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Persone, mercato, prodotto: il valore della persona


Negli ultimi giorni a colpirmi sono state in particolare due notizie: il crollo degli iscritti all’Università e il relativo commento di Prefumo e la decisione della Fiat di lasciare a casa, con stipendio, i 19 lavoratori di Pomigliano reintegrati dopo sentenza del Tar. Sono notizie apparentemente distanti e sconnesse ma credo forniscano stimoli per una chiave di lettura univoca della realtà in cui ci troviamo a vivere.

La connessione tra i due accadimenti è presto spiegata: entrambi denotano lo scarso valore assegnato alla persona, alla sua dignità e alle sue ambizioni.
Sminuire il calo di iscritti universitari parlando di ottimizzazione del rendimento significa anche negare che l’istruzione è un diritto: significa, a ben vedere, pensare che l’istruzione – a qualsiasi livello – sia solo uno strumento di formazione per produttori/consumatori. La scuola serve solo a insegnare. Eppure a me hanno insegnato che imparando la chimica apprendi anche a relazionarti con altre persone e che lo scopo dell’istruzione non è tanto la competenza acquisita – importante, certo, ma non marcatamente prioritaria – ma conferire alle persone gli strumenti con cui realizzare il loro desiderio di felicità. Le parole di Profumo – e il generico atteggiamento verso l’argomento – denotano questa attenzione alla persona in formazione – bambino, ragazzina, giovane che sia – rivolta solo all’acquisizione delle competenze. Nulla riguardo la realizzazione dei propri sogni, fosse anche una laurea inutile. Ridurre l’istruzione a solo trapasso nozioni comporta anche ridurre la persona a “cosa”: eh si, perché se i miei sogni non contano, se le mie relazioni sociali sono solo un contorno alla mia produttività, se le mie aspirazioni devono essere sedate di fronte alla necessità della produsione, persona non sono più.
E non sono più una persona neppure se il mio lavoro è scambiabile con il denaro: ne avevo già parlato in occasione dell’insensata modifica all’articolo 18 del c.d. “Statuto dei lavoratori” ma temo che il messaggio non sia stato abbastanza chiaro. La posizione della società guidata da Marchionne continua a cercare di far passare il seguente messaggio: lavorate solo per la retribuzione. Ora, nessuno ritiene che lavorare gratis vada bene o che qualcuno schifi il denaro. Tuttavia ridurre il lavoro a un mero scambio di merce significa svilire il fondamento stesso della democrazia italiana. La Costituzione – povera donna, con gli stupri montiani – si fonda proprio sul lavoro: non sul denaro, non sulla retribuzione, non sulla produzione. Sul lavoro.

Entrambe le notizie sembra individuare un nuovo passo nello svilimento umano. Soggetto del marketing a scopo di acquisto compulsivo, oggetto della produzione di ciò che viene venduto, l’essere umano sembra possedere un valore in quanto tale. Nulla valgono le sue aspettative, i suoi sogni, i desideri, i sentimenti e la dignitià. Ciò che ci rende umani è, per Marchionne, la Fornero, Profumo e molti altri, solo un orpello. Magari da eliminare, in modo che si lavori meglio, si vada in pensione dopo e, possibilmente, lo si faccia senza protestare troppo.

Mi domando se affrontiamo una problematica italiana, isolata al nostro “stivale”, o se si tratta di una deformazione globale. Il valore di un essere umano è diventato infinitesimo: abbiao a che fare con il prodotto ultimo del berlusconismo o stiamo fronteggiando una più generica crisi valoriale del mondo occidentale? Ciò che ha valore è ciò che questo essere umano produce e consuma. Sarà anche così da un pezzo ma forse ora abbiamo le energie per cambiare: se non le abbiamo, dobbiamo trovarle.

 
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Pubblicato da su 5 febbraio 2013 in Politica, Sproloqui, Teoria

 

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Renzi: quel che non dovrebbe esserci


Riprendo a scrivere – per un po’ – su stimolo attento dell’attualità, perché di materia su cui scrivere ce n’è parecchia.
Qualche giorno fa Matteo Renzi è stato a Savona; il suo tour elettorale per le primarie della coalizione di centro(sinistra) l’ha portato in Riviera, con abbondante afflusso di pubblico, affascinato dall’orazione. Stimolato dalla questione, mi sono dedicato alla lettura del programma di Renzi: avevo già letto (e commentato) i suoi 100 punti, trovandoli drammatici come programma della sinistra. Ora mi son dedicato a una nuova analisi. Con risultati diversi, anche se altrettanto preoccupanti.

Devo dire che l’attuale programma, rispetto ai 100 punti, è un passo avanti. Leggendo bene le materie trattate e gli spunti si respira, finalmente una certa aria di sinistra, quell’aria di cui ha tanto bisogno il paese. Non abbastanza, secondo me, ma un passo avanti rispetto a novembre 2011.
Ovviamente le delusioni non mancano… e ve le elencherò tutte.

Il primo elemento, che già da solo basterebbe a far buttare Renzi, il programma e i suoi collaboratori nel primo depuratore per il riciclaggio è l’appoggio all’opera di Monti. Renzi – e la Bindi, che mi ha profondamente deluso per questo – intende porsi in continuità con l’operato del governo Monti.
Partiamo dal presupposto che Monti è l’esatto opposto di una politica sociale degna di un qualunque partito di centro-sinistra (per non dire cattolico, com’è Renzi). Il PD fino a ora ha condotto una politica becera al riguardo, appoggiando Monti perché, se fossero finiti loro al governo con nuove elezioni, non avrebbero saputo dove mettere le mani. Serviva uno strumento di distrazione. A farsi distrarre, però, sono stati i dirigenti del PD, che oggi intendono proseguire l’opera di Monti. Renzi in testa.
Anche se vorrei un sano partito socialdemocratico – non alla Berlusconi – che remi ampiamente contro l’intero sistema liberale made in Monti fin da subito, potrei tranquillamente accettare di supportare, di fronte a un programma valido, anche qualcuno che fin’ora l’abbia appoggiato in parlamento, quantomeno definendolo un “male necessario”. Un politico del genere, in assenza di seri soggetti di sinistra vera, mi andrebbe bene. Avere a che fare con un sindaco che intende proseguire sulla strada di Monti – vedrete cosa dirò in materia di previdenza – mi fa rabbrividire. Mi aspetterei, almeno, l’intenzione di smontare parte delle riforme montiane – almeno il pareggio di bilancio in Costituzione, vi prego – e l’idea di instaurare un serio sistema di welfare state alla scandinava. Almeno. Mica pretendo del socialismo reale, peraltro impossibile (Popper l’ho letto…).
Detto questo, che basterebbe per chiudere, torniamo al programma di Renzi. Oggi i punti dolenti, domani le positività. Sono indicati proprio con la numerazione del programma renziano, che trovate qui, in modo da avere una semplice consultazione sinottica.

1.b Allo stesso tempo, i cittadini devono poter scegliere un leader messo in condizione di governare per l’intera legislatura e di attuare il programma proposto alle elezioni
Un che? Un leader?
Perché mai?
Questa frase indica quanto profondamente abbiano inciso vent’anni di berlusconismo. Ora serve un leader. Peggio, questo deve poter governare dopo le elezioni. Magari pretenderà anche che nel governo ci sia il partito di maggioranza relativa, per forza, senza possibilità che a governare sia una maggioranza diversa.
Così possiamo buttare la repubblica parlamentare lasciataci dai Padri!
La struttura istituzionale del paese prevede espressamente che il governo possa cadere e possa formarsene un altro. Non è un difetto, è un pregio.
Significa che il centro del nostro paese è il Parlamento, non il governo. E va benissimo così: non lo voglio eleggere il Presidente del Consiglio dei Ministri (che non è il Primo Ministro). Voglio che lo nomini il Quirinale, sentiti i partiti. E voglio che sia un funzionario che dirige l’operato del governo, il quale, a sua volta, rende operative – esegue – le decisioni del parlamento.
Voglio che, come insegna la Costituzione, sia il Parlamento il fulcro democratico del paese.

3.a Ridurre il debito attraverso un serio programma di dismissioni del patrimonio pubblico
Ottimo. Non pensiamo alle generazioni future, freghiamocene di cosa lasciamo al paese di domani. Vendiamo tutto.

Il debito non si riduce svendendo le proprietà: si riduce soprattutto recuperando quel che è stato tolto e quel che cercheranno ancora di togliere (evasione fiscale, per esempio). Si riduce rendendo produttiva la popolazione con una sana – e onerosa – politica di sostegno sociale.
Vorrei dire che riduce cambiando radicalmente il sistema economico di riferimento… ma poi mi danno dell’utopista.

4.d.1 Mettere a punto un sistema di valutazione delle università e sostenere quelle che producono le ricerche migliori.
Ho sempre sognato anch’io che ci fossero università di serie A e università di serie B.

Davvero.
Era un incubo, certo, l’incubo dell’abolizione del diritto allo studio e dell’uguaglianza.
L’azione da compiere è l’esatto inverso: le università più deboli vanno riempite di docenti giovani e competenti, entusiasti, coperti di fondi affinché producano e portino all’eccellenza anche quegli atenei. L’offerta pubblica – a tutti i livelli – deve essere di qualità altissima e il più possibile di ugual qualità su tutto il territorio nazionale (con l’ovvia attenzione alle eccellenze: ingegneria navale a Perugia la vedo insensata).

4.d.3. Consentire a tutti gli studenti universitari di finanziarsi gli studi e le tasse. Obbligo per le Università di stabilire accordi con almeno tre banche (di cui almeno una locale e almeno una nazionale) per i finanziamenti agli studi universitari, garantiti da un fondo pubblico di garanzia.
Quale gloriosa americanata! Dai, mettiamo il futuro dei giovani, il loro diritto a formarsi, nelle mani delle banche. Già più o meno ce l’hanno diamoglielo del tutto.

Se non si fosse capito, ho in mente una scuola pubblica eccellente e gratuita, che consenta l’accesso ai massimi livelli sulla base del merito, non su quella del denaro.
Il denaro non deve poter comprare nulla di fondamentale per la vita: solo i gadget.

5.a.2 Liberalizzare davvero per far scendere le tariffe.
Ottimo. S’è visto come sono scese le tariffe in materia energetica dopo le liberalizzazioni. O nel campo del carburante.

Non sono un genio dell’economia ma vedo anch’io – chi non lo vedrebbe? – che il liberismo non funziona. Crea delle enormi problematiche economiche dove c’è un welfare state (Europa) o delle disgrazie sociali dove il welfare state non c’è (Stati Uniti). Non sono un fan della programmazione quinquennale di sovietica memoria ma credo che in molte materie l’intervento statale sia fondamentale per evitare che i ricchi si arricchiscano di più e i poveri si impoveriscano. Possibilmente dovremmo studiare un sistema per ottenere l’effetto opposto, riducendo il gap di benessere (anche tra le nazioni, ma è un altro discorso).

6.f.La riforma previdenziale introdotta da Elsa Fornero non verrà messa in discussione
Questa è la chicca. Ne parlavo in apertura: ci sono alcune questioni sulle quali ogni programma sano di sinistra deve mirare a smontare al più presto l’operato di Monti. Uno è il sistema previdenziale. È tassativo e inderogabile.

Assieme ci metto la modifica dell’Articolo 18 (che andava modificato, certo: estendendolo a tutti i contratti e imponendo pene più severe) e il pareggio di bilancio in Costituzione.

Appena possibile tratterò i punti positivi del programma fiorentino, quindi passerò a ciò che manca.
Il vero problema, però, non è soppesare pro e contro: è capire qual è l’idea di base che muove il modello renziano. E questo modello a me sembra del tutto inadatto alla sinistra, al buonsenso, all’amore fraterno che muove i cristiani. Parlo di fondamenti, ovviamente, non di singoli provvedimenti.

Ora andiamo, si fa tardi.

 
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Pubblicato da su 17 settembre 2012 in Politica

 

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I’m back!


Chiedo scusa ai (pochi) lettori del blog, ma ottobre è stato un mese anche troppo impegnativo.
C’è stata la tesi, da scrivere, correggere e presentare al prof; c’è stato il Festival della Scienza; c’è stata l’apertura dell’anno scout; c’è stato il mio povero ginocchio danneggiato.
Troppe cose per riuscire anche a scrivere con serietà e buonsenso.
Oggi, nel mezzo del diluvio che coglie la Liguria, vi scrivo solo che sto tornando. Nei prossimi giorni – mi auguro già dal weekend – tornerò a postare più di prima (ora che sono davvero disoccupato ho anche troppo tempo libero). Vi anticipo due temi che saranno trattati:
– Renzi e i suoi “100 punti”, lettura di questa stramba sera di novembre
– Il Festival della Scienza, tra 150 e oltre e Immaginazione!

Ora buona serata – bagnata – a tutti; a presto su questo piccolo blog.

 
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Pubblicato da su 5 novembre 2011 in Diari

 

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Idee democratiche del Senato


Da una discussione su Facebook è emerso un interessante decalogo di linee guida dei senatori forgiato allo scopo di tenere la rotta nel presentare emendamenti all’imminente manovra finanziaria bis (sperando non ci sia una ter). Dico interessante perché nel marasma generato dalle proposte e controproposte del Governo questo documento è quasi un’isola di pacata serenità e, strano a dirsi, competenza.
Non è immune da errori, sia mai, ma presenta quantomeno l’intenzione attiva di non ledere gli interessi della grande maggioranza degli italiani, bensì di tutelarli, possibilmente colpendo chi da anni si arricchisce sulle spalle dei lavoratori.Vorrei farne un’analisi attenta e dettagliata, ma non credo sia questo il luogo per sviluppare certi temi. Semmai, se davvero volete discuterne, ditemelo e provvediamo…
Mi limito, quindi, a un gioco semplice e diretto: parliamo di SI e NO rilevanti, ovviamente premettendo un enorme secondo me!

Trovo buona parte delle proposte ampiamente condivisibili, più della manovra originale, quantomeno. In materia di evasione fiscale mi trovo ogni giorno più draconiano – fosse per me, l’avvocato che evade andrebbe espulso dall’ordine, permanentemente – e vedere che anche il PD sarebbe intenzionato a misure serve su questa materia rincuora; certo, il problema non è solo l’evasione ma anche l’eccessiva tassazione, ma credo che un adeguato regime di controllo (e di punizione) possa aiutare a recuperare imponenti cifre tali da ridurre la tassazione complessiva, soprattutto su chi meno ha. Sicuramente su questa via deve essere perseguito il sentiero dell’abolizione dei privilegi per i datori di lavoro che assumono a tempo determinato: uscire dal lavoro precario è fondamentale, quasi quanto l’eliminazione dell’evasione fiscale. Mi si dice che tassare il lavoro è insensato e che si dovrebbe tassare il patrimonio: posso concordare, in parte, ma si tratta solo di spostare il problema, come ben sappiamo. A mancare, in materia di evasione/elusione è più l’idea che quelle tasse ci tornino come servizi che altro. Non aiuta, ovviamente, la scadente qualità dei servizi stessi. Purtroppo le norme di questo genere e quelle sul falso in bilancio – o sulla giustizia – sono destinate ad arenarsi contro la strenua resistenza del PdL. Dal partito che detiene il record di leggi incostituzionali, tutte emesse per difendere gli interessi di una singola persona, un passo indietro è impensabile. Sarebbe come obbligarli a non essere più liberisti: già, vero, non lo sono… ma ogni tanto provano a fingere.
Mi piace moltissimo, al riguardo, la protezione dell’indipendenza delle parti sociali. Certo, alcune parti sociali di questi tempi hanno dimostrato che questa protezione – questa indipendenza – proprio non se la meritano; assistere a sindacati che si svendono a una maggioranza per fini che sono completamente opposti alle esigenze dei lavoratori è stato avvilente per chi è stato cresciuto da un sindacalista da lotta operaia, ancor più avvilente quando il peggior sindacato si dimostra essere proprio quello sostenuto /(in passato) da tutta la famiglia. Tuttavia trovo giusta l’idea e trovo essenziale metterla in pratica: la capacità di arginare il “ceto patrodale” (mi si perdoni l’improprio marxismo) è quantomai urgente e pressante, se vogliamo evitare la deriva liberista assoluta. Francamente faccio a meno di Reagan.

Non sono convinto dai passaggi sui taglia alla politica; non che li trovi sbagliati nella loro essenza o nei loro principi, ma la realizzazione mi lascia… interdetto.
Sinceramente credo che, più che ridurre la rappresentanza, sia opportuno ridurre i benefici di questa rappresentanza. Dimezzare i parlamentari è un’azione che trovo francamente stupida, perché gli italiani son sempre di più e devono essere debitamente rappresentati. Forse 630 + 315 sono troppi, ma 500+250 mi sembra un buon compromesso. Riducendo stipendi, diarie, benefit di varia origine e sconti al ristorante, magari. Riguardo gli enti locali, ho idee un po’ confuse sull’utilità delle provincie: non riesco a decidermi. Forse manterrei la mia idea originale: abolirle per quel che riguarda lo stato, lasciando alle regioni la libertà di organizzarsi al loro interno in provincie, se lo ritengono opportuno. Ovviamente a loro spese.
Le liberalizzazioni, poi, mi trovano francamente contrario. Quasi completamente. Non è privatizzando e liberalizzando i servizi che si fa il bene del cittadino. Semmai è garantendo una severa partecipazione e supervisione statale – con garanzie di rientro delle spese – nei servizi essenziali che si ottiene uno stato sociale completo e non limitato a certi settori d’intervento. Abbiamo visto le liberalizzazioni fin qui compiute in Italia dove ci hanno condotto: a costo di passare per stalinista, mi trovo contrario e, anzi, proporrei un maggior intervento statale. Non di soli tagli deve essere fatat una manovra ma anche di interventi mirati per ivnestire debitamente il denaro.

Ci sono poi alcune cose che secondo me mancano del tutto. Mancano alcuni tagli ad aree secondo me sopravvalutate – la difesa, per cominciare – e francamente rinunciabili. Una revisioni profonda del sistema di immigrazione, per esempio l’abolizione del disumano reato di immigrazione clandestina, aiuterebbe a tagliare spese di rimpatrio e di gestione dei flussi. Mandare a quel paese la Bossi-Fini ridurrebbe anche il tasso di delinquenza tra gli immigrati, fornendoci ulteriori risparmi. Ovviamente sono misure indirette, difficili da quantificare, ma forse più efficaci di tanti interventi diretti in materia economica. La lotta al lavoro nero – che potrei aver perso tra i passaggi, l’ora è tarda – è un’altra materia fondamentale, che si affianca alla lotta contro l’evasione. Se vogliamo uno stato più giusto, oltre che con i conti in ordine, non possiamo farne a meno. Son tutti capaci a far tornare i conti con una politica liberale…
Analogamente penso sia opportuno porre un tetto alle retribuzioni dei manager nelle società statali e partecipate, come vietare la presenza multipla in più CdA – a meno che uno non rinunci a tutti gli stipendi, tranne uno. La cumulatività di cariche milionarie davvero non ha alcun senso in questa situazione economica. Non è che dobbiamo proteggere gli imprenditori: dobbiamo esortarli a fare il loro dovere come tutti gli altri cittadini. Pagando le tasse. Poi andiamo a togliere fondi a Istruzione, Università e Ricerca (sarà che anche loro odiano la Gelimini o solo che non sa fare il suo lavoro?)… e pretendiamo che il paese funzioni!

Questa credo sia la chiave delle rotte che la sinistra deve proporre, oggi e domani: non una lettura economica della realtà e una meccanica ricerca di fondi/tagli, aderendo appieno al sistema economico internazionale. Dobbiamo lottare per un’economia che sia socialmente sostenibile e che non faccia ricadere i tagli sul wellfare state e le spese sui cittadini comuni. A tratti, sentendo qualche intervento dal PD, mi sembra di trovarmi in un incubo thatcheriano. Eppure l’ultima volta che ho controllato, il PD era a sinistra…
Poi passo per il comunista che non sono, ma dal mio angolino democristiano (cristiano-sociale?), queste mi sembrano le chiavi di volta dell’intervento veramente sociale che dobbiamo guidare. Non sono nemmeno un po’ liberista, mi spiace; credo che i lettori affezionati l’abbiano capito… e no, non sono neppure favorevole a discorsi come “se ho guadagnato tanto, merito di tenermeli”, perché probabilmente quel guadagnare tanto è stato ottenuto calpestando altre persone, meno fortunate o meno abili. E questo, nella misura in cui avviene nell’Occidente contemporaneo, non deve essere tollerato.

Prima di chiudere, vorrei sottolineare un passaggio che mi ha colpito veramente, non mi aspettavo di trovare qualcosa del genere in un vero documento politico. Ve lo cito: Soltanto un governo politico dell’area euro per lo sviluppo sostenibile e la gestione comune dei debiti sovrani, secondo le proposte elaborate dai partiti progressisti europei.
Può voler dire tutto e niente, questo è certo, ma l’idea che qualcuno pensi all’Europa come possibile via di uscita da questa pessima situazione globale è quantomeno rinfrancante. Mi sento meno solo nel cullare progetti – utopici – di reale integrazione dell’Unione. Forse, dopotutto, non sono l’unico a pensare che la nostra sola carta di uscita da un degrado incipiente per tutta l’UE sia una vera integrazione politica.

Penso che questo breve articolo dica molto poco; è soprattutto uno sfogo in questi giorni di difficoltà e tensione, apprensione per il futuro. Eppure… eppure bisognerebbe fare qualcosa! Stiamo assistendo perlopiù impotenti allo sfascio di un paese dovuto all’incapacità oggettiva dell’elité dirigente, il tutto ipnotizzati dallo sciopero dei calciatori o da efferati omicidi sapientemente posti in prima pagina per anni allo scopo di distrarci da ciò che avveniva nella realtà. Forse è l’ora di prendere il paese per le redini, prima che queste redini sfuggano del tutto e ci si ritrovi in mezzo alla steppa, appiedati. Ci mancano solo i khamort…

 
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Pubblicato da su 1 settembre 2011 in Politica, Sproloqui

 

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Letture (due)


Si appresta la decisione riguardo l’esame di storia contemporanea; non è facile decidere cosa leggere all’interno della miriade di libri che il professore ha inserito nel programma, eppure devo farlo.
Un solo libro per quel modulo, un solo approfondimento tra mille che mi interesserebbero.
Un solo tema che giungerà all’esame.

Vediamo la lista:

Gibelli A., L’officina della guerra. La Grande Guerra e le trasformazioni del mondo mentale, Bollati Boringhieri 2007
Piretto G. P., Il radioso avvenire. Mitologie culturali sovietiche, Einaudi 2001
De Grazia V., Le donne nel regime fascista, Marsilio 2007
Traverso E., A ferro e fuoco. La guerra civile europea 1914-1945, Il Mulino 2007
Goetz A., Lo stato sociale di Hitler. Rapina, guerra razziale e nazionalsocialismo, Einaudi 2007
Peli S., La Resistenza in Italia. Storia e critica, Einaudi 2004
Fattorini E., Pio XI, Hitler e Mussolini. La solitudine di un Papa, Einaudi 2007
Mosse G. L., La nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e movimenti di massa in Germania (1815-1933), Il Mulino 2007
Menozzi D., Chiesa, pace e guerra nel Novecento, Il Mulino 2008
Bruneteau B., Il secolo dei genocidi, Il Mulino 2006
Romero F., Storia della guerra fredda. L’ultimo conflitto per l’Europa, Einaudi 2009.
Flores M., De Bernardi A., Il Sessantotto, Il Mulino 2003
Gualtieri R., L’Italia dal 1943 al 1992. DC e PCI nella storia della Repubblica, Carocci 2006
Gibelli A., Berlusconi passato alla storia. L’Italia nell’era della democrazia autoritaria, Donzelli 2011 assieme a  Ginsborg P., Berlusconi. Ambizioni patrimoniali di una democrazia mediatica, Einaudi 2003.

L’analisi dei testi prenderebbe davvero tantissimo tempo e tantissime righe, penso che ve la risparmierò. Però scorrendo la lista è davvero difficile scegliere, almeno per me: moltissimi i libri che sceglierei, moltissimi i libri che leggerei con piacere, moltissimi i temi che vorrei discutere all’esame.
Effettivamente è da un po’ che avverto la necessità di affrontare certi temi – più o meno mi capita per ogni esame che sostengo – e vengo sistematicamente disatteso da un esame troppo celere. Certo, per la mia media torna comodo, non mi lamento. Però mi sembra quasi di buttare del tempo dedicando magari un mese a un esame per vederlo risolversi in dieci minuti di conversazione – anche superficiale – lasciando nella borsa il 98% dei contenuti che mi sarebbe interessato discutere e su cui avrei voluto sentire un altro parere. Certo, ci sono eccezioni… ci mancherebbe.

Torniamo al tema del giorno: devo scegliere un libro. Quale?
In testa alla lista c’è Mosse: è bravo, scrive bene e il tema è molto interessante. Non disdegnerei nemmeno Traverso, Goetz, Peli, Menozzi o Fattorini. Il rapporto Chiesa/Fascismo è un boccone amaro per ogni cristiano mentre la Resistenza è argomento da sollevare e da ricordare, perché non cada dimenticata (o non sia vittima di bieco revisionismo). Bruneteau, Romero e Gualtiero non sarebbero male: guerra fredda, genocidi e storia politica (DC-PCI) sono indubbiamente interessanti. Altrettanto avvincenti i testi sullo Psiconano, di Gibelli e Ginsborg. Ma lì cadiamo nell’attualità e nella Resistenza…

Si nota che la lista è folta, insomma. Mosse resta in testa ma ho tempo fino a giovedì prossimo per decidere. Voi cosa ne pensate? Cosa leggereste? Cosa mettereste sul banco dell’esame per discuterne con il professore?
Avanti, non siate avari con i consigli!

 
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Pubblicato da su 5 maggio 2011 in Diari, Libri, Sproloqui

 

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Post esame e pre Tesi: Popper o Feyerabend?


Oggi ho affrontato e abbattuto l’esame di filosofia della scienza; un 30 meritato sul campo dell’esposizione anche se dovuto a una buona stella nelle domande decisamente… fortunate! Mentre stavano timbrando e trascrivendo, ho avuto l’ardire di domandare al prof l’opportunità di lavorare su questa materia per la tesi (triennale): l’ho buttata lì e direi che ha abboccato, tanto che stiamo organizzando un primo appuntamento per fissare l’argomento reale.

L’argomento, già: tanto vale iniziare a parlarne.
Marsonet si occupa di filosofia della scienza ed epistemologia, ma non solo. Del suo esame due gli argomenti che davvero mi hanno colpito:
– la filosofia politica di Popper, legata alla sua profonda convinzione liberista ma anche profondamente innovatrice (vedi miseria dello storicismo). Popper è un forte critico del marxismo e, in generale di tutti gli olismi, utopie comprese; va giù duro su molti argomenti di politica e società, va così duro che mi trova quasi sempre d’accordo con lui. Strenuo difensore della democrazia, approda purtroppo alla necessità di una società aperta e liberale come attuale miglior forma di democrazia – per quello che ne sappiamo ora. Lui e Hayek, secondo me, sono troppo liberali per piacermi davvero ma l’argomento è ricco, stimolante ed… estremamente storico.
Feyerabend e la sua anarchia metodologica: ho letteralmente adorato quel libro e penso che tutti coloro che si occupano di scienza dovrebbero leggerlo almeno una volta. Ha cambiato il mio atteggiamento verso la scienza, l’ha letteralmente travolto. Leggerlo è stato come passare dalla geometria euclidea alla geometria riemmaniana senza passare dal via. Si, mi ha veramente colpito… e lavorarci sopra sarebbe bello.

Queste le due opzioni principali; penso possano essercene altre ma, dal mio piccolo angoli di debuttante nell’epistemologia, questi sono i giganti che riesco a intravvedere. Mi piacerebbe discostarmi un po’ dall’epistemologia che esemplifica sempre con la fisica: si, è bello e affascinante ma sa anche di “già fatto”. Vorrei sviluppare i due rami che ho toccato in questi ultimi anni, chimica prima e matematica poi: penso ci sia moltissimo da dire su entrambi gli argomenti e su come stiano influenzando la nostra percezione della realtà, senza che ce ne accorgiamo, per non citare come già l’hanno fatto in passato. Ovviamente il tutto in non più di 50 pagine, a quanto pare.
Quindi… contegno, umiltà e riduzionismo!
Vedremo, vedremo… qualcuno ha suggerimenti?

 
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Pubblicato da su 14 aprile 2011 in Diari

 

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