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Archivio mensile:gennaio 2012

Blog, giochi di ruolo e campagne


Abbiamo iniziato una nuova avventura, intesa in senso lato e non in quello specifico: una campagna – oscura e tragica – con un gioco di ruolo fantasy. Pathfinder.
Abbinato alla campagna, è sorto un blog: non avevo voglia di impegnare questo blog con post e commenti strettamente inerenti il gioco, preferisco tenerlo come una finestra più ampia sul cortile del pianeta. Quindi c’è, a fianco dell’Anarchia, La Rovina delle Stelle, un blog interamente dedicato alle sessioni, alla campagna, al mondo di gioco, ai personaggi, ai giocatori… e al quale spero di non contribuire da solo (i blog monolitici possono diventare eccessivamente autoreferenziali).

In questo blog prenderò spunti da un altro prodotto del passato, pur se di brevissima durata: La Discesa Oscura, anch’esso un blog su una campagna di GdR, quella volta di D&D (non che Pathfinder cambi molto, eh… spero che sia meglio, quantomeno il sistema… difficile fare peggio), numerosi spunti anche di teoria del gioco e di… pareri da Game Master.

Insomma, vi tedierò anche con quel blog; ovviamente con quantità minore, ovviamente con temi “a senso unico”, ovviamente rivolti spesso ai giocatori (attendetevi qualche spunto narrativo). Ma i blog raddoppiano, per ora, nell’attesa che si unifichino su una nuova pagina. Svolta non distante. Promesso.

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Pubblicato da su 20 gennaio 2012 in Diari, Giochi di Ruolo

 

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Costituzione: cantiere in corso?


Sentiamo di frequente parlare dell’opportunità di mettere mano alla nostra Costituzione per apportare delle migliorie; a seconda della voce ascoltata, si percepiscono intenzioni di “semipresidenzialismo” o di “federalismo”, di “accentuazione liberistica”, senza voler discutere le follie proposte da soggetti privi di buonsenso, come l’eliminazione del riferimento al lavoro nell’Articolo 1. La modifica della Costituzione suona come l’unica possibilità per dare una svolta al paese, quasi fosse una panacea universale per i nostri problemi. Tutto questo ampiamente circondato da pareri sulla “vecchiaia” del nostro testo costituzionale, quasi la sua età lo rendesse inadatto ad affrontare le sfide del presente.

Condivido appieno la necessità di rinnovare il paese ed effettuare riforme sostanziali – e sostanziose – in molti campi sensibili e centrali della nostra vita sociale. I problemi sono, a mio parere, evidenti e avviarli a una soluzione decisa rimane un’urgenza della nostra fragile democrazia, intaccata vieppiù da vent’anni di berlusconismo.
Tuttavia non credo che riformare la Costituzione sia la strada da seguire; penso, piuttosto, che sia opportuno mettere in pratica quanto il dettato costituzionale già predica da sessant’anni. Molti passaggi della Costituzione restano carta scritta priva di messa in opera, disegni intellettuali splendidi ma sconnessi dalla realtà; non è rimuovendoli ma ponendo all’opera i dovuti provvedimenti legislativi e sociali che si affrontano i problemi a essi connessi. Oggi mi dedicherò a una breve carrellata di questi “passaggi oscuri” che, in verità, sono veri traccianti per la via della democrazia e della piena modernizzazione del paese. Non a caso, la nostra è una Costituzione solida e invidiata da molti che, se modificata da personaggi incompetenti o in malafede come quelli che abbiamo visto al lungo al governo, rischia di veder destabilizzati i delicati equilibri istituzionali.

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
L’Articolo 4 è la nostra base di partenza. Attuare questo sarebbe il massimo successo per il paese. Diritto al lavoro: parole miracolose che, unite a dignità del lavoro, cancellerebbe le trovate di Marchionne e le sparate di Tremonti e di Confindustria. Certo, il problema è anche nei lavoratori: i sindacati hanno perlopiù svenduto le mutande ai “padroni” – e non solo le mutande – accettando proni le politiche insensate dei governi che si sono succeduti in questi anni.
Applicare questo comma è la principale urgenza del paese: si tratta di combattere il lavoro in nero, di consentire a tutti i cittadini di vivere del proprio operato. Si tratta, in ultima analisi, di dare dignità a tutti, a prescindere dalle loro capacità relative. Perché la dignità non ha a che fare con il mio essere ingegnere, laureato, medico, cubista compositore. La dignità è un quid che qualifica l’uomo e la donna per il loro stesso essere. E solo il lavoro consente quelle conquiste che definiscono una persona dignitosa.
Finché asseconderemo Marchionne & C., il diritto al lavoro sarà solo un diritto allo sfruttamento: qui deve intervenire il governo, anche se ho seri dubbi sulla capacità di un governo neo-liberale di fare qualcosa di sensato in materia.

La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali.
Vogliamo parlarne? Vogliamo accennare all’imbecillità di quelle persone che scendono nell’agone politico supportando fantasiose teorie circa l’esistenza di paesi immaginari (non serve scomodare il formaggio)?
Oppure vogliamo affrontare veramente i problemi delle autonomie, la necessità di decentramento, l’esigenza fortissima di perequazione e uguaglianza delle realtà locali?
Una e indivisibile significa anche che i servizi e le strutture sono eguali su tutto il territorio: che la qualità della vita – compreso il prezzo della vita – non avverte soluzioni di continuità. Che la qualità dell’assistenza medica, dell’approvvigionamento idrico, delle infrastrutture è costantemente elevato su tutto il territorio, in egual modo. Che se pago l’autostrada sulla Genova-Ventimiglia, pago anche sulla Salerno-Reggio Calabria. Che entrambe le vie veloci sono servite e assistite con analoga qualità e intensità.
Che le regioni più forti aiutano quelle più deboli e quelle più deboli si impegnano per raggiungere quelle più salde.

Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.
Si torna in un campo minato tipico del razzismo. Perché se a domandare l’apertura è una comunità cristiana, nessun problema; però appena si vocifera la possibilità di una moschea, si sollevano insurrezioni. Nessuno intende avere come vicini di casa gruppi organizzati di fedeli musulmani, perdipiù immigrati (magari clandestini). Si sa, i musulmani sono tutti pericolosissimi terroristi, non dobbiamo lasciar loro spazio e modo di organizzarsi! E se sull’altare della nostra paura insensata dobbiamo sacrificare quello che è un diritto – il diritto a praticare la propria religione, una fede di amore per Dio e per gli uomini – non c’è problema: tanto sono solo immigrati.
Ovviamente ci riserviamo di scagliare strali contro i paesi arabi, quelli dove i cristiani sono perseguitati o, semplicemente, è vietato praticare apertamente gesti di cristianesimo. Loro sono dei barbari medievali, noi siamo saggi che si difendono da un nemico subdolo e malvagio.

Oh si, la Costituzione ci darebbe molti altri spunti, ma ho già scritto troppo. In ottemperanza alla brevità che ho proposto – e imposto – a me stesso, mi fermo qui, già oltre il limite.
Mi sono occupato di alcuni dei diritti fondamentali, non sono sceso negli aspetti tecnici: tengo molto anche a quelli e li affronterò a tempo debito. Penso che la Costituzione ci indichi una via – parlamentare – dalla quale non dobbiamo scostarci, pena gravi scompensi e innumerevoli ingiustizie. I Padri fecero un ottimo lavoro, ora preserviamolo.

 

 
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Pubblicato da su 19 gennaio 2012 in Politica, Teoria

 

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Informazione, ma come piace a noi


L’argomento ha fatto la sua comparsa a una cena di redazione, chiacchierando della validità giornalistica di testate come Il Giornale, Il Foglio o Libero, ampiamente schierate dalla parte dello Psiconano. A tavola, è nato il paragone con testate analoghe ma speculari – Repubblica e il Fatto, soprattutto – e su come, stando all’apprezzamento dei lettori, l’informazione di parte piaccia parecchio agli italiani. Siamo un popolo, è stata la conclusione, a cui piace sentirsi dire ciò che si desidera, leggere pareri confortanti e coerenti con le nostre posizioni. Non a caso a me Avvenire piace.

Premettendo che non ritengo opportuno porre sullo stesso livello morale le posizioni schierate di Repubblica e del Fatto – posti a difesa della legalità e della Costituzione – di fronte a quelle moralmente insipide, quando non scorrette, delle testate filoberlusconiane – che appoggiano e difendono comportamenti immorali e illegali – sono dell’idea che, tecnicamente, sempre di informazione “parziale” si parli.
Parziale nella doppia accezione: sia connessa a una “parte” ideologica-politica-filosofica, sia non completa, quasi settoriale. Non necessariamente un male, superato il primo dubbio, perché quantomeno non celata e, anzi, a lungo sbandierata. Dopotutto, scrivere esponendo le proprie idee è virtuosismo e responsabilità, finché si pone attenzione a fornire comunque un servizio d’informazione.
E qui, forse, caschiamo male sotto molti punti di vista…

Certa informazione che andiamo a leggere, infatti, non è informazione propriamente detta, solo trasmissione di dati che confermano una tesi già insita nel lettore. Succede così che l’italiano preferisca leggere qualcosa che vada incontro non solo ai suoi canoni estetico-letterari, ma anche alle sue idee riguardo l’argomento del testo. Se questo dal punto di vista del semplice piacere letterario è lecito, sorge il dubbio che possa anche divenire pericoloso qualora il lettore si affidi esclusivamente a fonti parziali e tra loro unidirezionali: così facendo si troverebbe non solo a confermare le proprie opinioni di base – i propri sacrosanti pregiudizi, direbbe Popper – ma non avrebbe possibilità di analisi critica della realtà, composta a prescindere dall’osservatore da una miriade di sfaccettature caratteristiche e non sintetizzabili divergenze. Continuando a filosofeggiare sul filone austriaco-ebraico, potrei dire che l’informazione univoca impedisce la critica del senso comune; se comunque ci basiamo sui nostri pregiudizi – intesi come “punto di partenza” – è fondamentale che questi affrontino la prova dei fatti. Tradotto nel campo dell’informazione, non potendo andare ciascuno di noi a verificare in loco gli eventi, sarebbe opportuno ricevere multiformi input pluridirezionale, sicché li si possa analizzare e se ne possa trarre un complesso tutto sommato coerente.

Qui si inserisce un ulteriore problema, ma diventa opinione personale: penso che la maggior parte dell’informazione di parte non sia adatta, da sola, a fornire una visione sufficientemente aperta della realtà. Me ne accorgo leggendo articoli sul medesimo argomento – quando si tratta di argomenti scottanti, su cui è necessario schierarsi – tratti da testate divergenti; vuoi per la bravura degli autori, vuoi per la confusione, vuoi per l’abilità nel celare, mancano sempre ingranaggi fondamentali per effettuare la dovuta critica al dato che giunge.
Diventa così importante trovare quantomeno qualche dato “meno spurio”: ovviamente l’imparzialità è impossibile, lo insegnano anche a noi storici. Quando qualcuno si mette dietro una tastiera, in un modo o nell’altro lascia trasparire parte del suo pensiero, anche se sta raccontando la cronaca del derby a poker tra seminari vescovili (garantisco che l’immagine di giovani seminaristi che puntano toghe e stole mi ha per un attimo terrorizzato). Alcuni, però, sanno farlo con contegno, altri scadono nel ridicolo o nell’eccesso.
Difficile è oggi procurarsi queste fonti che, pur non essendo neutrali, forniscono quel tanto che basta di imparzialità da poter usare la testa – la propria – per formarsi un’opinione il più possibile indipendente; una teoria da mettere alla prova dei fatti, direbbe ancora Popper.

Qual’è il problema sociale, allora? Non la mancanza di informazione “neutra”, credo sia chiaro. Il vero allarme è l’assenza di richiesta di questo tipo di informazione.
All’Italiano medio va benissimo leggere le avventure smutandante di Berlusconi attraverso gli occhi di Padellaro o di Feltri, basta che appoggi l’opinione iniziale del lettore. E ammetto di caderci con sommo piacere anch’io, a volte; salvo, spero, riscattarmi quando transito dal “piacere” della lettura alla “richiesta d’informazione”.
Significa, davvero, che è in corso una sorta di anestesia generale delle coscienze, giusto per citare Travaglio (uno neutrale, insomma); anestesia che si trasforma, con il tempo, nell’assenza di reale richiesta di informazione.

Forse è il nostro tempo: manchiamo di certezze e ci rifugiamo nelle conferme delle piccolezze che ci circondano. Probabilmente questo atteggiamento è l’estremo approdo del relativismo, quello stesso relativismo che ci tiene fuori dalle chiese o che ci rende abbastanza inerti di fronte agli orrori sociali, compiuti a turno a Berlusconi/Monti/Bersani o chi per loro.
Sicuramente è una resa del nostro intelletto; nel momento in cui scegliamo di non cercare più la verità, pur sapendo che non è certo scritta su un giornale e, per la cronaca, la politica, lo sport, l’economia, la storia, non esiste, lasciamo che sia solo il nostro pregiudizio a dirci come agire. L’assenza di ragione critica è allora il vero male del nostro tempo, che lascia agire il relativismo del “tanto va tutto bene”.
E no, non è un rinnegare l’anything goes di Feyerabend, anzi: è andarlo a confermare con forza! Perché niente va sempre bene, tutto va bene a seconda del caso. Bisogna saper scegliere quale strumento impiegare, certi che ciascuno strumento troverà, prima o poi, il suo giusto impiego.

Avevo promesso post più corti, oggi ho fallito; però credo che chi ci è arrivato fino in fondo si sia goduto uno dei pezzi più… onirici che abbia mai scritto. Ma, a mio parere, anche uno dei più significativi.

 
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Pubblicato da su 11 gennaio 2012 in Sproloqui, Teoria

 

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Tempo di verifica…


Il review annuale di WordPress!

The WordPress.com stats helper monkeys prepared a 2011 annual report for this blog.

Here’s an excerpt:

A San Francisco cable car holds 60 people. This blog was viewed about 2.900 times in 2011. If it were a cable car, it would take about 48 trips to carry that many people.

Click here to see the complete report.

Poteva andare molto peggio, dai, soprattutto considerando che il blog ha meno di un anno!

 
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Pubblicato da su 9 gennaio 2012 in Diari, Sproloqui

 

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Ora aspettiamo la Consulta


Mercoledì sapremo come andrà a finire la nuova puntata della storia del referendum sulla legge elettorale.
Dopo la conta della Cassazione, era giunta la comunicazione: il mezzo milione per ciascun quesito è stato raggiunto e superato. Conclusa quell’operazione, hanno smesso di contare: per sapere quante firme sono state raccolte, almeno per avere una stima, sarà necessario attendere ancora un po’, fino a quando la Cassazione non avrà comunicato anche il tasso di “bocciatura” dei promotori, cioè la percentuale di firme non valide. Fatto quello, basterà una semplice proporzione.
Interessante che a contendersi il record in firme siano due referendum sulla legge elettorale, distanti quasi vent’anni: quello del 1993 – ancora non votavo – e quello che potrebbe tenersi nel 2012. Affascinante davvero: forse il popolo vuole avere qualche voce in più nella gestione di molte cose, invece di sopportare decisioni altrui. Peggio, di sopportare decisioni prese da chi dovrebbe rappresentarlo ma, causa legge elettorale fatta da un leghista, non può neppure scegliere. La legge elettorale ideale nell’era del Nano, l’era delle menzogne, l’era del finto presidenzialismo in una repubblica parlamentare.

Non è un caso che l’Italia sia una repubblica parlamentare; l’assetto istituzionale emerse dalla costituente e fu il frutto del Ventennio fascista. Meno poteri in mano alle singole persone, più poteri agli organi rappresentativi e collegiali: una lezione che dovrebbero imparare tutti. In fin dei conti, unificare poteri in una singola persona è alquanto stupido, meglio dilazionarli su organi plurimi, oltre che dividere i poteri, classicamente, su organi distanti.
Mi piace, senza dubbio, la corresponsabilità dei parlamentari molto più del direttivismo univoco del presidente.

I discorsi dei prossimi giorni saranno senza dubbio incentrati su cosa deciderà la consulta mercoledì; l’11 gennaio sembra essere una data spartiacque non solo per il referendum ma per buona parte dei partiti. Di conseguenza per il governo Monti.
L’approvazione del referendum, infatti, potrebbe far precipitare velocemente la situazione verso nuove elezioni – con vecchia legge. Il motivo principale risiede nella volontà di alcuni leader politici: ci sono partiti partiti – PdL e PD in primis – non gradiscono il ripristino del mattarellum; il Nano, in particolare, detesta tutto ciò limita il suo controllo sulla vita del paese. Una legge elettorale che introduca – sia mai – le preferenze popolari rischierebbe di impedirgli di far pagare a noi lo stipendio dei suoi avvocati, lacché, escort e simili. Non che le segreterie di altri partiti siano di idee molto difformi, purtroppo.
Le strade per bloccare il referendum – a parte creare una nuova legge elettorale, ma se non andasse nella direzione dei quesiti sarebbe una vigliaccata talmente grave che dubito passerebbe – sono due e passano entrambe per lo scioglimento delle Camere:
la più veloce consiste nello scioglierle al più presto, in modo che si voti subito (marzo?) senza neppure che la macchina referendaria passi
la più lenta, che darebbe tempo a Monti di stabilizzare ancora un po’ il paese, forse nostro malgrado, consiste nell’attendere e, poco prima del referendum, sciogliere le camere, bloccando de facto la consultazione popolare. Un referendum, infatti, non può tenersi nello stesso anno dello scioglimento delle camere… un bell’inghippo, anche se le elezioni fossero fissate in data successiva al referendum.

C’è poi da valutare la vacatio legis, ovvero la risposta alla domanda: con quale legge si voterebbe se nel referendum vincesse il si? Sarebbe automaticamente ripristinato il Mattarellum o ci troveremmo in assenza di una norma che diriga la questione?
Nel caso non fosse dato per scontato il ripristino della legge che abolisce il Mattarellum – nota come Porcellum, quale fantasia – la Corte Costituzionale darebbe sicuramente parere negativo: s’è sempre espressa contro la vacatio legis, non a torto, e in materia elettorale sarebbe estremamente inopportuno non avere sempre una legge pronta all’uso.

Lascerò per un prossimo post la mia valutazione su come dovrebbe essere un sistema elettorale saggio per l’Italia, rappresentativo, democratico, parlamentare.
Per questa domenica, invece, accontentatevi del post di attesa della decisione della Consulta: mercoledì sapremo, mercoledì scriverò ancora. Però un consiglio: pregate le vostre divinità che ci liberino del porcellum perché un paese civile non può andare a votare con un sistema senza preferenze, a liste bloccate, con premio di maggioranza e con indicazioni incostituzionali su cariche non elettive.
Ci deve essere un limite allo schifo.

 
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Pubblicato da su 8 gennaio 2012 in Politica, Sproloqui

 

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Bertone si prepara il Conclave?


Il Concistoro annunciato ieri da paparatzinger ha reso nota l’elevazione a cardinale di ben ventidue porporati, diciotto dei quali saranno anche cardinali elettori, ovvero sono under 80 che entreranno in un’eventuale conclave. Si tratta di un’immissione imponente di berrette rosse e un rinforzo dei ranghi del conclave che, se fosse convocato a fine febbraio, vedrebbe partecipi 124 cardinali, quattro in più del consentito. Ben sette dei diciotto nuovi elettori sono italiani e nell’elenco l’ampia maggioranza va ai membri della curia romana, quasi Benedetto abbia voluto premiare chi più l’ha assistito nel governo della Chiesa in questi anni di pontificato.

Questa la notizia, secca e fredda. Ci sono considerazioni da fare.
A parte che un cardinale lo conosco, ho pure pranzato con lui… quando era vescovo di Savona (Calcagno).
L’elenco mi sembra una vittoria della linea bertoniana, quasi un successo personale del segretario di stato, già arcivescovo di Genova, estremamente criticato da molti settori CEI e dato in calo di popolarità negli scorsi mesi, soprattutto per via di alcune assegnazioni (Torino) di soggetti differenti da quelli suggeriti da lui. Invece questo concistoro suona come una vera vittoria del settantasettenne porporato. Il segretario di stato è un po’ anziano per aspirare al papato – ha già settantasette anni, difficile una sua elezione anche in un conclave in corso d’anno – ma con i soggetti che saranno inseriti a metà febbraio tra gli elettori è possibile una sua amplissima influenza sull’esito delle votazioni. Se Scola è dato come grande favorito – ma Dio ci scampi da un tizio come lui, legato al PdL abbastanza da giustificare gli eccessi dei politici attaccando i “moralizzatori” – Schönborn potrebbe non aver perso del tutto le possibilità di concorrere, anche se lo “scisma austriaco” (consiglio il mio post al riguardo) ha sicuramente indebolito la posizione.
Questi giochi di preveggenza e posizionamento sono tipici di ogni fase della Chiesa; papa giovane o vecchio che sia, la composizione del concistoro e del possibile conclave sono per forza di cosa oggetto di interessante discussione per gli osservatori, oltre che di serrate trattative tra le berrette stesse.

A me sembra abbastanza evidente come Ratzinger stia predisponendo le carte per il prossimo conclave; mi stupirebbe il contrario, considerando l’età decisamente avanzata del pontefice, la sua salute non ottimale – si sa che soffre di cuore, il che lo rende un po’ una bomba a orologeria – e la fatica che pesa sul pastore romano.
Le esclusioni di Nosiglia (neo arcivescovo di Torino) e di Fisichella (forse paga la “contestualizzazione” delle bestemmie berlusconiane?) suonano come un segnale importante, anche perché non è scontata la convocazione di un ulteriore concistoro presieduto da Benedetto XVI.
Due, quindi, gli elementi chiave: la netta preferenza di nomine “bertoniane” e l’ampio spazio riservato alla curia pontificia. Interpretare questi segnali è questione difficile, perché si mischiano elementi religiosi a elementi di politica religiosa, due campi ben distinti della Chiesa. Se proprio si vuole dare un significato, sembra che Benedetto XVI stia predisponendo dei ranghi molto nutriti di elettori: questo non significa che la successione sia vicina, mi auguro per lui di noi, ma che senza dubbio ci sta già pensando. Da buon monarca, quindi, prepara il terreno per una transizione facile…

Strano il silenzio dei media, forse disinteressati alle vicende papali: mi aspettavo più clamore per questo profluvio di cardinali, soprattutto perché adesso quelli nominati da Ratzinger sono più di quelli nominati da Giovanni Paolo II. Comunque sia, serviranno mesi, forse anni, per verificare i nuovi assetti; e, nel frattempo, un ligure si aggiunge al Sacro Collegio.
Staremo a vedere.

 
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Pubblicato da su 7 gennaio 2012 in Religione

 

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L’Atlante di Smeraldo


Mi cimento con una non facile recensione letteraria, un po’ al di fuori delle mie competenze dirette ma senza dubbio ampiamente all’interno delle mie passioni.
L’Atlante di Smeraldo di John Stephens è un fantasy giovanile – nel senso che è per giovani – che sa parlare anche agli adulti; racconta le avventure di tre fratelli. Kate, Michael, Emma, abbandonati dai loro genitori in tenerissima età, con la promessa di far ritorno. Di mezzo, si capisce dalle prime pagine, c’è una profezia e un “signore oscuro” interessato a loro.
Si, un modello “potteriano”, con uno sviluppo da “Pullman”; questo non ne inficia la lettura e non riduce il piacere nell’addentrarsi tra le sue pagine, tutt’altro.
Il libro è tecnicamente ben costruito; la trama, pur abbastanza lineare, è indubbiamente resa avvincente dall’intreccio di diversi piani temporali. Seguirli e ricostruirli, a fine libro, tenerli a mente, durante la lettura, sono sfide non semplici; Stephens ne esce bene, con qualche soluzione originale su un impianto tutto sommato classico, comunque sempre godibile.

Si tratta di un romanzo classicamente fantasy, scritto per un pubblico giovane e che vede dei ragazzini come protagonisti. Non esclude temi più maturi, soprattutto connessi al dolore, ma neppure li approfondisce; è un Harry Potter “prima maniera”, il più genialmente bello della saga a mio parere. Anche senza dover fare confronti, si tratta di un fantasy valido, divertente – l’ironia è non solo nei personaggi ma anche e soprattutto nella mano dell’autore – ricco di spunti, anche classici: ci sono magia e nani, mostri oscuri e streghe, viaggi nel tempo, oggetti magici e oscure profezie.
Suona a volte come un romanzo confezionato a tavolino, mischiando elementi di successo, andando sul sicuro: forse è così ma la sua costruzione non danneggia il piacere della lettura. Tanto basta, secondo me.

L’influsso cinematografico-televisivo (Stephens è uno sceneggiatore) si avverte e non stona con la velocità del libro, il succedersi delle scene, i colpi a sorpresa che modificano la trama, la non-linerarità dei flussi temporali, tutto concorre a rendere il romanzo meno prevedibile di quanto ci si potrebbe aspettare e, anche dove scorre con più linearità, ugualmente interessante.
Merito, probabilmente, dei personaggi che, anche se ricalcano alcune figure già viste – Harry Potter, Gandlaf/Silente/il-solito-mago, la bella cattiva (con sfumature alla Bellatrix!), il buon guerriero dei boschi, un po’ Hagrid, un po’ Aragorn – hanno un loro taglio: profondi quanto serve, credibili, godibili, è facile stringere con loro un legame simpatetico. Ci si affeziona, a dirla breve. E, secondo me, qualche lacrima sul finale ci può anche stare.

Per concludere: l’ho divorato in meno di tre giorni e avrei finito molto prima se non fossi stato in giro per Roma. Staccarsi dalle pagine è difficile, c’è voglia di sapere come andrà a finire; non mi accadeva da tempo. Solo per questo lo consiglio. Vi avverto: si tratta di una probabile saga, I Libri dell’Inizio. Ne verranno altri, ne sono sicuro…
Non è certo il miglior libro della storia ma credo meriti uno spazio nelle biblioteche di ciascun cultore del genere. Dategli almeno un’occhiata, valutatelo, se serve stroncatelo. A me è piaciuto.

 
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Pubblicato da su 6 gennaio 2012 in Diari, Libri

 

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