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Archivio mensile:novembre 2011

Scisma austriaco e crisi ecclesiastica


In Austria stanno producendo un vero e proprio “scisma dal basso”, un incendio che si espande dalle braci del caso Wagner (2009), esempio di pessima gestione ecclesiastica e di scarso buonsenso gerarchico. Schönborn si ritrova così a dover gestire una situazione veramente pericolosa, per lui e per la Chiesa, ma anche ricca di stimoli interessanti.

La storia affonda le radici, come dicevamo, nella nomina di Gerhard Wagner a Lienz, un vescovetto poco raccomandabile e dotato di idee quantomeno strambe (sue le seguenti definizioni: «satanica» la saga di Harry Potter, «castigo divino» l’uragano Katrina e «malati psichiatrici» i gay): con vescovi del genere, capisco anch’io perché la Chiesa perda credibilità. Se ci si aggiungono le accuse di pedofilia contro Groër, il predecessore di Schönborn, la situazione peggiora ulteriormente.
Vienna e l’Austria sono un tasto dolente per Roma già da un pezzo: oltre agli scandali sessuali che hanno toccato addirittura alcuni seminari, i sacerdoti austriaci rivendicano da tempo libertà che da Trento in poi non sono più ammesse nella Chiesa. Principalmente hanno destato critiche le convivenze di numerosi sacerdoti, spesso non punite dai vescovi finché non eccessivamente palesi. Le rivendicazioni non si limitano solo all’abolizione del celibato e, anzi, si fanno più corpose e teologiche, sospinte dal movimento “Noi siamo chiesa” di Hans-Peter Hurka, fronda iper-progressista dei cristiani austriaci.
Se a scendere in campo è la teologia e non “solo” la rivendicazione di diritti civili da parte dei sacerdoti e dei fedeli, penso si debba aumentare la concentrazione e dedicare un po’ di spazio anche a questo argomento. Analizziamo le richieste, riprese dalla versione inglese del sito web, e proviamo a porre un certo ordine, Letture, buonsenso e tradizione alla mano.

1 – Riforma liturgica.
2 – Non negare più la Comunione ai credenti di buona volontà (includendo divorziati e cristiani non cattolici).
3 – Evitare i preti che girovagano da una chiesa all’altra per celebrare, preferendo anche alla domenica una Liturgia della Parola nella propria comunità.
4 – L’uso della terminologia “Celebrazione Eucaristica senza Sacerdote” per la liturgia della Parola con distribuzione dell’Eucarestia.
5 – Ignorare il divieto di predicazione per i laici.
6 – Che ogni parrocchia abbia un parroco, uomo o donna, celibe o spostato… una nuova immagine del sacerdozio.
7 – Abolire il divieto di accesso al sacerdozio per coniugati e donne.

Trovo alcuni di questi spunti estremamente interessanti. Ci sono riferimenti teologici importanti su questi temi, riferimenti che non si possono trascurare nell’analizzare la questione.
Il fulcro della celebrazione eucaristica è la comunità, non il sacerdote: lo ribadisce anche il Catechismo della Chiesa cattolica, a più riprese. Il sacerdote presiede, non celebra l’eucarestia: la celebrazione è compito dell’assemblea. Infatti la preghiera sul “nostro servizio sacerdotale” è riferita non solo al sacerdote ma a tutti i battezzati presenti: in essi, tramite Cristo, risiede la missione e il carisma sacerdotale.
Sarà teologia spicciola ma è efficace e rispondente a verità.
Il celibato è un altro nodo delicato: non è affatto una regola teologica di discendenza divina. È, invece, una sana norma e una “via speciale” scelta dalla Chiesa latina. Ha i suoi perché, pratici e teologici, ma non è un obbligo insuperabile. Gli ortodossi non si pongono questo problema, così come non lo fanno i cristiani cattolici di rito orientale. Solo l’ordinazione vescovile è limitata a chi professa voto di celibato: una possibilità da prendere in considerazione.
Parlandone con alcuni sacerdoti , ho constato con tutti l’estrema difficoltà che avrebbero a gestire una famiglia e una parrocchia: credo sia un problema vero, tangibile. Tuttavia credo spetti a ciascuno decidere per sé, non alla Chiesa. La Chiesa deve imporre norme teologiche, ricchezze divine, non scelte materiali. Peraltro, non vedo perché non possano esserci sacerdoti impegnati sia sul lavoro sia nella Chiesa: sarebbero comunque più efficaci di molti sacerdoti d’oggi e un cambiamento del genere aprirebbe le porte a tutti coloro che non se la sentono di abbandonare la loro vocazione familiare.
Sulle donne sono un po’ più scettico: penso, però, che sia una questione di abitudine. Le Scritture, però, non sono affatto chiare e, se predicano il silenzio della donna nelle assemblee, poi elencano diaconesse, apostolesse e profetesse, perlomeno nel Nuovo Testamento. Una questione da prendere con delicatezza.
Credo, in fin dei conti, che a lungo termine anche questo tabù cadrà: nel breve termine, preferisco puntare sull’abolizione del celibato dei sacerdoti. Oh, non con questo papa… ovviamente. Uno meno tradizionalista, speriamo nel prossimo.
Vero è che i tradizionalisti puntano sul peso della Tradizione: “s’è sempre fatto così” certamente importanza, soprattutto quando si parla di una Chiesa che è incarnazione di Cristo. Ma davvero si è sempre fatto così? L’occhio dello storico tende a smontare i conservatori, almeno quelli che vorrebbero tornare alle versioni tridentine di messa e riti. A Trento, infatti, più che ristabilire e codificare tradizioni millenarie, i padri conciliari si dedicarono a un’opera politica di invenzione della tradizione. Quel che è uscito dal Concilio non è tanto un’opera volta a mettere ordine ribadendo un’unicità tradizionale, quanto il sacrificio delle tradizioni millenarie sull’altare della latinità, l’uniformare forze divergenti per evitare che accogliessero il messaggio della Riforma. Un gioco politico, non religioso: dal mio punto di vista, lo stupro di quanto la Chiesa aveva costruito nei millenni. Non a caso, il Concilio Vaticano II ha compiuto un’ampia opera di riscoperta delle tradizioni, come quella del diaconato permanente. Il lavoro, però, deve essere portato avanti.
Dopotutto, se la Tradizione che molti invocano è in realtà datata cinque secoli fa, quella che chiedono molti altri risale alle origini della Chiesa, quando i giochi politici erano ancora distanti. Non sarà allora forse il caso di fare ritorno a quelle tradizioni, piuttosto che quelle dettate dai giochi di potere dell’era moderna?

Perché tutto questo colpisce l’Austria? Perché lì da tempo risiedono i semi mai coltivati del Concilio. Andrebbero analizzati pubblicamente, non taciuti; la Chiesa dovrebbe parlarne, non far finta che questi stimoli non esistano. E per “Chiesa” intendo la Chiesa: la comunità dei credenti, non quattro prelati sganciati dalla realtà. Anche questa è una definizione da Catechismo, tranquilli: pari pari da quel che tiene assieme la Chiesa cattolica.

 
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Pubblicato da su 30 novembre 2011 in Sproloqui

 

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Suggestioni d’antimafia


Ascoltare ieri don Ciotti in chiusura dell’assemblea regionale dell’AGESCI ha sicuramente caratterizzato la domenica e l’assemblea tutta; una palestra di democrazia associativa è diventata università di cittadinanza e legalità grazie alla presenza di un uomo che ha saputo dare nuovo vigore a questi concetti per tutti gli italiani.
Credo che un racconto sarebbe solo uno sterile resoconto, privo della forza dei messaggi lanciati da don Ciotti durante le due ore di vera sospensione temporale. Allora lascerò solo alcune suggestioni, alcune frasi che hanno caratterizzato la giornata e che, a mio modo di vedere, rappresentano il cuore del messaggio depositato nelle nostre menti ieri da don Luigi.

Ho due grandi riferimenti: il Vangelo e la Costituzione
Un’apertura che ha subito richiesto un forte applauso. Da qualunque prete ci si aspetta il riferimento al Vangelo – da qualunque cristiano, ci mancherebbe altro – ma solamente quelli speciali sanno parlare del mondo reale in cui viviamo. Quell’appello alla Costituzione prima, alle dichiarazioni dei diritti umani poi, ha tagliato l’intero intervento di don Luigi. Perché se il fulcro della società è la Costituzione, allora da questa ne discendono le responsabilità che ciascuno di noi deve assumersi per renderla non carta e teoria, ma vita e realtà.

“Ma cosa vuoi tu, montanaro?
Il racconto diretto, personale, della difficoltà del Luigi bambino, il disprezzo e il razzismo nell’espressione che, declinata con altre parole, ferisce la natura e l’origine del debole. Il debole che, invece, avrebbe bisogno di essere accolto, non scacciato. Un memoriale, a pochi giorni di distanza dalle voci sulla possibiltà che il 2012 non abbia alcun decreto flussi.

AGESCI, agenzia educativa e associazione cattolica di più grande valore
Non certo una marchetta, se in bocca a un uomo del genere. Un riconoscimento, un cammino e un progetto: se molte sono le realtà cristiane di grande forza, se noi AGESCI abbiamo dei meriti, questo deve solo esortarci a essere ancora più vigili, più presenti, più costanti. Più attivi sul nostro territorio, più attenti alle debolezze che ci circondano, meno immersi nel nostro “piccolo universo felice”.

Molti io che fanno un noi
Credo sia lo spirito con cui dobbiamo affrontare non solo la gravissima situazione delle associazioni malavitose ma ogni aspetto della nostra breve vita. Noi scout abbiamo una grande forza, l’abitudine alla comunità e alla condivisione: sfruttiamola, coltiviamola. Allarghiamo la nostra comunità, estendiamo la nostra condivisione: così anche la Chiesa, nella quale viviamo il nostro umile servizio. Non può non essere maestra ed esempio di condivisione e comunità.
Ma per don Ciotti è anche lo spunto e la caratterizzazione del suo impegno, prima con il Gruppo Abele, poi con Libera. È la dimensione con cui costruire i cambiamenti, attraverso la relazione.

Dare un nome a ogni ragazzo, a ogni vittima
Uno dei momento più toccanti del pomeriggio, quando la commozione e il sentire di don Luigi è stato veramente comunicato a tutta l’assemblea.
Non più “i ragazzi della scorta” ma Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Roberto Antiochia, Agostino Catalano, Emanuela Loi  Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina e tutti gli altri, innumerevoli, inenarrabili. Il messaggio forte di don Luigi, accompagnato dal racconto delle parole delle madri di queste vittime, è che tutte le vittime delle mafie devono essere ricordate allo stesso modo: ricordate per nome, ricordate con la stessa dignità.
Sono persone che hanno perso la loro vita durante la lotta, spesso il loro nome è stato infangato – e il ricordo per don Diana è stato toccante – e oggi dobbiamo ricordarlo e ribadirlo più forte.

La mafia dove c’è bellezza e prosperità si instaura
Ci rammenta don Luigi che non dobbiamo abbassare la guardia, ritenerci immuni e distanti. Proprio qui al nord le mafie investono e crescono; il recente scioglimento del consiglio comunale di Bordighera per infiltrazioni mafiose è un segno, lo è ed altrettanto forte la marcia che Libera organizzerà il 21 marzo 2012 proprio a Genova.
Spetta a noi vigilare ed essere presenti; essere scolte, sentinelle fino all’alba, a questo siamo chiamati.

Se la politica è debole, le mafie sono più forti
“La democrazia nel nostro paese è stata pallida, altro che pallida!, le mafie sono più forti”.
Parole coraggiose, critiche importanti a un mondo politico nazionale che sembra sempre più privo di valori e di riferimenti. Peggio, sembra sempre più colluso con le mafie, con la malavita organizzata, con le realtà del malaffare. E se grazie all’illegalità se ne vanno più di 560 miliardi di euro ogni anno, nulla viene compiuto per fermarli: denaro che, anche se recuperato solo parzialmente, coprirebbe ben più di una manovra finanziaria, denaro che sosterrebbe servizi vitali per lunghi periodi. Eppure nulla – o poco – si muove.

Ci lascia un messaggio per domani, don Luigi Ciotti: ci lascia un compito per costruire un mondo “migliore di come l’abbiamo trovato”. Ma quant’è difficile, quant’è dura. Sarà ancora più dura, perché le mafie non si arrendono: eppure spetta a noi, educatori e cittadini da prima linea, farci carico di questo.
C’è uno stendardo da tenere issato, al lavoro!

 
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Pubblicato da su 28 novembre 2011 in Diari, Politica

 

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La tortura del non abortire


Segnalato da questo articolo de La Bussola Quotidiana, si viene a sapere che l’ONU, attraverso la sua Commissione contro le Torture, avanza delle rimostranze all’Irlanda per il suo atteggiamento troppo restrittivo in materia di aborto. L’Irlanda è quindi un mostro, colpevole di rendere difficile l’aborto alle sue donne, mettendo in pratica in questo modo una sistematica tortura su di loro. Un’argomentazione francamente folle.
Non ci trovassimo in tempi di gravissima crisi economica, la notizia dovrebbe rimbalzare ben più che sulle pagine web di un piccolo marginale sito d’informazione cattolica. La crisi, a suo modo, è un’eccellente giustificazione per far sparire questo fatto dai notiziari: sarebbe meritevole di maggior attenzione, senza il governo Monti?
Analizzando la questione con maggior freddezza, emergono due problemi di ampia portata dalle letture di queste righe. Il primo è relativo al rovesciamo dell’ottica: la difesa del debole diventa difesa del forte, difesa del diritto acquisito. Il secondo è quello, strettamente politico, della sovranità nazionale – e popolare. Analizziamoli.

La possibilità della donna a interrompere la gravidanza si è così tanto consolidato da sembrare un vero diritto. L’embrione, in tutto questo, è trattato solo come un oggetto sgradito, un segmento del problema che ha gli stessi diritti di un paio di scarpe. Quando non le si vuole, le si butta. Non è diverso dall’uso degli schiavi in alcune società del passato: oggetti senza diritti, semplicemente strumenti a disposizione del padrone. Quello di vita o di morte era un diritto pienamente accettato anche all’epoca, probabilmente un diritto per cui alcuni si erano battuti. D’altronde, si può dire, quelli non erano esseri umani: erano schiavi! Spesso neppure avevano i tratti somatici – colore della pelle, forma del naso e delle labbra – di un essere umano, perché mai avrebbero dovuto essere trattati in modo diverso da una comune proprietà?
L’abominio di questo trattamento ci è oggi palese e conduce un senso di nausea a disgusto per il passato che ha pochi termini di paragone. Però ci vantiamo della conquista preziosissima della donna di poter uccidere suo figlio quando ancora è in divenire, quando è una debole creatura completamente dipendente da lei. Quando non fa tenerezza, perché non lo vediamo; quando non ha una voce con cui piangere i suoi ultimi respiri.
Quando non ha modo di farsi sentire.
Provocatoriamente, noto che i deboli sono difesi da certi partiti solo in misura del loro diritto di voto e della loro visibilità: la sinistra – i radicali? – che hanno lottato per certe “conquiste” sono ampiamente favorevoli a queste pratiche omicide. Chiedono più diritti per gli immigrati, lottano contro i soprusi commessi dal “ceto padronale” sugli operai… un essere umano ammazzato quando è un embrione, invece, pesa solo pochi grammi, non voterà mai, non finisce in prima pagina sul giornale, non da alcun fastidio. Molto semplice sbarazzarsene.
Vorrei che a questa provocazione rispondesse davvero qualcuno di sinistra, più di sinistra di quanto io sarò mai. Se ci si appella alla ragione e alla scienza, allora l’aborto deve essere rifiutato in ogni nazione dove l’omicidio è reato. Sappiamo benissimo che la scienza è fallibile, che torna sui suoi passi, che cambia idea. La scienza medica che oggi ci garantisce che un embrione al terzo mese non è abbastanza umano – e può quindi essere ucciso – magari fra due secoli sosterrà l’esatto opposto e stabilirà l’inizio della vita con la fecondazione dell’ovulo.
Ha cambiato idea su questioni che sembravano più semplici e dirette – come dubitare che il Sole gira attorno alla Terra? Diamine, lo vedo muoversi tutti i giorni! – perché dovrebbe rimanere salda su questa?

La seconda è più sottile. C’è un limite oltre il quale le organizzazioni internazionali – anche l’ONU – devono fermarsi; al momento, lo “stato nazionale” è la forma di governo che ci siamo dati e la sua indipendenza deve essere rispettata.
Sono anch’io dell’idea che lo stato com’è oggi concepito non possa funzionare e che debba perdere i suoi privilegi, a vantaggio di una struttura più modulare e più estesa, che fornisca garanzie, diritti e servizi identici in tutto il pianeta. Purtroppo siamo ancora lontani dal realizzarla, non c’è traccia di questa volontà – se non nel controllo economico di poche mani.
Allora che l’ONU si occupi di problemi veri, non di proteggere e propugnare l’omicidio sistematico di milioni di esseri umani. Dovrebbe avere un ruolo di garanzia, è nato per lavorare alla pace su tutto il globo: che si dedichi a questa grande missione. E che si occupi di torture vere, di occasioni in cui i diritti umani sono realmente svuotati e violati.
Descrivere l’Irlanda come un cattivo soggetto per le sue restrizioni in materia d’aborto – ben poco limitanti, in verità, e non così punitive – suona come un vero affronto a quanto stiamo cercando di garantire ai deboli. A tutti i deboli.

 
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Pubblicato da su 25 novembre 2011 in Sproloqui

 

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Immagina… la scienza!


L’edizione 2011 del Festival della Scienza di Genova s’è chiusa con un bilancio tutto sommato positivo; scampata l’alluvione per una manciata di giorni, la kermesse genovese ha attratto come ogni anno migliaia di persone, coinvolgendole nel principale evento di divulgazione scientifica in Italia.
Attraversare una città che per dieci giorni si riempie di magliette bianche e asterischi rossi comporta ogni volta un effetto simile alla sospensione dalla realtà: quei giorni trascorrono in una dimensione temporale tutta loro, con ritmi, riti e codici linguistici propri di noi animatori, di chi si dedica a raccontare la scienza a un pubblico interessato, curioso, stupito da quanto la scienza in realtà sia così vicina a loro. Di quanto vicini siano gli scienziati, di ieri, di oggi, di domani. 

La prima parola di cui oggi vi parlo è, quindi, raccontare. Il Festival racconta ogni anno storie e scienze diverse, attraverso i suoi attori principali. La scienza, a suo modo, è un racconto e fa parte di quella grande narrazione che è l’umanità, la sua storia. Forse è per questo che i ragazzi guardano con occhi strabuzzati il nylon tra le mani di un giovane chimico, che scolaresche ascoltano premi Nobel spiegare complessi passaggi di meccanica quantistica, che bambini si affannano su un difficile problema matematico fatto di corde e bastoncini.
L’impressione di ogni anno è la stessa del primo: sfatata l’atmosfera magica con l’esperienza, magari, ma permane la meraviglia di quanto si possa fare – e si debba fare – per raccontare come la scienza non sia così lontana.

Immaginazione è il futuro che ci attende: il prossimo Festival avrà proprio questa parola chiave. Ho già qualche idea in canna, qualche colpo da riservare per un paio di laboratori. C’è molta immaginazione nella mia vita – anche nella parte non scientifica – e credo di poter tradurre alcune di queste passioni in ottimi stimoli per la divulgazione. Spunti, anzi, più che stimoli. La scienza, dopotutto, è composta spesso di idee immaginate, di progressi inimmaginabili, di sorprese nate da un’intuizione in più del genio del secolo.
Ci proverò, le idee non mancano e le possibilità si raccolgono soltanto lanciando i dadi…
Immaginerò nuovi laboratori, state pronti: e il prossimo anno spero di potervi raccontare direttamente dal Festival, direttamente dalla parte dei proponenti – di nuovo, ma questa volta per me stesso – cosa vuol dire mettersi ad allestire a mano il proprio piccolo, umile laboratorio.

Appuntamento alla call for proposal, allora: non mancate!

 
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Pubblicato da su 15 novembre 2011 in Divulgazione scientifica

 

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Cambio di Paradigma


Ho passato molto tempo in questi giorni a parlare con parecchie persone riguardo la crisi economica – o quella politica – che il nostro paese e tutto l’Occidente sta attraversando. Il mio stupore maggiore è provocato dall’ampio consenso che il nome di Mario Monti sta ricevendo da più parti, comprese quelle parti che, per struttura, storia, ideali, dovrebbero aborrire le soluzioni che plausibilmente applicherà alla nostra situazione.
Messi alle strette, coloro che si son sempre dimostrati contrari a certi atteggiamenti – al capitalismo, diciamolo senza timore – hanno ammesso che servono risposte certe, risposte apprezzabili dai mercati, risposte credibili, risposte rapide. Serpeggia un giusto timore della crisi e una meno giusta credenza di certificazione univoca delle risposte di Monti: tali risposte, infatti, hanno l’unico vantaggio di essere ampiamente coerenti con il sistema economico in cui la crisi è nata e si è sviluppata. Guardacaso quello stesso sistema che, sulla carta, la sinistra dovrebbe voler abbattere.
Non criminalizzo affatto chi ammette tale priorità: è nella natura umana compiere delle scelte basandosi sull’intenzione di sopravvivere con il minor danno. Penso che anch’io, nonostante le parole, agirei sui medesimi toni, se messo davvero davanti a scelte stringenti. Siamo umani.
A stupirmi è che tutte le giustificazioni che emergono per motivare tali scelte riconducano immancabilmente alla necessità di agire in accordo con il sistema: nessuno prende in considerazione la possibilità di scelte diverse. Con tale definizione, ovviamente, non intendo soluzioni anti-liberistiche nel nostro contesto: ovviamente fallirebbero. Intendo modificare completamente il contesto, rinunciare alle regole del gioco e sostituirle con un altro. Lo sforzo immaginativo non arriva (quasi) mai, neppure tra i più abili politici della nostra sinistra (razionale) più estrema, a concepire un cambio di paradigma.

Ritornare a Kuhn per illustrare un momento così delicato momento della nostra società può suonare avventato; per me che non sono un filosofo è senza dubbio rischioso. Della sua struttura delle rivoluzioni scientifiche voglio però mantenere l’impressione, la suggestione di fondo: l’impossibilità di pensare al nuovo paradigma fino a che ci si trova in quello vecchio. Farà sorridere molti spiegare che questa suggestione deriva più dalla lettura di Crichton (Ian Malcolm, uno dei protagonisti di Jurassic Park, spiega i paradigmi meglio di Kuhn!) che da quella diretta dell’epistemologo statunitense. Eppure da lì nasce la suggestione, confermata dagli studi – più seri – di questi ultimi anni.
Il principale ostacolo a una risoluzione “di sinistra” della crisi proviene proprio dall’incapacità della sinistra di proporre linee d’azione non capitalistiche. Non solo non liberali, nell’accezione di contrarie ai grandi monopoli, agli industriali, agli imprenditori, sotto il segno delle garanzie e delle sicurezze per operai, dipendenti e ceto medio; intendo come soluzioni non capitalistiche quelle proposte che, basandosi su criteri e crismi completamente difformi dalla struttura economica attualmente in vigore, possano incidere realmente aggirando i limiti dell’attuale mercato.
Non essendo uno studioso di economia o un esperto autodidatta dell’argomento, non ho proposte reali in campo economico: eppure, nell’ammettere questa mia ignoranza, ho la presunzione di ritenere che ci sia qualcuno capace di fornire risposte del genere e azioni pratiche da mettere in campo. Mi chiedo perché, in un momento di crisi così violenta, la sinistra non faccia avanzare tali proposte e, anzi, le tenga ben segregate. Il dubbio che mi rimane è che neppure la sinistra – quantomeno quella sinistra parlamentare e politicamente ragionevole – sappia emergere da questo confine paradigmatico e portarsi al di là del liberismo e del capitalismo. Forse le accuse di una sinistra ormai completamente piegata al sistema è vero: nessun leader ha alzato la voce su questi temi o, se lo ha fatto, s’è trattato di un sussurro.

Questo discorso rischia di farmi passare per un marxista intransigente rivoluzionario: ben lungi, resto un pacato omicino post-democristiano, fieramente cattolico e fieramente convinto che, anche alla luce del Vangelo, si debba costruire una società più giusta, be difforme da quella attuale, ampiamente eretta su soprusi e privilegi. Non credo nella rivoluzione, nella dittatura del proletariato e, a ben vedere, non credo nel marxismo come sistema. Ha sicuramente aspetti interessanti, come molte altre teorie, e bisogna saper filtrare questi passaggi validi prima di gettarsi nell’applicazione. Credo però che molti passi si possano fare per migliorare la nostra società. Vorrei non essere una voce minuscola e solitaria: essere minuscolo mi sta anche bene, essere solitario no.
Mi piacerebbe che tutti quegli economisti che sanno e possono proporre alternative al neoliberismo filobancario di Monti si facessero avanti, o fossero spinti avanti dalla classe politica: per dirla alla Kuhn, siamo in una fase di “economia speciale”, quando si possono contrapporre modelli economici (e sociali) differenti, affinché uno emerga e caratterizzi il prossimo paradigma. In questa situazione, abbiamo due scelte: farci avanti ora per impedire un nuovo paradigma capitalistico liberale, o rassegnarci e passare la mano ai nostri figli. Non credo che nessuno tra chi legge oggi queste righe avrà una seconda occasione per cambiare le cose. E se l’occasione non è questa crisi, davvero nulla è un’occasione.

 
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Pubblicato da su 12 novembre 2011 in Politica, Sproloqui

 

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Moggi & Monti


Monti sarà presto nominato Presidente del Consiglio dal buon Napolitano.
Moggi condannato per i fatti di Calciopoli 2006.

Il collegamento sottile è di pura contrapposizione: ammesso che Moggi sia colpevole dei reati a lui ascritti, in proporzione avrebbe dovuto essere nominato presidente della FIGC, se si fosse seguita la stessa filosofia adottata dal Presidente della Repubblica per la scelta del successore dello Psiconano.
Se vogliamo trovare delle colpe per l’attuale crisi, infatti, non possiamo che frugare nel sistema economico, tra le banche, tra i liberali, tra gli economisti. Monti è uno dei maggiori signori di questo sistema malato che viene chiamato “capitalismo” ma che, a tutti gli effetti, è una forma di schiavismo e sfruttamento del 95% della popolazione mondiale, a vantaggio di un’esigua minoranza di signori e padroni che sul capitalismo si arricchiscono e costruiscono le loro fortune. Nominare Monti alla guida di un governo incaricato di risolvere la situazione di crisi è analogo a mandare Moggi a presiedere la FIGC nel bel mezzo di Calciopoli. Altro che lupo a guardia del pollaio.

Non è che Monti mi sia antipatico a prescindere, anzi: lo ritengo eccellente nel suo campo, probabilmente è anche una brava persona. A essere indigeribile è la politica economica che prevedibilmente proporrà al parlamento e propinerà a noi poveri mortali. Trovo che questo, più che risolvere i problemi veri e propri, trascinerà oltre la crisi i soliti difetti di un sistema che, ormai, è inadatto a gestire un pianeta. Quantomeno senza portarlo sull’orlo di un conflitto veramente globale e decisamente pericoloso. Il liberismo – il liberismo che ci propinano oggi, quantomeno – è la risposta sbagliata, è la risposta peggiore che si possa trovare alle necessità di equità e uguaglianza che tanti avvertono.
Vedremo e valuteremo una volta che sarà davvero al governo – se ci sarà. Ma non mi aspetto veramente nulla di buono da un governo tecnico a guida liberale: per un paese che ha bisogno di prelevare da imprese e, soprattutto, imprenditori, per garantire un wellfare e un futuro agli strati sociali più deboli, un paese che chiede una profonda revisione del mercato del lavoro che dia maggiori garanzie ai lavoratori e maggiori rischi a chi già è pieno di soli, un paese che necessita di un refit assoluto del sistema formativo, dell’istruzione, della ricerca… non è il liberismo la risposta adatta.
Le riforme che intendono farci subire non sono affatto l’unica via di uscita da questa crisi: sono l’unico sistema, semmai, che l’attuale struttura economica mondiale può tollerare per preservarsi. Ma questo sistema economico si è condotto sull’orlo dell’autodistruzione, forse oltre, e ora intende farci pagare i suoi errori per restare a galla.

A sentire Servizio Pubblico di questa sera i miei dubbi si confermano: non sono il solo a vedere un enorme problema per tutti noi con un governo Monti. Sinceramente il debito pubblico è solo un sintomo da curare, non il vero problema. La malattia è la disuguaglianza sociale, l’impossibilità di una società realmente aperta e libera per tutti.
Mi sto trasformando in un liberista alla Popper: credo anch’io, realtà alla mano, che una società libera si raggiunga solo lasciando all’individuo il compito di impegnarsi e alla società/lo stato il compito di impedire che l’impegno di uno ostruisca o danneggi un altro, anche indirettamente, anche con l’inazione. Lo stato, quindi, porta equilibrio ed uguaglianza con il suo lavoro.
Speriamo. Preghiamo. Preghiamo perché, purtroppo, non possiamo fare altro. E questa è democrazia…

Come ha appena detto Travaglio: “continuiamo ad affidare la soluzione dei problemi a quelli che li hanno creati?”.

 
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Pubblicato da su 10 novembre 2011 in Politica

 

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Del nostro meglio: il lupettismo come guida della società


Dal titolo potrebbe sembrare che mi sia dedicato all’uso di droghe pesanti, non lo metto in dubbio. Vi chiedo, però, di non scappare alla sola lettura del titolo ma di fermarvi a leggere le righe che seguiranno, perché forse hanno qualcosa di importante da dire.

Il motto dei lupetti è “Del Nostro Meglio”: nel branco ciascuno contribuisce a suo modo, impegnandosi al massimo secondo le sue possibilità, e nessuno valuta il valore assoluto di ciò che si ottiene ma solo l’impegno genuino e reale dei fratellini, la loro capacità di mettersi in gioco dando il meglio di loro stessi. Lo scoutismo ne fa un punto d’onore  e uno strumento educativo di primo piano anche nei momenti successivi, quando si diventa scout e guide, rover e scolte, capi.
Lo spunto educativo, l'”impegno”, la “preda”, la “Partenza” sono sempre commisurate al ragazzo che agisce: non ci sono livelli di capacità assoluti a cui fare riferimento, solo l’impegno del ragazzo nel suo percorrere la pista. E’ questo il vero criterio di giudizio del suo operato, non il risultato materiale dell’azione.
Camminare su una pista tracciata a propria immagine significa non dare peso alcuno alle reali differenze di potenzialità: è rispettare la parabola dei talenti, a modo nostro, io credo. A chi ha molto chiederemo molto, a chi ha poco chiederemo poco. Quel che importa è come ce lo daranno, non in quale quantità o di quale qualità.
Questo dovrebbe aiutarci anche nel pensare il nostro agire nella società; si discute molto di capitalismo in questo periodo di crisi e maturo lentamente la convinzione che anche in campo sociale ed economico dovremmo affidarci in qualche modo al criterio del “nostro meglio“.
La società di eguali che hanno cercato di creare altre generazioni è al di là delle nostre possibilità: “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali di altri” penso racconti benissimo la parabola di queste posizioni. Ottime intuizioni, belle teorie… ma effettivamente slegate dalla realtà.
Volendo restare in qualche modo sul piano utopico ma provando ad ancorarlo a dati fattuali – alla realtà – la chiave del motto dei lupetti può aiutarci, in qualche modo. Se l’unità di misura della nostra società smettesse di essere il prodotto e il suo valore ma l’impegno relativo profuso, in ragione delle capacità del singolo? Dovremmo, io credo, cessare di ritenere il successo un valore assoluto, un concetto che fornisce, in base al risultato, il valore di una persona. Dobbiamo, in definitiva, accettare che siamo diversi e che da questa diversità si può costruire una società veramente migliore, oltre che una società più giusta. Penso che si possa porre termine all’attuale idea di uguaglianza, quella che ci dice che “siamo tutti uguali” ma basarci su un’idea di uguaglianza fraterna in cui a vincere sia “siamo egualmente importanti, nonostante le differenze”.
L’evoluzione delle “pari opportunità” è un esempio pratico molto diretto. Non ha senso pensare che uomo e donna siano uguali sotto ogni punto di vista e possano svolgere identici compiti – aiutandoci con i grandi numeri: mediamente, un maschio ha una forza muscolare maggiore; solo una femmina può partorire e allattare un bambino; le differenze di struttura fisica consentono una maggior facilità di esecuzione a un genere o a un altro; le capacità relazionali e psicologiche di uomini e donne sono profondamente diverse, nessuna deve prevalere sulle altre. Dobbiamo imparare a convivere e a valorizzare le differenze, impegnando a comprenderci, a venirci incontro, ad accettarci e a non giudicarci.
Il “nostro meglio” svolge un ruolo analogo nel concepire i rapporti sociali, tutti gli altri rapporti sociali. Dopotutto, credo che a stabilire il vero successo non debba essere cosa ottengo ma quanto mi impegno per ottenerla. Nel “quanto”, ovviamente, possiamo includere anche la seria analisi delle mie potenzialità e la scelta del campo d’azione a me più congeniale: non pretendo di essere pagato milioni di euro per i miei quadri o per le mie canzoni, viste le mie scarse qualità artistiche. Ma se scopro che scrivere è la cosa che mi viene meglio e mi dedico con la massima dedizione, il totale impegno, la completa perseveranza a questo… perché non devo essere massimamente premiato?

Non voglio fornire una ricetta finale di utopia neocomunista a cui aderire, sia chiaro. Mi interessa però sollevare una riflessione su un criterio di rapporto, impegno e “valutazione” a me molto caro e che ritengo estremamente importante, oltre che vincente. Puntare su ciò che sappiamo fare meglio e farlo al meglio delle proprie capacità.
Mi ritrovo innegabile sognatore in questi giorni, ma ho le mie buone ragioni.

 
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Pubblicato da su 7 novembre 2011 in Politica, Sproloqui

 

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