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Persone, mercato, prodotto: il valore della persona


Negli ultimi giorni a colpirmi sono state in particolare due notizie: il crollo degli iscritti all’Università e il relativo commento di Prefumo e la decisione della Fiat di lasciare a casa, con stipendio, i 19 lavoratori di Pomigliano reintegrati dopo sentenza del Tar. Sono notizie apparentemente distanti e sconnesse ma credo forniscano stimoli per una chiave di lettura univoca della realtà in cui ci troviamo a vivere.

La connessione tra i due accadimenti è presto spiegata: entrambi denotano lo scarso valore assegnato alla persona, alla sua dignità e alle sue ambizioni.
Sminuire il calo di iscritti universitari parlando di ottimizzazione del rendimento significa anche negare che l’istruzione è un diritto: significa, a ben vedere, pensare che l’istruzione – a qualsiasi livello – sia solo uno strumento di formazione per produttori/consumatori. La scuola serve solo a insegnare. Eppure a me hanno insegnato che imparando la chimica apprendi anche a relazionarti con altre persone e che lo scopo dell’istruzione non è tanto la competenza acquisita – importante, certo, ma non marcatamente prioritaria – ma conferire alle persone gli strumenti con cui realizzare il loro desiderio di felicità. Le parole di Profumo – e il generico atteggiamento verso l’argomento – denotano questa attenzione alla persona in formazione – bambino, ragazzina, giovane che sia – rivolta solo all’acquisizione delle competenze. Nulla riguardo la realizzazione dei propri sogni, fosse anche una laurea inutile. Ridurre l’istruzione a solo trapasso nozioni comporta anche ridurre la persona a “cosa”: eh si, perché se i miei sogni non contano, se le mie relazioni sociali sono solo un contorno alla mia produttività, se le mie aspirazioni devono essere sedate di fronte alla necessità della produsione, persona non sono più.
E non sono più una persona neppure se il mio lavoro è scambiabile con il denaro: ne avevo già parlato in occasione dell’insensata modifica all’articolo 18 del c.d. “Statuto dei lavoratori” ma temo che il messaggio non sia stato abbastanza chiaro. La posizione della società guidata da Marchionne continua a cercare di far passare il seguente messaggio: lavorate solo per la retribuzione. Ora, nessuno ritiene che lavorare gratis vada bene o che qualcuno schifi il denaro. Tuttavia ridurre il lavoro a un mero scambio di merce significa svilire il fondamento stesso della democrazia italiana. La Costituzione – povera donna, con gli stupri montiani – si fonda proprio sul lavoro: non sul denaro, non sulla retribuzione, non sulla produzione. Sul lavoro.

Entrambe le notizie sembra individuare un nuovo passo nello svilimento umano. Soggetto del marketing a scopo di acquisto compulsivo, oggetto della produzione di ciò che viene venduto, l’essere umano sembra possedere un valore in quanto tale. Nulla valgono le sue aspettative, i suoi sogni, i desideri, i sentimenti e la dignitià. Ciò che ci rende umani è, per Marchionne, la Fornero, Profumo e molti altri, solo un orpello. Magari da eliminare, in modo che si lavori meglio, si vada in pensione dopo e, possibilmente, lo si faccia senza protestare troppo.

Mi domando se affrontiamo una problematica italiana, isolata al nostro “stivale”, o se si tratta di una deformazione globale. Il valore di un essere umano è diventato infinitesimo: abbiao a che fare con il prodotto ultimo del berlusconismo o stiamo fronteggiando una più generica crisi valoriale del mondo occidentale? Ciò che ha valore è ciò che questo essere umano produce e consuma. Sarà anche così da un pezzo ma forse ora abbiamo le energie per cambiare: se non le abbiamo, dobbiamo trovarle.

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Pubblicato da su 5 febbraio 2013 in Politica, Sproloqui, Teoria

 

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Estremista di cuore


Credo che serva una società basata sull’equità, sull’uguaglianza sostanziale di tutte le donne e tutti gli uomini, a prescindere dal genere, dal reddito, dal mestiere, dalla cultura, dalla provenienza geografica, dalla nazionalità, dalla fede religiosa, dall’orientamento sessuale e da tutto quanto distingue ogni individuo, lo imprezziosisce e lo rende unico.
Credo che serva una società dove la ricchezza sia distribuita con maggior uniformità e dove questa ricchezza non determini totalmente il destino delle persone.
Credo serva una società dove il lavoro sia quel diritto che, assieme agli strumenti di sopravvivenza, fornisca dignità alle persone e dove nessuno sia costretto a rinunciare a questa dignitià umana per poter ottenere un lavoro.
Credo serva una società dove l’istruzione e la sanità siano servizi pubblici eccellenti, perché chi non sa costruire il futuro nei giovani e accudire i propri malati è destinato a intristirsi, impoverirsi nell’animo e, infine, estinguersi.
Credo serva una società dove i valori della Costituzione non siano carta ma realtà, e dove la Costituzione non metta il denaro davanti alla vita delle persone. Una società, in breve, dove siano le persone il centro dell’azione e non il denaro, la finanza, la moneta.
Credo serva una società dove la pensione non sia un privilegio per pochi ma un riconoscimento al contributo fornito al bene comune dai lavoratori.
Credo serva una società accogliente e inclusiva, che non espella ai margini i più sfortunati e non scacci coloro che viaggiano fino a noi per chiedere un posto migliore dove proseguire la loro vita.
Credo serva una società in cui ciascuno collabori al bene comune, a modo proprio e con le proprie capacità, e dove questo non generi una “classifica” ma dove ogni singolo contributo sia accolto con uguale apprezzamento, perché quello è il meglio che ciascuno di noi può dare agli altri.

Se questo vuol dire essere estremisti, senatore Monti, allora si: sono estremista. E farò un vanto dell’appartenenza a quelle “ali estreme” che lei vorrebbe tagliare, perché per me significa stare dalla parte dei più deboli, degli indifesi e di chi veramente lotta quotidianamente per conquistarsi ancora un giorno tra noi.

 
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Pubblicato da su 8 gennaio 2013 in Diari, Politica

 

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Smontiamo Monti


Mi prendo l’onere e l’onore di replicare a questo articolo dell’onorevole Mario Adinolfi su Europa. Credo che il suo pezzo contenga più o meno riassunti tutti i temi centrali sui quali la linea politica della sinistra deve chiarirsi le idee nel prossimo futuro.
Da parte mia, come elettore di centro-sinistra, ho una posizione abbastanza precisa e non mi tiro indietro dal discuterla.Il confronto, soprattutto quando pacato ed educato, credo non possa che portare giovamento a tutti. 

A differenza di quanto scrive Adinolfi, credo che, se il riformismo italiano è quello al quale abbiamo assistito con il governo Monti, sia necessario un sano e forte controriformismo. Le decisioni prese dall’attuale governo sono diametralmente opposte alle esigenze del corpo elettorale della sinistra e, a ben vedere, al Dna stesso di ogni sinistra riformista che, conoscendo l’attuale mondo, voglia allontanarlo a piccoli passi dallo spietato sistema liberista che sembra essersene impadronito.
Credo che la sinistra, se non vuole limitarsi a ottenere una vittoriuccia parziale alle elezione ma se intende governare davvero il paese e dargli una spinta propulsiva, debba invertire drammaticamente la rotta su molti temi rispetto a quanto fatto dal “governo tecnico” che ci sta tutt’ora guidando.

Io penso si possano ridurre i grandi temi di discussione a una manciata, che esporrò puntualmente.
Serve eliminare il pareggio di bilancio dalla Costituzione: questo è stato uno stupro alla Carta che sancisce ciò in cui l’Italia crede e ciò a cui le nostre istituzioni tendono. Mi rifiuto di pensare che la spesa – il bilancio – quindi il denaro siano così importanti in quanto tali da governare al posto dell’esecutivo. Perché, con questa modifica, è ciò che può accadere. In nome di un obbligo costituzionale – il pareggio di bilancio – il governo è tenuto a effettuare tagli alla spesa, ivi compresa la spesa su materie sociali che, a mio modo di vedere, deve invece crescere di pari passo al crescere della popolazione. Non possiamo lasciare la gestione della sanità pubblica in mano a esigenze di cassa (o la salute delle persone in mano alla sanità privata). Il centro della nazione non può essere il denaro o i conti pubblici: il centro sono le persone e le loro esigenze. Se serve spendere, si spende.
Serve rivedere la Riforma Fornero in materia pensionistica e, più in generale, di previdenza sociale. Qui ci sono due ordini di problemi. Non possiamo consegnare alla futura povertà chi oggi stenta a trovare lavoro – e ci metto me stesso in mezzo – o chi cercherà lavoro a partire da domani. E neppure è giusto che, terminata la fase produttiva della propria esistenza, ci si debba affidare ai risparmi o alla famiglia: chi lavora merita un’anzianità decorosa perché ha dato molto allo Stato e dallo Stato molto deve ricevere. Ovviamente questo coinvolge anche la modifica delle nuove età pensionabili, inadeguatamente alte, che avranno effetti drammatici: a 64 anni come potremo pretendere che una maestra sia ancora efficace con i suoi bambini, magari dopo quarant’anni dietro la cattedra?
Serve tornare al precedente testo dell’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, perché, come dice la Costituzione, il lavoro è un diritto e i diritti non si scambiano con il denaro. Il passaggio filosofico pericolosissimo è proprio questo: ceduto su un diritto che è ora divenuto merce, cosa ci impedirà di cedere anche sugli altri?
Credo anche che l’estensione dell’Articolo 18 a praticamente tutti i contratti attualmente esistenti, compresi quelli precari, assieme ad altre misure, possa rendere il lavoro precario meno vantaggioso di quanto oggi è, costringendo di fatto i datori di lavoro a praticare assunzioni a tempo indeterminato. Ma questo è un altro tema ancora.

Non è mia intenzione condannare Monti né il suo governo: semplicemente non ne condivido la linea politica. Apprezzerei moltissimo, invece, che tolga gli abiti del sedicente tecnico (perché tecnico non è stato!) ed entri nell’area politica nel settore di sua appartenenza: il centro-destra liberale del quale incarna i più alti valori e la compostezza morale. Nel dopo-Berlusconi ne abbiamo quanto mai bisogno.

Ciò di cui non abbiamo bisogno, a mio avviso, è una sinistra come quella che dipinge Adinolfi. Non credo proprio ci serva una sinistra che si affanca alle politiche liberali del centro-destra e che rinuncia a difendere i deboli per appoggiare le decisioni forti. Credo, invece, serva una sinistra forte delle sue posizioni che ancora sogni di cambiare un po’ questo sistema e di rendere la società e l’economia al servizio dell’uomo, quando invece oggi accade il contrario. L’esempio più lampante credo sia proprio Matteo Renzi, la cui programmazione è forte di tutte queste linee filo-liberiste che, sinceramente, trovo inappropriate per una vera politica di sinistra (o di centro-sinistra o, al limite, anche solo cristiana).

 
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Pubblicato da su 25 ottobre 2012 in Politica, Sproloqui, Teoria

 

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Carcere sallustiano


E non si parla di autori latini!

sallusti carcere processo diffamazione giornalisti etica libertàIl caso del direttore del Giornale ha scosso opinione pubblica e giornalistica in tutto il paese. Che un giornalista possa andare in carcere per quello che ha scritto, si dice, suona come una minaccia alla libertà d’opinione. Che, poi, un direttore possa essere incarcerato per quello che ha scritto un suo collaboratore, sembra ancora più grave.
E si torna a parlare di “casta”, perché la denuncia questa volta è partita proprio da un giudice, che si è sentito diffamato dalle asserzioni degli articoli pubblicati.

Non entrerò nello specifico del tema ma, memore anche dell’intervista rilasciata dal giudice Cocilovo alla Stampa, è necessario riflettere molto bene prima di gridare alla minaccia per la libertà di stampa.
Io credo che chi scrive debba poterlo fare con una certa tranquillità, sapendo che è tutelato dal sistema legale del paese; credo anche che tutti i cittadini debbano essere tutelati, comprendendo in questa tutela anche il proprio buon nome, la fama e la reputazione.
Capita di sbagliare, scrivendo: si può essere imprecisi, possono essere sbagliate le note d’agenzia o può essere stata scorretta – anche sleale – una fonte. Succede. L’importante è scusarsi pubblicamente e rettificare prontamente, magari con uguale visibilità dell’articolo errato (questo dovrebbe essere un criterio fondamentale, per buonsenso ed educazione).
Questo comportamento è quanto è mancato al direttore del Giornale, lo segnala Cocilovo stesso. Nessuna rettifica, nessuna scusa. Tutt’altro.

Ora si vocifera di un provvedimento legislativo veloce per modificare la legge che costringerebbe Sallusti a 14 mesi di carcere; il direttore, dopotutto, sostiene che non deve essere rieducato, quindi le pene alternative sono inutili. E non chiederà la grazia.
Trovo molto più allarmante per la democrazia che si pensi di ricorrere a queste procedure straordinarie piuttosto che il carcere per Sallusti. E credo che la levata di scudi compatta del mondo giornalistico sia un vero comportamento di casta, maggiore di quello dei giudici – che, dopotutto, hanno impiegato sei anni a pronunciarsi!
La porta per una drastica riduzione del sistema di protezione dei cittadini è a portata di mano: davvero si vuole porre in mano a chi informa l’intera opinione pubblica. Privo di un vero sistema di freno – che deve anche prevedere il carcere, purtroppo, in questo sistema giuridico barbarico – l’agente dell’informazione diventa padrone della realtà, poiché non conta più di tanto quel che davvero è successo ma quello che i media riportano.
Non credo sia degno di uno stato civile poter diffamare sui mezzi di informazione – testate nazionali! – senza essere tenuti ad alcuna rettifica e, allo stato pratico, pagando solo una piccola multa. Magari neppure dando la notizia di quella condanna.

Si deve andare alla ricerca del giusto equilibrio tra buongusto, professionalità e dovere d’informazione: l’equilibrio non lo si trova addolcendo o rinforzando le leggi ma operando sugli attori stessi delle vicende.
Serve una profonda incentivazione al rispetto della deontologia per chi comunica, conscio che comunicare, soprattutto oggi, è creare la realtà – o quantomeno trasmetterla. Servono, in questo, anche provvedimenti interni: Sallusti forse non merita il carcere – perché no, in realtà? La responsabilità è sua, la legge la conosceva – ma di sicuro non merita di fare informazione, come non lo meritano tutti coloro che si dedicano a quel mestiere con partigianeria e menzogne, dall’una e dall’altra parte (anche la sinistra ha i suoi Feltri, Sallusti, Minzolini, Fede, etc, solo che sono meno visibili, al momento).

Ma siamo alle solite, in Italia: le leggi possono poco e grandi poteri grandi responsabilitàservirebbe il buonsenso. Vivendo in un paese in cui le prime sono eluse – e deludono – e il secondo è spesso un orpello inutile, quando non dannoso per la propria carriera – ci si sente degli illusi a sperare che le cose cambino.
Se però mi sono avvicinato a questo mondo della comunicazione anche come professione è perché credo nella necessità di una professionalità: tanto tecnica quanto morale, secondo me. Perché un buon comunicatore deve conoscere i ferri del mestiere – scrivere, parlare, raccontare – ma deve anche saperli usare con un’educazione richiesta da pochi altri compiti. Perché, non mi stancherò di dirlo, oggi chi racconta plasma la realtà. Una tale responsabilità non può che richiedere un’enorme sforzo di correttezza ed eticità.

Da un grande potere derivano grandi responsabilità

 
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Pubblicato da su 27 settembre 2012 in Curiosità, Sproloqui, Teoria

 

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La Consulta della speranza


Linko l’articolo “tecnico” dell’ANSA riguardo il rinvio alla Corte Costituzione della legge 194/1978 sull’Interruzione Volontaria di Gravidanza. Penso sia abbastanza neutrale da permettere di utilizzarlo come punto di partenza.

Un giudice di Spoleto, al quale s’è rivolta una minorenne per poter ottenere l’interruzione di gravidanza senza consultare i genitori – scelta prevista dalla legge – ha sollevato un incidente di costituzionalità chiedendo appunto il parere della CC. Secondo il giudice, la legge, nello specifico l’articolo 4, violerebbe non solo quanto indicato dalla Corte europea per i diritti dell’uomo, letti in luce di tutela assoluta della vita umana, anche embrionale, ma anche numerosi principi fondanti della nostra Costituzione, a partire dall’Articolo 2.

Premesso che nutro pochissime speranze riguardo una sentenza intelligente sull’argomento, credo sia opportuno utilizzare questo spunto per mantenere alta la riflessione di civiltà riguardo l’interruzione volontaria di gravidanza. Se nel corso degli anni c’è stata un potente campagna mediatica, spesso indiretta e infida, che ha presenta l’aborto come un “diritto della donna” e l’embrione/feto come una non-persona, fino a ottenere il riconoscimento di queste posizioni in dispositivi legislativi barbari e inadatti a una società basata sui diritti umani, penso sia possibile sostenere oggi un cammino di sensibilizzazione inverso o, quantomeno, tentarci. Sono fiducioso che sul lungo termine l’estensione dei diritti umani a tutti gli esseri umani e non solo ad alcuni privilegiati sia inevitabile; purtroppo ogni giorno di ritardo su questa strada comporta il massacro di migliaia di persone, i cui diritti sono violati o, peggio ancora negati. Pur sorgendo dall’aborto, ovviamente, l’argomentazione è ampiamente estesa a una ben più ampia serie di persone e neppure limitata alle sole questioni di bioetica (basti pensare alla mancata efficienza rieducativa del sistema carcerario).

Credo quindi che chi desidera una società migliore e più avanzata, soprattutto più rispettosa dei diritti umani dei singoli di fronte ai bisogni di una società spersonalizzata, non possa che voler lottare contro l’aborto. Questo dovrebbe unire un po’ tutte le diverse correnti, sia chi presuppone la centralità del singolo (quei liberali così allergici a una società veramente giusta), sia chi pensa a una maggior integrazione fra soggetti paritari e senza disparità (chi, per ora, si rifà alle correnti socialdemocratiche, per esempio).
Dopotutto, la decisione di chi è soggetto di un diritto o meno è solo questione di accordo convenzionale: siamo noi, attraverso le leggi, a stabilirlo. E siamo noi a stabilire cosa sia un essere umano dotato di pieni diritti. Non possiamo nasconderci a questa responsabilità.

L’interruzione volontaria di gravidanza mette a confronto i diritti di due (perlomeno due, certe volte di più) soggetti, entrambi umani, entrambi vivi: la donna e l’embrione. L’attuale impianto legislativo prevarica il diritto alla vita del secondo rispetto al diritto di scelta della prima.
Premetto che se c’è un embrione è ovviamente frutto di una decisione della donna (non sola: e infatti sono pieno sostenitore della corresponsabilità paterna e della divisione della colpa nei casi di aborto, ci mancherebbe): difficile che un embrione si impianti da solo. E’ successo una volta, e anche quella volta prima s’è chiesto permesso; e possiamo escludere tutti i casi di violenza in cui nessuno, veramente nessuno, biasima definitivamente la donna per la scelta di interrompere la gravidanza.
Tutto diventa allora una questione di responsabilità: principalmente diventa responsabilità della coppia che decide di avere rapporti sessuali, i quali palesemente possono condurre a una gravidanza. Credo sia un dovere di ogni coppia, anche provvisoria, assumersi la responsabilità di quel che compie: la responsabilità, quindi, delle conseguenze a cui le sue azioni giungono.

Immagino possa essere una posizione e una situazione molto difficile e dolorosa: d’altronde assumersi delle responsabilità è sempre difficile, più difficile che tirarsi indietro a scaricare le conseguenze su qualcun altro.
Questo trovo inaccettabile dell’aborto: il lavarsi le mani delle proprie scelte e risolvere una situazione non prevista (per ignoranza, malafede, disattenzione, disaffezione) lasciando che a pagarne il prezzo sia un terzo soggetto, solo spettatore impotente di quanto accade. Come rifarsi sui più piccoli e sui più deboli, una tendenza che la nostra società non ha mai superato del tutto.

Questo discorso, io penso, va ben oltre la definizione dei diritti della donna, soprattutto perché penso che la corresponsabilità degli elementi della coppia sia fondamentale nella gestione del rapporto. Soprattutto la corresponsabilità in materia di conseguenze delle scelte delle coppie: è triste che gli uomini scarichino la responsabilità della scelta solo sulla donna. Trovo giusto l’enorme importanza a lei affidata, visto che l’embrione cresce e si sviluppa nel suo corpo, ma un sistema del genere mi suona terribilmente maschilista e misogino: ancor più che alle donne, credo che l’aborto sia colpa del menefreghismo maschile, denso di atteggiamenti che, a piacere sessuale finito, delegano le responsabilità post-coito alla donna. Noi, nel frattempo, fumiamo una sigaretta.

 
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Pubblicato da su 8 giugno 2012 in Politica, Teoria

 

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L’appello dei giuristi


Ne ho parlato qualche giorno fa (Arte della distrazione) per presentare l’argomento e dire la mia; oggi torno sul tema, anche se con brevità, per segnalare la petizione lanciata da dodici giuristi allo scopo di fermare questo stupro della nostra Costituzione.Ne riporto il testo:

Con una inammissibile precipitazione il Senato ha approvato in commissione un disegno di legge di riforma costituzionale che s´intende portare in aula già martedì prossimo. Ma la Costituzione non può essere profondamente mutata senza una vera discussione pubblica, senza che i cittadini adeguatamente informati possano far sentire la loro voce. E´ inaccettabile che la richiesta di partecipazione, così forte ed evidente proprio in questo momento, venga ignorata proprio quando si vuole addirittura modificare l´intero edificio costituzionale. I cittadini, che negli ultimi tempi sono tornati a guardare con fiducia alla Costituzione, non possono essere messi di fronte a fatti compiuti.
Offrendo ad una opinione pubblica offesa da prevaricazioni e prepotenze un´esigua riduzione del numero dei parlamentari, che passerebbero da 630 a 508 alla Camera e da 315 a 254 al Senato, si vuol cogliere l´occasione per alterare pericolosamente l´assetto dei poteri istituzionali (la riduzione dei parlamentari può essere affidata ad una legge costituzionale a sé stante, senza stravolgere la Costituzione). Viene attribuita una posizione assolutamente centrale al Presidente del Consiglio, mortificando il Parlamento e ridimensionando in maniera radicale la funzione di garanzia del Presidente della Repubblica. Il Parlamento è conculcato nelle sue stesse funzioni e nella sua libertà, fino a poter essere sciolto dallo stesso Presidente del Consiglio, nel caso votasse contro una sua legge sul quale fosse stata posta e negata la fiducia. L´intreccio tra sfiducia costruttiva e potere del Presidente del Consiglio di chiedere lo scioglimento delle Camere attribuisce a quest´ultimo un improprio strumento di pressione e rende marginale il ruolo del Presidente della Repubblica. I problemi del bicameralismo vengono aggravati, il procedimento legislativo complicato. Gli equilibri costituzionali sono profondamente alterati, cancellando garanzie e bilanciamenti propri di un sistema democratico. E ora si propone di passare da una repubblica parlamentare ad una presidenziale, di mutare dunque la stessa forma di governo, addirittura con un emendamento che sarà presentato in aula all´ultimo momento.
I firmatari di questo documento denunciano all´opinione pubblica la gravità di questa iniziativa per i pregiudizi che può arrecare alle istituzioni della Repubblica e si rivolgono a tutti i parlamentari perché rinuncino a portare avanti una modifica tanto pericolosa del sistema costituzionale.

Umberto Allegretti, Gaetano Azzariti, Lorenza Carlassare, Luigi Ferrajoli, Gianni Ferrara, Domenico Gallo, Raniero La Valle, Alessandro Pace, Alessandro Pizzorusso, Eligio Resta, Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky

Penso che l’analisi dei giuristi sia sufficientemente approfondita da chiarire ogni dubbi; soprattutto è molto più precisa di quanto potrebbe esserlo una scritta da me.
Appoggio l’idea che ci sia urgenza assoluta nel lottare per preservare la Costituzione e il suo impianto democratico, soprattutto in questo momento di crisi. Ancor più, penso che sia fuori luogo che questo parlamento di nominati e non eletti, palesemente sfiduciato dall’intera opinione pubblica, pensi di avere il diritto di elaborare, proporre e approvare una tale modifica.
Che i partiti la mettano a programma per le prossime elezioni e che sia il popolo a valutare; ancor più, che la riforma, approvata dal Parlamento, sia poi sottoposta al voto popolare attraverso un referendum confermativo.

Spero che questo appello sia fatto circolare anche dai (pochi) lettori del blog; nel piccolo di questo pezzettino di rete, spero di collaborare al mantenimento e alla difesa della democrazia nel nostro paese.

E’ quindi possibile firmare l’appello a questo link: più saremo, più influenza avrà questa posizione di difesa della Costituzione.

 
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Pubblicato da su 6 giugno 2012 in Politica

 

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10 giugno 1924: morte di un eroe


Ottantasette anni son passati e siamo ancora qui a ricordare il martirio di un politico che ha donato la sua vita all’Italia, massacrato dalla violenza di un regime che non possiamo e non dobbiamo dimenticare.
Non credo di voler dire molto, al riguardo: in effetti, c’è poco da dire senza ricadere negli schemi già visti, da una parte o dall’altra.
Matteotti è stato un eroe a prescindere dal pensiero politico e a prescindere dalla sua morte: è stato un eroe perché s’è apertamente schierato contro il regime vincitore, quel regime che aveva già dimostrato una spiccata predisposizione per la violenza e per il disprezzo del rivale politico. Quello stesso regime che, giunto al potere con la violenza, con la violenza si era garantito il consenso elettorale.
Oggi ci può ancora dire qualcosa questa parabola: non credo ci troviamo in identiche ambasce per la nostra democrazia ma il pericolo è vivo non tanto per la pericolosità dei politicanti – ce lo vedete Vendola dittatore o lo Psiconano a piazza Venezia? – quanto per il disinteresse e la disaffezione degli italiani.
Il problema politico, nella sua più ampia accezione, tende a scivolarci addosso; il voto è gesto superficiale, mai approfondito, mai critico. Da questo dobbiamo difenderci e questo è il vero pericolo del berlusconismo: l’anestesia delle coscienze, il sonno della mente. Un sonno forse rinfrancante, forse portatore d’oblio: ma al risveglio cosa troveremo della nostra Italia?

Matteotti ci lascia questo messaggio, assieme agli altri Padri della nostra patria: vigilate e lottate, impegnatevi. Che siate di destra o di sinistra, liberali o socialisti, democristiani o grillini: non smettete di criticare, non smettete di indagare, non smettete di capire. Soprattutto, non smettete di pensare. Ne va della vostra libertà!

Alcune sue parole per finire questo post; forse è utile ricordarlo non solo per la sua morte ma per i motivi che spinsero il regime a ucciderlo. Le sue parole era una condanna alla conduzione politica del tragico governo fascista: oggi suonano come un monito che non dobbiamo dimenticare. Mai come oggi, in quest’Italia in cui la democrazia è appesa a un filo, ricordare dove può giungere l’orrore della dittatura è fondamentale e centrale nella lotta costante per il mantenimento della libertà.
Innanzitutto è necessario prendere, rispetto alla Dittatura fascista, un atteggiamento diverso da quello tenuto fino qui; la nostra resistenza al regime dell’arbitrio dev’essere più attiva, non bisogna cedere su nessun punto, non abbandonare nessuna posizione senza le più decise, le più alte proteste. Tutti i diritti cittadini devono essere rivendicati; lo stesso codice riconosce la legittima difesa. Nessuno può lusingarsi che il fascismo dominante deponga le armi e restituisca spontaneamente all’Italia un regime di legalità e libertà, (…) Perciò un Partito di classe e di netta opposizione non può accogliere che quelli i quali siano decisi a una resistenza senza limite, con disciplina ferma, tutta diretta ad un fine, la libertà del popolo italiano.

 
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Pubblicato da su 10 giugno 2011 in Politica

 

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