al lavoro!

 
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Pubblicato da su 28 novembre 2011 in Diari, Politica

 

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